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VIA LE CASE-CAVERNA A UN PASSO DA SAN PIETRO.
Decine di polacchi sgomberati nelle gallerie. Otto arrestati per furto di energia.
Non ho capito bene dov’è.
Si vede una nicchia, sotto un solaione di cemento.
Letti con coperte, sacchi a pelo, cassette della frutta de plastica a fare da mobilio, un tubo che corre in alto funge da mensola per scatole e flaconi di detersivo.
La foto sul giornale di ieri mostra un piccolo brano di poesia dell’abitare improprio, che può prodursi quando un umano si appropria di un luogo protetto e lo abita, magari prendendosene cura per quel che è possibile, utilizzando come suppellettili quello che trova, una nicchia o una rientranza che diventa una mensola, un sedile d’automobile come poltrona. Uno specchio, un bacile per lavarsi, sacchetti di plastica appesi come armadi.
Qualche decennio fa, all’Isola, si potevano fare passeggiate nell’entroterra delle spiagge, nel silenzio di uliveti deserti, dove trovavi minuscole casette, la porta senza chiave e dentro un letto di aghi di pino, un camino con mensola, talvolta un tavolo e una seggiola, qualche attrezzo, una scatola di fiammiferi, una boccetta d’olio d’oliva, una candela, appeso al chiodo un giaccone stinto. Tutto era lasciato lì alla portata di chiunque, ma nessuno toccava niente.
Era pura poesia degli oggetti, come questa.
Forse sono un ingenuo, ma mi viene spontaneo di pensare che se i senza-casa avessero una casa non andrebbero a farsela negli interstizi della città.
Quindi, sempre per via diretta e naturale, se fossi un politico penserei che, almeno a Roma, esiste un problema di carenza di abitazioni che siano accessibili per chi ha pochi o niente soldi.
Io sono tra coloro, pochi, che ancora credono che la casa sia un diritto di tutti, come il lavoro, la salute e lo studio.
Quindi mi porrei l’obbiettivo di alleviare le condizioni di disagio & sofferenza dei senza casa, anche per alleviare il fenomeno del barbonismo, per favorire dignità e radicamento, eccetera.
Sono consapevole delle difficoltà di una simile politica, ma ci proverei lo stesso, perché quello sarebbe uno dei miei compiti di istituto.
Non so dove sia questa “caverna a un passo da San Pietro”, ma dalla foto su
Per fare casa, fisicamente basta poco.
Occorre costruire (o reperire) un dispositivo delimitante, una discontinuità che marchi i due semispazi essenziali all’essere casa, l’esterno e l’interno, e li separi, anche parzialmente.
Casa è innanzi tutto delimitazione.
Secondo il Devoto-Oli, l’etimo di abitare è habere, cioè avere, possedere, disporre di qualcosa.
In questo caso di uno spazio difendibile, che a sua volta mi difenda da ciò che proviene dall’esterno, che sia pioggia, animale o nemico.
Delimitazione come dispositivo primo e separante, senza il quale non è possibile insediarsi in nessun luogo.
Senza nessuna delimitazione dello spazio non c’è quel radicamento primario che ci strappa alla condizione nomadica, itinerante, alla sensazione terribile del non avere nemmeno un centimetro quadrato di superficie terrestre disposto ad accoglierti.
Anche quattro pali e una tettoia sono delimitazione, anche un muretto di sassi.
Basta qualcosa che marchi e sia percepibile come una discontinuità e come un’informazione: qui c’è qualcuno.
Del resto mi sarei convinto che l’architettura è nient’altro che delimitazione, ma con intenzione estetica, significante.
Vale a dire con una funzione simbolica aggiuntiva rispetto alla sua funzione di base: delimitare e coprire.
Questi uomini polacchi insediati “a un passo da San Pietro” avevano trovato una delimitazione incompleta, ma già fatta, una specie di nicchia, di caverna artificiale.
L’abitavano, semplicemente.
Se esiste un diritto naturale, sicuramente vi è incluso l’uso del mondo per viverci.
Avevano bisogno di un posto dove trovare tregua allo sbattimento quotidiano, dove dormire, lavarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace, fare quattro chiacchiere.
Certo, immagino la sporcizia, gli escrementi e tutto il resto, “a un passo da San Pietro”, mica sul greto dell’Aniene, mica nascosti negli anfratti di periferia, luoghi più consoni a stracci e immondizie.
Quanto guadagneranno-racimoleranno al mese questi uomini polacchi?
Meno di setto, ottocento euro?
È solo la metà di quello che guadagna gran parte delle gente-con-casa.
Ma gli uomini polacchi questa poca differenza la pagano cara.
Arrestati per “furto di energia”.

Questa non è una recensione del libro omonimo di Walter Siti (Mondadori, 2008).
Non la voglio fare e soprattutto non la so fare. Quindi non mi inoltro al di là di una dichiarazione di ammirazione per un’opera che ho letto con partecipazione, curiosità, emozione estetica, e come atto di apprendimento.
Questi sono invece appunti para-antropologici, derivati da sollecitazioni di lettura, che butto giù in modo un po’ brutale. Temi attorno al rapporto tra la nostra dislocazione spaziale, quella sociale e quella culturale nell'infame Città di Dio.
Esiste nella città una destra naturale, periferica e vincente, contrapposta ad una sinistra culturale, centrale e storicamente in via di estinzione?
È possibile leggere la geografia della Città di Dio in questo modo?
E poi. Se storicamente, cioè dalla fine degli anni Sessanta a, grosso modo la metà dei Novanta, la dislocazione del censo andava da un massimo riscontrabile in centro verso un minimo in borgata, oggi le cose stanno ancora così?
Il libro di Siti sembra rispondere di sì alle prime due domande e di no alla terza.
È da tempo che provo la sensazione della fine dell’egemonia borghese sulla città (cioè sulla società: oggi città e società coincidono), sostituita da quella di un Grande Ripieno sociale – culturalmente abbastanza omogeneo e amalgamato, al di là di cultura d’origine e entità di reddito – che esprime oggi la classe politica di destra/sinistra e viene da questa massaggiato come un manzo di Kobe, per ottenerne il consenso.
I valori, la progettualità e coscienza del proprio ruolo di classe dirigente, tipici della borghesia cosiddetta colta e ben-pensante, sono da tempo traslati in un’altra dimensione, trasformati in una sorta di marginalità moralistica da sinistra girotondina (disperata) incapace non solo di incidere politicamente, ma anche di avere un qualsivoglia peso culturale nell’immagine che il Paese ha di sé presso la maggioranza.
All’interno di questi brandelli di borghesia sono quasi del tutto assenti le avanguardie colte dell’antagonismo, un tempo comunista, poi ambientalista & no global, oggi completamente smarrito nell’incapacità anche solo di dare un significato alla parola “sinistra”, per non dire della parola “comunismo”.
A fronte di questi residui fossili (di cui faccio pienamente parte) di una classe sociale se non scomparsa, molto marginalizzata, cresce e si consolida il Grande Ripieno, di cui la nuova umanità borgatara descritta (ed amata) da Siti, è solo una componente, vale a dire che ne costituisce lo strato inferiore, border-line con la criminalità vera e propria.
La tesi di Siti, esposta in chiaro alla fine del libro, è che sia in atto un contagio culturale dalla periferia verso il centro (non dico “dal basso verso l’alto”, perché si tratta di flussi che penso come orizzontali), una sorta di processo osmotico di trasferimento della cultura esistenziale di borgata verso ceti di origine e cultura diversa.
Quale sia questa cultura esistenziale (qualora non se ne abbia conoscenza diretta) occorre leggere Siti, per saperlo, qui posso solo buttare giù un elenco delle impressioni lasciatemi dal libro: disinteresse per ogni progettualità, per ogni possibile mestiere, dedizione alla cocaina come consumo e come spaccio, culto del corpo, culto istantaneo dell’oggi, del denaro, consumismo acritico, coatto, valori & desideri in gran parte desunti dalla tv, visione della vita come di un evento da smaltire giornalmente, un muoversi e un sopravvivere dentro un sistema gerarchizzato di rapporti di forza, convivialità, sensibilità all’amicizia, ma grande casino nella famiglia, indeterminazione sessuale, tendenza a sconfinare nel comportamento criminale vero e proprio, maschilismo di facciata & matriarcato di fatto, adesione politica alla destra fascista, eccetera.
Difficile trovare un termine sintetico per questo amalgama culturale così complesso e cangiante, un impasto di residui fossili di culture precedenti e di contemporaneità, ma nel libro ogni tanto si trova qualche definizione fulminante.
Una periferia, borgatara e non, strutturata a macchia di leopardo, sia fisicamente, che per il censo – e di conseguenza la collocazione sociale (basabile oggi solo sul denaro) – degli insediati: i nuovi semi-agiati in villette a schiera, con garage e giardinetto, modello insediativo del telefilm americano, gli insediamenti popolari storici gestiti dall’istituzione con torri e grandi edifici in linea (detti “casermoni”, ma in alcuni casi più che dignitosi), case pubbliche ma di fatto privatizzate, i nuovi centri per uffici, le sedi di grandi società trasferitesi all’esterno, quartierazzi speculativi di ogni stagione, sempre uguali a se stessi, fatti di palazze e palazzine di varie altezze, uno più brutto dell’altro, vero specchio culturale di questa città, borgate abusive più o meno recenti, molte delle quali consolidate, quindi incluse nella città ufficiale, poi i nuovi senza casa, gli agglomerati spontanei e precari (recentemente raschiati dalle ruspe di Veltroni), sotto ponti e viadotti, sul greto del Tevere e dell’Aniene, baracche nei canneti, case in grotta, come le latomie di Pietralata.
Poi i grandi Centri Commerciali, che qualcuno vede come aberranti templi del consumismo (lo sono, ma mi si spieghi se è possibile pensare una società consumistico/liberista senza centri commerciali) e che io vedo come nuovi spazi urbani di relazione capaci di soppiantare il Centro in quanto a egemonia e attrattività, ma nessuno, dico nessuno, si preoccupa di dare norme progettuali per trasformarli in agorà periferiche.
Il tutto servito ancora dalle vecchie consolari, più o meno adeguate ai nuovi carichi, oppure disperatamente irrorato da stradoni, che già appena fatti si rivelano insufficienti, si può dire per default: “urbanistica ingenua” la chiama Bernardo Secchi: se c’è troppo traffico fai un’altra corsia, che chiamerà altro traffico, eccetera: il GRA a Roma ne è la prova lampante.
Una periferia che assedia la città centrale – anzi le numerose e concentriche città centrali – e tendenzialmente ne fa sempre più a meno, costruendosi le proprie polarità secondo sistemi di valori e desideri, andanti ma dominanti, e riducendo progressivamente il Centro Storico in un parco a tema (“Roma Vecchia”) per turisti e borgatari, o per chi deve sedurre qualcuno/qualcuna e parte dalla periferia per la cenetta nel locale “caratteristico” con archetti e mattoncini in vista, per la passeggiata con gelato, lei in difficoltà con tacchi a spillo e sampietrini, eccetera.
L’istanza di controllo formale della città, che nasce e si precisa nel Rinascimento e che negli USA, per esempio, si manifesta in una sorta di principio insediativo democratico (si vedeva così bene dall’alto del John Hancock Center, la scacchiera infinita di Chicago, perdersi nella pianura...) da noi è morta nel primo dopoguerra, con l’applicazioni dei principi urbanistici di disegno della città, e oggi è sepolta col Rinascimento, cioè con l’idea di governo geometrico degli oggetti umani. Le espansioni con le quali Roma è dilagata nell’Agro dal centro verso la periferia e gli insediamenti spontanei procedenti in direzione opposta, appaiono una poltiglia senza forma, che pre-annuncia l’attuale stato di spacchettamento mentale tipico del Grande Ripieno che vi è nato e cresciuto.
Condizione essenziale che fa di una città una metropoli è l’annullamento dell’emarginazione spaziale attraverso una rete di trasporto pubblico che colleghi efficientemente ogni zona con tutte le altre, senza sacche di inaccessibilità troppo estese, in modo che vivere al centro o in periferia siano condizioni quasi equivalenti: l’epica dei viaggi verso il centro città (“dentro Roma”) di Tommaso e i suoi amici, in Una vita violenta, il capitolo Notte nella città di Dio, il capolinea dell’Argentina...
Oggi Roma è piena di micro-città, desolate e forzatamente autonome, baretti, spiazzi, reti, muretti, pratazzi che diventano giocoforza luoghi di ritrovo, polarità di riferimento per comunità insediate fisicamente escluse dal restante territorio-città. Lo diventerebbero lo stesso, perché il processo di identificazione di riferimenti spaziali comuni è del tutto naturale e spontaneo, ma non si tratterebbe di un’identificazione obbligatoria in mancanza di alternative, cioè di collegamenti col resto del mondo.
L’immagine proposta da Siti è complessa e piena di contraddizioni, ma su tutto, come una sorta di amalgama autocritico, si stende un velo di perenne arguzia, di ironia, disincanto, e soprattutto una re-invenzione, giornaliera e popolare, del linguaggio, di cui l’autore palesemente si delizia.
Una sorta di fluidità morale, di indeterminazione sognante degli scopi, ma una precisione in ciò che si desidera: soldi, lusso, automobili, capi firmati, eccetera.
Questa visione del borgataro la vedo saldarsi con quella del “neo-proletario” (ovvero il piccolo-borghese culturalmente proletarizzato) proposta da Tommaso Labranca (Neoproletariato, Castelvecchi 2002) dedito alle “tre effe”: fitness, fiction, fashion, che sono in fondo anche pilastri dell’esistenza del coatto.
Quindi sì, per me si delinea una visione un po’ più articolata di quello che chiamo il Grande Ripieno, ma sempre schematica, disperatamente intuitiva.
Quello che si vedeva dall’elicottero era un fiume di macchine in un magma di case. Lontano
Roma stordisce, confonde.

Questo è il celacanto dell'Harvard Museum of Natural History a Boston, fotografato da Gino Roncaglia. Non so dire perché appare giallo. Da vivo è blu. E puzza molto. Ricordo che il primo fossile di celacanto risale a 350 milioni di anni fa.
Da Limes, n.1 - 2001
Dopo la seconda distruzione, oggi la baracca che tengo sotto osservazione si presentava così.
Il nuovo abitatore l’ha messa su con un certo senso dell’ordine, di geometria.
Ignoro quali vicende siano legate ai vari avvicendamenti, ma le suppongo drammatiche, dolorose, forse violente.
Intanto le robinie sono rinverdite, il canneto pure.


Nel mio mocassino sinistro si cela un mistero.
Tutte le mattine, quando esco di casa, ad ogni passo mi tira giù il calzino, che regolarmente finisce per aggrumarsi tutto sotto la pianta del piede.
Ogni trenta passi mi fermo per tirarmelo su.
Una cosa sgradevolissima, che poi per il resto della giornata non si ripete più.
Il mocassino destro invece non mi da nessun fastidio.
Già non mi piace il modo in cui normalmente comincio la giornata, per via dello scenario che tutte le volte mi si presenta appena uscito dal portone - un pezzo di città di merda, le torri pre-fabbricate ex-IACP in lontananza, una schiera di ennesime palazze mediocri, terrazzate, mansardate, mattonate, lo stradone completamente intasato coi motorini che sgusciano tra le auto, i bus fermi pieni di gente, dall’altra parte della strada la montagnola triste sparuta coperta di robinie, canneti, con inserti incomprensibili di cemento qui e là, talvolta le pecore che brucano, la galleria dell’FR3 istoriata da una scritta cubitale del tipo
CUCCIOLOTTA TI AMO,
il Nodo di Scambio con la sua architettura falsamente hi-tech, già delabrata, sbavata, coperta di graffiti insensati, di sigle, anch’esse incomprensibili, tracciate da dementi egotici in giovane età, il marciapiedi coi parapedonali in tubo giallo, erosi dalla piscia canina, le toppe di cacca che aderiscono all’asfalto, già acciaccate più volte, le gore umidiccie al piede del casamento, dove un rivestimento di peperino, incontrando il sudiciume del calpestio, con gli anni se n’è intriso e scurito, le crepe e i rattoppi, i cigli sbeccati ovunque, anneriti, ingialliti, striati di merdazza, i negozioni di ferrobattuto e mobili antichizzati che tirano su le serrande, i condizionatori in alto, su mensole in ferro arrugginito, polverosi, il custode giovane, completamente pelato, che spazza davanti al portone seguente, con l’aria di chi vorrebbe essere (anche lui) in un qualsiasi altro posto meno che lì (qualsiasi cosa gli chiedi trova sempre-sempre il modo di dirti di no, ma per farlo gli serve mezz’ora, almeno), su fino al bar, dove aspetto il mio turno per un caffé pessimo, il primo della giornata, caffé che ho imparato ad amare per una sorta di sindrome di Stoccolma e anche perché mi dà una specie di frustata sulle mucose dell’anima, sussurrandomi velenoso Sveglia, amico, questo è il Mondo, è Roma, è
*
Ma all’ora di pranzo con ottimi fusilli al pesto e agrumi, coppa di melone, acqua, eccetera, litigava col cameriere, rispondendo velenosamente ad un suo commento circa una bottiglietta d’acqua, vuota, fatta cadere e rotolata lontano, che il cameriere aveva dovuto rincorrerla e piegarsi per raccoglierla - cameriere che gli stava sul cazzo, falso cordiale, falso gentile, abbronzato a morte di lampada, ma soprattutto perché dopo aver portato un riso ai frutti di mare (cioè mescolato a gusci di cozze e chele inquietanti, acuminate, di artropode) aveva detto alla sua vicina di tavolo Attenzione che è molto caldo, è uscito adesso e poi aveva aggiunto Prima di illuminarsi di immenso...
Checcazzo vorrà dire, aveva pensato prima dello screzio, anche lui avrebbe potuto sparecchiare prima invece di costringerlo a stare lì in piedi sul marciapiedi col vassoio pieno di cibo in mano, e poi naturalmente era di nuovo sparito quando si era liberato l’altro tavolo accanto a lui, costringendo una ragazza-cavalla - in jeans a vita bassa e fibbiona metallica con su scritto Fabiana in bel corsivo italico – a restare anche lei in attesa col vassoio, quasi fino alla disperazione, cioè fino ad indurla a chiedere ad un tizio in camicia bianca e pantaloni neri che passava di lì di sparecchiarle la tavola e quello si girava e rispondeva Eh? Lo chieda al cameriere, con grande imbarazzo e pentimento di Fabiana che temeva di aver offeso, perché si sa che scambiare qualcuno per il cameriere dalle nostre parti è considerata offesa. Però se ti metti a chiedere alla gente in giro se per caso disprezza i camerieri tutti risponderanno di No. Se fai un’inchiesta e distribuisci un modulo con la domanda Lei disprezza i camerieri? e vicino le solite tre caselle del SI, NO, NON SO, otterrai de sicuro tutte crocette sul NO, salvo poi, subito dopo, vedere quelli che si adombrano se li scambi per camerieri... Mangiando da solo aveva rimuginato. È normale.
A Roma finisce un sistema di potere durato più di Margaret Tatcher, cioè quindici anni, che non sono pochi.
Com’è fatto un sistema di potere?
Cioè, quando si dice “sistema di potere” a cosa ci si riferisce?
Azzardo una definizione macchinosa.
Gruppo di persone, organizzate gerarchicamente e posizionate strategicamente, che hanno facoltà decisionali capaci di influenzare/determinare fenomeni economico-politico-culturali in parti più o meno grandi di società insediata e agiscono in modo da procurarsi reciproco vantaggio a scapito di singoli, di altri gruppi e alla fine, in genere, dell’intera comunità.
Un sistema di potere si completa quando riesce a dislocare suoi uomini nel maggior numero di luoghi decisionali di ogni tipo e ad appostarli sui punti principali di ramificazione dei flussi di determinazione, modificazione e informazione.
Per la formazione di un sistema di questo tipo, il tempo di permanenza al potere è cruciale.
C’è un tempo minimo di costruzione e consolidamento, che chiamerei la testa del procedimento di presa del potere.
Poi c’è un periodo intermedio in cui prevalgono le forze migliori del corpus del sistema, che è anche il periodo di maggior successo e di maggior beneficio per tutti.
Poi c’è la coda, in cui le istanze iniziali invariabilmente vanno perse, quando i migliori peggiorano e i peggiori prendono il sopravvento.
Il sistema diventa auto-referenziale, cioè perde quasi completamente di reale progettualità politica e si preoccupa di consolidare e rafforzare il legame coi forti, dimenticando che anche i deboli votano.
Una durata troppo lunga fa perdere di vista la realtà e con essa il consenso, fino alla sconfitta.
Per sconfitta è da intendersi l’instaurarsi di un altro sistema di potere.
Questo è successo a Roma, dove la falsa certezza di avere ormai in mano la città e gran parte dei suoi affari, ha fatto perdere di vista la città stessa, quello che vi stava accadendo e quello che stava diventando.
Ma direi che si tratta di un processo fisiologico legato alla gestione del potere in regime democratico, cioè dove è concesso alla maggioranza dei cittadini di cambiare il gruppo politico di governo.
Un processo di sostituzione democratica porta sempre con sé una cosa che si chiama “speranza del cambiamento”, anche se non si sa sempre bene cosa si deve cambiare e come.
Dopo quindici anni a Roma c’è stato un fenomeno di saturazione da eccesso di permanenza, si è generata un’insofferenza, a volte un odio, non del tutto giustificato dalla qualità dell’operato, che non è stata così cattiva.
Errori e manchevolezze e omissioni ci sono stati eccome, ma non sono stati certo peggiori di quelli cui la pubblica amministrazione ci aveva in precedenza abituati.
Anzi, complessivamente il bilancio è di gran lunga il migliore dal dopoguerra ad oggi.
È strano come, non ostante sia del tutto evidente il riprodursi del ciclo del potere - dal quale come si fa con la grappa e con i pesci, bisognerebbe poter tagliare la testa e la coda – nasca, altrettanto ciclicamente, questa insensata fiducia nel cambiamento.
Un cambiamento a Roma probabilmente ci sarà (se in meglio non sappiamo), ma il gruppo che va al potere sarà soggetto alla medesima fatale logica di degradazione del proprio operato.
Una testa di consolidamento, una parte buona (quando c’è), una coda più o meno lunga di appannamento e fine.
L’unico interesse sta nella qualità e nella durata della parte buona (se ci sarà).
Però facce nuove, certo.
Maschio di Gorilla gorilla
Gli occhi hanno bisogno di cavità ossee, dagli orli pronunciati, spessi.
Frontali come fari di automobile, due alveoli profondi, che per esempio in alcuni felini restano col perimetro parzialmente aperto, proprio nella stessa zona dove io toccandomi sento come un assottigliamento.
La mandibola, per muoversi ha bisogno di due cose, un cardine e una leva cui aderiscono i muscoli.
Poi denti e relativi alveoli, sotto e sopra.
Poi l’osso nasale che non mi ha mai convinto, mi sembra incompleto.
Poi il mento, inutile spreco di materia, visto che nessun primate ce l’ha.
Ho letto che il mento umano sarebbe un effetto collaterale della verticalizzazione del volto, ma non ho capito come e perché: nessuno sa con certezza qual è il rapporto di causa effetto tra perdita del prognatismo e aumento della massa cerebrale.
Lo sferoide cranico di homo sapiens è pieno di suture, incertezze, geroglifici, protuberanze, una struttura palesemente recente, imprecisa.
Ovunque strane esitazioni, forse residui di stati specifici precedenti, niente a che fare col cranio della iena, meraviglia di robustezza, essenzialità, forza.
Osservo queste teste scarnificate e fotografate così bene, su un fondo di nero assoluto.
Questo libro bellissimo (Evolution, testi di Jean-Baptiste De Panafieu, foto di Patrick Gries, Seven Stories Press, 2007) mi è costato 65 dollari, ma non ci ho pensato su un momento.
Il cranio di ogni specie di mammifero è una versione, una modificazione di crani appartenuti ad altre specie: gli elementi sono più o meno gli stessi.
È esistito un per ora non-identificabile modello base da cui sono derivati tutti i mammiferi?
Senza antenati comuni tutto l’edificio teorico darwiniano crolla.
Quella evoluzionista credo sia l’unica teoria scientifica che non contempla, per adesso, una falsificazione diversa dal dettato teologico, cioè che possa fare a meno di un agente creatore.
Bellissimi i crani dei felini, del gorilla, con la sua cresta ossea alla sommità di una struttura molto più equilibrata della nostra, quanto a rapporto tra le parti.
Supremo ed essenziale quello della iena – e terrificante -, come dico più sopra.
Quando una o più specie di pesci e di crostacei lasciarono il mare, questi ultimi rimpicciolirono, mentre gli organismi dotati di endoscheletro sono diventati grossi, a volte grossissimi. Forse nel libro c’è la spiegazione di ciò, ma ancora non la trovo. Anzi non la cerco: più che leggere guardo le immagini.
Avrei francamente preferito avere un esoscheletro, invece di questa pelle glabra, qui e là pelosetta, da umano, esposta alle intemperie, unta, delicata, sudaticcia, orribilmente e inutilmente sensibile.
Un bel guscio asciutto e solido, otto zampe unghiute, due chele: niente di molle verso l’esterno, nessuna sensibilità al tatto, nessun prurito, arti come armi: questo sarebbe stato un modo forse più decente di affrontare mondo ed esistenza.
La concentrazione nel cranio dei più importanti organi di senso, dall’apparato buccale e fonale e masticativo, a quelli olfattivo e visivo, la presenza di una massa cerebrale dove convergono tutte le linee nervose dell’intero organismo, dal punto di vista della strategia di sopravvivenza di una creatura non pare poi una gran trovata: è tutto lì, basta colpire lì e ciao.
Insomma, anche ad essere indulgenti verso l’idea di un design, il suo autore non doveva essere poi così intelligent. A giudicare dalla qualità del creato, l’ipotesi di un dio cretino e irresponsabile è sembrata ad alcuni la più logica.
La questione la risolverei così, possibilmente una volta per tutte: dio è un idiota.
Tuttavia questi crani sono molto belli e intensamente plastici.
Cosa vuol dire “intensamente plastici” in realtà non lo so con precisione.
Potrei dire che provocano in me un godimento percettivo di materia formata, strutturatasi per funzionare ma anche, misteriosamente, per piacermi.
Sono solo ossa, dunque non è previsto che si vedano, non sono fattezze esterne, sono forma interna, invisibile, forma tecnica, ai miei occhi bellissima.
Mentre la bellezza della carne, cioè della forma del sacco cutaneo che ci avvolge e ci definisce nei contorni, è sempre eros (e, in un certo senso, è prodotto evolutivo dell’eros, cioè della selezione sessuale), la bellezza delle ossa e in particolare del cranio è quella, molto più astratta, ma molto più sostanziale, della pura conformazione biologica.
Le nostre fattezze da vivi, sono un inganno. La pelle nasconde un tremendo disordine interno, asimmetrie, organi e organelli, tubi, sostanze escrementizie a vari stadi di lavorazione.
Le ossa sono molto più sincere, non nascondono nulla di ulteriore, sono struttura, coincidono con l’idea stessa di struttura, seguono scrupolosamente il principio di simmetria bilaterale.
Quello delle ossa è modernismo, anzi razionalismo, in senso proprio e compiuto, è forma-che-segue-la-funzione.
Meglio forse dire che è forma determinata dalla funzione, ma nemmeno così è esatto, perché non restituisce la dinamica adattativa per selezione naturale, che è senza scopo (ma non casuale) e procede per mutazioni (queste sì casuali) che fungono da tentativi. Se una modifica funziona, la specie l’assume, se no la scarta, eccetera: occorre rimettere sempre in fila la sequenza concettuale darwiniana, così contro-intuitiva, così lontana dal rapporto causa-effetto cui siamo abituati e su cui abbiamo ingenuamente costruito l’idea di dio...
La bellezza di questi crani nessuno l’ha voluta, nessuno l’ha cercata o costruita, nessuno l’ha concepita.
Esistono facendo a meno di ogni intenzione estetica, di ogni esibizione.
Se ne stanno nascosti, celati allo sguardo sotto strati di pelle, grasso, muscoli, cartilagini, tendini, come conchiglie nella sabbia...
Eccetera.

La sinistra come la conoscevamo non esiste più.
Almeno in Italia.
Non esiste nella versione moderata, come non esiste nella versione antagonista.
Non c’è più, semplicemente.
Occorre ammetterlo.
Non è che siano spariti solo i comunisti.
È sparito un intero corpus culturale, storico, ideologico, una tradizione politica, una prassi contemporanea, l’attitudine a risolvere i problemi con proposte politiche “di sinistra”.
È scomparso il significato politico della stessa parola sinistra, è scomparso il suo referente sociale, è scomparsa la classe di riferimento, restano solo venature di marxismo, spesso fossilizzato, annidate qui e là nella cultura del Grande Ripieno che satura il corpo sociale dell’oggi.
Forse è giusto così, forse dobbiamo cominciare davvero a pensare in modo diverso, cioè ad un modo diverso di opporsi alla destra naturale che è in noi.
L’abbandono della sinistra di classe, o dei suoi residui, non l’invento io, è conseguenza della realtà delle cose e viene da tempo teorizzato.
Sentivo obbiettare che praticamente in tutta Europa esiste ancora, viva e vegeta, una sinistra di tradizione socia-comunista che non ha rinnegato nulla del proprio passato, che non è andata a caccia di voti a destra, ma è cresciuta su se stessa, cioè sulla propria tradizione e in qualche caso governa.
Non sono in grado di dire se questa analisi corrisponda al vero, ma in ogni caso da noi non è stato così. Perché?
Do per scontata la marginalizzazione, questa sì verificatasi ovunque, di una sinistra antagonista con caratteristiche di classe (ma senza la classe di riferimento), che da noi è stata spazzata via di colpo, come se fosse ormai solo una superfetazione politico-ideologica e non più una forza vitale con radici e consenso.
Torno da un viaggio di una settimana, faccio appena in tempo a votare e già nel tardo pomeriggio vedo il saluto romano a piazza del Campidoglio.
Anno Domini 2008: il saluto romano a piazza del Campidoglio.
E tutti dicono Ma no, ma quale fascismo, sono ragazzate.
Certo, ma di ragazzi fascisti.
Guardavo in televisione Fassino, l’altra sera, e ancora una volta mi dicevo: ecco l’epitome della sconfitta e dello sperdimento, ecco l’uomo simbolo (più ancora di Veltroni, che pure ne è il principale responsabile) della stupidizzazione della tradizione social-comunista, del suo vergognarsi di essere tale senza riuscire a diventare altro che una buffa e non-credibile caricatura della destra, ecco un uomo che politicamente è nulla, che rappresenta ormai solo uno spazio vuoto, o forse una porzioncina di potere residuo, in una sorta di ansia imbarazzata di omologarsi, di approvazione da parte di una destra brutale che pure nella società – e non solo al nord - si manifesta in questi giorni con chiarezza. Ma lui è lì, che ancora implora consenso, che non percepisce, per esempio, sentore di fascismo autentico nelle prime dichiarazioni di Alemanno, da sindaco di Roma.
Ma questa forse è solo politica spicciola che galleggia sopra un fenomeno storico più vasto e di lunga durata, che mi permetto di sintetizzare alla grossa così: il futuro non è arrivato e per adesso non arriverà, esiste solo un presente brutale, regno dell’insicurezza e della sfiducia, dove ciascuno deve difendere quello che ha, possibilmente accrescendolo, dove non esiste nient’altro da condividere che la sofferenza e l’ansia della “liquidità” del presente, dove ogni progetto è stato abrogato, eccetera.
Forse occorre ripartire da ciò che probabilmente solo i sociologi oggi sanno vedere, studiare, descrivere. E cioè una nuova condizione umana che è già realtà e che consiste nel totale asservimento & consenso di massa alle nuove logiche del capitale. Vale a dire la vita al tempo dell’atomizzazione e della dis-appartenenza, la vita senza sogni di sorta, marcata solo da uno strano cinismo che nasce dal senso di inadeguatezza, dalla mancanza di ogni possibile condivisione diversa dalle ricorrenti ondate emozionali, tutte rigorosamente di destra, che sono diventate l’unica risposta possibile ai problemi dell’oggi.
L’homo sapiens de-ideologizzato, privo cioè di strumenti di antagonismo razionale e politico, si fa puro strumento consenziente: nelle democrazie mediatiche la cultura non è sovra-struttura, è tutto quello che serve: non più agire sui fatti, ma sulla percezione dei fatti
L’umanità come massa di manovra, l’uomo ritornato esclusivamente mezzo di accumulazione di denaro, non più capace di riconoscersi in una classe, ma solo eventualmente in uno stato di minore o maggiore sottomissione, precarietà...
Purché non si parli di sfruttamento, perché va da sé che lo sfruttamento di uomini da parte di altri uomini non solo è ri-diventato legittimo, ma è assolutamente necessario per sopravvivere, per reggere la botta di chi, sfruttando meglio e di più, produce meglio e a meno.
Naturalmente tutto questo si svolge nel selvaggio sfruttamento delle residue risorse disponibili, con lo spostamento sempre più rapido di interi settori produttivi mondiali da un mercato all’altro e conseguenti oscillazioni dei prezzi.
Com’è possibile restare politicamente muti di fronte a tutto questo?
Eppure è ciò che è effettivamente successo nell’ultima campagna elettorale del centro sinistra, che in sostanza ci diceva di accettare il mondo com’è, con qualche riduzione fiscale, qualche asilo nido in più, proponendo quella che un tempo sarebbe stata definita come un'uscita dalla crisi "da destra".
Meglio il centro destra per questo, avrà (più che pensato) percepito più di qualcuno.
Che ci dobbiamo fare con questi pseudo compagnucci, se non sono capaci di pre-figurare, di proporre alcunché?
Magari il centro-sinistra avrebbe perso lo stesso, ma solo le elezioni, non anche e completamente, l’identità, la faccia, la credibilità, la necessità di esistere.
Ma Er discorzo è complesso, come si usava dire un tempo nelle sezioni del PCI.
Monadnock Building, Chicago 1893
In ogni stazione della metro vedi appese al muro, bene in alto nell’atrio, queste grosse bandiere americane sotto vetro dentro una grossa cornice di acciaio inox.
I simboli patriottici sono ovunque, bandiere e bandierine pendono dagli edifici.
Aquile con cartiglio, eccetera.
Le immagini della guerra in corso sono invece quasi assenti.
Mentre imperversa il grande match Obama/Clinton, che ha l’unico scopo di consegnare ancora una volta
Anse di oceano e sbocchi di fiumi, baie profondissime, isole, barche a vela nella brezza forte di aprile, ancora abbastanza fredda, non ostanti le magliette e gli infradito ovunque.
Boston invasa da maratoneti, ne sono pieni i marciapiedi, i vagoni della metro, i ristoranti di pesce, dove ti servono lobster paonazze accanto a un filetto di manzo.
I maratoneti li riconosci dalla tenuta, la medaglia al collo con nastro, il berrettino con visiera, il giubbetto blu acceso, con emblema.
Molti hanno un’età, ma sono magrissimi, per niente provati, elastici, in perfetta salute, orgogliosi di sé.
La gente corre. Al mattino, alla sera, rigorosamente con auricolari di I-Pod.
Qui tutti i giovani con l’I-Pod, tutti i ragazzi neri abbigliati come dieci, vent’anni fa, con magliette super over size, berretti a visiera piatta, jeans iper-larghi a bracalisse, scarponcini scamosciati e tutto il resto: li vedi incapsulati pervicacemente dentro le loro sub-culture.
Sembra un imperativo primario, qui, restare dentro la propria sub-cultura di appartenenza, non importa quanto marginale o anacronistica possa apparire.
Niente sembra molto cambiato dal 2003, tutto è sempre un po’ uguale, tranne le danze nelle piazze e in metro, un po’ meno acrobatiche, con battiti di mani.
È come se, tecnologia e scienza a parte, tutto si fosse anche qui come ingorgato in una sorta di strozzatura storica in attesa di sbocco.
Capisci poco, vedi poco, ma sei autorizzato a pensare che gli Usa sono mito a se stessi, in una continua auto ri-produzione, un po’ come facciamo noi con le cose nostre, col nostro modo di essere e di pensarci.
Noi col nostro odio per noi stessi, loro con un’immensa auto-stima.
Sorprendono i molti grattacieli post moderni, qui e a Chicago. Soprattutto a Chicago.
Sorprende anche qui una sorta di arresto della modernità novecentesca, la divaricazione di Forma e Riforma, cioè la fine della Forma intesa come necessaria ed etica.
Occorre prendere atto, qui come altrove, del transito in un’epoca diversa di quella nostra di origine, vale a dire diversa dal cuore del Novecento che ci ha generati, quando la via sembrava tracciata e tutto pareva si tenesse: divago, riduco alle mie categorie una realtà come quella americana, che riesco a malapena a percepire, di cui non so nulla.
Un posto di cui quasi non so la lingua e quando ci vengo è sempre la stessa cosa: niente si lascia davvero capire, quindi è solo un percepire, un intuire, un pre-supporre, una continua deduzione.
Però questi grattacieli altissimi, alcuni filiformi, tutti impennacchiati e allestiti per benino ma senza pensiero & riflessione, senza coscienza della crisi, ma crisi essi stessi, oggetti esteticamente inutili, croste insignificanti per centinaia di migliaia di metri quadrati di superficie utile: basamento, corpo, coronamento: solido investimento, bei soldi e fine: la crisi immobiliare, economica, non hai il tempo e i parametri per vederla e pensi Se questa è crisi, allora la nostra cos’è?
Questi edifici non hanno niente a che fare coi monoliti prometeici dell’età dell’oro, quelli dei tempi del fordismo in piena, non corrispondono a un sentire, sono icone di nulla, non conquistano il cielo, lo occupano e basta, fino al momento di lasciar posto ad un altro edificio, più redditizio, magari ad uno di questi parcheggi, cementizi & multipiano.
Tuttavia mi avvertono che la crisi c’è, eccome, e in alcune zone urbane di Boston è tangibile.
Così com’è tangibile il fatto che le cose, anche quelle di qualità, costano troppo poco.
È un degrado a macchia di leopardo, pare: due o tre strade più in là ed è pieno di negozi chiusi, di sporcizia.
Dal treno vedo quartieri di Chicago che sembrano usciti dalla scenografia di un film sui ghetti anni Sessanta. Edifici in mattoni, fatiscenti, vecchie pubblicità dipinte sui muri, in alto, quasi del tutto sbiadite. Scale anti-incendio arrugginite. Interi isolati che paiono disabitati.
Poi in centro è un brulichio di BMW, Porsche, Maserati. Lamborghini, persino. Orribili e stupide le moltissime limousine, soprattutto la sera.
Vai a vedere il Loop e i primi edifici alti costruiti in America verso la fine dell’Ottocento, quando si sperimentava la struttura in acciaio, l’estensione verticale come massimo sfruttamento di lotti centrali e già di grande redditività. Interessante, ma ormai completamente residuale, nel senso che quella città è ridotta a pochi frammenti, sia pure molto belli, annegati e soffocati da enormi monoliti di vetro e acciaio alti quattro o cinque volte di più, quasi mai eleganti, se si eccettua il Federal Building di Mies Van der Rohe, subito a ridosso del Monadnock, e qualche altro.
Leggo che si è voluta conservare a tutti i costi la metropolitana sopraelevata, che invade alcune strade con le sue strutture arcaiche, qui e là scrostate e coperte di ruzza, che vibrano e risuonano in modo assordante ad ogni passaggio di treno. Stranezze americane: un pezzo di città quasi completamente sostituito nei suoi pezzi originali, dove per puri motivi d’affezione collettiva non si riesce a smantellare un palese e invadente anacronismo. Se ai miei occhi l’America ha un pregio sicuro, questo risiede nella disinvoltura con la quale si percepisce il lacerto storico, difficilmente oggetto di culto e vincolo assoluto come da noi. Tuttavia tutti trasferiamo il bisogno d’identità (uso questa formulazione ben sapendo che non significa quasi nulla) in qualche oggetto o sistema di oggetti, anche insignificanti in sé, ma capaci di funzionare da attrattori e condensatori di memoria, o meglio della sommatoria di memorie individuali. Quindi anche negli USA esistono movimenti di opinione capaci di bloccare il tempo e con esso la trasformazione di ciò che oggettivamente può considerarsi trascorso.
Toglieteci tutto, ma non la vecchia cara rimbombante sopraelevata.
Chicago occupa quello abitabile di due semispazi. L’altro è acqua senza confini. Tutto è piatto e tutto è ridotto ad una griglia quadrata a perdita d’occhio. Città orizzontale con un centro ristretto di grattacieli ammassati, stili diversi che sgomitano, si prevaricano, lottano per farsi notare.
In America ho sempre trovato difficile vedere arte americana contemporanea in luoghi diversi dal MoMa di NY. Insomma devi andartela a cercare, perchè nei musei di solito c’è altro, ci trovi tonnellate di ottimo impressionismo francese, intere sale di meravigliosi Degas e Gauguin e Cezanne, passeggisti ottocenteschi e artisti americani recenti, ma più consolidati approvati e omologati, come i soliti Homer, Hopper, Weyth, O’Keeffe, e qualcun altro, che hanno in comune l’essere scrupolosamente figurativi e quindi più aderenti al sentire concreto di questo paese, così egualitario, pragmatico, semplificatore.
Bisogna fare attenzione a due cose.
La prima è che si tratta di ottimi artisti, la seconda è che il loro perdurante successo è segno di una installazione permanente nella coscienza figurale collettiva come produttori di icone riconosciute e ufficiali, cioè capaci di dire l’America innanzi tutto agli americani.
Qui al Chicago Art Institut (non a caso hanno l’American Gothic di Grant Wood) puoi vedere in sequenza (molto significativa) la mostra di un corpus di acquerelli di Winslow Homer e una bellissima, rivelatrice e molto nutrita, retrospettiva di Edward Hopper.
Se, come me, di Hopper ne avevi un po’ piene le palle - come accade per tutti gli artisti la cui opera è soggetta a un periodo di iper-citazionismo – qui, di fronte a tante opere, ti ricredi in pieno e all’uscita sei pronto ad aderire senza riserve a un giudizio di assoluta e primaria grandezza.
Ossessivo, coerente sino alla demenza e tuttavia lucidissimo nel cogliere e nel perseguire quello che lo interessa, vale a dire il silenzio freddo con cui la luce svela gli oggetti e gli umani come fossero oggetti, pure manifestazioni volumetriche in ambienti e paesaggi che sono a loro volta teatri volumetrici, da cui è praticamente abolita la densità gassosa dell’atmosfera, per far posto alla messa in scena descrittiva, ma precisa, della materia, cioè di uomini e cose.
Hopper non è mai minuzioso e tuttavia è sempre esatto nel trovare il giusto punto di sintesi nella definizione dei dettagli, che coincide col punto di sintesi tra intenzione poetica e referente reale. Eccetera.
Le parole sull’arte, in quanto tutte dicibili, sono tutte necessarie e tutte superflue.
Quadri abbaglianti, desolati, silenziosi, intensamente & liricamente americani.
Sì, c’è una poetica dell’America, una capacità lirica nel prodursi dello spazio e dei manufatti americani, nella vastità del cielo, nell’intensità della luce, nella confusione tra terra e acque, nella semplicità pervicacemente empirica degli oggetti e dei dettagli degli oggetti.
Qui il chiaroscuro e l’ombra portata hanno una funzione speciale di appiglio in uno spazio che è sempre smisurato.
Se c’è una differenza tra il nostro mondo e il loro che, tra le tante, ho sempre colto con precisione è l’arbitrarietà dell’estensione, la mancanza pressoché ovunque, tranne forse nei corridoi che distribuiscono gli appartamenti e le stanze di albergo, di limitazione e costrizione e compressione spaziale, in tutte le direzioni.
Non esiste limite fisico alla dimensione, ma solo limite economico & di risorse.
Sulle pareti della stazione Kendall-MIT della metro, Red Line, c’è una sorta di elencazione celebrativa delle conquiste tecnico-scientifiche prodotte qui, cose che hanno letteralmente cambiato il mondo.
A poca distanza c’è Harvard, che vanta il maggior numero di premi nobel del pianeta.
Eccetera.
Boston vive anche di queste eccellenze, del ruolo storico avuto nel processo di indipendenza degli States, della famiglia Kennedy che si auto-celebra nella John Kennedy Library, un complesso monumentale con annesso museo agiografico della dinastia e del suo esponente più noto, l’inafferrabile John, dallo sguardo vuoto e sognante, il sorriso perenne, un sacco di capelli, le spalle squadrate, il destino atroce, la moglie “elegante & francese” (parecchi gli abiti di Jaqueline esposti), che tra gli altri invitava ai banchetti della Casa Bianca anche gente come Mark Rothko.
Prevalgono i mattoni rossi, sulla sponda nord del fiume, quella dei grandi college.
Poi anche qui sterminate distese di casette con giardino, di legno, tecnologia ballon frame, di una tristezza confortante e old england, con tocchi e citazione marinaresche, baleniere, patriottiche. Territorio vastissimo punteggiato di università e centri commerciali, con negozi per intellettuali, quindi vegetariani e naturali, molte bellissime librerie, palestre, giardini.
Da qui, da questi luoghi dove la mente è più importante del corpo, dove l’orientale che sembra prendere appunti nella hall dell’albergo in realtà compila pagine di formule matematiche all’impronta, è partito il mondo come lo conosciamo oggi: la cosa fa impressione a chi, come me, vive in un posto da dove negli ultimi duecentocinquant’anni non è partito un cazzo, o quasi.