
Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele Pedullà
Edizioni Le Lettere
Firenze 2008
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Ne emergeva l’immagine post-borghese (qualche analista parlava di immagine invece sur-moderna) di un politico dall’organismo in transito verso il non umano, vale a dire in primis, verso un soma da non-vecchio, che sarebbe l’equi-valente del soma vampiresco del non-morto – cioè di uno che lo vedi benissimo che non è in piena forma, che è bluastro e deve avere qualche problema di salute nel senso che non è neppure del tutto vivo, e tuttavia cammina e si muove come un giovane e vitale manzo d’uomo, addirittura con energia non-umana, abbisognando per ciò di ri-generazioni cicliche consistenti in grandi bevute di giovane sangue di vergine… –: così il look berlusconiano da non-vecchio diceva di un uomo a tutti gli effetti anziano e tuttavia agente in senso inverso sul proprio aspetto e sulle proprie capacità performative – riguardo all’aspetto ne veniva fuori un ibrido tristissimo nello stiramento e rabberciamento imperfetto della borsa di pelle flaccida che dopo i settanta diventava la faccia di una persona, su cui si stendevano veli di fondo tinta e cerone e grasse cotognate di crema plastificante –: in guisa medesima del non-morto, che si ciba di sangue fresco, il non-vecchio aveva bisogno di momenti di vivificazione e re-invigorimento consistenti nell’accostarsi a giovani donne dalle quali otteneva, dietro pagamento più o meno «diretto» (egli era circondato da uno stuolo di lenoni et paraninfi, tesi ad ottenerne i favori, che reclutavano le ragazze e sborsavano in sua vece le somme richieste), disponibilità carnali di diversa natura, alle quali riusciva a fare fronte grazie a installazioni peniche, quali un osso di nailon che gli garantiva uno stato di erezione perenne che il suo sarto personale si ingegnava a nascondere (ma non troppo, mi raccomando, un po’ di pacco non guasta mai…) con accorgimenti di taglio negli abiti per le occasioni ufficiali: occasioni durante le quali tuttavia il leader post-borghese/sur-moderno amava mettersi in mostra con comportamenti confidenziali e disinvolti, che qualche commentatore attardato nelle modalità relazionali novecentesche definiva «volgari», cioè tipici del «volgo», dimenticando che proprio quello che in contesti culturali precedenti si sarebbe chiamato «volgo» era nel frattempo divenuto maggioranza e che questa maggioranza lo voleva così, il proprio leader, cazzaro e puttaniere, ma capace al momento giusto di esserci e «prendere in mano le situazioni», mostrandosi efficiente, ma generoso, inflessibile, ma umano, autorevole ma cordiale…. soprattutto lo si voleva ricco e potente, lo si voleva comprensivo dell’unico valore residuale – dopo quella sorta di genocidio etico-politico che, partito negli Anni Ottanta aveva risputato sulle rive del secolo ventunesimo i resti di un’umanità disossata da qualsiasi vera istanza di mutamento, da qualsiasi ideologia o etica civile, cioè da qualsiasi idea di società diversa da quella che si ritrovava – quello del denaro, anzi dell’apparire-con-denaro…: ma queste erano solo letture, nessuna tra le molte interpretazioni del presente pareva capace di restituire un’immagine plausibile di ciò che era accaduto e stava accadendo alla società italiana, alla sua cultura, ai costumi dei sui cittadini, all’immaginario che si riteneva installato nelle loro menti… eccetera.
Scrivere di Berlusconi: è strano: fino a ieri era come se non avessi capito, come se non riuscissi a vederlo per quello che veramente è e rappresenta: ne riducevo la figura a quella di un magliaro di alto bordo, uno che usava la sua forza politico-economico-mediatica per salvaguardare se stesso e i propri beni con scandalosi «lodi» e leggi e decreti così detti ad personam, lo vedevo come un lesionatore di democrazie e di costituzioni e legalità, insomma lo vedevo come qualcosa di politico…: e invece delle due l’una: o lui è oltre la politica, è altra cosa dalla politica, oppure il concetto di politica va ri-definito e ri-scritto, va allargato a forza come il sesso di una vergine, per farci rientrare pure SB: me la prendevo con lui, lo odiavo, e invece è solo un’immagine – perfetta o quasi –, solo una proiezione per così dire simbolico/esecutiva di un paese abbandonato dalle classi dirigenti e arrostito per decenni al fuoco lento della Televisione: eppure anche questa è solo una delle tante letture e nemmeno la più originale, con la particolarità che potrebbe essere vera: se fosse vera (credo che lo sia) allora per sconfiggere SB occorre, come molti sanno e ormai pochi dicono, sottrargli il suo ultra potere mediatico, slombarlo con la kryptonite di leggi anti monopolistiche, anti conflitto di interessi, con contro-lodi e contro decreti ad personam, con antidoti, insomma, capaci di levargli gli strumenti di accesso alle menti degli italiani…: anche questo già detto e soprattutto facile a dire e difficile a fare…: in alternativa abbandonarsi a lui, alla sua ninna nanna di menzogne, sfacciate ma confortanti: entrare nei ranghi, farsi volgo consenziente…
Michael Jackson non è roba per me. Ma questo pezzo è suo.



Si perde rapida la vita
basta poco tempo
ogni cosa, persona
ogni vissuto umano
evapora presto
che già dopo vent’anni
se vuoi sapere
devi fare storia
ipotesi incertezze
milioni di prove cancellate
roba buttata via
quel giubbotto di pelle
il Padre ci volava
perso per sempre
smarrito nel tempo
imbottito d’agnello
le spoglie di animali
vissuti e uccisi
negli Anni Trenta
per ridurli a mummie
da indossare in guerra
memoria dissipata
trattenerla non serve
come quando negli anni
riempi una cantina
finché non paghi
un tizio per svuotarla.
Prima si vede Kakà per qualche secondo che reclamizza non so cosa.
Poi parte il video e si vede una ragazza distesa sull'asfalto, il sangue che si spande in terra come se le sgorgasse dalle reni. Poi vediamo il volto e i grandi occhi che sembrano volgersi verso l’alto, a guardare la telecamera. Altri ragazzi la circondano. Poi le erompe un fiotto di sangue da naso e bocca. Le braccia aperte e piegate all’indietro, si abbandonano. Grida di disperazione. Si intravede il volto della ragazza ancora una volta, completamente coperto di sangue. La polizia le ha sparato mentre manifestava in piazza, a Teheran.
Ovunque si manifesti una società animale gerarchizzata (quasi tutte le società di animali superiori sono gerarchizzate) ivi si evidenzia un rapporto tra sesso e dominanza.
È del tutto evidente che le società umane non fanno eccezione, sesso & potere (& denaro) sono un bi/tri-nomio non-scindibile.
Da qualche tempo ho problemi con la donna come donna bella-giovane-sexy.
Le fotografie che di questi tempi girano su Internet sono scattate in lontananza e mostrano ragazze che si avviano verso le esagerate ville berlusconiane, oppure vi soggiornano in bikini o nude o semi-nude con il solco tra le chiappe martoriato da perizomi, con scarpe e sandali sovente dorati con tacchi altissimi che le costringono ad inarcare la schiena con conseguente proiezione ostensoria del culo, somigliano a quelle mostrate da vicino sui giornali e in tv, in trasmissioni di intrattenimento, nei films, durante le sfilate di moda, sui calendari, nei box delle macchine da corsa, delle moto da corsa, sugli spalti degli stadi in quanto fidanzate/mogli/accompagnatrici di calciatori, purché campioni, eccetera: insomma uno standard e anche molto rigido.
Impressionante la tensione verso una totale uniformità, oltre che del soma, anche di espressione, abbigliamento, movenze, atteggiamenti, parole.
È come se bellezza e indistinguibilità fossero diventate l’una sinonimo dell’altra.
Scarti e differenze fenotipiche naturalmente ci sono, ma tutte queste ragazze (ragazzine sarebbero, in quanto ancora lontane da un pieno stato femminile, donnesco) sembrano spasmodicamente tese a superarle per diventare, ciascuna per suo conto, paradigma di bellezza e topaggine, che non può che risultare medio, annacquato, anodino, uniforme, noioso, falso.
Altra caratteristica è che sempre si mostrano a gruppi, mai meno di tre, come se da sole non riuscissero a raggiungere la soglia minima di realtà e potessero esistere nell’unica condizione di facenti parte di un gruppo. Le foto di queste ragazze sulla banchina di attracco dell’ultra-villa ultra-burina mi fa pensare a una piccola inconsapevole mandria di vitelle che si avvia lenta e tranquilla verso il luogo dove qualcuno si servirà della loro carne.
Naturalmente sono ben consapevoli del perché sono lì e avranno accettato delle condizioni, tipo un po’ di soldi subito e qualche promessa per dopo (sempre le stesse, le condizioni, eternamente le solite le eventuali promesse cui una femmina vuole credere quando ha già deciso di darsi…).
Penso al così detto potere, sempre così basicamente ingordo di sesso, al potere che di solito i maschi dei mammiferi sono costretti a conquistarsi con la forza per poter accedere a tutte le femmine del branco, penso al potere inteso come disponibilità di ricchezze e di una qualche forza di coercizione, penso ai giovani schiavi e schiave a disposizione di Alessandro Magno, al parterre sessuale di Achille e di tutti gli eroi omerici che altro non sono che maschi dominanti, penso agli harem sterminati dei satrapi d’oriente, come penso all’harem del silverback dominante tra i gorilla.
Penso alla terna inscindibile e valida per tutti/tutte noi: potere/sesso/violenza.
Penso all’atto sessuale che la pornografia difficilmente scinde da una concomitanza di violenza e dominanza, magari solo messe in scena, ma di fatto con-sustanziate con l’accoppiamento, anche il più tenero e il più amoroso.
Penso che una differenza di età di più di mezzo secolo, tra il satrapo e la sua brughiera di schiave, sia pure temporanee, rendendo impossibile qualsiasi vera comunicazione, qualsiasi interazione tra le menti (perché questa ragazze che si producono nel mondo come «tutto-corpo» hanno anche loro una mente) accentui l’ebbrezza di un potere sessuale libero da qualsiasi condizione, come il dover «parlare-prima» – penosa condizione preliminare che chiunque abbia avuto una vita erotica ben conosce – che un maschio di bassa o media casta può provare solo pagando una prostituta.
Ma si può considerare diversa la sostanza prestazionale di queste piccole mandrie di giovani vitelle?
Penso di sì.
La prostituzione, che sia una scelta libera o coatta, è una forma di vendita reiterata e cosciente di così dette «prestazioni sessuali» che sostanzialmente si esaurisce nella sua ripetitività tautologica: sesso per denaro e la cosa di solito finisce lì.
Mentre in questo caso la prestatrice d’opera sogna il salto di classe, il sommo bene della notorietà, una vita di agi e privilegi, sogna in sostanza di riuscire a partecipare del potere che in quel momento, molto basicamente, serve.
Più la mente della prestatrice d’opera è giovane, più la sua estrazione sociale è bassa e di cultura debole, più la trappola onirica funziona.
E per funzionare ancora meglio occorre che per qualcuna delle prestatrici d’opera sia andata proprio così, occorre che alcune delle figliole passate per la medesima trafila siano davvero andate in parlamento, siano davvero entrate nel governo come ministre.
Il promuovere socialmente la propria prestatrice d’opera, più che una ricompensa per lei, è un precedente che serve per far abboccare più facilmente quelle che, in un flusso continuo di nuove acquisizioni degno di un serraglio ottomano, verranno dopo di lei.
Se ho il potere e non parlo, è il potere che parla per me.
Se sono privo di bellezza & giovinezza, è il potere che mi garantisce sex appeal.
Nel mio modo di vedere la cosa, molto basico e biologico e evolutivo, il sesso (che lo si pratichi o no) è il vero e primigenio fine del potere, la causa biologica dell’esistenza del potere, cioè della propensione ancestrale alla dominanza.
Se lo scopo del potere è il sesso, il denaro è sia un mezzo per raggiungere il potere e potere esso stesso, sia emanazione logica di questo.
Il denaro, in un maschio umano, è il primo e basilare segnale di potere, quindi di dominanza sessuale, eccetera...
L’osservazione scientifica di ciò che accade nell’ambito gravitazionale (molto ampio) di un dominante come Berlusconi Silvio, capace con la sua potenza attiva e attrattiva di deformare attorno a sé, e non poco, lo spazio civile e politico e etico ed economico e relazionale, ci potrebbe dire quali dinamiche si innescano davvero nella sfera brulicante di prestatori/trici d’opera, di stipendiati, di semplici servitori, di plagiati e innamorati e soggiogati dall’immagine del potere in azione, che circonda il dominante.
Le ragazze-vitelle che scendono dalla barca e si avviano alla festa del premier non sono altro che potere in azione, sono carne che scivola giù verso di lui, lungo la curvatura dello spazio deformato dalla sua potenza.
La Galleria Municipale di Arte Moderna di Torino è carica di eros.