
Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele Pedullà
Edizioni Le Lettere
Firenze 2008
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visitato *loading* volte
Oggi mano matta.
Invece di attovagliarmi in solitario presso enoteca con un libro, mi butto dentro un rinomato pizzattaglio* e mi faccio confezionare un pezzo già tagliato di mozzarella & funghi dentro un cartoncino a portar via, caldo.
L’idea è di mangiarmelo in ufficio, seduto alla scrivania.
Un frammento unto di fungo mi si stampa sul golf: a parte questo, mangiare al lavoro non è male, sempre che non si voglia considerare la barbaricità di fondo del nutrirsi tutti assieme in «pausa pranzo»: un intero ufficio pubblico in pausa pranzo, un intera ditta, un’intera città, un intero paese in pausa pranzo che si accalca nelle vinerie nei self service bar trattorie pizzattaglio drogherie paninerie mense aziendali in mano mazzetti di buoni pasto, ciascuno stranamente non corrispondente a una cifra intera ma sempre con decimali, tipo 5,75 euro, così che come tutti sappiamo la gente per pagare ci mette ore, ricevendo come resto foglietti scritti a mano con timbro della ditta.
Ora di pranzo come spartiacque per tutti quelli che sotto-stanno, cioè che stanno sotto l’auctoritas di qualche visibile o invisibile tallone, per tutti quelli che facendo parte delle schiere immense et gerarchizzate dei dominati, hanno un orario imposto cui devono attenersi.
Chi comanda non ha orari, ma solo impegni.
Chi comanda impone lui i tempi, le scadenze, sceglie gli inter-locutori e quando e dove incontrarli. Chi comanda annulla o rimanda e chi è comandato deve attenersi.
Ma niente di questo si vede con chiarezza, perché quasi tutto si cela dietro la maschera di eguaglianza del capitalismo e nelle nostre società democratiche nessuno – dico nessuno – sa chi comanda, nessuno sa chi veramente si situa ai vertici delle piramidi di dominanza, per non dire al vertice assoluto. Al massimo vediamo cortei di automobili grosse e scure, vediamo facce in televisione, leggiamo nomi sui giornali: ma si tratta di sopraffattori o già di sopraffatti? E in tal caso da chi?
Per il resto, cioè nella grande massa stratificata dei dominati, dei sopraffatti (cui appartengo a pieno titolo), tutti devono sentirsi «liberi» anche se nessuno sa bene liberi di dire cosa, di fare cosa, liberi da cosa.
Certo sei libero di inveire contro questo o quello, puoi farlo per iscritto, oppure a voce alta in autobus, in treno, durante una conversazione a cena: nessuno ti butterà in un gulag per questo, perché a nessuno importa nulla del tuo dissenso, perché il sistema è a prova di qualsiasi botta e se qui e là si rompe si auto-ripara e cicatrizza in fretta. Sei libero di scegliere il tipo di biscotti con cui fare colazione, la marca del nuovo televisore, il posto dove andare in vacanza, un film la sera, un ristorante, il piatto, il vino. Una libertà circoscritta nella fascia economica cui appartieni, quindi per niente assoluta: insomma l’unica vera libertà che hai (qualora questa parola abbia un senso e non ne ha mai avuto) è quella di comprare.
A ora di pranzo
La libertà di salire o scendere gradini delle società apparentemente acefale eppure così gerarchizzate: come una catena di cause-effetto cui manchi un sommo Motore Immobile. Come la corrente forte di un fiume che ti trascina via, che ti impone la sua forza, le sue leggi, ma del quale nessuno conosce le sorgenti. Dove sono? Come faccio a risalire la scala: la gente in pausa pranzo pensa e parla di come salire qualche gradino, di come garantirsi, comprandolo, un quantum di libertà in più. Leggi un po’ più di soldi, leggi un po’ più di potere. Di dominanza. Leggi: come subire un grado di sopraffazione in meno (a prezzo di molti gradi di stress in più).
La parte difficile non sono le cosa da fare, quelle si imparano.
Difficile è come arrivare a farle, è come aprirsi un varco, una pista nella giungla relazionale che ci circonda, nell’inferno delle pressione umana del tutti contro tutti.
Devo fare il perfezionamento.
Ci vogliono due lingue.
Altro che l’inglese, il russo, er cinese bisogna sapere.
L’inglese lo so bene, ma tutti lo sanno bene.
Sono a tempo determinato.
Sono a contratto.
La partita iva.
Ho fatto il master.
La laurea, centodieci e lode.
Specializzazione, io.
Uno stage, il corso di formazione.
È un post-laurea.
Er pieccedì a Londra.
Avessi almeno fatto economia.
Il pezzo di carta non ce l’ho, questo mi ha fegato. Ero uno scapocchione, non ci pensavo.
Frega niente a me, dove sto, rimango. Esco alle due. Chi m’ammazza?
Quello c’ha un master alla London School of Economics, mi fa un culo così.
Tuttavia in quella mezz’ora quel pezzo di pizza, quel panino, quel pomodoro col riso nella gavettina di plastica, quell’insalata con le noci, quel prosciutto & mozzarella, quella caprese, quel medaglione scaldato con mozzarella e melanzane, quel bicchiere di birra, quella spremuta, eccetera sono un momento di pace, una presa di fiato, di respiro. Salvo poi digerire.
*da anni mi ripropongo di buttare giù qualche riga di analisi (iconologica?) del vasto mondo della pizzattaglio.

A Berlino capita raramente di vedere angoli diversi dall’angolo retto.
Abbastanza rari anche gli archi e le cupole.
A Berlino da due secoli e mezzo la figura tettonica predominante, che fa da principale guida a innumerevoli specificazioni architettoniche, è il trilite.
Berlino è città essenzialmente trilitica e sicuramente lo è a partire dalla sua grande stagione neoclassica, forse la più importante e incisiva d’Europa.
Come tutti sanno il neo-classicismo non recupera la forma romana, ma quella greca e si sa che
Tutto ciò è «molto tedesco» si potrà dire. E con ragione. Salvo poi dover spiegare cosa significa che una cosa è «molto tedesca».
Naturalmente anche il gotico, la modalità costruttiva anti-trilitica per antonomasia, benché abbia origine nella cultura francese è anch’esso «molto tedesco». Semplificando: quando il mito del medioevo germanico giunge a combinarsi col sopraggiunto mito della classicità, ne risulterà un composto, nuovo e «molto tedesco», come la cultura di supporto al nazismo…
Tempo fa lessi un saggio semiologico che metteva a confronto l’aereo da caccia inglese modello Spitfire, operativo nella Seconda Guerra Mondiale, col suo omologo e diretto avversario, il Messerschmidt 109, visti ambedue come sistemi di segni, cercando di ricondurne alcune specificità alle rispettive culture (tecnologiche e non) di appartenenza.
I due caccia avevano prestazioni analoghe, anche se mi pare che il Messerschmidt fosse più potente e potentemente armato (il famoso cannoncino nel mozzo dell’elica), mentre agilità e maneggevolezza erano appannaggio dello Spitfire.
Ne risultava, per quel che rammento, una cosa che un occhio esercitato vede subito: la maggiore «durezza trilitica» delle linee del Messerschmidt a fronte di quelle più morbide, astute e feline dello Spitfire.
In particolare, nessuno dei progettisti tedeschi doveva aver provato un reale fastidio rispetto alla soluzione dei due tiranti che irrobustiscono gli alettoni di coda del 109: se servono, si mettono, anche se fanno schifo. Insomma il Messerschmidt, al di là delle differenze prestazionali, era «molto tedesco».
Analogo confronto si potrebbe fare, probabilmente è già stato fatto più e più volte, tra gli altri due grandi aerei da caccia in reciproca contrapposizione bellica, il Sabre F86 e il Mig 15: anche qui due culture tecnico formali a confronto, prestazioni analoghe, economia e severità sublimi nei segni dell’aereo dei cattivi (il Mig), contro la grazia delle curve raccordate, clownesca nelle decorazioni (personalizzate), dell’F86…
Principio di realtà che prevale su ogni istanza estetica: molti ne hanno scritto, ma adesso mi viene in mente il saggio di Georg Simmel sulla specificità nordica di rappresentazione del mondo, contrapposta all’idealismo estetico greco romano…
Non c’è dubbio che, almeno ai miei occhi, la figura del trilite possieda una maggiore severità e potenza, rispetto a quella dell’arco, anche se poi molti degli immensi monumenti nazisti progettati da Speer per
Occorreva trasformare la dolcezza, l’eleganza, l’accoglienza della città in qualcosa di orribilmente intimidatorio, fatto di immensi assi viari su cui si sarebbe innestata una sequenza delirante di masse architettoniche, talmente grandi da non poter essere annoverabili tra gli artifici umani, ma piuttosto tra le manifestazioni geografiche del mondo…
Dicevo della ricostruzione contemporanea di Berlino per arrivare a quello che mi pare l’archetipo della triliticità contemporanea tedesca,
Finalmente siamo riusciti ad entrarci: nel 2004 avevamo trovato code non-affrontabili di gente che si portava da casa lo sgabello pieghevole pur di arrivare a visitare non so più che mostra.
Il complesso ha una sua rilevante e nascosta stranezza: una struttura trilitica (ma niente architravi, piuttosto una grande piastra cassettonata che poggia su soli otto pilastri) di acciaio nero dalle pareti interamente vetrate, poggia su un grande basamento sopra-elevato che in realtà ospita la gran parte degli spazi destinati ad esposizione.
Come se in un tempio dorico le funzioni principali si svolgessero nel basamento, o stilobate: qui abbiamo appunto uno stilobate abitabile, che trova sfogo in un giardino delle sculture invisibile dalla strada, perché ribassato e nascosto da muri alti. L’essenzialità della definizione geometrica degli elementi vi è cruciale: nient’altro che rettangoli, quadrati, con qualche eccezione nei luoghi della figura che chiedono la percezione di una singolarità, come la sequenza sommità dei pilastri-giunto-piastra di copertura…
Il progetto comincia nel Sessantadue, l’edifico si inaugura nel Sessantotto. È praticamente a ridosso del Muro che include nella DDR Potsdamer Platz. Ora benché non sia tra quelli che considerano il Muro la massima nefandezza del Novecento dopo la il Lager e il Gulag, non posso negarne l’estrema brutalità. Fisica prima che simbolica. Il Muro è rozzo, brutto, violento coi suoi dispositivi di dissuasione, i cavalli di frisia, il filo spinato, le torrette, la desolazione della terra di nessuno. Quando Ludwig Mies Van der Rohe inizia a lavorare al progetto, il muro è stato costruito da un anno.
Il linguaggio del museo è in netta e voluta contrapposizione al sistema di segni costituito dall’apparato del Muro. L’apparato miesiano è aperto, semplice, polito, costruito con precisione estrema, sereno, cioè privo di qualsivoglia elemento espressionistico in antitesi alla rozzezza fortemente espressiva del Muro, inventivo nelle scelte funzionali, giustamente indifferente al dramma fisico politico umano che perdura nel suo contesto immediato.
Il mito della triliticità classica risorgeva nell’ammirazione generale, ma rimaneva isolato e probabilmente incompreso (per la filarmonica Hans Scharoun sceglie tutt’altro apparato semantico): l’architettura moderna prendeva strade diverse da quella, Mies stesso sarebbe morto l’anno successivo, mentre il concorso per il Centre Pompidou viene aggiudicato nel Settantuno, tre anni dopo


Eisenman a Berlino.
Volevo che l’Holocaust Memorial mi piacesse.
Anzi ne ero sicuro, avevo visto le foto sulle riviste, mi ero studiato il progetto.
Con-dividevo la scelta dell’enigmaticità, della singolarità muta, dell’episodio fisico inspiegabile eppure eccezionale per dimensione e stranezza.
Nel 2004, quando ero stato a Berlino per la prima volta, il mausoleo – sarà corretto l’uso del termine mausoleo? no, mausoleo è una tomba monumentale, forse è più giusto tradurre memorial con «monumento» che il Devoto definisce in questo modo: «testimonianza concreta e durevole di esaltazione, ad onore e ricordo di persone o di fatti…» – insomma il dispositivo di commemorazione permanente dello sterminio degli ebrei in Europa ancora non era stato realizzato.
L’etimo di monumento è il latino monere, ricordare, lo stesso della parola monito.
Il monumento: è come se i documenti, le parole scritte o dette, le eventuali immagini dei fatti, le ricostruzioni sceniche, il libri di storia, le testimonianze di persone direttamente coinvolte e tutto il resto, non bastassero al mantenimento della memoria ed emergesse una specie di bisogno di pietra (di bronzo), come una necessità di costruire qualcosa di solido e tri-dimensionale che duri e riassuma simbolicamente l’accaduto fungendo da innesco mnemonico e da esperienza estetica (cioè emozionale & percettiva) nello stesso tempo. È quando sulla memoria bisogna che prevalga l’emozione come con-partecipazione postuma all’evento. Il monumento quando è ben centrato sullo scopo riesce proprio in questo, nello stabilire una continuità emotiva tra l’oggetto della celebrazione e la nostra coscienza emotiva nell’oggi, Insomma il monumento funziona quando produce memoria partecipata, come un quantum di coinvolgimento in più a contrastare la tendenza naturale (e salutare) alla dimenticanza, all’oblio.
Un monumento del genere – abitabile, nel senso che posso percorrerlo fisicamente sia in superficie che nelle più efficaci camere di memoria sottostanti (dove invece si impatta nella concretezza di dati storici & quantitativi, di nomi e vicende umane, documenti, fotografie, lettere, qualche oggetto, dove si odono pronunciare i nomi delle vittime, uno per uno…) – deve essere pensato per pre-disporre il visitatore a uno stato d’animo di raccoglimento, se non di commozione, se non di dolore.
Questo «effetto» il monumento dovrebbe essere capace di produrlo anche sul passante occasionale.
Ma non accade: osservo che prevalgono la curiosità (negli adulti) e il gioco (nei bambini).
Inoltrarsi in quella specie di labirinto dall’aspetto diseguale e disordinato è un po’ come passare attraverso un deposito di container – con alcune differenze, anche sostanziali certo, ma con lo stesso «divertente» effetto labirinto: Apperò, l’Olocausto, guarda che cosa curiosa che se so’ inventati – piuttosto che in un campo di menhir, sacro e silenzioso nel suo mistero devozionale.
Avrei preferito un campo di monoliti verticali, una compagine ordinata di individui di pietra infissi nella terra, alti tre metri almeno e ben distanziati e allineati tra loro ad incantare lo spazio circostante, piuttosto che riempirlo come un recipiente di oggetti che paiono accatastati e sbilenchi, perché il loro ordine è troppo interno e concettuale per poter apparire tale. Oppure avrei preferito qualcosa di severo e compatto e nero, niente di espressionista, un’immagine semplice, una cosa, come si dice, «di impatto», che resti a guardarla per un po’ da lontano, prima di avvicinarti a cercare l’entrata, se mai la troverai. Avrei preferito qualcosa di assolutamente & drammaticamente muto a fronte dei miliardi di parole generate dalla Shoa, come se la Shoa stessa fosse un pianeta nel pianeta, un mondo a sé, insensato, pieno di morte e sofferenza, con una sua storia, una sua geografia, innumerevoli narrazioni, oggetti, reperti, ossa, crani umani…
Forse mi sbaglio, ma questo ammasso di monoliti (sono eseguiti alla perfezione e la faccia superiore è trattata in modo da risultare lievemente più scabra di quelle verticali, forse per non riflettere troppo la luce radente del tramonto) resta muto proprio a causa del quantum di disordine che Einseman non ha resistito dal conferirgli e che consiste nelle diverse altezze dei monoliti e nel loro essere disposti non sempre a piombo.
So che le difformità percepibili ad altezza d’uomo fanno parte di un andamento ad onda della superficie virtuale formata dall’insieme delle facce superiori degli elementi, tuttavia sempre disordine resta, un disordine che sembra casuale e vagamente giocoso, inopportuno.
Mi si ri-conferma un’idea pregressa di Peter Eisenman – architetto abilissimo nell’arte combinatoria, capace di gestire una gran quantità di elementi e di metterli a sistema in griglie geometriche sovrapposte e tri-dimensionali, fino ad inverosimili incasinamenti, forse il primo architetto che ha usato il computer come strumento di composizione, piuttosto che di restituzione grafica – come di uno che, sotto sotto, di idee non è che ne abbia tante.
Ecco.

Dove avevo la testa quando ho fatto questo disegno?
Gli architravi sono posizionati in modo sbagliato.
Rispetto alle colonne.
I giunti sono proprio dove non dovrebbero essere.
Cioè al centro dell’inter-columnio invece che in corrispondenza dell’asse delle colonne.
Sta in piedi lo stesso, ma per miracolo.
Peccato, perché era venuto sufficientemente cupo & plastico.
L’emblema – non un simbolo, non un logo come metti la falce & martello, oppure la svastica, la EMME di Mc Donald’s, ma la rappresentazione realistica et tri-dimensionale di un uomo sottoposto all’antico supplizio della croce – mi insegue fin da quando ero un ragazzino, nel senso che la trovo ovunque vada e questo accade da sessantaquattro anni.
La camera da notte di mia nonna, per esempio, piazzato sopra il letto, con un rametto di ulivo che stava lì a seccare incastrato tra la parete e quella croce di legno scuro, lucidato a coppale.
Dietro la cattedra di tutte le classi di tutte le scuole che ho fatto, compreso l’asilo, che, ovviamente, fu dalle suore.
Ma anche negli uffici pubblici, nelle stanze di funzionari devoti, dei quali diffido istintivamente non appena vedo un crocifisso appeso dietro la scrivania.
Un uomo nudo che si torce inchiodato su un pezzo di legno, il sesso ricoperto da una pezza svolazzante che sta su per miracolo, la testa reclinata da un lato: sta morendo, lì appeso alla parete dell’aula, sopra la testa piena di capelli sporchi della pressoressa di francese, lurida vecchia stronza.
Fermez la porte, asseyez vous, dice lei e il cristo sulla sua testa seguita la sua agonia, come ovunque.
Noi ci tiriamo i cartoccetti con i tubicini delle penne Bic e lui agonizza.
Quello grande dell’ultimo banco si fa di nascosto la sua sega quotidiana, se la fa in classe, per lui è un punto d’onore, mentre lassù è in atto la perenne tragedia della croce: sangue che cola dalla ferite, il costato aperto dal colpo di lancia, la corona di spine, il cartiglio INRI che ti hanno spiegato cento volte cosa significa e sempre l’hai dimenticato.
Cristo appeso nelle caserme, sopra la cassa di qualche vecchia macelleria, a sostituire l’eterna madonna.
E naturalmente cristo negli ospedali, anche se lì la madonna la fa da padrona mentre cammina sul mondo e schiaccia la testa di quel povero serpente.
Tutta questa roba è ancora lì, sempiterna, irremovibile (probabilmente un crocefisso sarà appeso alle pareti della corsia d’ospedale dove tirerò le cuoia, forse sarà l’ultima cosa che vedrò...)
Poi ieri giunge notizia che la Corte dell’Aja (l’Aja? e ‘ndò sta? dicevano oggi al bar qui sotto) ha sentenziato che tutti quei crocifissi nelle scuole e nei luoghi pubblici non sarebbero poi così opportuni, che suggerirebbero al fanciullo l’esistenza di una qualche devozione primaria, se non obbligatoria, di Stato, in antitesi con l’idea che nello spazio di condivisione civile ciascuno può credere in ciò che vuole, anche a niente.
La totalità del mondo politico si è pronunciata contro, appellandosi alla “tradizione” (ma anche la befana è tradizione).
Compreso quell’imbecille di Bersani, che così inizia ufficialmente il suo personale percorso di affossamento del PD.
Perché non dire apertamente che trattasi non di tradizione, ma di devozione (coatta)?

Tenevo parcheggiato allo studio un borsone da palestra, blu, di dacron.
Dentro c’era un po’ di biancheria, qualche camicia pulita, una busta di plastica per i panni sporchi.
Un paio di libri e il doppio lp bianco di Jarrett, The Köln concert.
Me l’aveva regalato un amico: Se ti interessa prendilo, non è roba per me, aveva detto.
Non mi pareva vero di avercelo: non avevo una lira, ai tempi della mia Separazione, andavo avanti a piccoli buffi, usavo tutto il rosso che mi consentiva la banca.
Cifrette, niente di che, ma ormai mi mancava l’essenziale, non mi potevo permettere dischi nuovi.
L’essenziale erano una vita, una casa, un posto dove tornare la sera che non fosse lo studio.
E poi davo soldi a un analista junghiano raccomandatomi da altro amico: cercavo qualcuno che mi aiutasse a fare i conti con la Separazione.
Ma logicamente questo qualcuno voleva ciò che in quel momento più mi serviva, Soldi.
Era un cialtrone in buona fede, veniva dal profondo del Novecento Psico-Analitico, un Mondo che non c’è quasi più, per fortuna (resistono sacche residue di lacaniani).
Ma se oggi quella roba è in rottamazione, c’è gente che spacciandola a pagamento ci ha campato una vita, amata e rispettata.
Questo psico-analista junghiano, cialtrone in buona fede, mi faceva imbottire di Tavor, che mi aiutava a resistere all’ansia e allo smarrimento, all’homelessitudine, al dolore terribile dello Strappo.
Sarei andato avanti a Quattro-Tavor-Al-Giorno per vent’anni: dava dipendenza ma costava meno e funzionava meglio dello psico-analista junghiano in buona fede.
Alla fine un altro dottore sarebbe riuscito a togliermeli mediante un processo lungo & farmacologico di disintossicazione.
Lo junghiano l’avevo abbandonato da tempo, non senza lasciargli qualche conto in sospeso, ma avrei pagato fino all’ultima lira, come fanno tutti i poveracci che sono sotto analisi e che ci tengono a fare bella figura col cialtrone in buona fede che credono li «analizzi».
Mi facevo ospitare a rotazione, una settimana qui, una settimana lì, nelle case degli amici.
Dormivo sui divani e mi portavo appresso il borsone e mettevo su, quando potevo, il doppio lp del Köln concert.
Mi serviva per capire cosa mi stava succedendo, mi aiutava a piangere, appagava la mia auto-commiserazione.
Mi sembrava una cosa stupefacente e lo era, lo è tutt’ora.
Jarrett è nato nel maggio del Quarantacinque, io a settembre.
Siamo coetanei e io probabilmente avevo aspettato la sua musica per tutto quel tempo, fino all’incontro con il Köln in casa di amici, a Milano.
La registrazione è del 24 gennaio del Settantacinque, Keith aveva quasi trent’anni: all’epoca dello Strappo ne avevamo entrambi trentacinque.
Quella sera il piano migliore tra quelli che gli offriva l’Opera di Colonia aveva un suono strano, ma non c’era stato tempo per trovarne uno migliore.
Lui racconta di aver suonato quasi in stato di trance, per via di una febbre abbastanza forte che gli era salita poche ore prima del concerto.
Nel corso degli anni il Köln ha venduto tre milioni di copie.
Le prime quattro note sono pazzesche.
Andavo nelle case altrui (una casa altrui è un luogo difficile dove stare, anche per pochi giorni) e quando ci riuscivo mettevo su quel disco e dicevo Bello eh?
Un giorno lasciando l’abitazione e il divano letto di un amico che viveva da solo, gli dissi, così tanto per dire, Come posso sdebitarmi?
Potresti regalarmi quel disco, rispose.