
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
visitato *loading* volte
Ritorna ciclicamente sui giornali foto di tempio di Agrigento schiacciato su sfondo di Agrigento. Effetto dello zoom. Tendenzioso, teso a mostrare il sovrapporsi incongruo contrastante praticamente osceno delle due immagini, la foto sembra suggerire che si tratti di due realtà, una positiva e l’altra negativa. Una legittima e l’altra no. Una desiderabile e l’altra da respingere e esecrare. Insomma. La classica foto che illustra in modo sintetico istantaneo e sensazionale una cosiddetta contraddizione. La contraddizione, però, per quanto ci rifletta, non riesco a coglierla. Da un lato la valle dei templi con un bel tempio dorico in primo piano. Dall’altro, sovrastante, la città di Agrigento, brutta quanto può esserlo una città a forte espansione novecentesca: intensivi di speculazione alti fino a setto otto piani, affastellati sul pendio, nessuna pretesa di qualità architettonica, nessun segno realmente modernista: finestre, balconi, rivestimenti in cotto, intonaci, ringhiere fioriere cementi armati, eccetera.
La solita roba che si vede nei continua semi-abusivi delle periferie italiche, forse un po’ peggio. Ma appena un po’. Testimonianza impareggiabile dei moduli culturali economici mentali del boom economico in versione meridionale, provinciale, un po’ bieca e mafiosa. Cioè se possibile ancora più abusivo, de-regolato e ignorante della norma di quanto non sia accaduto altrove.
Questa roba edilizia, questo tipo di città è la città che la civiltà italica - meridionale e non del tardo dopoguerra.- è in grado di pensare e costruire. È inutile dire e ridire che no sì poteva costruire diversamente almeno con norme elementari di correttezza urbanistica e edilizia, almeno con la declinazione corretta dei linguaggi modernisti, eccetera. Certo è vero, quel tipo di città così brutta e già inabitabile appena nata non era obbligatorio. Ma però fu quello che la società civile e la classe politica, insieme, furono in grado di produrre. Né più né meno che la città italiana del secondo novecento. Cosa si pretendeva da Agrigento? Che si espandesse sul versante opposta alla Valle dei templi? Che si costruisse un’edilizia meno densa e brutta e invasiva? Che si rispettasse la Valle come entità a sé, come capsula temporale intangibile? Va bene. Ammettiamo che fosse possibile pretenderlo: con quale forza e autorità si sarebbe potuto far rispettare un simile dettato? Chi avrebbe potuto assumersi un ruolo efficace di salvaguardia, se non la classe politica locale? Perché avrebbe dovuto farlo, se nessuno all’epoca percepiva questa necessità? E infine: siamo davvero così sicuri che la Girgenti contemporanea debba per forza starsene lontana e in disparte, rispetto ai suoi templi? Ad Agrigento il rapporto di immagine tra unica archeologici e continuum urbano contemporaneo è così dirompente da costituire, da solo, una sorta di trattato sulla cultura del secondo Novecento italiano e sul suo rapporto con il passato. La realtà che è lucido saggio su sé stessa. È nuda evidenza. È risposta e domanda assieme. Eccetera.
Wim Wenders ha ragione: l’America ci ha colonizzato l’inconscio. Sicché respingerla, ridimensionarla, accantonarla, è molto difficile, tanto che persino le obiezioni alle sue politiche sono lette, da noi, come ripulse culturali, come anti-americanismo. Rimuovere l’America significa lavorare su una grossa parte del nostro immaginario: personale e collettivo. Significa rinnegare ed estirpare la doppia residenza dell’anima nella quale noi europei siamo vissuti dal dopoguerra ad oggi. L’America ci ha fatto virtualmente recuperare, virtualmente ripeto, la “libertà di” alla quale qui in Europa abbiamo rinunciato, privilegiando, almeno in teoria, la “libertà da”. Privilegiando un sistema di garanzie, cioè la sicurezza passiva e collettiva, alle garanzie della libertà di azione necessaria ad una sicurezza individuale e attiva. L’Europa ha alle spalle parecchie rivoluzioni di cui almeno due molto traumatiche e sanguinose, durante le quali si sono ri-definiti storicamente i rapporti tra le classi. E ha alle spalle due guerre tremendamente distruttive, combattute sul proprio territorio, che sono servite alla ri-definizione dei rapporti di forza tra le nazioni. Guerre cui ha partecipato anche l’America, dando un enorme contributo di sangue, ma che comunque non sono state combattute sul suolo americano. Eccetera. Struccando la questione fino all’osso, direi che la forza della cultura USA e il fascino che esercita su di noi, hanno origine nella modalità principale con la quale quella stessa cultura viene trasmessa e propagata: il cinema e la tv. La cultura americana è essenzialmente audio-visiva ed essenzialmente popolare: immagini, parole dette e cantate, musica. (Non si può sempre dire lo stesso di quella inglese o francese. La cultura francese, per esempio, ha un aspetto importante che riguarda gli odori e i sapori, il cibo. Quella tedesca, per esempio, mi sembra quasi esclusivamente verbo-uditiva: fiumi di parole scritte e oceani de musica). Il successo della cultura americana presso le masse europee è dovuto in primo luogo alla popolarità del mezzo di comunicazione su cui viaggia e ha viaggiato in questi ultimi 50 anni: cinema e tv. In secondo luogo è dovuto all’essenzialità dei temi trattati e alla semplicità delle ricette ideologiche propalate. In terzo luogo, non meno importante, la cultura americana è di tipo narrativo. Tutto o quasi viene trasmesso con modalità narrative. Ogni messaggio è filtrato dalla fiction e come tale è più acuminato: salta l’intelligenza, tocca direttamente le emozioni e si installa sotto le nostre coscienze come un virus che produca principalmente la tossina del consenso. Anche i più accorti e i meglio difesi tra noi, anche quelli completamente pervasi di ideologia anti-capitalistica, sono stati profondamente toccati dall’America e dal suo mito. Tutti sappiamo quanto sia difficile resistere alle immagini e alla musica e all’efficacia diretta del cinema e dei media americani. La loro capacità di perforare qualsiasi apparato difensivo, per quanto solido sia, è pari solo all’essenzialità coinvolgente, quasi commovente del messaggio che porta con sé: “siamo noi i responsabili della nostra felicità”. Roba così, insomma. L’esistenza è problema individuale, dice l’America. È conflitto. È perdere o vincere. Non è contemplato il pareggio, al quale punta invece la maggior parte di noi europei. Gli americani sono solidali solo nello stabilire e soprattutto nel difendere le regole della lotta: poche e essenziali. Il resto è tensione e azione, dunque, a loro modo di vedere, vita. L’Europa sembra tendenzialmente solidale nel consentire a chi vuol pareggiare la partita con la vita - a chi rinuncia a vincere, ma non vuole perdere tutto -, ma anche agli sconfitti, di vivere lo stesso dignitosamente. Ambedue le impostazioni hanno un prezzo. Ma mentre l’America sostiene, con l’energia e l’efficacia di ogni mezzo narrativo a sua disposizione, la validità del suo modello di vita, l’Europa sembra invece subirsi, sembra ormai vergognarsi di sé stessa, sembra così abbagliata dall’America dal dimenticare persino la sua storia. Perché? La risposta l’ha data Wenders: perché gli USA hanno avuto la forza - e ce l’hanno ancora - per operare una colonizzazione dell’incoscio dell’intero pianeta, Cina compresa. L’europa questa forza non ce l’ha più da tempo. Soprattutto per due motivi. Il primo è la sua debolezza mediatica. Il secondo, forse più importante, è una classe di intellettuali – quella che di fatto costruisce le narrazioni - che si arrovella e si tormenta da secoli nel dubbio e nel senso di colpa, nelle tentazioni di autodistruzione. Che non crede a nulla di positivo & vitale e che non ha più nulla di importante ed essenziale da trasmettere a nessuno (in qualsiasi luogo della terra si trovi), men che meno modelli di esistenza o procedimenti per raggiungere la felicità. L’Europa non crede nella felicità, crede nella sicurezza. Guardiamo la letteratura. Il Novecento europeo è una foresta di disincanto e di dubbi. L’azione vi è quasi assente e quando è presente è il più delle volte gratuita. L’esistenza è rappresentata come un mistero doloroso, illuminata da istanti enigmatici di rivelazione. La società vi è rappresentata come un complicato sistema di dominanze e asservimenti e sfruttamento ipocrisie e ferocia congelata. Ogni valore etico religioso è ormai relativizzato in una secolarizzazione quasi completa. Lo stesso principio di narrazione (come rappresentazione e analisi della realtà) è messo in dubbio, contestato alla radice, nella consapevolezza che vi si celi una truffa e che in fondo tutto quello che c’era da narrare sia stato già narrato. Come può, una cultura giunta a questo stadio del disincanto e del disprezzo di sé, competere con quella americana, così piena di certezze e di (apparente?) gioia di vivere? Così intimamente convinta di sé? Così “semplice”?
Ripenso ai tempi in cui c’era ancora un futuro, anzi più d’uno. Ciascuno di noi coltivava e proteggeva un futuro per sé e molti di noi aderivano ad un futuro migliore per tutti e magari davano una mano a costruirlo. Avere un futuro significava dirsi che quello che intanto si viveva, per quanto brutto e sgradevole fosse, per quanto fosse chiaro che difficilmente sarebbe cambiato in meglio, era solo un passaggio provvisorio necessario alla costruzione di un mondo migliore. Esistevano diversi mondi possibili e migliori e più o meno tutte le forze politiche di un certo peso se ne dotavano e lo additavano alle masse come approdo finale dell’azione dell’oggi. C’era un futuro di assoluto liberismo, nel quale l’Individuo si affrancava dai “lacci e lacciuoli” impostigli dallo Stato e si gettava nell’agone della libera concorrenza e che vincesse il migliore. C’era un futuro più semplice e dimesso, di costumi morigerati e cattolici, dominato dalla Famiglia, che proponeva poche avventure e però garantiva l’allevamento dei figli in uno stato di agio massificato, un mondo con meno lambrette e più automobili e autostrade e scuole , asili nido e posti letto negli ospedali e vacanze per tutti, e tutti al mare. C’era un futuro dominato dalle ragioni dei Molti e degli Oppressi, con varie gradazioni e sfumature, tante quante erano i partiti operanti nel settore: giustizia sociale, ma anche democrazie popolari, e anche c’era chi pensava ai soviet, alla presa del potere, alla dittatura del proletariato, e ancora più in là ci si inoltrava in un indicibile mondo perfetto, regno dell’eguaglianza e privo di “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”: a ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue capacità, eccetera. Insomma, sono cresciuto nell’era dell’offerta diversificata di futuri possibili: potevi sceglierne uno e volendo potevi crederci. Oggi si chiamano ideologie e si dice siano morte, mentre la verità è che ce n’è almeno una viva e vegeta ed è la prima dell’elenco, quella che riguarda il futuro liberista, il paradiso dell’Individuo con eventuale Famiglia al seguito. Nessuno oggi ha più fiducia in un “mondo migliore” e la stessa formulazione “mondo migliore” è quasi caduta in disuso e suona ridicola, assieme alle varie immagini di progresso sociale ad essa associabili. Oggi si ha fiducia solo nel progresso scientifico - che molti vedono anche come una minaccia – ma nessuno si azzarda, per paura di essere guardato con compatimento, a delineare le forme di un mondo migliore nel-suo-insieme, come stato finale di un processo di trasformazione nel quale impegnarsi. Il futuro non c’è più, e la politica ci propone solo la soluzione dei problemi dell’oggi – tra questi di solito l’attenzione cade su quelli più stupidi e brutali - senza indicare un solo obbiettivo per quello che fino a un paio di decenni fa si chiamava “il Domani”. Il risultato è un diffuso “realismo” de massa, che significa, in altre parole, che nessuno sa più per che cosa vivere.
Mi riguardo Future perfect – Vintage futuristic graphics, Taschen 2002. È un repertorio molto colorato e molto interessante di immagini tratte da riviste americane che risalgono agli anni Quaranta e Cinquanta. Nel dopo-guerra sono cresciuto che il futuro era quella cosa lì, radioso, molto tecnologico, con invenzioni bellissime, molto poco probabili e spesso totalmente inutili. Aeromobili innanzi tutto, ma anche strade pensili, tapis roulant, cupole climatizzate, robot, cucine automatiche, case che ti salutano, realtà virtuale, viaggi e stazioni spaziali, mini-gonne (che divenne presto realtà, per fortuna, assieme ad una certa evoluzione dei costumi), tutine lucenti, con spalline in rilievo, eccetera. Presto queste visioni mostrarono le prime crepe. Ed ecco le narrazioni di società totalitarie e massificate, disumanizzate, alla Orwell per capirsi. Compare anche il mondo post-atomico, medievalizzato, inselvatichito, con la figura del mutante come protagonista principale. Negli anni Sessanta la paura della Bomba raggiunse l’acme e produsse futuri desolati di annientamento. Mi nutrivo di questa roba e ho seguitato a leggerla sino alla fine degli anni Ottanta, quando già regnavano Gibson e Sterling e il cyberpunk. Naturalmente il discorso sulle visioni verbo-visive del futuro è molto interessante e complesso, perché è una tra le più valide chiavi di lettura del presente e della fiducia che i viventi vi ripongono. La nostra idea del futuro è proiettiva ed è basata su indizi già presenti nella nostra vita, che a volte ci sembrano annunci. Di solito nessuno ci azzecca davvero. Nessuno, ma proprio nessuno di quelli che pre-figurano i futuri negli anni Sessanta, visioni dove era spesso presente il computer, riesce anche lontanamente ad immaginare l’evoluzione delle nano-tecnologie, il personal computer e tanto meno Internet. Fatto sta che adesso – non leggo più fantascienza e dunque può essermi sfuggito più di qualcosa – una visione organica del futuro, cioè di un mondo interamente immaginabile come derivato dal nostro per logica evoluzione, non è più disponibile. La paura della bomba sembra scomparsa o molto attenuata, ma nulla in realtà ci autorizza a questa rimozione, anzi. Anche le visioni cyberpunk di frammentazione globale, sia fisica che politica, sembrano in ribasso, ma un mondo dominato dalle multi-nazionali – dette oggi corporation - è invece molto plausibile, perché è già nei fatti da decenni. SIM, si leggeva sui documenti – sempre definiti “deliranti” - delle Brigate Rosse, cioè Stato Imperialista delle Multinazionali. Era davvero una visione delirante? Oppure è ancora oggi una modalità di lettura plausibile? La visione dei futuri si basa essenzialmente sul binomio: fiducia nella scienza-sfiducia nell’uomo, e le molte (quasi tutte) proiezioni correnti sono di questo tipo. Ma le visioni positive della mia infanzia, tutte luce e velocità e metallo e progresso, sono finite per sempre, senza essersi avverate, se non in qualche dettaglio.
Le strade di Roma sono disseminate di piccoli monumenti funebri. Probabilmente accade lo stesso in molte altre città, specialmente nel Sud. Quando qualcuno ha un incidente mortale, soprattutto quando un ragazzo muore in moto o in motorino, nel punto dell’impatto - un albero, un muro, il pilastro di un ponte, un palo, eccetera - compare un mazzo di fiori. Ripassando di lì dopo qualche giorno vedi che i mazzi di fiori sono diventati molti, che è comparso qualche biglietto, magari plastificato, su cui qualcuno ha scritto un necrologio di versi ingenui: “ormai sei nel vento”, eccetera. Questo altarino improvvisato può seguire destini opposti. Può disfarsi, fradicio di pioggia e nero di sporcizia, scomparendo dopo qualche settimana, al massimo qualche mese. Oppure si consolida e punta a diventare, in loco, un monumento funebre permanente. Il processo di consolidamento riesce con maggiore facilità se il luogo è accessibile e se presenta un supporto durevole, tipo appunto un pilastro o un muro. Nella fase spontanea di formazione iniziale compaiono vari tipi di emblemi, tra i quali spiccano sciarpe e gagliardetti che indicano la fede calcistica del defunto. Sul marciapiede sotto lo studio del mio medico è morto un ragazzo in motorino. Il fatto è accaduto quasi due anni fa, e lì da allora c’è quello che chiamerei un albero della memoria, a cui è stato appeso di tutto: poesie, foto, fiori, oggetti “a reazione poetica”. Ma soprattutto sciarpe della Lazio e strani cartelli pseudo-religiosi nei quali il morto viene indicato come un buon credente, come un eroe di una mistica pagana e però calcistica. Il frasario e i termini usati sono pressoché inequivocabili: il ragazzo morto è finito di sicuro nei Campi Elisi dei Laziali. Non so se questo altarino si sia poi consolidato, ma in esso mi colpiva l’assenza completa di simboli religiosi, sostituiti da simboli tribali e pagani, compresi quelli runici, tipici dell’estremismo giovanile fascistico. In molti casi dopo un po’ di tempo vedi comparire in questi luoghi vere e proprie lapidi di marmo, forse su iniziativa dei parenti, non so. Ho letto che in un anno a Roma muoiono quasi duecento motociclisti, molti dei quali su moto velocissime di ultima generazione. Nelle officine meccaniche e nei negozi specializzati si narra spesso di questi incidenti. È ancora l’epica della morte giovanile, hanno un che di attrattivo, di eroico. I particolari più tremendi dell’incidente vengono resi con figure iperboliche sulla velocità, la traiettoria del corpo del motociclista, sulla distanza coperta dal volo, sull’impatto, su dove è finito, sulla quantità di sangue sparsa sull’asfalto, eccetera. Sabato scorso, in un negozio dove stavo cercando un casco nuovo, si sentiva narrare di un incidente avvenuto il giorno prima, all’alba, sulla via Laurentina: “Nun poi capì, s’è spezzato in due!”, “Ma chi, la moto?”, “Ma no lui! Le gambe de là, il resto de qua, sarà andato a duecentoventi, sarà andato!”. Sono certo che lì, in quel punto, è già nato un monumento funebre, piccolo e pagano.
Credo sia bene, ogni tanto, riandare alla storia dell’altrui recente passato, per capire dove eventualmente si stia indirizzando il nostro presente e di cosa sia eventualmente fatto il nostro futuro.
David Peace, scrittore inglese, in un intervista pubblicata sull’ultimo numero di Pulp, dice tra l’altro:
“Il crimine più grande commesso dalla Thatcher è riassunto in una sua frase famosa “Non esiste la società. Esiste soltanto la famiglia”. Dopo la seconda guerra mondiale la gente è cresciuta con la convinzione che tutti dovessero avere diritto all’istruzione, all’assistenza sanitaria: è una generazione cresciuta con l’idea del welfare come valore innato. Margaret Thatcher è stata la persona che ha spazzato via tutto ciò: il gap esistente tra poveri e ricchi è diventato un baratro, e soprattutto la sua politica ha cancellato l’idea che un individuo debba avere degli obblighi e delle responsabilità nei confronti di tutte le altre persone che compongono la struttura sociale. Sotto questo punto di vista lo sciopero dei minatori è estremamente interessante, perché è stata l’ultima volta in cui la gente ha utilizzato quella forma di lotta sociale. Hanno scioperato anche persone che avevano un buon posto di lavoro, che guadagnavano relativamente bene. Hanno sostenuto altre persone che avevano un livello di benessere inferiore al loro. E questo concetto è scomparso per sempre dalla mentalità inglese.”
A proposito di Fenoglio. Come al solito, se vuoi leggere il passato - e forse anche il presente – in modo non schematico devi rivolgerti alla Grande Scrittura. Non uso la parola Letteratura perché non mi piace, sa di Liceo Classico e di Facoltà di Lettere. Qui, in questo modesto blog, si aborre sia l’uno che l’altra. Solo la grande scrittura (anche forse la grande storia) sa narrare la complessità e la contraddizione che si annidano fatalmente in ogni realtà, in ogni accadimento, alla faccia dei giorgibocca, dei giampaolipansa, degli ernestigallidellaloggia, dei marcelliveneziani, eccetera. Paura e odio e ferocia, così come le leggi nel Partigiano Johnny, e i lunghi periodi di noia, stasi e fatica, la confusione di quegli anni, le incertezze, il dolore, il panico. Questo tra l’altro avvalora la tesi del post precedente e cioè che è la narrazione, in quanto produttrice di emozione, il veicolo più efficace per la trasmissione di nozioni, storiche e non. Dunque la sequenza, come forse sa bene il più infimo editor pubblicitario, sarebbe: narrazione-emozione-nozione, come una sorta di super-conduttore di informazione, rispetto alle modalità non narrative. Dunque l’antidoto alle lavande mentali sempre più frequenti in questa nostra contemporaneità, sta (ovviamente & come al solito) nella cultura e nei suoi “prodotti di eccellenza”, che però sono (ovviamente & come al solito) alla portata di pochi, anzi ormai di pochissimi, ché ormai se ne fottono anche gran parte di quelli che teoricamente vi avrebbero facile accesso. Conseguenza di ciò è che anche la cosiddetta Classe Dirigente del Paese si imbufalisce sempre di più, perdendo memoria storica, capacità di distinguere, sottigliezza, eccetera. Solo così ti spieghi come mai, di fronte alla proposta di mettere fuori legge l’emblema della Falce e Martello (in quanto simmetrico e reciproco della Svastica, pensa tu), nessuno abbia la capacità di mandare i proponenti elegantemente affanculo.
Leggo Mappe del tempo, Memoria collettiva e costruzione sociale del passato, di E. Zerubavel, sociologo americano, Il Mulino, 2005. Inizio questo blog da un punto qualsiasi del mio intrico mentale, cioè senza premesse di sorta e un po’ a cazzo. In questi ultimi tempi mi colpisce l’affannarsi sulla ri-definizione di alcuni luoghi della storia italiana recente. Nel libro di Zerubavel ho trovato cose interessanti in proposito, tra le quali il concetto di comunità mnemonica, che definisce un gruppo di condivisione di un tratto storico (passato più o meno profondo & presente & futuro) sentito come comune. La comunità mnemonica più piccola è una coppia, per dire. La più grande è, per certi versi, l’intero pianeta. La tesi di Zerubavel è che ogni memoria storica è sempre mitica ed è sempre funzionale al presente. Ed è per questo che, almeno nei sui tratti recenti, deve essere ri-narrata in continuazione dalle parti interessate, anche, come sta accadendo in questi anni, in modo conflittuale. Il vero territorio del conflitto è la mente di tutti noi: vince chi riesce ad installarvi i suoi moduli interpretativi, a costruirvi un passato funzionale ai suoi interessi. In questa battaglia lo strumento della fiction è importantissimo, perché il principio fondante di ogni operazione ideologica suona più o meno così: “senza l’emozzione non passa la nozzione”. (Esempio di fiction di ri-definizione storico-ideologica, orribilmente falsa e farlocca, è stato la Meglio gioventù). Se in passato ci hanno abbottato di Resistenza, sin quasi a non poterne più, (ogni reggista che volesse far carriera esordiva con un film resistenziale, possibilmente “scarno e anti-retorico”), oggi ci colmano le palle con la contro-resistenza, coi ragazzi fascistici e le foibe. Obbiettivo strategico cancellare dalla memoria collettiva l’idea di Fascista Cattivo, per sostituirla con quella di Comunista Cattivo, e contemporaneamente affermare che tutta l’opposizione all’attuale maggioranza è o comunista, o egemonizzata dai comunisti (parola chiave: “Bertinotti”, che corrisponde a un povero coglione in cashemire e cravatta in maglina De Clerc, che va in tv a fare la parte del Comunista). Aggiungo che bastava leggere anche uno solo dei racconti resistenziali di Fenoglio per fare piazza pulita di ogni concezione non-complessa della Guerra Civile italiana.