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Il nostro immaginario risiede ancora presso di noi, oppure si è trasferito altrove?
Il mondo in cui vorremmo vivere fa ancora parte del nostro futuro? Siamo ancora intenzionati, come in passato, a costruircelo, oppure ne abbiamo adottato uno, o forse più d’uno, costruito da altre culture?
Non sono sicuro che così la domanda sia posta correttamente, ma provo ad andare avanti.
A farci caso ci si accorge che, da qualche decennio a questa parte, nel cinema e nella pubblicità, soprattutto televisiva, l’ambiente reale in cui viviamo - voglio dire: vive la maggior parte di noi - semplicemente non c’è: abolito.
La città e la sub-città, ma anche la campagna, le coste, eccetera, tutto l’ambiente che quotidianamente viviamo e penetriamo con fatica, quello stesso che abbiamo costruito e che seguitiamo a costruire, nella pubblicità, ma anche nei film, non c’è.
Al suo posto troviamo in alternativa e qualche volta in parziale concomitanza: brandelli di natura nostrana particolarmente belli e intatti, ma ormai rarissimi; angoli di centro storico (di solito medievali) appartenenti a città più o meno grandi; ambiente rurale super selezionato, tipo Chiantishire, oppure del tutto inventato, tipo Mulino Bianco; ambienti urbani super moderni, ma di altri paesi, che qui da noi sono molto rari; ambienti americani, soprattutto, di ogni tipo: dal deserto, alle grandi strade inter-statali, ai grattacieli, eccetera; e infine ci ammanniscono natura tropicale, tipo isole e barriere coralline pre-tsunami.
Architetture meravigliose, ponti immensi, edifici di cristallo, oppure di un modernismo bizzarro, oggetti e case trendarole e minimali che nessuno possiede, non per carenza di risorse, ma perché qui manca la cultura adatta a produrle: tutte cose immaginate che da noi non esistono.
Forse ho dimenticato qualcosa, ma mi pare del tutto evidente, che, almeno nella pubblicità e nel cinema, gli italiani semplicemente rifiutino l’ambiente in cui normalmente risiedono.
Mai che si veda che ne so, la costa adriatica, o quella laziale, o addirittura quella calabra o siciliana dove va in vacanza la maggior parte della gente.
Mai le periferie dove vivono milioni di persone.
Al massimo intravedi l’EUR di Roma, luogo che pubblicità e cinema preferiscono da più di cinquant’anni.
Mai la Tiburtina, la Tuscolana, la Casilina, mai le conurbazioni del nord-est e della Brianza, mai le fabbriche di Prato, mai o quasi mai le tangenziali, eccetera.
Il degrado del territorio dove viviamo lo mostrano, ma molto intenzionalmente, solo quei film o documentari che abbiano un intento de “denuncia”.
Pubblicità e cinema sono mezzi di comunicazione che hanno a che fare in modo diretto con l’immaginario: lo creano e lo mantengono in vita, lo modificano, lo inoculano nelle nostre menti, dove va a formare o a rafforzare blocchi memetici molto solidi, quasi inattaccabili.
Credo che si tratti di un effetto ping-pong, nel senso che l’immaginario collettivo si riflette nella tv e nel cinema e da qui viene rilanciato nelle menti di tutti, e così via, sino alla creazione di veri e propri ultra-mondi inesistenti, ma molto potenti.
Ne consegue che il paese in cui realmente viviamo, almeno per ciò che abbiamo costruito negli ultimi sessant’anni, ci fa schifo e tuttavia seguitiamo a costruirlo, perché la nostra mente vive altrove e si incanta di altri luoghi irraggiungibili.
Un Paese intero vive in un “altrove” mentale del tutto artificiale, costruito da culture più moderne e fattive, che ci inviano immagini di sé capaci di incantarci e dalle quali assorbiamo ormai tutto, a cominciare dalla lingua.
Mi sono fatto l’idea che una cultura che distoglie per così tanto tempo lo sguardo da sé, che non sa più costruire parole nuove e per il nuovo, sia una cultura terminale.
Visto tempo fa Good bye Lenin, film “carino & commovente” sulla caduta del Muro di Berlino e il socialismo in versione tedesca.
Mi ritorna alla mente, assieme ad una certa snobistica nostalgia per gli apparati iconografici dei paesi socialisti, la questione dello stile del modernismo socialista.
Non solo lo stile dei monumenti, ma lo stile delle cose, degli oggetti, delle case, delle automobili, degli utensili, eccetera.
Rimpiango di non aver mai visitato un paese del blocco dell’est ai tempi del comunismo, cioè della “Cortina di ferro”.
Se si eccettua una vacanza in Jugoslavia, dove peraltro ero in barca e il mio impatto con quel socialismo lo ebbi solo quando scendevo a terra a fare spesa (negozi semivuoti di merce, frutta bacata, latte solo in polvere, sacchetti di plastica che, sotto pesi irrisori e col caldo, si deformavano sino a sfondarsi, eccetera), mai ebbi modo di esperire direttamente la cultura materiale del collettivismo comunistico dell’Est.
È una cultura apparentemente tutta racchiusa nel novecento.
Dunque sembrerebbe una declinazione del modernismo novecentesco, una variante di un fenomeno molto ampio che convenzionalmente ha le radici ultime nella Rivoluzione Industriale, non so.
A partire dal ’17 sembra di assistere ad un film di fantascienza, in cui sia consentito viaggiare in uno degli infiniti mondi possibili che continuamente, istante per istante, si presentano come uno sterminato ventaglio in alternativa al determinarsi del mondo e della storia.
Cioè un mondo sì industriale, ma il senza capitale, senza il profitto, senza il mercato.
Un mondo privo di tutte, o quasi, le leggi economiche che in occidente sembrano naturali e imprescindibili.
E dotato, invece, di una gestione della società fondata su strutture decisionali partitiche e tutta imperniata sull’ideologia piuttosto che sulle esigenze di mercato, più il liberismo, più l’individualismo, eccetera, dominanti in Occidente.
Insomma, una società industriale, non-democratica e non-borghese, in cui apparentemente non esiste la Conquista Individuale, se non all’interno, e col fine ufficiale, di una conquista collettiva.
Non credo che questo sia un quadro molto realistico delle società sovietiche.
Ma chi oggi si occupa di studiarle?
Chi oggi vuole effettivamente capire come erano fatte e le cause reali della loro caduta?
Non so, magari qualcuno ci sta lavorando, ma mentre tutti, a destra e sinistra, si affannano a urlare la nauseante cazzata che il comunismo era come il nazismo, nessuno che si ponga il problema di sapere effettivamente cosa fosse.
E poi eventualmente, dirlo.
Nemmeno i nostri comunisti, italiani o rifondati, si pongono davvero questa domanda.
Nel mondo possibile in cui il proletariato ha preso il potere si producono oggetti di qualità bassa, se non bassissima, e dall’aspetto..., qui viene il difficile, ”scrauso”, direi in prima approssimazione.
Le cose del mondo socialista non sembrano frutto di un’evoluzione autonoma e parallela, ma con fini diversi, a quella delle cose analoghe d’Occidente, ma ne sembrano piuttosto derivazioni e imitazioni di bassa qualità.
Insomma a occhio e croce in cosa è consistito il modernismo nei paesi socialisti? Quale ne fu il significato?
Per esempio, La vicenda del soffocamento delle avanguardie rivoluzionarie russe – e dei loro prodotti - è nota, ma cosa prese il posto di quelle esperienze, quale ne fu il lascito effettivo? Quale ne fu, essenzialmente, la natura iconica? Da dove derivava la forma di quegli oggetti?
Questioni complicate e credo non-studiate a sufficienza.
Queste domande investono in pieno le tre categorie portanti della cultura di massa del Secolo Ventesimo: Industria, Progresso, Moderno.
In occidente ciò che è prodotto dell’industria non ha caratteristiche neutre, ma si deve caratterizzare come “nuovo” e possedere una tecnologia che sia più “avanzata” (cioè “migliore”) del modello precedente, o almeno deve sembrarlo.
Dev’essere più economico ed efficiente.
Dev’essere progressivo nel senso deve contribuire al generale benessere dell’uomo e situarsi in senso positivo lungo la freccia del tempo.
Infine deve avere una forma corrispondente, cioè moderna, cioè “giusta nel tempo”.
Tutte queste caratteristiche, e altre ancora, possono non essere reali - voglio dire che accade che siano solo messa in scena - ma devono quantomeno essere rappresentate esplicitamente nel prodotto, pena la non appetibilità e il fallimento commerciale.
Insomma gli oggetti prodotti dall’industria d’Occidente giocano un ruolo decisivo nell’immaginazione della gente.
Decisivo innanzi tutto per la loro sopravvivenza sul mercato.
E decisivo per l’auto-implementazione dell’ideologia del progresso e della ricchezza per tutti, che sottende l’occidente capitalistico.
La modernità che conosciamo, o che consideriamo tale (il concetto non è affatto chiaro, d’altronde), è dunque di solito una modernità di mercato. Che cioè misura la sua validità funzionale e di immagine - ed eventualmente la evolve - sul terreno della selezione di mercato.
La società in cui viviamo si autoalimenta attraverso alcuni miti portanti basati su opposizioni concettuali quali appunto il Progresso/Reazione, il Moderno/Antico, il Vecchio/Nuovo, Avanguardia/Tradizione, Sviluppo/Stagnazione, eccetera. Ciò che è male è il persistere nel Superato, nel Sorpassato, eccetera, in una metafora globale di movimento in avanti che pervade tutta la società e in primo luogo l’arte: l’oggetto deve corrispondervi e alimentarli, in un inesauribile gioco al rilancio, al superamento, oggetto dopo oggetto, prodotto dopo prodotto.
I prodotti socialisti non hanno mercato, dunque esistono in regime di monopolio: se lo vuoi è questo, se no ti arrangi.
Dunque a rigor di logica non dovrebbero contenere alcun messaggio affidato alla forma, allo “stile”.
E invece, dato che una forma devono pur averla e che, com’è ormai assodato non esiste una forma totalmente necessaria, questi oggetti sono intenzionalmente disegnati.
Ma non sono disegnati come moderni, cioè “giusti nel tempo” e nel luogo, cioè congruenti col sistema produttivo e lo stato della tecnologia che li produce, ammesso che esistano oggetti così.
Contengono piuttosto un messaggio modernista, cioè un voler sembrare più moderni di quello che effettivamente sono, più fichetti rispetto all’apparato produttivo da cui provengono.
Ma la modernità non è un optional e chi “non ce l’ha non se la può dare”, per quanta buona volontà ci metta.
In più, ma è un’affermazione azzardata, la modernità non sembra nemmeno scindibile dall’intero pacchetto che in effetti la genera: democrazia, libera scienza e libera ricerca, libero mercato, libertà di movimento e di espressione, eccetera.
Voglio dire che non sembra separabile da un’intera serie di “libertà-di” a fronte delle fondamentali “libertà-da” perseguite dai sistemi socialisti.
Moderni lo si può solo essere, non lo si può sembrare.
Lo si può essere solo senza saperlo, che il voler essere moderni è un atteggiamento stilistico e lo stile perseguito deliberatamente è manierismo modernista, non modernità.
Ecco allora che l’oggetto sovietico, nella sua smania di apparire non meno moderno dell’oggetto occidentale - con il quale certamente non si confronta sul mercato, ma del quale sono senza dubbio a conoscenza le élite tecniche - fa il possibile per darsi una veste avanzata.
Ma non esistendo alcuna delle condizioni di fondo atte al manifestarsi di una modernità di mercato, l’oggetto sovietico finisce per assomigliare ad una cosa di fantascienza povera, a una cosa ideologicamente appartenente ad un futuro tutto di testa, convenzionale e non-vissuto giorno per giorno nel suo voler essere moderno & comunista, nel suo rinviare sé stesso a un domani che non è mai arrivato.
Questa estate mentre sedevo in Alexanderplatz, nel vento vellutato di Berlino, notavo che la ricostruzione comunista della Germania Est, nel suo inseguire tardivamente il modernismo occidentale – che pure agli esordi del Novecento apparteneva di diritto alla cultura socialista -, produsse risultati talmente desolanti da volgere al metafisico, così che alla fine riusciamo persino a recuperarli esteticamente, se non altro come impagabile testimonianza storica.
Il disagio che si prova mentre si siede ai tavolini de legno di un venditore di salsicce di Alex, nei pressi del triste Orologio del Mondo, è palpabile e raro, nella sua intensità: l’albergone, i grandi magazzini, gli edifici obsoleti e in disuso, lo spazio senza forma, grandissimo e quasi deserto, la fontana, la comicità involontaria della Torre della Televisione, con quella stupida palla sfaccettata che si sforza di sorprendere e riesce solo a darti fastidio.
Alexanderplatz è uno spazio nato morto - probabilmente sarà presto demolito e ricostruito perché non-sollevabile, irrecuperabile, incompatibile con l’intera città - e tuttavia sottilmente poetico per il carico di desolazione e malinconia che provoca la percezione dell’esito finale del Comunismo come grande progetto di Redenzione e Riscatto.
Lì ho provato per la prima volta una specie di risentimento: il Socialismo Reale, sovietico e non, col suo fallimento sordido e inequivocabile, porta la responsabilità storica di averci consegnato, si può dire legati mani e piedi e chissà per quanto tempo, nelle mani lerce dei dominanti d’Occidente.
La cultura di destra ha buon gioco nell’incalzarci sul Gulag, perché ovviamente non sappiamo rispondere e non sappiamo dar conto del nostro lasciar correre degli ultimi cinquant’anni su questo e altri temi cruciali.
Mentre sedevo nel fumo di salsiccia, pensavo: vedi, il Gulag era sì una cosa orribile, inaccettabile - e non era la sola cosa ripugnante dei regimi comunisti – ma se nemmeno una piazza, nemmeno questa, il Comunismo è riuscito decentemente a costruire, allora davvero meritava di cadere com’è caduto, nell’ignominia.
Se Bertinotti e i suoi si professano comunisti devono allora dirci di quale Comunismo stanno parlando e se questo non sia per caso ancora quello che produsse, oltre a tutto il resto, l’Alexanderplatz di oggi, come io invece fortemente sospetto.
Odio Bertinotti.
Si è presentato al congresso del suo partito e, invece di dire - compagni ammettiamolo il sogno comunista è completamente svaporato, sprofondato sotto il peso del gulag e di molto altro – che, cazzo, settant’anni di comunismo in russia non sono pochissimi - e al sogno dell’abolizione della proprietà privata non ci crede più nessuno, et cetera, ergo abbandoniamo l’utopia comunista, salviamo il salvabile, e mettiamoci a lavorare per una società e un mondo semplicemente e realisticamente migliori e più giusti, e non è certo un compito facile vista l’aria che tira – ha dovuto invece a tutti ci costi vellicare la massa di anziani in malafede che lo segue e dire che sì, la storia farà giustizia della proprietà privata e che il Sol dell’Avvenire splende già sotto l’orizzonte, ci vorrà un po’ di tempo, ma sorgerà di sicuro.
L’onestà intellettuale non alberga nella coscienza dei rifondaroli, esattamente come non alberga in quella dei diessini.
La maledizione di entrambi i partiti è di non aver riflettuto sulla fine del comunismo come idea e come prassi.
Gli uni, i DS, consentendo che di tutto il sacrosanto marxismo si facesse carne di porco, abbandonandosi senza un minimo di coerenza, orgoglio, intelligenza, ad atteggiamenti corrivi nei confronti della merda che governa noi e il mondo.
Gli altri, i rifondaroli, facendo finta di niente davanti a una cosetta come la Caduta del Muro e la sparizione dell’Unione Sovietica e continuando come se niente fosse, anzi, giocando la loro triste visibilità politica tutta sull’opportunità che hanno di ricattare il centro-“sinistra”.
Fanculo.
Tocca votarli lo stesso, questo è il dramma.
A meno che non te piasce Rutelli, oppure Mastella.
Quando eravamo mortali non era come adesso.
Io lo so perché c’ero, sono stato uno degli ultimi e non so se si vede.
Cioè lo so che si vede, il procedimento era a gli inizi e io ero già in là con gli anni.
Ma l’ho scampata e già così è grasso che cola, per me.
Lo so che ormai sono una specie di capsula temporale, di scrigno di memorie dirette, che nessuno ha più.
Però, per favore, datemi tregua.
Tutti questi colloqui e interviste eccetera sono una bella rottura di palle...
Quando ancora si doveva morire le cose erano messe in modo diverso.
Molto diverso.
Ora ve lo dico, un attimo.
Dunque, prima di tutto non si potevano fare prove.
Di vita, voglio dire.
Nascevi, ti scodellavano all’esterno nel fottuto orbe terraqueo, nel deprimente continuum spazio temporale... Sì scusate uso termini obsoleti. Sapete, già non capivo quelli vecchi, figuriamoci i nuovi paradigmi.
Come sarebbe che hanno trent’anni? Per me sono nuovi, sono rimasto ad Einstein.
No. Non si potevano fare prove, scartare le vite venute male e tenersi solo quelle buone.
Una volta nato, cioè fottuto per tutto il resto dei tuoi giorni, la tua vita era quella e non c’era verso né modo di cambiare, aggiustare, correggere.
Quella era e quella ti beccavi.
Decidevi di fare un mestiere, di prenderti una donna, di abitare in un posto, eccetera: beh, una volta fatto, era difficile cambiare, faticoso, rischioso.
Il tempo era poco, quello che sapevi fare sapevi fare. Quello che avevi acquisito era tutto quello che avevi, o quasi.
Era una parola modificare, riconvertire, compiere manovre per prendere altre direzioni, più consone, adatte.
Nessuna prova, si andava in scena subito e si improvvisava alla cazzo e mannaggia.
Una tensione orribile.
Ci si faceva del male a vicenda per inesperienza, mancanza di civiltà acquisita, scarsa educazione alle cose.
Quando si cominciava a dipanare, a raccapezzarsi, a mettere su un costrutto qualsiasi, un’immagine, un sistema decisionale, un ventaglio di procedure, uno straccio di etica personale, ecco che tac, eri bello che morto, schiattato, defunto e ciao.
Tutto era rigidamente intelaiato: famiglia, società, rapporti lavoro competenze, luoghi per vivere.
Come, “cos’è la famiglia?”
Lei dovrebbe documentarsi un po’ meglio, prima di fare interviste di questo tipo, ragazzo. O ragazza?
Si chiamava famiglia un gruppo di persone umane legate da vincoli genetici stretti, tipo genitori-figli, marito-moglie, per dire.
A quei tempi era anche impossibile cambiare il pacchetto genetico di dotazione iniziale.
Era roba di default, te lo dovevi tenere così com’era.
Lo so che era orrendo caro/cara mio/mia.
Se non ti piaceva il naso con cui eri nato al massimo te lo modificavano chirurgicamente... sì, lo facevano i medici.
C’erano i medici, quelli che curavano i malati.
Ancora adesso qualcuno si ammala, no?
Se eri deforme, deforme restavi.
Non si poteva cambiare e ricambiare sesso.
Insomma c’erano questi nuclei - lo avrà studiato a scuola no? - chiusi, rigidi, claustro-fobici, legami sessuali e di allevamento della prole, esclusivi.
Ufficialmente esclusivi: la donne restava donna e l’uomo uomo, non come adesso che si divertono tutti a scambiarsi il ruolo.
A quel tempo c'era una cosa che si chiamava "identità", ma è difficile spiegare cosa fosse a chi non ne ha mai avuta una.
E poi, senta, si moriva.
Ti cadevano i denti, non come ora che ricrescono.
I capelli.
Ti calavano gli ormoni, il testosterone, la vista, l’udito.
Ti prendevi le malattie.
Tutti si ammalavano spesso e morivano così, senza nessun avvertimento.
Non si aveva il tempo di annoiarsi - come oggi - del proprio mestiere, della propria vita.
Insomma si viveva peggio, credo.