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lunedì, 28 marzo 2005
Ponti e pontefici

Sono contrario alla costruzione del Ponte sullo Stretto.
Ci sono molti motivi per esserlo, a cominciare dalla puzza di Opera del Regime che emana, proseguendo per i costi immensi a fronte dei benefici modesti, per le priorità detenuta da altre opere più urgenti, per la tecnologia incerta e arrogante, per la Mafia che già si lecca i baffi, per il vulnus immenso al paesaggio dello Stretto, eccetera.
Quest’ultimo punto è importante quanto e forse più degli altri.
E ciò è tanto più vero quanto più ci si allontana dal concetto generico e un po’ vuoto di “paesaggio” per introdurre nel ragionamento l’idea di Luogo, fisico, mitico e geografico, tettonico, storico, eccetera.
Un’opera del genere, crea paesaggio, è essa stessa, per la sua mole, elemento e figura primaria di ogni scenario, come dimostrano i ponti di dimensioni paragonabili realizzati altrove: il Brooklyn Bridge, il Golden Gate, il Verrazzano, eccetera.
Anita Seppilli pubblicò nel 1977, con Sellerio un saggio intitolato Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti, mentre il saggio di Georg Simmel, Ponte e porta è anteriore a quello di molti decenni ed è famosissimo (G. Simmel, Saggi di estetica, Liviana Editrice, Padova, 1970).
Quello che scriverò qui di seguito proviene essenzialmente dalla lontana lettura di questi due testi, per me fondamentali.
La Seppilli ci dice che ogni entità equorea, sia essa un fiume o un stretto, fu considerata in passato un’istituzione sacra, al punto che per costruire un ponte erano necessari complessi rituali propiziatori e che la carica di sovrintendente alla manutenzione del ponte, il pontifex, era anche e soprattutto una carica religiosa. Persino il Papa, in quanto “Sommo Pontefice”, ancora se ne fregia: sommo costruttore di ponti.
“Ogni discontinuo della terra, (...), è carico di sacralità” (pag. 220), eccetera. Ogni azione che abbia come obbiettivo l’annullamento del discontinuo, è virtualmente empia.
Il saggio di Simmel condensa in pochissime pagine un ragionamento serrato e molto fecondo, di cui cito soltanto: “Il ponte diventa un valore estetico, quando esso porta a compimento l’unione del separato non solo nella effettualità e per la soddisfazione di fini pratici, ma la rende anche immediatamente visibile”, (pag. 4).
Dunque un ponte fonda la sua estetica per rapporto alle due sponde tra le quali è costruito, completa e integra il paesaggio, misurandolo. Ma ciò può accadere solo se lo spazio che separa le due rive ha dimensioni e caratteristiche tali da farcele percepire come “separate”, altrimenti il ponte – come dimostra per esempio il Brooklyn Bridge – si pone esso stesso come oggetto geografico terzo, assume dimensioni quasi geologiche e le due sponde, già troppo lontane, sembrano esistere solo in funzione del ponte.
Il Ponte sullo Stretto non unisce ciò che percepiamo come separato, ma lo aggioga, lo cancella, riducendolo a pretesto per la propria soverchiante esistenza.
E fa questo ad un luogo sacrale, carico di potente energia estetica e mitica, le cui sponde non dovrebbero essere viste come separate, ma come “una fuori dell’altra” cioè come i margini di due mondi diversi che si fronteggiano dai lati opposti di un meraviglioso, azzurro, braccio di mare.
La profanazione e il “sacrilegio” implicita in ogni ponte - e forse in ogni opera che modifichi i dati geografici del mondo, così come l’abbiamo trovato - viene compensata non solo dall’utilitas dell’opera, ma anche dalla venustas insita nel disvelamento della separatezza delle due sponde e nella loro ri-unificazione.
Ma le sponde dello Stretto di Messina non sono “separate” dall’acqua, sono parte integrante di quel mare, ne costituiscono i limiti.
Quella non è terra attraversata e divisa dall’acqua, si tratta invece di due diverse entità geografiche che si fronteggiano.
Il Ponte costituirà la profanazione dello Stretto, unirà due mondi diversi e lontani tra loro, annullando qualsiasi fatica nel passaggio dall’uno all’altro.
Con la sua mole ne ucciderà non solo l’autonomia fisica e la singolarità mitica, ma anche l’unicità estetica.
Una cultura insediata, che non sia rozza e terminale come la nostra, dovrebbe saper riconoscere e rispettare le propri istituzioni geografiche.

Scritto da: tashtego a 12:27 | link | |

giovedì, 24 marzo 2005
Sunday at the Village Vanguard

Da quando ho una macchina nuova, con un lettore CD che si sente discretamente, ho ripreso ad ascoltare a rotazione tutti i miei dischi di musica jazz. L’abitacolo dell’auto è il posto migliore per certi ascolti, una specie di capsula di isolamento mistico, assorto e quasi catatonico. Quando piove vi sono costretto e relegato per quasi un’ora e mezza al giorno e non posso fare altro che guardare la strada, mentre il suono mi avvolge completamente, senza riverberi, né distrazioni. Unico eventuale neo, la necessità di tenere abbastanza alti i bassi, per prevalere sul rumore del motore, ma sentire la cassa toracica che vibra assieme al contrabbasso di Jimmy Garrison, o ai colpi secchi di Joe Morello, è un piacere nel piacere. Nei giorni scorsi ho messo su più volte Sunday at the Village Vanguard, del trio di Bill Evans, un disco registrato dal vivo il 25 giugno del 1961. Astrazione, pienezza ed eleganza assolute, linguaggio pienamente maturo, non ostante la data così acerba.
Penso che il jazz sia la cosa più bella, strana, straordinaria, inaspettata, enigmatica e moderna (cioè giusta nel tempo) che sia stata prodotta dal Novecento.
Nella sua seconda metà del ‘900, intendo, cioè da Charlie Parker in poi. Dai secondi anni Quaranta sino alla prima metà degli anni Settanta, per circa trent’anni, questa musica ha compiuto una traiettoria rapidissima e sfrenata consumando in una vampata interi codici, linguaggi, modalità espressive e alla fine auto-distruggendosi per troppo furore e smania di superamento.
La prima, e forse unica, forma d’arte di origine e sviluppo non-borghesi, e, quasi per statuto, totalmente anti-intellettualistica, eppure in molti casi raffinata sino all’estenuazione, difficile da capire, da cogliere, e ardua da godere.
Non-borghese non significa non frequentata da borghesi, significa estranea, non solo a quel mondo, ma a quel modo di pensare l’arte.
Il jazz rifiuta di concepire il prodotto estetico come una costruzione dalla struttura meditata e sceglie l’inedita strada dell’improvvisazione all’impronta, basata però su una disciplina e un esercizio ferrei.
Notte dopo notte, anno dopo anno, un gruppo di uomini, profondamente appassionati e tecnicamente inarrivabili, ha sparso nell’aria - diresti che ha elargito e gettato via - una musica dai momenti irrepetibili e mai più ripetuti: chi c’era, c’era e il resto, incisioni discografiche a parte, è oblio.
Credo che la musica jazz incarni, molto più esattamente e pienamente di qualsiasi altra forma d’arte e di musica, il vero spirito del Novecento, quel genius loci temporale irripetibile, che nel momento del suo definirsi (formarsi?) era già diventato impalpabile e sfuggente e, fuori del jazz, fu colto solo da quelli che ne furono davvero toccati, come Mark Rothko, per dire, forse Jackson Pollock e pochi altri.
Ciò che vedi, o ascolti, è il prodotto di un accadimento, e accade ora.
Al di là dell’istante in cui l’evento si produce, c’è il nulla, se non la preparazione all’evento e la traccia che ne rimane nella memoria, o sulla tela, o incisa nel vinile.
Il gesto dandy della non-curanza nello spreco, nella profusione di tecnica e talento per soli pochi istanti di intensa espressività. 
In quel disco dal vivo di Evans, che non esito a definire meraviglioso, si sentono voci in sottofondo e i battimani provenienti da non più di una quindicina di spettatori: tutto molto casuale, occasionale e rilassato: poca gente, pochi soldi, una domenica sera dei primissimi anni Sessanta, una musica ancora tutta da scoprire eppure già completamente padrona dei suoi mezzi e molto vicina al raggiungimento dei suoi fini.
Ancora oggi, quando ascolto Coltrane, sempre in macchina, resto stupefatto. E credo capiti a molti.
Il secondo pezzo dell’album Crescent, del 1964, inciso col quartetto storico (Garrison, Jones, Tyner), Wise one, è semplicemente stupefacente.
Altri musicisti ci avrebbero costruito sopra una carriera, o quantomeno si sarebbero soffermati di più su certe acquisizioni e scoperte.
Invece il disco successivo di Coltrane fu A love supreme, che era già altrove.
Se il trio di Evans avesse suonato nello stesso identico modo che nel ’61, ieri sera in un locale di, metti, Roma, forse sarebbe stato lo stesso assolutamente moderno.

Scritto da: tashtego a 17:35 | link | |

mercoledì, 23 marzo 2005

Mentre aumenta la desolazione per il paese orribile nel quale mi sono accorto di vivere – fino a qualche anno fa nutrivo ancora qualche speranza - intanto che leggiucchio svogliatamente il giornale, dove mi si avverte che la maggioranza sta, nell’indifferenza generale, rivoltando la Costituzione come un calzino e che il Presidente del Consiglio è ancora una volta indagato per corruzione in atti giudiziari – lui dice da Bruxelles che “in Italia se non sei gay o comunista ti perseguitano” – mentre una lista elettorale fascistica, sostenuta da firme palesemente false, viene ammessa lo stesso alle Elezioni Regionali e sotto sotto la sinistra squallidamente gongola perché la cosa leverebbe voti al presidente uscente, dalla pelle unta di grasso, Storasce Francesco, mentre anche mangiucchio un panino scaldato sulla piastra di un grosso bar dell’EUR, che vi ha lasciato sopra una crosticina di lerciume carbonizzato, insomma mi guardo intorno.
Il bar è grande e pieno di gente in pausa pranzo. Fuori c’è il sole e i tavoli sono tutti pieni di impiegati e professionisti che mangiano, parlano, sollevano il mento e girano continuamente la faccia al sole. Sono orrendi. Per definirli con esattezza bisognerebbe usare un’espressione vetero-marxista, tipo soldatini del capitale. Mia nonna Annunziata molti anni fa li chiamava semplicemente quattrinari, ma non credo siano molto cambiati. Tutti li conosciamo, se ne vedono in giro ovunque, ma qui ce n’è davvero una concentrazione altissima. Questo pezzo di città nato per accogliere l’Esposizione Universale della Roma fascistica nel 1942, mai avvenuta, come si sa, divenne subito un centro direzionale ad alta densità di uffici, pubblici e privati. Qui i soldatini sono ovunque, abbronzati con occhiali neri fascianti, firmati, vestiti di grigio scuro con pantaloni a cicca e risvolto, scarpe gialle con punta a becco di papera, testa rasata e pizzo, nodone di cravatta su colletto compatto a punte divaricate, oppure camicia aperta su petto villoso e catena d’oro: sempre la solita roba, in fondo. Femmine anche loro color mattone, firmatissime con tailleur grigio scuro come i colleghi, tacchi alti, calze scure velate, qualche capetto finto serpente, o finto leopardo, o zebrato, occhiali scuri, sciampetto fatto di fresco, aria annoiata.
Esibiscono una disponibilità sessuale di tipo prestazionale, da porno attori che si siano appena rivestiti, e una specie di severità sexy, quasi professionale e sado-maso, nel colore degli abiti, nello sguardo sempre sfuggente e occultato dalle lenti scure, nei pelami rasati e nelle abbronzature terra cotta perenni.
In giro vedi solo due formati di automobili: o macchinoni alfa-bmw-mercedes-lancia, oppure smart, anche se il gippone nero è molto in voga.
In mezzo a questi, che direi rampantini tutti tesi e toccati di nervi, in sorda lotta tra loro, età tra i trenta e i quaranta, si aggira una vecchia e pericolosa razza autoctona di quattrinari e manovratori smagati, più vecchi, forse professionisti, costruttori, avvocati, architetti intorno ai sessant’anni, che discorrono pacatamente tra loro in gruppetti di due o tre, impassibili e rilassati, con voce lenta e pesante, dialettale. Hanno i loro bei borsoni di pelle lisa pieni delle ricevute accumulate durante la giornata, con tutta quella bell’IVA da scaricare, e poi contrattini su carta bollata da firmare pagina per pagina, rogiti, fideiussioni, mappe catastali, pro memoria, prospetti riassuntivi, quadri finanziari, eccetera. Lo so perché spesso li sfoderano e li scartabellano sui tavolini del bar dove numerosi sono quelli che lavorano, discutono, concludono. Questi probabilmente sono i padri, esperti navigatori del nulla, cresciuti nei circoli sportivi a suon di doppi sensi e scherzi tra uomini. Qui vedi due o più generazioni in successione, dedite allo stesso compito - forse con modalità diverse, forse persino con differenze culturali, ma di dettaglio: fare più soldi, sicuramente difendere i soldi fatti, mantenere il potere e il sistema di relazioni già costruito o in via di costruzione, guardarsi attorno continuamente per capire che aria tira e come conviene posizionarsi, eccetera.
Mi sembra di sapere cosa pensano, padri e figli, ma certamente sbaglio.
Di sicuro sono schematico se immagino che non gliene freghi un cazzo della Costituzione e di chi è al governo – di sicuro prima votavano DC e adesso centro destra o chiunque altro convenga, purché non intralci i loro affari - e di quanta democrazia c’è nel paese e se l’informazione è libera oppure no.
Prendo certamente un abbaglio se immagino che se ne fottano completamente di tutto e tutti, dediti in ogni cosa ai loro traffici, completamente fermi da generazioni sulle stesse posizioni, vivono negli stessi quartieri degli stessi privilegi, vanno in vacanza negli stessi posti, si accoppiano e si sposano tra loro e allevano i figli e le figlie a loro precisa e perfetta immagine.
Impassibili, inerti, non trasformabili, viaggiano nel tempo sempre uguali a sé stessi, una generazione dopo l’altra.

Scritto da: tashtego a 18:34 | link | |

venerdì, 18 marzo 2005
Contro Sergio Leone

Vorrei fare una pausa, aprire una radura in queste tematiche para-politiche, per parlare male de Sergio Leone.
Odio Sergio Leone, voglio dire i suoi film.
I canali Mediaset li stanno di nuovo, lo fanno ciclicamente, trasmettendo a manetta.
Ieri sera scanalando si beccava il faccione di Coburn, il solito primissimo piano col poro dilatato e una mano di stucco e cipria.
Oppure l’orrida Cardinale con ciglia finte lunghe un metro.
Le pause, i fischi, le scene topiche ( si fa per dire) sottolineate da Ennio Morricone, sonoramente ridondante e kitsch fino all’osso.
A parte il suo stile – decantato, non capisco perché, da molti – la lesione più grave Sergio Leone la infligge al mito western, a questo genere cinematografico, agli attori stessi, come Henry Fonda, che quel genere avevano sostanziosamente contribuito a costruire.
Leone involgarisce un cinema, i cui dilemmi sono tutti, e soltanto, ETICI, costruendolo su figure tutte, e soltanto, CINICHE, riportandolo cioè alla scala albertosordesca del nostro sentire nazionale, mai davvero contestata da nessuno.
Sergio Leone sembra dire: non sono americano e ci rosico, ergo te smonto il western e te lo riduco a una poltiglia di conflitti per potere, il denaro e il sesso, in più aggiungo violenza gratuita e paesaggi improbabili.
L’eroe western di questi lavori sarà solo una macchietta, una cosa consunta dalle movenze rococò.
Trovò pubblico e ancora lo trova, per sostanziale sintonia di questo modo di vedere.
Non a caso le reti di Berlusconi mandano questi film in continuazione: sotto sotto, sono manifesti ideologici perfetti.

Scritto da: tashtego a 13:17 | link | |

lunedì, 14 marzo 2005
Quando eravamo comunisti

Cosa ha significato per noi essere comunisti?
Intendo per noi giovani italiani nati alle soglie della seconda metà del Novecento.
E in che modo lo siamo stati? E cosa siamo ora?
Occorre riandare con la memoria alla percezione del paese e della società e della famiglia e della scuola in cui vivevamo, in cui sperimentammo i nostri primi desideri e le nostre prime volontà, in cui si formò il nostro primo ed esigente senso morale.
Ciò che percepimmo allora fu che quel paese, quella società, quella famiglia, quella scuola erano tutte insieme, e ciascuna per la sua parte, contro di noi, radicalmente contro di noi.
Si trattava di un intreccio inestricabile e a tutta prima incomprensibile di veti, prescrizioni e menzogne: un mondo duro e mellifluo allo stesso tempo, dove c'era poco da scherzare.
Un mondo pieno di crocefissi appesi alle pareti, i giornali pieni di fotografie di politici che si fregavano le mani, un mondo dove si sparava agli operai in piazza, una televisione dove ogni cosa veniva elusa, aggirata, non detta, falsificata.
Come oggi.
Politici, preti, professori e padri erano una cosa sola, costituita contro di noi, una sola fortissima coalizione il cui fondamentale messaggio suonava così: sarete ciò che noi vogliamo che siate.
Era un diktat silenzioso, implicito alla nostra condizione di figli, di giovani, di studenti, ma mai, o quasi mai, pronunciato apertamente.
Quello che tacitamente ci veniva imposto era di prepararci alla continuazione dell'esistente, ma l’esistente era, per molti di noi, assolutamente inaccettabile.
Da lì cominciò l’opposizione, che fu prima nei comportamenti e poi, tendenzialmente, nell'unico modo realmente alternativo e antagonista di pensare il mondo che fu possibile reperire allora: il comunismo nelle sue forme più estreme.
(...?)

Scritto da: tashtego a 10:59 | link | |

venerdì, 11 marzo 2005
Ultra mondi

Il nostro immaginario risiede ancora presso di noi, oppure si è trasferito altrove? 

Il mondo in cui vorremmo vivere fa ancora parte del nostro futuro? Siamo ancora intenzionati, come in passato, a costruircelo, oppure ne abbiamo adottato uno, o forse più d’uno, costruito da altre culture? 

Non sono sicuro che così la domanda sia posta correttamente, ma provo ad andare avanti. 

A farci caso ci si accorge che, da qualche decennio a questa parte, nel cinema e nella pubblicità, soprattutto televisiva, l’ambiente reale in cui viviamo - voglio dire: vive la maggior parte di noi - semplicemente non c’è: abolito

La città e la sub-città, ma anche la campagna, le coste, eccetera, tutto l’ambiente che quotidianamente viviamo e penetriamo con fatica, quello stesso che abbiamo costruito e che seguitiamo a costruire, nella pubblicità, ma anche nei film, non c’è

Al suo posto troviamo in alternativa e qualche volta in parziale concomitanza: brandelli di natura nostrana particolarmente belli e intatti, ma ormai rarissimi; angoli di centro storico (di solito medievali) appartenenti a città più o meno grandi; ambiente rurale super selezionato, tipo Chiantishire, oppure del tutto inventato, tipo Mulino Bianco; ambienti urbani super moderni, ma di altri paesi, che qui da noi sono molto rari; ambienti americani, soprattutto, di ogni tipo: dal deserto, alle grandi strade inter-statali, ai grattacieli, eccetera; e infine ci ammanniscono natura tropicale, tipo isole e barriere coralline pre-tsunami.

Architetture meravigliose, ponti immensi, edifici di cristallo, oppure di un modernismo bizzarro, oggetti e case trendarole e minimali che nessuno possiede, non per carenza di risorse, ma perché qui manca la cultura adatta a produrle: tutte cose immaginate che da noi non esistono.

Forse ho dimenticato qualcosa, ma mi pare del tutto evidente, che, almeno nella pubblicità e nel cinema, gli italiani semplicemente rifiutino l’ambiente in cui normalmente risiedono.

Mai che si veda che ne so, la costa adriatica, o quella laziale, o addirittura quella calabra o siciliana dove va in vacanza la maggior parte della gente.

Mai le periferie dove vivono milioni di persone.

Al massimo intravedi l’EUR di Roma, luogo che pubblicità e cinema preferiscono da più di cinquant’anni.

Mai la Tiburtina, la Tuscolana, la Casilina, mai le conurbazioni del nord-est e della Brianza, mai le fabbriche di Prato, mai o quasi mai le tangenziali, eccetera.

Il degrado del territorio dove viviamo lo mostrano, ma molto intenzionalmente, solo quei film o documentari che abbiano un intento de “denuncia”. 

Pubblicità e cinema sono mezzi di comunicazione che hanno a che fare in modo diretto con l’immaginario: lo creano e lo mantengono in vita, lo modificano, lo inoculano nelle nostre menti, dove va a formare o a rafforzare blocchi memetici molto solidi, quasi inattaccabili. 

Credo che si tratti di un effetto ping-pong, nel senso che l’immaginario collettivo si riflette nella tv e nel cinema e da qui viene rilanciato nelle menti di tutti, e così via, sino alla creazione di veri e propri ultra-mondi inesistenti, ma molto potenti.

Ne consegue che il paese in cui realmente viviamo, almeno per ciò che abbiamo costruito negli ultimi sessant’anni, ci fa schifo e tuttavia seguitiamo a costruirlo, perché la nostra mente vive altrove e si incanta di altri luoghi irraggiungibili.

Un Paese intero vive in un “altrove” mentale del tutto artificiale, costruito da culture più moderne e fattive, che ci inviano immagini di sé capaci di incantarci e dalle quali assorbiamo ormai tutto, a cominciare dalla lingua.

Mi sono fatto l’idea che una cultura che distoglie per così tanto tempo lo sguardo da sé, che non sa più costruire parole nuove e per il nuovo, sia una cultura terminale.

 

 

 

Scritto da: tashtego a 16:02 | link | |

mercoledì, 09 marzo 2005
Modernismi dell'Est

Visto tempo fa Good bye Lenin, film “carino & commovente” sulla caduta del Muro di Berlino e il socialismo in versione tedesca.
Mi ritorna alla mente, assieme ad una certa snobistica nostalgia per gli apparati iconografici dei paesi socialisti, la questione dello stile del modernismo socialista.
Non solo lo stile dei monumenti, ma lo stile delle cose, degli oggetti, delle case, delle automobili, degli utensili, eccetera.
Rimpiango di non aver mai visitato un paese del blocco dell’est ai tempi del comunismo, cioè della “Cortina di ferro”.
Se si eccettua una vacanza in Jugoslavia, dove peraltro ero in barca e il mio impatto con quel socialismo lo ebbi solo quando scendevo a terra a fare spesa (negozi semivuoti di merce, frutta bacata, latte solo in polvere, sacchetti di plastica che, sotto pesi irrisori e col caldo, si deformavano sino a sfondarsi, eccetera), mai ebbi modo di esperire direttamente la cultura materiale del collettivismo comunistico dell’Est.
È una cultura apparentemente tutta racchiusa nel novecento.
Dunque sembrerebbe una declinazione del modernismo novecentesco, una variante di un fenomeno molto ampio che convenzionalmente ha le radici ultime nella Rivoluzione Industriale, non so.
A partire dal ’17 sembra di assistere ad un film di fantascienza, in cui sia consentito viaggiare in uno degli infiniti mondi possibili che continuamente, istante per istante, si presentano come uno sterminato ventaglio in alternativa al determinarsi del mondo e della storia.
Cioè un mondo sì industriale, ma il senza capitale, senza il profitto, senza il mercato.
Un mondo privo di tutte, o quasi, le leggi economiche che in occidente sembrano naturali e imprescindibili.
E dotato, invece, di una gestione della società fondata su strutture decisionali partitiche e tutta imperniata sull’ideologia piuttosto che sulle esigenze di mercato, più il liberismo, più l’individualismo, eccetera, dominanti in Occidente.
Insomma, una società industriale, non-democratica e non-borghese, in cui apparentemente non esiste la Conquista Individuale, se non all’interno, e col fine ufficiale, di una conquista collettiva.
Non credo che questo sia un quadro molto realistico delle società sovietiche.
Ma chi oggi si occupa di studiarle?
Chi oggi vuole effettivamente capire come erano fatte e le cause reali della loro caduta?
Non so, magari qualcuno ci sta lavorando, ma mentre tutti, a destra e sinistra, si affannano a urlare la nauseante cazzata che il comunismo era come il nazismo, nessuno che si ponga il problema di sapere effettivamente cosa fosse.
E poi eventualmente, dirlo.
Nemmeno i nostri comunisti, italiani o rifondati, si pongono davvero questa domanda.
Nel mondo possibile in cui il proletariato ha preso il potere si producono oggetti di qualità bassa, se non bassissima, e dall’aspetto..., qui viene il difficile, ”scrauso”, direi in prima approssimazione.
Le cose del mondo socialista non sembrano frutto di un’evoluzione autonoma e parallela, ma con fini diversi, a quella delle cose analoghe d’Occidente, ma ne sembrano piuttosto derivazioni e imitazioni di bassa qualità.
Insomma a occhio e croce in cosa è consistito il modernismo nei paesi socialisti? Quale ne fu il significato?
Per esempio, La vicenda del soffocamento delle avanguardie rivoluzionarie russe – e dei loro prodotti - è nota, ma cosa prese il posto di quelle esperienze, quale ne fu il lascito effettivo? Quale ne fu, essenzialmente, la natura iconica? Da dove derivava la forma di quegli oggetti?
Questioni complicate e credo non-studiate a sufficienza.
Queste domande investono in pieno le tre categorie portanti della cultura di massa del Secolo Ventesimo: Industria, Progresso, Moderno.
In occidente ciò che è prodotto dell’industria non ha caratteristiche neutre, ma si deve caratterizzare come “nuovo” e possedere una tecnologia che sia più “avanzata” (cioè “migliore”) del modello precedente, o almeno deve sembrarlo.
Dev’essere più economico ed efficiente.
Dev’essere progressivo nel senso deve contribuire al generale benessere dell’uomo e situarsi in senso positivo lungo la freccia del tempo.
Infine deve avere una forma corrispondente, cioè moderna, cioè “giusta nel tempo”.
Tutte queste caratteristiche, e altre ancora, possono non essere reali - voglio dire che accade che siano solo messa in scena - ma devono quantomeno essere rappresentate esplicitamente nel prodotto, pena la non appetibilità e il fallimento commerciale.
Insomma gli oggetti prodotti dall’industria d’Occidente giocano un ruolo decisivo nell’immaginazione della gente.
Decisivo innanzi tutto per la loro sopravvivenza sul mercato.
E decisivo per l’auto-implementazione dell’ideologia del progresso e della ricchezza per tutti, che sottende l’occidente capitalistico.
La modernità che conosciamo, o che consideriamo tale (il concetto non è affatto chiaro, d’altronde), è dunque di solito una modernità di mercato. Che cioè misura la sua validità funzionale e di immagine - ed eventualmente la evolve - sul terreno della selezione di mercato.
La società in cui viviamo si autoalimenta attraverso alcuni miti portanti basati su opposizioni concettuali quali appunto il Progresso/Reazione, il Moderno/Antico, il Vecchio/Nuovo, Avanguardia/Tradizione, Sviluppo/Stagnazione, eccetera. Ciò che è male è il persistere nel Superato, nel Sorpassato, eccetera, in una metafora globale di movimento in avanti che pervade tutta la società e in primo luogo l’arte: l’oggetto deve corrispondervi e alimentarli, in un inesauribile gioco al rilancio, al superamento, oggetto dopo oggetto, prodotto dopo prodotto.
I prodotti socialisti non hanno mercato, dunque esistono in regime di monopolio: se lo vuoi è questo, se no ti arrangi.
Dunque a rigor di logica non dovrebbero contenere alcun messaggio affidato alla forma, allo “stile”.
E invece, dato che una forma devono pur averla e che, com’è ormai assodato non esiste una forma totalmente necessaria, questi oggetti sono intenzionalmente disegnati.
Ma non sono disegnati come moderni, cioè “giusti nel tempo” e nel luogo, cioè congruenti col sistema produttivo e lo stato della tecnologia che li produce, ammesso che esistano oggetti così.
Contengono piuttosto un messaggio modernista, cioè un voler sembrare più moderni di quello che effettivamente sono, più fichetti rispetto all’apparato produttivo da cui provengono.
Ma la modernità non è un optional e chi “non ce l’ha non se la può dare”, per quanta buona volontà ci metta.
In più, ma è un’affermazione azzardata, la modernità non sembra nemmeno scindibile dall’intero pacchetto che in effetti la genera: democrazia, libera scienza e libera ricerca, libero mercato, libertà di movimento e di espressione, eccetera.
Voglio dire che non sembra separabile da un’intera serie di “libertà-di” a fronte delle fondamentali “libertà-da” perseguite dai sistemi socialisti.
Moderni lo si può solo essere, non lo si può sembrare.
Lo si può essere solo senza saperlo, che il voler essere moderni è un atteggiamento stilistico e lo stile perseguito deliberatamente è manierismo modernista, non modernità.
Ecco allora che l’oggetto sovietico, nella sua smania di apparire non meno moderno dell’oggetto occidentale - con il quale certamente non si confronta sul mercato, ma del quale sono senza dubbio a conoscenza le élite tecniche - fa il possibile per darsi una veste avanzata.
Ma non esistendo alcuna delle condizioni di fondo atte al manifestarsi di una modernità di mercato, l’oggetto sovietico finisce per assomigliare ad una cosa di fantascienza povera, a una cosa ideologicamente appartenente ad un futuro tutto di testa, convenzionale e non-vissuto giorno per giorno nel suo voler essere moderno & comunista, nel suo rinviare sé stesso a un domani che non è mai arrivato.

Scritto da: tashtego a 11:11 | link | |

lunedì, 07 marzo 2005
Alexanderplatz

Questa estate mentre sedevo in Alexanderplatz, nel vento vellutato di Berlino, notavo che la ricostruzione comunista della Germania Est, nel suo inseguire tardivamente il modernismo occidentale – che pure agli esordi del Novecento apparteneva di diritto alla cultura socialista -, produsse risultati talmente desolanti da volgere al metafisico, così che alla fine riusciamo persino a recuperarli esteticamente, se non altro come impagabile testimonianza storica.
Il disagio che si prova mentre si siede ai tavolini de legno di un venditore di salsicce di Alex, nei pressi del triste Orologio del Mondo, è palpabile e raro, nella sua intensità: l’albergone, i grandi magazzini, gli edifici obsoleti e in disuso, lo spazio senza forma, grandissimo e quasi deserto, la fontana, la comicità involontaria della Torre della Televisione, con quella stupida palla sfaccettata che si sforza di sorprendere e riesce solo a darti fastidio.
Alexanderplatz è uno spazio nato morto - probabilmente sarà presto demolito e ricostruito perché non-sollevabile, irrecuperabile, incompatibile con l’intera città - e tuttavia sottilmente poetico per il carico di desolazione e malinconia che provoca la percezione dell’esito finale del Comunismo come grande progetto di Redenzione e Riscatto.
Lì ho provato per la prima volta una specie di risentimento: il Socialismo Reale, sovietico e non, col suo fallimento sordido e inequivocabile, porta la responsabilità storica di averci consegnato, si può dire legati mani e piedi e chissà per quanto tempo, nelle mani lerce dei dominanti d’Occidente.
La cultura di destra ha buon gioco nell’incalzarci sul Gulag, perché ovviamente non sappiamo rispondere e non sappiamo dar conto del nostro lasciar correre degli ultimi cinquant’anni su questo e altri temi cruciali.
Mentre sedevo nel fumo di salsiccia, pensavo: vedi, il Gulag era sì una cosa orribile, inaccettabile - e non era la sola cosa ripugnante dei regimi comunisti – ma se nemmeno una piazza, nemmeno questa, il Comunismo è riuscito decentemente a costruire, allora davvero meritava di cadere com’è caduto, nell’ignominia.
Se Bertinotti e i suoi si professano comunisti devono allora dirci di quale Comunismo stanno parlando e se questo non sia per caso ancora quello che produsse, oltre a tutto il resto, l’Alexanderplatz di oggi, come io invece fortemente sospetto.

Scritto da: tashtego a 10:39 | link | |

venerdì, 04 marzo 2005
Bertinotta

Odio Bertinotti.
Si è presentato al congresso del suo partito e, invece di dire - compagni ammettiamolo il sogno comunista è completamente svaporato, sprofondato sotto il peso del gulag e di molto altro – che, cazzo, settant’anni di comunismo in russia non sono pochissimi - e al sogno dell’abolizione della proprietà privata non ci crede più nessuno, et cetera, ergo abbandoniamo l’utopia comunista, salviamo il salvabile, e mettiamoci a lavorare per una società e un mondo semplicemente e realisticamente migliori e più giusti, e non è certo un compito facile vista l’aria che tira – ha dovuto invece a tutti ci costi vellicare la massa di anziani in malafede che lo segue e dire che sì, la storia farà giustizia della proprietà privata e che il Sol dell’Avvenire splende già sotto l’orizzonte, ci vorrà un po’ di tempo, ma sorgerà di sicuro.
L’onestà intellettuale non alberga nella coscienza dei rifondaroli, esattamente come non alberga in quella dei diessini.
La maledizione di entrambi i partiti è di non aver riflettuto sulla fine del comunismo come idea e come prassi.
Gli uni, i DS, consentendo che di tutto il sacrosanto marxismo si facesse carne di porco, abbandonandosi senza un minimo di coerenza, orgoglio, intelligenza, ad atteggiamenti corrivi nei confronti della merda che governa noi e il mondo.
Gli altri, i rifondaroli, facendo finta di niente davanti a una cosetta come la Caduta del Muro e la sparizione dell’Unione Sovietica e continuando come se niente fosse, anzi, giocando la loro triste visibilità politica tutta sull’opportunità che hanno di ricattare il centro-“sinistra”.
Fanculo.
Tocca votarli lo stesso, questo è il dramma.
A meno che non te piasce Rutelli, oppure Mastella.

Scritto da: tashtego a 14:19 | link | |

giovedì, 03 marzo 2005
Intervista

Quando eravamo mortali non era come adesso.
Io lo so perché c’ero, sono stato uno degli ultimi e non so se si vede.
Cioè lo so che si vede, il procedimento era a gli inizi e io ero già in là con gli anni.
Ma l’ho scampata e già così è grasso che cola, per me.
Lo so che ormai sono una specie di capsula temporale, di scrigno di memorie dirette, che nessuno ha più.
Però, per favore, datemi tregua.
Tutti questi colloqui e interviste eccetera sono una bella rottura di palle...
Quando ancora si doveva morire le cose erano messe in modo diverso.
Molto diverso.
Ora ve lo dico, un attimo.
Dunque, prima di tutto non si potevano fare prove.
Di vita, voglio dire.
Nascevi, ti scodellavano all’esterno nel fottuto orbe terraqueo, nel deprimente continuum spazio temporale... Sì scusate uso termini obsoleti. Sapete, già non capivo quelli vecchi, figuriamoci i nuovi paradigmi.
Come sarebbe che hanno trent’anni? Per me sono nuovi, sono rimasto ad Einstein.
No. Non si potevano fare prove, scartare le vite venute male e tenersi solo quelle buone.
Una volta nato, cioè fottuto per tutto il resto dei tuoi giorni, la tua vita era quella e non c’era verso né modo di cambiare, aggiustare, correggere.
Quella era e quella ti beccavi.
Decidevi di fare un mestiere, di prenderti una donna, di abitare in un posto, eccetera: beh, una volta fatto, era difficile cambiare, faticoso, rischioso.
Il tempo era poco, quello che sapevi fare sapevi fare. Quello che avevi acquisito era tutto quello che avevi, o quasi.
Era una parola modificare, riconvertire, compiere manovre per prendere altre direzioni, più consone, adatte.
Nessuna prova, si andava in scena subito e si improvvisava alla cazzo e mannaggia.
Una tensione orribile.
Ci si faceva del male a vicenda per inesperienza, mancanza di civiltà acquisita, scarsa educazione alle cose.
Quando si cominciava a dipanare, a raccapezzarsi, a mettere su un costrutto qualsiasi, un’immagine, un sistema decisionale, un ventaglio di procedure, uno straccio di etica personale, ecco che tac, eri bello che morto, schiattato, defunto e ciao.
Tutto era rigidamente intelaiato: famiglia, società, rapporti lavoro competenze, luoghi per vivere.
Come, “cos’è la famiglia?”
Lei dovrebbe documentarsi un po’ meglio, prima di fare interviste di questo tipo, ragazzo. O ragazza?
Si chiamava famiglia un gruppo di persone umane legate da vincoli genetici stretti, tipo genitori-figli, marito-moglie, per dire.
A quei tempi era anche impossibile cambiare il pacchetto genetico di dotazione iniziale.
Era roba di default, te lo dovevi tenere così com’era.
Lo so che era orrendo caro/cara mio/mia.
Se non ti piaceva il naso con cui eri nato al massimo te lo modificavano chirurgicamente... sì, lo facevano i medici.
C’erano i medici, quelli che curavano i malati.
Ancora adesso qualcuno si ammala, no?
Se eri deforme, deforme restavi.
Non si poteva cambiare e ricambiare sesso.
Insomma c’erano questi nuclei - lo avrà studiato a scuola no? - chiusi, rigidi, claustro-fobici, legami sessuali e di allevamento della prole, esclusivi.
Ufficialmente esclusivi: la donne restava donna e l’uomo uomo, non come adesso che si divertono tutti a scambiarsi il ruolo.
A quel tempo c'era una cosa che si chiamava "identità", ma è difficile spiegare cosa fosse a chi non ne ha mai avuta una.
E poi, senta, si moriva.
Ti cadevano i denti, non come ora che ricrescono.
I capelli.
Ti calavano gli ormoni, il testosterone, la vista, l’udito.
Ti prendevi le malattie.
Tutti si ammalavano spesso e morivano così, senza nessun avvertimento.
Non si aveva il tempo di annoiarsi - come oggi - del proprio mestiere, della propria vita.
Insomma si viveva peggio, credo.


Scritto da: tashtego a 15:45 | link | |