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sabato, 30 aprile 2005
Sic

Pomeriggio DANZANDO sotto le STELLE
sulla Riviera PONTINA
 
Viaggio in Pullman A/R + Cocktail + Cena + Bevande + 3 Regali
 
CENA:
antipasto pontino – bis di primi
grigliata di pesce azzurro a scottadito
contorno
¼ di acqua – ¼ di vino – Dessert – Caffè
Musica dal vivo
 
€ 12,00 GIOVEDÌ 27 MAGGIO
3 Utili Regali
Compresi nel prezzo
Zaino termico
centro tavola in Porcellana
1 TROUSSE
 
I Regali non sono condizionati all’acquisto ed esenti dalle discipline delle vendite a Premi. La ditta si riserva di sostituire tutti i prodotti con altri dello stesso valore. La quota sarà pagata direttamente al ristoratore.

Scritto da: tashtego a 06:41 | link | |

venerdì, 29 aprile 2005
Dighe in Africa

Il mamba è cattivo davvero, ti viene incontro e ti ammazza. Conosco uno di un cantiere abbastanza vicino al mio - cioè, non ti credere chissà che vicinanza, sarà a un 400 chilometri di distanza, ma lì sono pochi –, insomma questo, con cui sono andato a pesca un paio di volte, un coglione sai, di quelli che siccome stanno in Africa allora si credono automaticamente il Cacciatore Bianco, eccetera. Di quelli che due giorni dopo che sono giù già c’hanno l’harem di negrette minorenni, fanno casino, si montano la testa, lasciano la moglie, prendono le malattie, magari pure l’AIDS. Rischiano guai grossi coi locali, che volentieri ti cedono la figlia, ma si aspettano vantaggi in cambio, soldi, lavoro, eccetera. Da me devo affrontare questioni del genere abbastanza spesso: si prendono la sedicenne locale, che in Africa è un’adulta a tutti gli effetti e di solito c’ha già uno o due figli, si tolgono lo sfizio per tre-quattro mesi e le fanno qualche regalino e poi la riportano al villaggio e la famiglia si incazza di brutto e minaccia rappresaglie al cantiere, mette in mezzo il prete missionario, vuole soldi e lavoro da noi. Insomma un casino tale che dopo qualche mese ho emesso un editto che proibisce al personale di tenere donne nel campo more uxorio. Alle otto del mattino tutte quelle che dormono nelle nostre baracche sono tenute a lasciare il campo. Possono rientrare solo alle sei di sera quando si stacca. Lì tutti hanno una specie di baracca con l’aria condizionata e queste ragazze nere restavano al campo tutta la giornata a fare un cazzo: litigavano, creavano tensioni tra il personale e facevano le troie in giro. Siamo più o meno un centocinquanta persone, sai. Gli addetti hai servizi, alla mensa, all’infermeria, eccetera, e quelli che lavorano in ufficio, si turbavano: insomma era una situazione difficile. Che andava governata e risolta. Sì, ti dicevo del mamba. Là ci sono un casino di serpenti velenosi, tutti molto pericolosi. Tanto che nel recinto degli alloggi teniamo un bel po’ di tacchini e qualche maiale: mangiano serpenti. Tra tutti questi serpenti velenosi, il mamba è il più del cazzo. Perché è cattivo. Questo tizio che ti dicevo, insomma, era in Land Rover e se n’è trovato uno in mezzo alla pista sdraiato tranquillo. Allora ha accelerato e deviato un po’ perché voleva ammazzarlo e quello con una prontezza di riflessi mostruosa è scattato di lato e ha tentato di morderlo al volo. Il tizio aveva il finestrino aperto. L’ha salvato sai cosa? Lo specchietto retrovisore. Il mamba non aveva preso bene le misure e ha colpito lo specchietto. Se no a quest’ora quello era sotto terra. Insomma giù si dice che quando vedi il mamba è meglio che non fai lo stronzo e te ne vai. Lesto lesto. Sì, gli animali pericolosi giù sono tanti e ci fai l’abitudine quasi a tutti. Ci sono orrendi parassiti del cazzo, zanzare, mosche tzè tzè, ameba, filaria, black fly, eccetera. Ti ci puoi abituare, ma ai serpenti no. Difficile abituarsi ai serpenti velenosi. Noi a suo tempo scavammo ai lati della diga due grandi collettori, due gallerie circolari con un raggio di sei metri che ci serviranno per convogliare le acque del fiume al momento giusto. Poi funzioneranno ancora da scolmatori per le piene. Abbiamo fatto queste grosse gallerie, lunghe qualche centinaio di metri, e le abbiamo lasciate lì per quasi un paio d’anni, senza metterci piede. Un mese fa ci siamo entrati, io e altri due, per un sopralluogo. Volevamo capire in che stato erano, visto che tra un po’ dobbiamo intervenire anche in quell’area. Eccetera. Bè, senti: una cosa che ancora me la sogno la notte. La volta di queste gallerie è di roccia viva. Sulla roccia viva è ancorata una rete di metallo, robusta, che serve per contenere i crolli di piccola entità durante i lavori. Cioè in pratica i sassi che si staccano con le vibrazioni, sai. Come sulle scarpate delle autostrade. Alzando la fotoelettrica montata sulla Land ci accorgiamo che in questi due anni le gallerie si sono riempite di pipistrelli appesi a testa in giù, grossi come gatti. Ma questo sarebbe niente. Tra la roccia e questa rete di metallo in alto vedevi strisciare un bel po’ di cobra, che erano lì per i pipistrelli, sai. Per mangiarli. Sono lunghi quasi due metri e sono mortali. Se ne stavano lassù acquattati tra la rete e la roccia con le code che pendevano nel vuoto e si torcevano quando la luce li colpiva. Un orrore tipo Indiana Jones. Anzi peggio, perché quello era vero. Queste gallerie sono anche piene di pozze d’acqua e dunque producono miliardi di zanze malariche. Le stiamo bonificando, adesso. I neri ci entrano e sparano da sotto ai serpenti e se li pappano. Pare siano buoni. Sì i neri, non solo sono affamati cronici, ma sono anche ingegnosi e furbissimi. Pensa che noi facciamo dei trasporti di materiale, praticamente biblici: trasferiamo intere colline dopo averle sbriciolate con la dinamite e ci costruiamo la diga. Carichiamo questo materiale che risulta dalle esplosioni – c’è una ditta inglese specializzata che ci fa questo lavoro con la dinamite: ci abbiamo messo quasi un anno a mettere a punto tutta la procedura, il tipo di esplosivo, la quantità, eccetera – lo carichiamo, ti dicevo, sui camion e lo trasferiamo a quattro chilometri di distanza per farci la diga. Per questo lavoro abbiamo assunto una ventina di autisti neri, bravissimi, del posto. Ti dico, davvero bravi. I neri sono ottimi autisti: praticamente è la cosa che fanno meglio. Solo che dopo un po’ ci accorgiamo di una cosa strana: le pasticche dei freni di questi camion si consumano troppo in fretta. Stiamo lì a cambiare in continuazione ferodi e pezzi di freno. Non era normale. Da Milano dopo un paio di mesi mi telefonano e mi dicono: checcazzo ci dovete fare con tutti questi pezzi di ricambio? Ve li mangiate? Ve li rivendete? C’è qualcuno che ruba in magazzino? Insomma, la cosa diventava imbarazzante. E non riuscivamo a capire il perché, finché non piazzo tre o quattro dei nostri lungo il percorso. Nascosti. Come osservatori, sai. Insomma quelli stanno lì una giornata intera e alla fine mi dicono che nessuno degli autisti neri usa il freno motore in discesa. Mettono a folle e frenano. Pensa tu: con la macchina a pieno carico. Avevano nel serbatoio la nafta esatta per fare un tot di corse alla tale velocità, calcolata e ricalcolata con precisione eccetera - perché i neri la rubano, ché da quelle parti non si trova. Insomma, senza freno motore si risparmia nafta e tutta quella che questi neri riuscivano al risparmiare se la vendevano, capisci? Ci rubavano il carburante e ci fottevano i freni dei camion. Però è gente per lo più ottima. Anche se devo dirti che un paio di volte mi hanno messo paura. Cioè non proprio paura, ma certo mi hanno preoccupato. Perché loro sono come i bambini. Io non sono razzista. O meglio non mi preoccupo di esserlo o meno. Se mi faccio un’idea negativa della gente con cui lavoro, me ne fotto se può parere razzista. A me le idee servono per lavorare, sai, non per chiacchierare a cena con gli amici. Non penso affatto che i neri siano scemi o cose del genere. Anzi. Ma quelli con i quali ho avuto a che fare io, nei posti d’Africa dove ho lavorato, sono primitivi. Cioè sono intelligenti, ma hanno una mentalità per certi versi infantile: si eccitano, perdono il controllo facilmente. Vedono il mondo in modo molto diverso da noi: pieno di magie, spiriti e cazzate primitive. Si dice che il selvaggi sono felici. Macché: hanno la testa piena di tabù, paure e interdizioni, superstizioni. Un vero inferno, secondo me. I neri apparentemente ci rispettano, ma sotto sotto è invece probabile che ci odino. Sai un bianco in Africa è un privilegiato per definizione, ma è invidiato e odiato. Non come sono odiati gli arabi o gli indiani o i cinesi. Ma è pur sempre odiato. Quindi questo odio c’è sempre, cova silenzioso. Ma può scattare allo scoperto e all’improvviso dal nulla, come un mamba, per cause che tu non hai previsto e non capisci. O per semplice eccitazione. E allora sono dolori, sai. Perché ci puoi lasciare le penne. Preso individualmente un nero è la persona più gentile e premurosa e dolce del mondo. Per cultura non amano lavorare, non si ammazzano di fatica e ti dico che li capisco. Però sono duttili, furbi, e hanno il senso dell’umorismo. Ma in certe circostanze la stessa persona può diventare completamente un’altra cosa. Si trasforma in uno che prima non conoscevi. Uno che probabilmente ce l’ha con te perché sei bianco. Una cosa che forse nemmeno lui, normalmente, sa. C’è un villaggio a una decina di chilometri dal cantiere. Abbastanza grande. Lì diamo lavoro a un centinaio di persone e allora un bel giorno ci hanno invitato a una festa importante. Una specie di festa dell’età adulta, della fine dell’infanzia. Roba così. Pigliano questi ragazzi e ragazze che hanno intorno ai diciotto anni e li trasferiscono per una settimana in un posto isolato nella foresta senza cibo, eccetera. Poi li vanno a prendere e ancora mezzi morti li mettono al centro di festeggiamenti tosti. Mangiano e danzano e altre cose così. Ma soprattutto bevono. Siamo andati lì con un camion pieno di roba da bere e da mangiare e di regali. Una specie di missione diplomatica, perché i buoni rapporti con i villaggi circostanti sono essenziali per noi, capisci. Insomma tutti erano contenti e la festa andava avanti e noi avevamo il posto d’onore vicino ai capi-villaggio. Si mangiava e si beveva. Poi sono incominciate le danze e gran parte del villaggio era ubriaco. Si eccitavano progressivamente coi tamburi e l’alcool e a un certo punto alcuni di loro, gente che conoscevamo perché lavorava al cantiere, si sono avvicinati e hanno cominciato a straparlare e a urlarci cose incomprensibili sulla faccia. Probabilmente ci stavano insultando. I capi avevano un atteggiamento ambiguo: un po’ di qua e un po’ di là. Insomma la cosa andò avanti un pezzo e la situazione si faceva tesa. Quindi a un certo punto, d’istinto, ho detto a tutti i miei di smammare all’istante. E così abbiamo fatto. Il giorno dopo qualcuno del posto mi è venuto a dire che era stata la cosa migliore da fare. Capisci? Erano diventati cattivi all’improvviso. Hanno questi villaggi con le case che sono poco più di una tettoia col fuoco al centro. Sono pieni di bambini che trattano con dolcezza infinita. In una casa ce ne sono sempre cinque o sei, non tutti sono figli dello stesso padre, altri sono affiliati, altri ancora stanno lì e basta. Donne e uomini non hanno il concetto di fedeltà. Ne ho visti di bianchi perdere le testa per una nera che li tradiva: loro innamorati persi e lei che accettava regali un po’ da tutti in cambio di sesso. Ma le nere sono così. Lì sono tutti così. Mi fanno ridere i missionari cattolici che cercano di inculcare sani principi. Sono parecchi quelli che restano giù per qualche anno e si fanno una seconda famiglia in Africa, sai. Si impiccano così. Alcuni finiscono per abbandonare quella d’origine e restano giù per sempre, si rifanno una vita, come si dice, lavorando di cantiere in cantiere. Devi capire una cosa: ancora oggi, in Africa, il bianco è pur sempre il bianco. È un signore, ti dicevo, un privilegiato, uno che se la passa bene. Anche se da noi è uno scalzacani qualsiasi, giù è qualcuno per il solo fatto di essere bianco. Ne ho conosciuti parecchi che si sono insabbiati così. Aprono un’attività, un albergo, un bar. Portano i turisti in giro, a caccia e a pesca. Commerciano: import-export. Oro, diamanti, anche se giù è un traffico che è quasi completamente in mano ai cinesi. Ce n’è uno che vive vicino a L* in una casa sulla spiaggia con una nera che è le sette bellezze: lui è di Ferrara e di mestiere si arrangia. Ci portava a pesca. Ho preso dei bei pesci con lui. Magari una volta ti mostro le foto: certe sberle lunghe così. Una sera che stavamo fumando sotto la pergola di casa sua, mi dice che ha trovato il paradiso. Diceva: sai, cazzo, io non sono adatto a vivere e lavorare in ambienti come il nostro. E poi diceva: sono un semplice e sto bene tra i semplici; le manovre e i trucchi e il doversi sempre parare il culo non li sopportavo, non li capivo; cazzo, stavo male, cambiavo lavoro in continuazione; poi sono venuto giù a lavorare per un’impresa e ho capito che questo è il posto per me; ho mollato tutto e ci sono restato; diceva, io sto bene solo coi neri, posso vivere solo in Africa. E poi diceva: l’ho capito tardi, ma l’ho capito.

Scritto da: tashtego a 16:37 | link | |

mercoledì, 27 aprile 2005
Quello che sappiamo

Quelli della mia generazione sanno alcune cose.

Sanno innanzi tutto che i loro padri fecero una guerra e i loro nonni un’altra guerra, combattuta trent’anni prima di quella, e di queste guerre udirono i racconti, anche se loro non sanno cosa significhi andare in guerra.

Sanno che la storia, a certo punto, collassò sulle spalle di ciascuno, chiamandolo a scelte individuali, difficili e ultime, alle quali molti non erano pronti.

Sanno che i loro padri, finita la guerra con la resa e il tradimento dell’alleato nazista e in conseguenza di quelle scelte, combatterono una guerra civile, sanguinosa e spietata, trovandosi, spesso casualmente, su fronti opposti.

Sanno che i loro padri cercarono di sterminarsi a vicenda, torturando chi restava prigioniero, prima di ucciderlo.

Sanno della fame e delle malattie e delle macerie che videro da bambini, dei bracieri che riscaldavano le aule delle scuole, delle motociclette messe in moto all’alba.

Sanno delle loro madri vestite di cotone a fiori, ricordano le loro permanenti e le scarpe ortopediche che calzavano, col tacco di sughero.

Sanno dei pantaloni larghi dei loro padri, delle loro giacchette sdrucite, i capelli pettinati all’indietro, neri e lucidi.

Sanno dei paracarri bianchi e neri che orlavano le strade, delle coste intatte, delle spiagge e delle dune deserte.

Sanno che i segnalatori delle automobili erano bacchette luminose estraibili con una leva, che i blue jeans si chiamavano calzoni americani, sanno delle parrocchie che servivano per giocare a pallone, dei chewing-gum che si chiamavano gomme americane, o ancora, meglio, scingomme. 

Alcuni tra noi sanno persino dei pantaloni alla zuava e dei maestri che potevano picchiarti e umiliarti impunemente, della paura della polio, della scarlattina, della meningite, del tifo, della tbc.

Sanno dei calamai inseriti nel banco, delle penne ad intingere, dei quaderni con la copertina nera e le pagine a righe rosse e blu, delle case senza riscaldamento.

Sanno, perché li hanno vissuti, degli anni Sessanta, del boom economico, del centro-sinistra delle Seicento e Millecento, dell’Autostrada, dei soldi che cominciarono a vedersi in giro, delle cose che si potevano comprare e di quelle che si compravano.

Sanno che anche la musica cominciò a cambiare, come le ragazze, che cominciarono a dire di sì, dei romanzi americani, dei film western, del cinema italiano, meraviglioso.

Quelli della mia generazione sanno dell’alleanza non dichiarata, ma incontestabile, tra preti e padri, maestri e professori e poliziotti, per tenerli sotto controllo e modellarli a loro immagine.

Alcuni di noi ricordano bene che c’era poco da scherzare e ricordano anche quando quel coperchio cominciò a cedere e hanno ben presente il momento in cui infine saltò, generando altri mondi, con tutto quello che ne seguì.

Sanno quel che accadde dopo, e dopo ancora, anche se di molte cose non sanno darsi una spiegazione.

Sanno che da qualche parte, annidate nel passato che conoscono e che ricordano, si trovano le radici dell’oggi e della sua stranezza, della violenza e dell’infamia dell’oggi.

Nessuno di quelli della mia generazione si sognerebbe mai di dire che ha vissuto in un tempo di pace.

 

Scritto da: tashtego a 17:51 | link | |

lunedì, 25 aprile 2005
Sonny Liston

Sonny Liston, il negro cattivo, violento, primitivo, analfabeta, con un pugno terrificante. Sfondava gli zigomi agli avversari, demoliva arcate e setti facciali. Spaccava mascelle. Qualcuno chiedeva la rivincita, persino.
La tesi di Tosches è che il primo incontro con Cassius Clay – iniziò come negro buono e finì come musulmano, nero e cattivo - fosse truccato, solo una combine per far vincere Clay. E il secondo pure. Clay non ne sapeva nulla, afferma, fu una partita che si giocò tra i manager di Liston e Liston stesso. Soldi, naturalmente.
Profumo di spezie che dici subito indiane. Curry, forse. È nel vento che spazza le svolte su questa strada. Guardare prima a destra, poi a sinistra, è come al solito contro intuitivo. Contro natura quasi. Provoca un senso di spaesamento. Prima di Clay, Floyd Patterson - campione del mondo dei medi e negro buono, elegante, colto, gentile - aveva ceduto il titolo a Sonny in poco più di due minuti. La rivincita l’aveva persa: sempre per KO, sempre in due minuti.
Che aveva mai di speciale quel Clay? Niente, sostiene Nick Tosches (Il diavolo e Sonny Liston, Milano 2005), proprio niente. Cioè niente che potesse metterlo davvero in grado di battere Liston.
Tipi bassi, pesanti e scuri di pelle, con in testa quei copricapo a tortina, bianchi. Negozi che vendono paccottiglia bangla e camicioni grigiastri acrilici, friggitorie deserte, in vetrina mucchi di cose unte in pastelle dorate. Mattoni britannici ovunque, case basse, vecchie fabbriche, locali con tavoli all’aperto, ragazze senza calze. Oltre i tetti delle case, le torri bizzarre della City.
Secondo Tosches nessuno, in quel momento della storia della boxe, poteva davvero battere Liston. Il negro buono e quello cattivo. Nelle Olimpiadi del ‘68 a Città del Messico due atleti neri salgono sul podio e alzano il pugno guantato dei Black Panthers: il negro cattivo, dopo l’omicidio del reverendo King, prevale su quello buono. Ma Sonny era un’altra cosa, era pre-politico, basico.
Fa notte tardi qui, i crepuscoli si estenuano per ore nel blu sempre più intenso e ora si alza un vento freddo. Cammini veloce, quasi per sottrarti al senso di minaccia che viene dal cielo. Guardare prima a destra, poi a sinistra. La gente in strada diminuisce, tutti vogliono trovarsi all’interno di un edificio, seduti a mangiare qualcosa. Vivere facendo cose estetiche, tracciando linee che abbiano un significato, per te. Per gli altri. Rifletterci continuamente. Continuamente tornare lì, al quel tavolo, al lavoro. Il presente & il futuro.

Scritto da: tashtego a 10:04 | link | |

giovedì, 21 aprile 2005
Croste

Scrissi questa cosa un paio d'anni fa.
Viviamo nella Crosta 117.
Qui tutto dev’essere essenziale, rettilineo scarno autentico schietto sobrio ed economico.
Non sono tollerate citazioni stilistiche, barocchismi, sbandamenti e recuperi del post moderno novecentesco, pezzi d’antiquariato, tappeti persiani, caucasici, e radiche di noce, specchi dorati statue e cristallerie e argenterie.
Non sono tollerati colori schietti e forti.
È proibito il rosso carminio, il vermiglione e comunque il rosso o l’arancio accesi.
Il blu e l’azzurro elettrico, il verde smeraldo e altri verdi che non siano smorti et tendenti al grigio.
Il grigio, ecco.
Questo sì.
Grigio e bianco e nero, beige e tenue celeste, verde militare.
Legno naturale. Vetro.
Acciaio satinato e inox e alluminio soprattutto. La sincerità e l’etica della materia allo stato puro è incentivata e premiata.
Qui risiedono gli umani democratici e moderni, buoni e tolleranti: tutto quello di cui ci circondiamo è solo l’immagine coerente di una concezione del mondo e del vivere.
Di una visione etica, starei per dire politica, ecco, se non fosse un termine così inadeguato.
Quando venimmo a vivere qui, nella Crosta 117 Ikea - sarebbe meglio chiamarlo Strato -, quando scegliemmo questo Orizzonte e questo mondo, fu per la necessità, percepita da molti di noi, di muoverci orizzontalmente tra i nostri simili, quelli col nostro reddito i nostri gusti e le nostre stesse opinioni.
Scegliemmo una Comunità di Valori Condivisi, una CVC, appunto, diversa da quella di origine.
Superammo i sei giorni di Test: per riuscirci occorre essere profondamente convinti del Meme Dominante di uno Strato dell’Artificio. E se permettete non è una cosa da poco: ti rivoltano come un calzino, perché quelli dello Strato vogliono essere sicuri di non introdurre abusivi, non condividenti, non convinti, esploratori di livelli, turisti ideologici, gente deragliata ancora in cerca.
Gli elettori non perdonano questi sbagli. Nessuno vuole ritrovarsi ad ascoltare, metti in metro, discorsi che non rientrino nell’ambito del range di opinioni ammesso dallo Strato.
Intendiamoci: non è certamente proibito avere o maturare opinioni diverse da quelle ammesse per statuto in uno Strato. Si può, ma allora occorre cambiare Strato, salire o scendere di livello. Esistono decine e decine di sfumature diverse: si rifà un test ridotto di due o tre giorni, cioè circoscritto solo alla banda di opinione che si intende cambiare o della quale si vuole mutare la sfumatura. E ci si sposta un po’ più in alto o un po’ più in basso.
La Crosta Ikea non è di quelle parziali.
È di quelle totalizzanti e però democratiche: cultura, etica e stile di vita e gusto, modo di vestire, arte, ruolo della scienza, figure di arredo e oggetti, tipo di veicolo individuale, medicina, abitudini alimentari, sessualità, eccetera: di ogni forma di espressione/opinione è normato l’ambito di oscillazione, in genere piuttosto ristretto. Chi non condivide lo Statuto di Crosta (o Strato), cioè chi non si adegua, viene avvertito un paio di volte e poi invitato ad andarsene.
D'altronde il Catalogo dell’Artificio è talmente vasto che chiunque prima o poi troverà quello che cerca, cioè una Crosta che possa andargli bene. Esistono centinaia di Strati e di Settori. Uno sopra all’altro: in basso gli estremi, i pazzi anarco-polpottiani, un po’ più su gli stalinisti, poi i troskisti-del-terzo-millennio, susloviani, i tardo-bordighiani e tanti altri che adesso non mi vengono inm mente, poi salendo trovi di tutto, persino stronzi hammett-roosveltiani, che personalmente trovo ridicoli, sapete. All’interno di ogni Crosta esistono vari settori con le più varie sfumature e le più varie manie condivise: una volta mi sono ho persino trovato a passare in un Sottosettore Marginale dove si condivideva, tra le altre cose, il culto di un vecchissimo film che si chiama Allonsanfan, di un certo Taviano.
Sopra di noi si procede verso l’alto verso il Liberismo più sfrenato passando per il Fascismo più o meno “Di Sinistra” e per la Destra Sociale – cito a memoria quello che ci hanno insegnato a scuola, ma non ricordo più il significato di queste denominazioni - fino ad uno strato, il Finale, dove vivono gli ultraricchi. Qui poi la situazione è molto variegata.
Ci sono gli estremisti Harpels & VC, per esempio: non hanno regola di alcun tipo e nessuna condivisione, tranne l’assenza totale di norme, leggi ed etica: ciascuno fa quello che crede e si organizza come crede e si difende coi mezzi che ha a disposizione. E vi assicuro che occorre averne, di mezzi. Si favoleggia di armi e reparti addestratissimi di guardie del corpo per difendersi ed attaccare e progettare e mettere in pratica qualsiasi forma di sopraffazione. O almeno così si dice.
Se ne raccontano di storie sull’Ultimo Strato.
Quelli che lo abitano lo chiamano lo Strato delle Libertà.
Noi di Ikea lo chiamiamo lo Strato dell’Arbitrio, il Tetto Tremendo. Ma nessuno è obbligato a viverci, per fortuna.
Prima di accedere – essere accettati – da una Crosta (o Strato) non esiste obbligo di nessun genere. E si può dire non esista nemmeno all’interno di uno Strato: ognuno dice o fa quello che vuole. Ma la CVC può espellerlo come incompatibile: si vada a cercare lo Strato o il Settore che più gli è consono. Si cerchi una nuova Comunità che lo accetti. Valori, o manie da condividere: magari nel denso strato Sadomaso o in quello Zoofilo, per restare in tema sessuale. Ma ci sono anche i Consumisti di vario ordine e grado, lo strato satanico dei Cultori di Padrepio, oppure gli Amanti dell’Acqua Fredda. I post-Einsteiniani, gli assurdisti dello strato De Curtis, i seguaci dell’Amarismo Fernettiano, gli Hopperiani, eccetera.
Tutti sanno che esiste uno strato per ogni possibile tendenza. Ma anche uno strato, anzi parecchi strati, esclusivamente per i sessuofobi di ogni tendenza, come il gruppo Turris Eburnea. A Turris, dove sono andato una volta per concludere l’acquisto di lana di buona qualità e cioccolata nera, tutto è dipinto di verde con righe e macchie di rosso, - “per punire la vista, innanzi tutto” - dicono loro. Mah. Puzzano e sono vestiti con lerce salopette, che vorrebbero essere bianche, portano solo magliette grigie, lavorano e dormono e non fanno altro. Sessi separati, naturalmente. Fecondazione in vitro. Niente contatti fisici, anche perché sono talmente sporchi che si farebbero schifo tra loro, qualora per avventura i due sessi si incontrassero. Nella storia di questo Strato c’è un’iniziale volontà di evitare un’antica malattia virale che si trasmetteva per via sessuale e che ad un certo punto si propagò incredibilmente.
Qualcuno dice che gli Strati sono ghetti forzosi, contesta il Segregazionismo Globale e sogna una società “pluralista”, sul modello ideale delle antiche e mitiche Democrazie Occidentali. Una società dove tutti gli Strati convivano.
Altri obbiettano, e io sono d’accordo, che un ritorno al pluralismo è impensabile. Perché sarebbe un ritorno allo stato primitivo e selvaggio della Non-Condivisione, al medioevo della democrazia malintesa, dove i conflitti si susseguivano senza sosta e gli scontri violenti erano cosa di tutti i giorni.
Basta leggere i documenti e guardare le immagini, dico io.
Addirittura si pretendeva che diverse religioni convivessero nella stessa “società”.
Naturalmente esistono uno o più Livelli e più zone dove le Comunità insediate condividono come valore portante la coesistenza pacifica delle diversità.
Croste che negano l’organizzazione per CVC, insomma, come Comunione e Arcobaleno, per esempio. Mi domando su cosa questa gente basi il proprio senso di Identità e di Appartenenza.
Ci sono uomini che sognano spazi di comunicazione inter-Croste, dove si possano mettere in comune esperienze e culture, arricchirsi nell’ibridazione, nel dialogo, nel contatto. Grandi pozzi verticali di comunicazione, non blindati come quelli di ventilazione attuali, aree verdi senza gli insetti tipici di strato, gli “endemismi di Crosta” come dicono gli scienziati dell’Artificio.
La gente odia che il suo ambiente sia contaminato da organismi provenienti da altri livelli. Batteri, virus, parassiti, insetti, animali di ogni genere, magari ibridati in forme bizzarre o modificati dai biotecnici dello Strato Mucosa, oppure costruiti in laboratorio per intero, che non assomigliano a nessun’altra cosa vivente, come fanno a Mondo Nuovo, dove follemente si progetta un universo interamente artificiale, o almeno così si dice.
Però tendenzialmente ogni Livello (o Crosta, o Strato), se non ogni Settore dell’Artificio, si sta lentamente trasformando in un mondo a sé, nettamente distinto, sempre più autonomo e organizzato.
Alcuni Livelli sono dichiaratamente imperialisti e puntano al controllo di altri Strati sopra e sotto il loro.
Noi di Crosta 117 Ikea siamo moderni e moderati, siamo per la solidarietà e per il controllo e per un’economia regolata senza eccessi di sfruttamento, ma anche senza caldeggiare troppo il sociale: niente di collettivistico, come per i comunisti che stanno in basso.
Gusto, moderazione, riflessione, cultura, buone maniere, cinefilia e cinofilia, arte astratta. Insomma tutte queste cose a scuola ci hanno insegnato che si chiamano Veltronismo, “ibridato con elementi di Degregorismo e Deandreismo Morettiano”. Cosa voglia dire non l’ho mai saputo.
Niente sfarzo e niente sprechi, come i cafoni e i semicriminali colle catene d’oro dei livelli sovrastanti, ma nemmeno la negazione di ogni comfort e di ogni tecnologia, come i luddisti di Terra o i pan-naturisti di Gaia, quelli di Gea e quelli di Ipogea, o i Proserpinisti ad oltranza, con la loro tenebrosa visione ctonia dell’Artificio.
Siamo per la semplicità, ma non per il pauperismo.
I nostri storici dicono che all’origine del Gruppo, che poi fondò la CVC e che colonizzò lo Strato, ci fossero incontri prima casuali e poi organizzati, rigorosamente segreti, presso un luogo nascosto e periferico, detto appunto Ikea. Qui misero a punto un progetto di comunità per l’applicazione pratica del pensiero Veltronico (?).
Dopo molte fatiche lo realizzarono su un terreno acquistato da contadini indigeni, che vennero successivamente espulsi dalle terre circonvicine. Poi, quando si cominciò a costruire l’Artificio, chiesero la Concessione per una Crosta e, dopo molte lotte, l’ottennero. Eccetera.
Le storie degli Strati sono simili tra loro.
 

Scritto da: tashtego a 06:01 | link | |

mercoledì, 20 aprile 2005
Per caso

Tu te lo ricordi? Era amico di Ezio, sì. Si conoscevano da molto tempo, ma era  un bel po’ che non si sentivano. Dovresti ricordartelo, era un tipo bassino, vivace. Una brutta storia. Da anni viveva nell’isolamento più completo, non vedeva nessuno, si era chiuso in un appartamento dalle parti di Furio Camillo, non rispondeva al telefono, completamente sganciato da tutti. Nessuno sa perché si fosse ridotto così. Giovane, certo. Oggi mi hanno detto che è stato trovato morto. È stato un caso, era morto da almeno sei mesi, pare. In casa sua. Sì.

Scritto da: tashtego a 07:08 | link | |

lunedì, 18 aprile 2005
Un orgasmo mancato

Pensavo che avrei goduto di più per un’eventuale batosta elettorale del centrodestra. Invece, adesso che effettivamente si è verificata, provo solo un limitato benessere leopardiano da parziale “cessazione del dolore”.
E percepisco un analogo sentimento in molti amici, non necessariamente di sinistra, ai quali Berlusconi non è mai andato giù e che adesso ne intravedono la probabile (ma non certa) fine politica.
Io, che Berlusconi proprio lo odio e l’ho sempre odiato sin da quando ad entrare in politica neanche ci pensava, avrei dovuto provare un piacere più marcato e invece no.
Mi chiedo perché.
La prima risposta che mi do - non del tutto soddisfacente, ma ragionevole - è che Berlusconi e i suoi adepti non hanno ancora perso il potere, si stanno riorganizzando e per ora sono ancora lì e ci resteranno probabilmente per un altro anno.
La seconda spiegazione del mio mancato euforico godimento è che il centro-destra non è stato sconfitto dall’opposizione, ma ha perso le elezioni a causa della propria stessa inettitudine, per la cieca arroganza, da parvenu del potere, che gli ha fatto velo rispetto alla percezione degli autentici problemi del Paese, eccetera.
Voglio dire che, nella mia primitiva valutazione dei fenomeni politici democratici, se a non votare Berlusconi sono stati gli stessi stronzi che lo votarono quattro anni fa, mi sembrerebbe strano che questa gente si sia nel frattempo convertita al centro-sinistra.
È più probabile che questo centro-sinistra, essenzialmente privo di programma, identità, leader, sia risultato loro – cioè ai berlusconiani pentiti – votabile, senza traumi particolari, esattamente come gli risultò votabile quel centro-destra.
Questa cosa, se da un lato è senz’altro un bene, dall’altro mi amareggia, perché significa che ormai un’opposizione vera non c’è, cioè non c’è nessuna forza politica che sappia dire in modo sincero e credibile, non che farà la rivoluzione bolscevica, ma che intende cambiare davvero alcune cose, cioè alcune terribili storture del sistema nostrano, e come intende cambiarle.
Credo che, tra gli altri problemi che ha, questo paese sia ormai in debito di futuro, un futuro in vista del quale organizzare e vivere il presente.
Berlusconi dopo avere abbagliato qualche milione di gonzi – il cui problema era essenzialmente la mancanza di futuro – ha perso perché non è riuscito a dargliene uno.
Difficile ci riesca Prodi (con il gruppo di politici, galleggiatori di legislatura, che lo circonda e lo sostiene), ma almeno lui non possiede tre televisioni, più di mezza editoria italiana e tutto il resto e probabilmente non ha corrotto giudici, non ha evaso il fisco, esportato illegalmente capitali all’estero, inciuciato con la mafia, e non ha la faccia da cazzo di Berlusconi, anche se pure lui si difende bene. Eccetera.
Intanto mi accontento di questo. 

Scritto da: tashtego a 17:31 | link | |

mercoledì, 13 aprile 2005
I padroni del tempo e dello spazio

Ritorno su un tema che, lo ammetto, un po’ mi ossessiona.
Oggi, verso le otto e mezza, li ho visti ancora e come sempre ne ero affascinato. Sul ponte bianco, in questa luce mattutina già violenta, camminavano in tre, due uomini e una donna, nell’aria ancora fredda lungo la pista ciclabile. Gli uomini, vecchi e barbuti, indossavano lunghi lerci cappotti e trascinavano ciascuno una specie di carrello vuoto. La donna anch’essa non giovane, magrissima e mal messa, parlava tranquilla dicendo chissà cosa agli altri due. Più in là immobile un altro uomo, appoggiato al parapetto, dava le spalle al fiume di automobili e sembrava guardare assorto in direzione dei Colli, dove le nuvole erano in fuga prospettica verso est. Sul viadotto invece scorreva un flusso nervoso di gente impegnata nella solita biblica mobilitazione mattutina di massa, quando ci buttiamo in strada tutti nello stesso momento, sgomitando per arrivare in tempo. Ogni varco che si apriva nella corrente compatta di automobili in cammino veniva prontamente riempito dal primo veicolo che riusciva ad occuparlo, perché lì, al mattino, non si tollera alcun vuoto nella continuità del metallo in movimento. Il viadotto corre alto su un intervallo urbano, una zona incerta prima che la città ricominci di nuovo, ed è proprio qui sopra che spesso li vedi camminare o sostare. Sono gli abitanti di queste terre basse, della non-città, degli interstizi, dei canneti. Qui sotto, oltre al fiume e alle aree golenali, ci sono capannoni e baracche, mucchi di auto sfasciate e rifiuti, orti perfino, rampe e raccordi autostradali e chissà cos’altro. La vegetazione spontanea e le erbacce sono in rigoglio primaverile, una giungla percorsa da viottoli e piste, si direbbe. E immagino che in questo territorio ampio, quasi selvaggio, che chiamo l’Intervallo, non valgano le leggi e le norme della città, cui noi siamo abituati, ma altre leggi non scritte, altre usanze più adatte a questi umani incuranti, così diversi, sporchi e lenti, ma padroni del tempo e dello spazio.
 
Credo che questi esseri umani, voglio dire propriamente quelli che vivono qui, nascosti da qualche parte sotto i viadotti, non siano propriamente dei “senza casa”, e non credo si possano liquidare come “barboni”.
O almeno quei tre di stamattina, non li avrei definiti così.
Sembravano piuttosto persone ritiratesi dalla giostra e dalle estensioni urbanizzate della civiltà contemporanea e rifugiatisi qui, in questi territori semi-selvaggi, a vivere un’esistenza diversa, non necessariamente infelice o depressa, ma sicuramente primordiale. Immagino che tutto quello che noi consideriamo artificiale e civile, vale a dire afferente la civitas -, la città come comunità storica insediata, i manufatti edilizi e gli oggetti, grandi e piccoli, che segnano il nostro distacco dallo “stato di natura” -, loro, invece, li vedano ancora come mute entità geografiche, non più da abitare come interni, ma da usare come supporto per una vita, la loro, tutta esterna. Credo che questo tipo di persone siano l’unico davvero vicino allo stato di natura, dove il tuo giaciglio e la tua casa sono provvisori, dove ti dai da fare per trovare cibo e abiti, calore e asciutto, dove sostanzialmente decidi, istante per istante, della tua vita per rapporto al mutare dell’ambiente, non sempre amichevole. Vedo la loro sporcizia come una scelta strategica, una forma di difesa e una garanzia di isolamento, un diaframma di separazione dalla civitas, che usano come risorsa, ma che sommamente odiano e con la quale non vogliono avere nulla a che fare. Nello stato di natura, se fai paura, schifo o ribrezzo, sei al sicuro. L’Uomo Nero della Rampa di Raccordo, il robinson di cui parlavo qualche giorno fa’, mi fa proprio questo effetto anche da lontano, e immagino che sarebbe il padrone di questi territori se non avesse lo sguardo vuoto e perso da matto.  

Scritto da: tashtego a 16:50 | link | |

martedì, 12 aprile 2005
Il CDP

Ora insistere ancora sulla questione Morte-Papa è anche un po’ una rottura di palle, però io mi domando: com’è possibile che non si veda in quelle masse di credenti una forma di sostanziosa idolatria, appena velata di cristianesimo? Possibile che non si sia percepita la recessione del dio cristiano e di tutto il suo corteggio di deità minori, a fronte della soverchiante frenesia collettiva tesa all’adorazione del Corpo Del Papa (CDP)?
E quelle invocazioni di farlo santo lì su due piedi, subito, per acclamazione, quella fretta di raccontare qui e là in maniera scomposta - e francamente comica - di questo o quel miracolo e guarigione?
Il tutto prontamente riferito dalle tv, di Stato e non di Stato, de destra e de sinistra, senza un accenno di dubbio, senza una sia pur minima presa di distanza, per non dire nulla dell’assenza totale di spunti critici.
Com’è possibile che un cattolico maturo, consapevole e civile, non provi imbarazzo di fronte a tutto questo, di fronte ai coretti di intonazione calcistica, agli applausi da platea catto-televisiva scesa per una volta in piazza?
Com’è possibile che non ci si chieda quale possa mai essere il vero significato di questi fenomeni, e se per caso non si tratti di un sintomo, non della troppa fede ma di qualcosa di estraneo e opposto ad essa, di qualcosa che può prendere in futuro qualsiasi piega e indirizzo?
Com’è possibile che un cattolico non percepisca la distanza tra queste forme parossistiche di idolatria acritica e di massa del CDP e quel tanto di serenità e silenzioso rispetto che un evento del genere imporrebbe alle cosiddette “coscienze”?
È stato obbiettato che queste sono sofisticherie e rodimenti di chi non vuole accettare la “grandezza” di questo papa e il suo seguito tra i fedeli di tutto il mondo.
Rispondo che francamente ammetterne o meno la grandezza è un problema che non mi sono posto neanche per un secondo: non mi è mai sfuggita la portata di un personaggio politico di tale forza, influenza, durata, prestigio, eccetera.
È il tipo di risposta che le masse – che poi qualcuno pensi che “non esistono le masse” ma solo gli individui, lascia il tempo che trova e sarebbe stato divertente raccontarlo a uno come Hitler  - hanno dato all’evento, che mi colpisce e mi impensierisce non poco.

Scritto da: tashtego a 17:55 | link | |

lunedì, 11 aprile 2005
La porta automatica

Eravamo scesi a mangiare verso le due, al solito posto. C’eravamo fermati dal giornalaio e lui aveva comprato il suo giornale, io il mio. Morivo di fame, come al solito e sapevo che mi sarei ingozzato, poi avrei avuto sonno e sete. Sapevo che ritornato allo studio sarei sprofondato in quella poltronaccia di pelle sgangherata e forse mi sarei appisolato. Pessime abitudini. Trovammo un tavolo libero e io mi offrii di ordinare per tutti e due, mentre lui si sedeva per occuparne i posti. Tornai con un vassoio colmo di cibo e lo trovai col giornale aperto sul tavolo, lo sguardo fisso, immobile, pallido. Gli dissi di togliere quel giornale perché dovevo appoggiare il vassoio e lui mi rispose: li ho visti! Gli risposi: leva sto giornale, non vedi che non so dove mettere la roba? Lui tolse il giornale meccanicamente con lo sguardo ancora fisso davanti a sé. Era come se mi fissasse il maglione al centro del petto, così a mia volta abbassai il capo per controllare che non ci fossero macchie e sbrodolamenti. Ma tutto era a posto e pulito. Lui ripeté: li ho visti!
-    Ma chi? – gli chiesi.
-    Quelli che sono morti, li ho visti lì tutti in fila... erano vivi, come me.
-    Ma che dici?
-    Guarda -, mi disse, - guarda qui.
Prese il giornale, me lo porse e mi indicò un titolo di prima pagina. Un aereo di linea era precipitato la notte prima tra Alghero e Cagliari. Si era schiantato non si sa come, in montagna. Nessuno s’era salvato e c’era la solita foto di rottami informi, di quelle foto che ti dicono che un aereo può ridursi in un istante ad un mucchio sminuzzato e informe di pattume.
-    Sono morti tutti -, disse lui – ad Alghero c’ero anch’io l’altra sera. Facevo il checkin per Roma. A fianco c’era la fila dell’ultimo volo per Cagliari. Conosco bene quell’aeroporto, lo sai. Ci vado quasi tutte le settimane. Erano lì, ignari, che si guardavano intorno distratti, stanchi. Quasi tutti uomini, gente in viaggio per lavoro. Qualcuno che tornava a casa. Sai quando sei in fila all’aeroporto e non hai altro da fare che aspettare il tuo turno e ti fissi sui particolari di ciò che vedi. Ci torni e ci ritorni con lo sguardo, valuti, cerchi di farti un’idea della gente che ti sta intorno, come è vestita, il tipo di bagaglio, l’età, gli oggetti, i giornali piegati nelle tasche. Era gente come me, facevano la fila per la carta d’imbarco, tranquilli. Non c’era molta luce, forse si era rotta una lampada, il banco del checkin era quasi al buio, con l’impiegata che aveva l’aria di chi non vede l’ora di andarsene a casa. Saranno state le nove, nove e mezza. La fila si esaurì presto, il volo è semivuoto, pensai. Sparirono dietro quella porta automatica, coi vetri smerigliati. Poco più tardi mentre aspettavo di imbarcarmi udii il tipico rombo di un jet in decollo. Erano loro. Erano già morti, si può dire...
Parlammo ancora del disastro, per tutto il pranzo. Io ero impressionato, lui agghiacciato. Mangiò pochissimo. Continuava a dire:
-   Quella porta a vetri. Quello è stato il passo fatale, varcare quella porta. È da quel momento che hanno cominciato a morire. Chissà cosa hanno provato, chissà se si sono accorti, se hanno avuto il tempo per la paura, se hanno sofferto. Quella porta automatica li ha tagliati fuori dalla vita. Varcata quella, non potevano fare più niente per salvarsi. 

Scritto da: tashtego a 19:21 | link | |