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martedì, 31 maggio 2005
Quelli comm’a tté

Tempo fa iniziai una specie di racconto, che non ho mai portato a termine.
Ecco qui sotto quello che ho scritto.
Senti. Tu lo sai che quel concorso da ordinario lo vinsi perché mi rivolsi a Fernando? Come chi? Fernando Impacciatore, pace all’anima sua. Già te lo si’ scurdato? Tu lo sai che io c’ho un rapporto speciale co’ Fernando. Cioè, magari sarebbe meglio che non le raccontassi in giro, sti ccose. Mi posso fidare Vincè? Lo so che tu ti sei fatto superbo e non mi cachi più tanto. Al partito mi chiedono di te, lo sai, da anni. Sono anni che gli dico che sei passato dall’altra sponda. Politica, l’altra sponda politica, non mi fraintendere, guagliò. Che ti sei fatto superbo che sei diventato nu radical-scic, che non ti ricordi nemmeno più di quando si tifava per il Sommo tutti assieme, come sodali, anzi come fratelli. Te lo ricordi Fernandino che casino che era capace di armare in curva? I tempi so’ cambiati, lo so. L’utopia di Maradona è finita per sempre e chille se n’è ghiut lasciandoci qui, soli, in trincea. ‘Sti cazzo di settentrionali, di Milano, del nord est. L’unico che poteva fare qualcosa, l’unico conducator possibile per un riscatto del Sud era lui, Diego Armando. Come che cazzo dico? Dico dico. La fantasia contro l’ottusità della regola, la deregulation contro il grigiore padano. ‘O volemose bbene contro il sospetto risentito del milanese, del torinese, del veneziano, del bergamasco. Non sto esagerando. Ma pecché tu mi vuoi dire che se avessimo portato Diego Armando al potere... - politico, certo, il potere politico, mica c’ho paura delle parole - adesso ci troveremmo in questo stato? Con quelli del nord che ci sputano in testa, che ci insultano o al massimo ci colonizzano? Maradona avrebbe saputo valorizzare lo spirito vero della città e avrebbe riportato in auge la ueltansciaung partenopea. Certo lui è argentino, ma Napoli l’aveva capita bene. Massì, dai, chi sa giocare a calcio come lui sa fare anche qualsiasi altra cosa: te lo ricordi come teneva assieme la squadra? Comandava lui, era un leader vero. Napoli sarebbe diventata la capitale d’Italia, d’Europa, altro che scudetto. Tu dici così perché non hai il coraggio di vedere lontano in profondità. Io so’ nu libero pensatore e ho saputo cogliere, fin da subito, il risvolto utopico del messaggio di Diego Armando. Lui ci indicava, certamente senza saperlo, la via per ritrovare l’orgoglio perduto. Ma noi, grazie a chilli comm’a tté, non l’abbiamo saputo ascoltare. E adesso eccoci qua...
...Non è che ti incazzi o mi fai storie se ti racconto una cosa?

Scritto da: tashtego a 06:17 | link | |

mercoledì, 25 maggio 2005
Speravo

Speravo con questo blog di metter su un luogo di scambio decente.
Forse ho sbagliato i post, forse non ho riflettuto abbastanza sull’impostazione da dargli, forse semplicemente non sono capace di tenerlo, fatto sta che la qualità del tutto (post e commenti) non mi soddisfa.
Quindi taccio per un po’.
 

Scritto da: tashtego a 17:38 | link | |

domenica, 22 maggio 2005
Breve racconto porno

Si chiamava Kate e si masturbava su un letto per 24 minuti. La inquadravano leggermente dal basso mentre stava sdraiata su una sovraccoperta un po’ triste e si toccava. Le gambe spalancate denudavano una fica violacea, completamente depilata, a meno di un ciuffetto rettangolare sul monte di venere. Kate sembrava imbarazzata e la sua mano andava su e giù, poco convinta, sui segni di violenza del rasoio. Aveva i seni piccoli, i capelli corti, il corpo da adolescente. Il volto, più maturo, era quello di una ragazza carina, qualsiasi, di una studentessa. Di solito questi video lo annoiavano, ma il viso della ragazza aveva qualcosa e, quando già stava per cliccare su “indietro”, esitò. La camera stringeva proprio sul volto di Kate che teneva gli occhi chiusi e le labbra semi aperte, simulando un godimento che di sicuro non provava. Per un paio di secondi le sue palpebre si sollevarono, Kate guardò in camera e poi sorrise lievemente. Si vide allora, abbastanza chiara, una specie di vergogna impudente, come una sorta di sfida. Ma in quell’istante Emilio, che era giovane ed era solo, si innamorò di colpo di lei. Forse si era distratto e aveva abbassato maldestramente le sue poche difese, sta di fatto che lo sguardo di Kate lo trafisse da parte a parte. Il trailer era durato in tutto venti secondi. Se ne potevano visionare altre due clip. Nella prima Kate si stava masturbando seduta su un divanetto, era completamente nuda e si torceva lievemente, ma in modo un po’ maldestro. Nella seconda era già sul letto, ma ripresa più da lontano, e aveva le ginocchia alzate fin quasi alle spalle.
Emilio fu invaso da un’ansia di proteggerla, di accostarle dolcemente quelle cosce divaricate dicendole: di questo non c’è bisogno, vieni via. Fu invaso da una voglia di conoscerla normalmente, di andare a cena con lei, al cinema. Desiderò parlarle e farsi raccontare, baciarla sulla bocca. Farla ridere. La sua mente tralasciò da quel momento di dirsi che tutto quello che stava vedendo era solo un video porno di infima serie, con una ragazza chiamata Kate che si masturbava per soldi davanti ad una telecamera. Contò per lui solo quello sguardo, quel sorriso impercettibile. Era convinto che con quel sorriso desolato lei volesse dire: dio che vergogna.
Si masturbò davanti al monitor del computer e, prima di andare a dormire, salvò i tre spezzoni del video in un’apposita directory intitolata KATE. Si svegliò più volte nella notte con la bocca secca e lo stomaco in fiamme. Sognò di conoscere una ragazza in casa di amici. Gli sembrò che lo stesse aspettando, che lo conoscesse. Questa ragazza diceva cose argute, aveva i capelli corti e gli occhi vivaci. Nel sogno tutto era facile, tra loro non c’erano barriere, diffidenze, impacci, timidezze. Lo baciò a lungo ed Emilio si lasciò sprofondare tra quelle due labbra, dischiuse anch’esse, che gli parvero infinitamente soffici. Poi il sogno si complicò, lui la perse di vista e dopo incomprensibili peripezie notturne la ritrovò che stava uscendo da quella casa per andare ad una festa. Si era messa elegante e aveva i capelli più lunghi, stranamente gonfi sulla sommità del capo. Lui fece una battuta su questo e lei sorrise: adesso devo andare, scusami sai. Il sognò finì così. Il mattino dopo, sul tardi, Emilio si svegliò, andò al pc e lo accese, aprì la directory KATE e cliccò sulla terza clip. C’era Kate, ancora intenta a masturbarsi, e vagamente somigliante alla ragazza del sogno. Lei, al momento stabilito, dischiuse le palpebre, lo guardò e sorrise lievemente, come per dire: dio che vergogna.

Scritto da: tashtego a 20:49 | link | |

giovedì, 19 maggio 2005
Old boy

Lo so che parlo troppo di polpi, ma ci tengo a dire ancora un paio di cose in argomento.
Recentemente sono andato al cinema multisala Adriano di Roma per vedere Old boy di Chan-wook Park, un film coreano osannato a Cannes l’anno scorso.
Sia il film che il complesso multisala Adriano meritano un po’ di attenzione.
Il film è un esempio lampante di quello che chiamo il formalismo asiatico, dove si dispiega un nitore calligrafico e spettacolare - che mi ricorda i manifesti del tempo della rivoluzione culturale - coniugato con una narrazione melodrammatica, con personaggi schematici, forse mitici, archetipici.
Il tutto condito con meraviglie tecniche e visionarie elaborate al computer, con ralenti spettacolari.
In particolare, Old boy è pure un po’, anzi molto, noioso.
Piccola scheda anche sull’Adriano: ha otto sale tecnicamente molto buone, ma il sonoro è tenuto a volume altissimo e l’aria condizionata ti distrugge, ti toglie ogni voglia di vivere, ogni residua forza vitale: tuttavia, mentre tu soffri, intorno a te branchi di giovani con grossi secchi di pop corn dall’odore dolce e nauseante, che si direbbe quasi feromonico e chimicamente pompato, se la godono senza nessun problema, stravaccati in modo talmente deciso nelle loro poltrone che, osservata dalle ultime file, la sala sembra vuota.
Insomma dicevo, in questo Old boy c’è il protagonista che a un certo punto mangia un polpo.
Ma lo mangia vivo.
È una scena del tutto inutile e ininfluente ai fini della, chiamiamola così, storia.
Serve solo a fare senso allo spettatore, dandogli l’impressione che sta vedendo una cosa speciale e molto cool.
L’attore, del tutto trascurabile, che ha il ruolo del protagonista, tale Choi Min-sik, se ne sta lì a recitare la scena di uno che mangia un polpo vivo, un’attrice recita la parte della ragazza del sushi bar che glielo serve, ma il polpo non recita un bel niente e muore davvero tra le fauci di questo tale Choi Min.
Trovo questa scena, e i mezzi usati per farla, eticamente inaccettabili.
Che si uccidano polpi per mangiarli o per sport è riprovevole, ma non quanto l’ucciderli per mostrarne la morte, vera, nella scena di un film.
Nei lungometraggi di finzione, tutto dovrebbe essere, per coerenza, finzione (anche schiacciare una blatta). O, al contrario, tutto dovrebbe essere vero.
A questo punto affermo che per coerenza, se si è deciso di uccidere una creatura in modo atroce, per girare una scena stupida e ripugnante, si sarebbe dovuto stabilire che anche la morte dei personaggi del film che finiscono ammazzati (molti) fosse vera, il sangue vero e le ferite vere, le scene di violenza vere, eccetera.
Invece no, solo il polpo, creatura indifesa, nel senso che a nessuno interessava e interessa la sua sorte, c’è andato di mezzo.
I polpi è provato che, per certe cose, hanno l’intelligenza dei bambini di tre anni.
Bene allora gli direi al regista Chan-wook Park: stronzi, mangiatevi anche quelli, nel prossimo film.
   

Scritto da: tashtego a 17:39 | link | |

mercoledì, 18 maggio 2005
Il polpo, perhaps

Esistere: essere, avere realtà effettiva. Eccetera (De Mauro on line).
I dizionari non si occupano esplicitamente dei problemi filosofici che si nascondono dentro i lemmi.
Eppure un dizionario, se è buono, sotto sotto è anche un poderoso trattato di filosofia del linguaggio, di scienza della definizione, di ontologia, eccetera.
Dire cosa significa una parola non è impresa da poco, al punto che molti termini che si riferiscono a specie viventi, oggetti, dispositivi e utensili, organi del corpo umano, eccetera, generano illustrazioni, quei meravigliosi, minuziosi disegni al tratto, tipici dei dizionari e delle enciclopedie di qualche decennio fa.
Questioni complicate. Cosa significa per esempio la parola “polpo”? Difficile non ci sia scritto che è un mollusco cefalopode, eccetera.
 
Il De Mauro on line recita:
pól|po, s.m. CO mollusco marino molto comune, con corpo a forma di sacco e otto tentacoli provvisti di ventose disposte in doppia fila, pescato per la carne cucinabile in vari modi | TS zool.com., nome comune dei molluschi della famiglia degli Ottopodidi e in particolare dell’Octopus vulgaris, diffuso nel Mediterraneo.
 
La definizione contiene una quantità di concetti che occorre conoscere già se si vuole sapere di cosa cavolo parli il dizionario: mollusco, mare, corpo, sacco, tentacoli, ventose, carne, cucinabile, eccetera, fino a Mediterraneo. E questi concetti ne contengono a loro volta altri, e questi altri ne contengono altri ancora, al punto che qualche volta ho pensato che per approfondire davvero il nome di una cosa bisogna descrivere l’intero Universo Mondo, e forse non basta.
E, quand’anche si conoscessero con esattezza tutti i termini della definizione, ma non si fosse mai visto un polpo, non saremmo in grado di riconoscerne uno, vedendolo, sulla sola base della lettura della voce “polpo” del De Mauro.
A questo serve il disegno: supplire, almeno parzialmente, alle carenze del linguaggio.
Insomma il dizionario ci dice solo che una cosa esiste e ha quel nome.
Ma ci dice anche il nome di cose che non esistono, delle cose dubbie, e ci dice soprattutto dell’esistenza di alcune parole, in quanto parole.
Per esempio ci dice che esiste la parola: “tuttavia”, e la parola “forse”, eccetera, che non si riferiscono a nulla di esistente, al di là del proprio stesso significato.
Non solo, ma il dizionario ospita solo una infima parte delle parole che servirebbero a dire di tutte le cose che probabilmente esistono, ma delle quali non sappiamo nulla.
 
Sulla quarta di copertina di Ontologia di Achille C. Varzi, Laterza 2005, leggo: È possibile, e come è possibile, fare un inventario di tutto ciò che esiste?
Non so se dentro il libro ci sia la risposta a questa domanda, ma immagino di sì, ed immagino sia una risposta complessa.
Ma è soprattutto la domanda che mi ha incuriosito: chi e perché se l’è posta?
L’autore fornisce una risposta anche a questo interrogativo, ma non mi sorprenderei se la domanda fosse contenuta in qualche racconto di Borges, in qualche suo testo.
È certamente una domanda borgesiana e mi sembra contenga in sé una qualche dose di ironia, sul tipo di quell’altra Domanda Definitiva contenuta in Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams (non dico qual è).
Nella prefazione del libro– non sono andato oltre, per ora – si dà subito una prima informazione: la domanda la pone il filosofo C.D. Broad e si genera da un’altra domanda: che cosa esiste? A cui, secondo l’autore, si deve rispondere: tutto esiste.
Per poi aggiungere: cosa si intende per tutto? E quali cose si debbono includere in un “Inventario completo” del tutto?
Insomma: non tutto esiste, ma solo ciò che appartiene alle cose che esistono, cioè al tutto esistente.
Per questo servirebbe l’inventario e dall’inventario si potrebbe buttare giù un catalogo: se una cosa non la trovi sul catalogo del tutto, vuol dire che la realtà non la fornisce. Dunque non esiste, non la trovi già pronta e, se proprio ti serve, devi fartela da solo. Tipo l’invenzione e la fabbricazione di dio, che risponde ad un bisogno che la realtà non riesce a soddisfare.
Ma - proseguo a braccio e spero che mai il Varzi,o un altro vero filosofo, leggano queste note - dato che non è possibile stilare un elenco di tutte le cose esistenti e, soprattutto, dato che ne esistono sempre di nuove e inaspettate - di quelle che uno dice: maddai, davvero? non mi stai prendendo per il culo? – l’Inventario si occuperà di stilare il catalogo delle cose che possono esistere.
Immagino che valga come dire delle condizioni (assolute?) secondo le quali una cosa può dirsi un ente, cioè può appartenere alla realtà effettiva.
E anche sulla realtà effettiva ci sarebbero da dire cose imbarazzanti.
Non so esattamente cosa sia l’ontologia, ma credo si occupi proprio di questo, cioè delle condizioni di esistenza secondo le quali, eventualmente, stilare un Catalogo dell’esistente.
A occhio e croce ti viene subito da pensare che ciò che non può essere - a nessuna condizione presente, passata e futura – pensato, descritto, nominato detto e narrato in qualsivoglia linguaggio, presente passato e futuro, non esiste.
Ma qualsiasi scrittore di fantascienza sa che ciò che non possiamo pensare noi lo può magari pensare qualcun altro essere pensante, con altre modalità senzienti, su altri pianeti, in altre galassie, universi e spazio-tempi (spazi-tempo?).
E comunque questa sarebbe solo una condizione necessaria, ma non sufficiente: se posso pensare e narrare una cosa, o descriverla, se esiste l’idea di una cosa, non è detto che esista, vedi l’araba fenice, l’unicorno, dio, eccetera. Altrimenti si ricadrebbe ner platonismo, come minimo, e bisognerebbe legittimare quantomeno i libri di Peter Kolosimo.
E però le idee esistono: nelle nostre menti, nelle nostre parole, sui libri.
Il polpo domani potrà anche estinguersi – sarebbe una vera tragedia – ma avrebbe lasciato comunque una traccia reale e indelebile, forse eterna: l’idea di polpo.
Essa è già contenuta, per esempio, nell’insegna di un ristorantaccio sulla via Boccea, a Roma, che si chiama La tana der porpo.

Scritto da: tashtego a 18:34 | link | |

lunedì, 16 maggio 2005
Perhaps

Leggo che a Bergamo, il venti e il ventun maggio prossimi, si terrà un convegno internazionale di ontologia intitolato On what (perhaps) there is – Su ciò che (forse) c’è.
Concordo con chi dirà: facile ironizzare su un titolo così.
Ma devo confessare che lo trovo bellissimo e che, se vivessi a Bergamo o nei paraggi, ci andrei.
E però, per altro verso e cedendo al mio coté volgare e “romano”, mi è difficile astenermi da un rozzo commento da homo faber, quale in fondo sono.
A questo convegno partecipano studiosi che vengono anche da molto lontano, tipo dagli USA.
Per arrivare a Bergamo prenderanno aerei e treni, automobili, linee metropolitane, useranno scale mobili, tapis roulant, ascensori, eccetera.
A tutte queste macchine e mezzi di trasporto affideranno la loro incolumità e la loro vita.
Lo faranno tranquillamente, senza pensarci su troppo, come facciamo tutti.
Senza riflettere sul fatto che, se i costruttori di quelle macchine e quei dispositivi, si fossero posti la stessa (legittima) domanda sulla quale tra pochi giorni si interrogherà il convegno, loro a quel convegno non ci sarebbero mai arrivati.
Si muoveranno - con in testa i loro rovelli e magari apponendo gli ultimi ritocchi alle loro relazioni nelle sale d’aspetto degli aeroporti di mezzo mondo, sui treni e sugli aerei – si muoveranno, dicevo, in mezzo a gente assolutamente certa dell’esistenza di un mondo oggettivo e conoscibile, fatto di oggetti identificabili, come tazza e piattino e scopa e pavimento e cloche, flaps, cemento delle piste, manubri e volanti e pulsanti, eccetera.
Tutti enti assolutamente e normalmente usabili e definibili, per i più.
Ma non per loro, cioè per gli umani, pochissimi, che si stanno recando a quel convegno, che ha già nel titolo la parola perhaps, forse.
Aggiungo: il mondo che i filosofi in viaggio percorreranno è, nella grande maggioranza, convinto che oltre la realtà, la dura realtà, esista una sovra-realtà, un mondo soprannaturale di enti superiori, occupati per lo più a rivederci le bucce.
La filosofia può esistere solo se le sono garantite le necessarie condizioni di sopravvivenza, un ambiente di materia inerte e isolante, fatto di cervelli convenzionali e operosi, che la mantenga in vita.
Insomma un perimetro protettivo, costituito da non-filosofi che danno il mondo per certo e lo costruiscono, intanto che i filosofi lo pensano.
Detto questo, ospiterei volentieri su questo blog un resoconto del convegno, se qualcuno dei suoi pochi frequentatori ha modo di andarci.

Scritto da: tashtego a 17:24 | link | |

venerdì, 13 maggio 2005
Berlusconi è un cretino

Sulla valutazione del cavalier Banana si sono formate diverse scuole.
Io sono tra quelli, pochi, che lo ritengono, sic et simpliciter, un cretino.
La famosa definizione del Cipolla recita così: un cretino è colui che, danneggiando gli altri, danneggia se stesso.
Sempre il Cipolla enuncia: un bandito è colui che agisce danneggiando gli altri a proprio esclusivo vantaggio.
Inizialmente, osservando l’azione di “governo” del Banana, pensai: ecco un vero bandito, che la mette al culo al paese e mette tutto nel forziere.
Pensai anche: con tutto il potere che ha, se riesce a radicarsi, non ce lo togliamo più di torno.
All’inizio molti pensavano: ecco adesso il bandito si approva le sue leggi ad hoc, quelle che salvano il suo, di culo, e poi si mette ad attuare un po’ delle cose che ha detto di fare, tipo le grandi opere e altre cose del genere.
Pensavo che abbassava le tasse per beccare consensi dagli imbecilli che l’avevano votato, che non sono i ricchi, ma una borghesia piccoletta e ignorante come lui, allevata dalle sue televisioni, che sogna di andare in vacanza a portorotondo come vero e ultimo obbiettivo della vita (non che io ne abbia di migliori).
Invece questi poveracci alla fine ci hanno guadagnato solo qualche decina di euri l’anno, e adesso si vendicano.
Chi, se non un vero imbecille, disponendo già di tre reti televisive, di gran parte dell’industria editoriale italiana e di molte altre cose, arrivando al potere con una maggioranza schiacciante, la più ampia della storia della Repubblica, si sarebbe cacato in mano in questo modo, dandosi poi anche uno schiaffo?
Nessuno prima del Banana, Mussolini a parte, ha avuto a disposizione più potere: guardate come se ne è servito.
John Kenneth Galbraith ha scritto una volta che non c’è niente di più sbagliato dell’opinione comune secondo la quale chi fa i soldi è perché è intelligente: secondo Galbraith i soldi si fanno per avidità. Concordo.
Qualche postilla sul cavalier Banana.
Secondo me la cultura è tutto.
È il tipo di cultura che uno possiede (meglio: dalla quale uno è posseduto) che lo fa agire in una certa direzione e secondo certe modalità.
E ciò, semplicemente, perché non è in grado di percepirsi e percepire il mondo in modo diverso dal dettame culturale che lo abita.
Il Banana è la prova provata di ciò: guardate le risposte che dà a chilo interroga sui prezzi e sulla crisi economica: è completamente privo non solo dell’idea, ma anche della semplice nozione di bene comune, di interesse condiviso, eccetera.
È incapace di pensare in questi termini, ma è anche incapace di mettere in pratica una vera ideologia individualista e liberista.
Per il Banana l’individualismo coincide con il facciamoci i cazzi nostri, cioè ognuno i suoi.
Questo è puro & lercio credo piccolo borghese (non ho a disposizione altre definizioni).
È albertosordismo nella sua essenza.
Si dirà: checcazzo c’entra Alberto Sordi?
C’entra, c’entra: avete presente il mitico dottor Terzilli, quello del Medico della mutua?
Non è spiccicato, anche nel soma, nel sorriso, al Banana?
Non vorrei sembrare il solito apocalittico, ma pagheremo tutto, purtroppo: Sordi, il Banana e tutto il resto.
Anzi, già siamo in piena fase di pagamento.
Poi mi viene in mente che Uolter Veltroni ha dedicato al sordismo la Galleria Colonna a Roma e allora penso che davvero siamo circondati, che non c’è scampo.

Scritto da: tashtego a 15:47 | link | |

mercoledì, 11 maggio 2005
Io sto con Shylock

Insomma lo ribadisco: io sto con Shylock, l’ebreo del Mercante di Venezia.
L’ho detto e ridetto nel post sul massetere di Perkins, in cui trattavasi vagamente di attori, americani e francesi.
Mi auguro che esista almeno un altro Universo che differisce da questo solo perché nel Mercante di Venezia, scritto dallo Shakespeare di quello spazio tempo, il vecchio Shylock vince e si prende la sua vendetta.
In un altro Universo ancora, Shylock con spregio, dopo aver ridotto Antonio ad implorarlo in ginocchio di salvargli la vita, lo lascia andare e rinuncia pure ai soldi.
L’odioso Antonio, che appartiene come Bassanio alla casta dei dominanti e tuttavia si prende la briga di sputare addosso agli ebrei non appena li incontra - salvo poi chiedere loro, come se niente fosse, denaro in prestito - si merita in pieno che gli venga estratto il cuore con un coltello da cucina.
Aggiungo che sono sempre stato contrario all’attore Geremiairons, che non sopporto e del quale salvo solo l’interpretazione dei gemelli in Inseparabili, di Cronenberg.
Nel primo universo potrebbe andare così: il dramma di Shakespeare prende una piega splatter e Shylock immerge il coltello nel petto di Antonio, estrae il suo cuore e lo addenta seduta stante, lanciando un mugolio, un sospiro profondo di soddisfazione. Al che, l’altro vacuo coglione, Bassanio, gli si avventa al collo e tenta di strozzarlo. L’ebreo, soffocando, gli sputa il cuore di Antonio sulla faccia. Armigeri li dividono. Finisce con Shylock che se ne va a casa vittorioso, canticchiando e forbendosi la bocca dal sangue. Mentre scende lo scalone di Palazzo Ducale, accenna passi di una buffa danza pagana. La figlia Gessica lo abbraccia sulla porta di casa.
Il finale del secondo Universo è meno interessante e più politicamente corretto. La pièce assume un andazzo politico de denuncia, in Palazzo Ducale si accende il dibattito. Antonio e Bassanio prendono coscienza dell’oppressione del popolo ebreo e, alla testa di un manipolo di giovani veneziani evoluti, corrono ad abbattere le mura del Ghetto. Non prima di aver preso coscienza anche della loro omosessualità. E non prima di essersi fatti unire in matrimonio dal Doge. Porzia ci resta male e ripensa al bel moro col turbante cui ha rinunciato per Bassanio, mentre se ne torna in gondola al suo improbabile palazzo tra le colline. In laguna non ci sono colline, ma in quell’Universo sì, cosa che rende il film (in quell’Universo) molto più plausibile.
Essendo notoriamente infiniti gli Universi possibili, esistono infinite varianti del Mercante di Venezia, così come esistono infiniti Universi senza Shakespeare, senza al Pacino, eccetera. E senza Geremiairons, senza Pispole & senza Tash.
Forse è bene che prenda in mano il testo del Mercante, che non ho mai letto.
 
 
 
 
 

Scritto da: tashtego a 18:23 | link | |

lunedì, 09 maggio 2005

3 Giorni  

PAPA GIOVANNI XXIII  

GARDALAND  

€75,00  

SABATO 15 MAGGIO  

1° Giorno: Arrivo a Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni, pranzo libero, arrivo in hotel***, cena e pernotto in camere doppie con servizi.  

2° Giorno: Colazione, cena e pernotto in hotel, visita di Sirmione (facolt. ingresso a Gardaland e cena spettacolo al castello di Lazise).  

3° Giorno: Colazione, consigli per gli acquisti, pranzo e rientro alle fermate di partenza.  

La Quota comprende:  

Viaggio A/R in Bus G/T + 2 Colazioni + 1 Pranzo + 2 Cene + 2 Pernotti + ¼ di Vino + ¼ d’acqua a pasto + frutta.

 

 

 

Scritto da: tashtego a 07:52 | link | |

mercoledì, 04 maggio 2005
Il sogno di Ortensio di andarsene

Ho letto sui giornali che lo scrittore Marco Lodoli fu compagno di scuola del "mostro" Izzo in un collegio romano di preti.
Qualche anno prima, feci la stessa esperienza, ma in un'altra scuola, sempre di preti, sempre per borghesi coi soldi. 
I personaggi descritti da Lodoli sono quasi identici a quelli che frequentavano la mia scuola.
Ne scrissi in questo racconto, un paio d'anni fa.
*
Genovese guarda dritto davanti a sé ma, con le mani di fianco, mima sotto il banco un cazzo che fotte un culo, o una fica, non si sa.
L’indice e il medio della destra inseriti in un anello sfinterico costruito col pollice e l’indice della sinistra vanno sù e giù.
Genovese emette dalle labbra un risucchio leggero quasi impercettibile.
No basta che mi arrapo, mi arazzo, me ne vengo e sgodo -, è Bertelli che bisbiglia defilato, piegato in avanti sul banco a fianco, anche lui fingendo di seguire la lezione e lanciando occhiate e risatine.
Dietro a lui uno dei gemelli Capece osserva la scena e pure lui ridacchia.
Ha una bella caccola tra il pollice e l’indice e dice: guarda che caccola.
Bertelli si passa più volte la mano sul pacco, facendo un risucchio anche lui tipo Ishhhh... aahhhh... ishhhh... ahahhhhahha...
Oggi c’ho già i coglioni duri, devo farmi una pippa, sussurra Renzulli nascosto dalle spalle e dalla testona di Genovese.
Te la fai qui? Dice Bertelli abbassandosi dietro le spalle di Piazzi che gli siede davanti.
Mannò, non c’ho niente per arraparmi, manco un giornale. Magari dopo salgo un momento in camera e me la faccio.
Genovese seguita con la sua pantomima fottitoria, ridacchiando con la mano davanti alla bocca.
Ogni tanto dice: suchii, suchii.
E sospira.
Bertelli e Renzulli e il gemello Capece ridono.
 
La lezione su Tertulliano va avanti sgorgando lenta dalla cattedra come una pappa grigia e dopo un po’ la noia avvolge ogni cosa, frè Ortensio compreso.
Da sempre sono abituati che a questa specie di frate-prete non frega un beneamato cazzo di quello che si fa e si dice a scuola.
Lui è lì come se stesse dietro allo sportello della posta.
Solo che è cattivo e vendicativo e maligno.
Sotterraneo e indiretto.
Non cattivissimo, né malignissimo, che per esserlo ci vorrebbe un po’ di energia.
Ma frè Ortensio sembra che non ce l’abbia di suo.
Se ne sta lì, sotto il suo riporto, il suo lunghissimo riporto appiccicato alla testa si direbbe con la colla, lo sguardo senza vita dietro le lenti molto spesse: eppure dentro quella cosa lì si agitano lingue di fiamma che ogni tanto senza preavviso eruttano materia vitale.
Ogni tanto gli occhi bolliti di Ortensio si animano dietro le lenti spesse.
La bocca piegata amaramente da un lato, le labbra tumide e bagnate, rosse, improvvisamente ridono.
E si lasciano sfuggire parole inconsuete, leggere, commenti su cose d’attualità che rivelano attenzione e curiosità.
Beh, insomma, nessun interesse per la scuola e per i suoi studenti.
Piuttosto qualcosa di sbarazzino che non ha nulla a che fare con il suo essere qui, ma che rivela un desiderio pazzesco di essere altrove e fare un’altra vita.
Ma dura poco, e si torna subito all’ottundimento di sempre.
Bertelli, Genovese e Renzulli sono alti e ben vestiti.
Secondo i canoni cioè.
Roba fatta su misura.
Doppi petti grigi o marroncini, con giacca lunga avvitatissima e tasche e taschine un po’ oblique con la patta, quattro bottoni e revers stretti.
Camicia bicolore: il collo e i polsini azzurri e il resto bianco.
Cravatta reggimentale annodata stretta al collettone a due bottoni.
Pantaloni stiratissimi col risvolto e riga perfetta.
Gemelli d’oro.
Stivaletto con fibbia.
Fiumi di colonia inglese, Dunhill.
Marlboro, Kent, Pall Mall, Winston.
Accendino d’argento, pure Dunhill, oppure il Ronson aerodinamico.
Questo Ronson fa la sfiammata alta e ci si può giocare ad accenderlo e spegnerlo.
Portamonete Gucci a fermaglio, anch’esso d’argento.
Fazzoletto tipo bandana ripiegato nel taschino, con due punte.
Ray ban in tasca nell’astuccio.
Stanno seduti nei banchi singoli, ingessati nei loro completi, fedeli al motto: eleganza ovunque e a tutti i costi.
Giocano nella squadra di basket, come i gemelli Capece.
Se non ché i gemelli Capece non sono così elegantoni, anzi.
Vengono a scuola in cappotto e golf, pantalonacci sformati di velluto, scarpe deformate all’insù a becco di papera.
Aspirano all’eleganza di quei tre, ma non sanno nemmeno da dove cominciare.
Non sono poi molte le cose che bisogna avere.
Ma quelle bisogna proprio averle.
Cioè non una, ma tutte.
Non puoi farti fare un vestito così e poi metterti una camicia di Schostal col colletto piatto, schiacciato e aperto come un kaki marcio.
Così come non puoi comprare una cravatta non-reggimentale, magari di stoffa scozzese.
Le scarpe: puoi non comprare lo stivaletto basso con fibbia, ma allora devi avere almeno un paio di Clarks ai piedi, oppure un mocasso Lotus, che so.
Sono in molti ad aspirare all’eleganza.
E molti parzialmente ci riescono, ma sempre sbagliano qualche dettaglio, naturalmente.
Gli unici perfetti e ben consci di essere perfetti, giusti in ogni particolare, sono quei tre, piazzati vicini agli ultimi banchi in una specie di zona franca, di loro territorio, dove si possono fare cose, che in altre zone dell’aula non sono assolutamente fattibili.
Tipo farsi una pippa.
O dormire.
O leggersi un giornaletto.
I tre non dicono qual è la regola dell’eleganza, non dicono cosa ci si deve mettere, dove si deve comprare, i colori e le stoffe.
Ti accorgerai di aver fatto centro solo se qualcuno degli eleganti ti fisserà con interesse una giacca o un paio di pantaloni.
Gli eleganti godono di privilegi, parecchi privilegi. Sono lì in quella scuola perché sanno giocare a basket meglio degli altri.
E sono altissimi.
Specialmente Genovese.
È un calabro di due metri e cinque centimetri, pesante e stupido, ride sempre, ma in campo serve, eccome.
Si muove male, ma si piazza sotto canestro e mette dentro.
Serve alla squadra che gioca in prima serie, mica cazzi.
Lui è un pivot come se ne trovano pochi.
Di così alti voglio dire.
Gli altri due giocano meglio, sono più agili, veloci.
Sembrano più intelligenti di Genovese, e sono, come lui, convittori.
Il convittore è una razza a parte in questa scuola.
Vive in collegio, non può uscire, i suoi problemi sono diversi da quelli degli esterni, che invece se ne vanno a casa tutti i giorni.
Fanno una vita inimmaginabile, i convittori: stanzette e corridoi, cortili sale studio mensa e poi in chiesa al mattino e alla sera, sala tv, studio, telefono a gettoni, allenamenti e palestra, due tiretti al pallone in cortile, sigarette e un mare di pippe, sempre.
Libera uscita al pomeriggio, dopo una certa ora.
I convittori non parlano mai della loro vita con gli studenti esterni.
Ma forse è proprio per reagire alla sua vita schifosa che il convittore si acchita per scendere in classe.
È per combattere contro l’effetto reclusione, contro la tendenza a stare in pigiama sempre, come un ricoverato.
E d’altra parte la cravatta in questa scuola di preti è obbligatoria.
Si tollera al massimo un golf dolce vita sotto la giacca.
O un cardigan, al posto della giacca, ma allora la cravatta devi averla.
Insomma, ci sono regole qui, mica cazzi.
C’è l’Ispettore che gira, sorveglia e vede tutto.
È un omone meridionale, che per chi non lo conosce sembra bonario, ma quando vuole colpisce senza esitazioni e ti fa un culo così.
Non si può marinare neanche un giorno, neanche per sbaglio: alla prima assenza ti telefonano a casa dopo neanche un’ora e controllano.
Tutte le mattine mezz’ora di religione per tutti e per tutto il tempo che si frequenterà il collegio.
In pratica è catechismo da mandare a memoria sul quale si viene continuamente interrogati e che perciò stesso nessuno trattiene e impara.
I giorni festivi messa obbligatoria in collegio alle 8 anche per gli esterni.
Se non fai la comunione tutte le domeniche te ne chiedono il motivo, prima o poi.
È un sistema totale, un accerchiamento, un assedio.
Non ti mollano e si fanno pagare per questo.
Alla domenica in cappella - quando hai appena fatto la comunione obbligatoria e stai lì con la faccia tra le mani, perplesso su cosa dovresti provare e che invece non provi e su cosa dovresti pensare e che invece non pensi - ti si avvicina di soppiatto Luzzardi.
E ti sibila: Dì porcoddio! Dai dì porcoddio, che ti costa. Dì porcamadonna. Adesso devi dirlo, sennò dopo che gusto c’è?
Se ti viene da ridere, e ti viene sicuramente da ridere, seguita così per un pezzo invitandoti a pensare alla fica della Madonna e ad altre cose così.
Luzzardi, anche lui ha appena fatto la comunione obbligatoria e ha appena cantato gli inni obbligatori.
Lui se ne frega, non si oppone mai apertamente ai preti.
Non manifesta mai alcuna opinione di fronte alle autorità del collegio.
Ma non ne fa passare una, niente sfugge al suo tremendo sghignazzo allucinato, anarchico, blasfemo, che stranisce gli altri: non sanno se ridere o no.
 
Letteratura latina, italiano, storia, religione, eccetera, tutte le materie di frè Ortensio sono inavvicinabili per noia.
Lui le sporca di noia, le sbava con la sua sciatteria e la disonestà evidente di quel suo essere una specie di prete, senza essere prete.
La sua mancanza di passione e di interesse cuoce ogni materia affidata a lui, rendendola stopposa e insapore e difficile da ingoiare.
Nauseante.
Questa noia cola giù sulla classe: le sei lampade a globo sono tutte accese perché fuori il sole sembra si sia dimenticato di sorgere, oggi.
Piove e fa freddo e il tempo non passa.
Tutto è completamente fermo, tranne le due dita della mano destra di Genovese che seguitano a fottere la mano sinistra e Bertelli che si massaggia il cazzo.
A quest’ora tutta la scuola sembra essere finita in un gorgo spazio temporale.
L’intero edificio del collegio, annidato nel centro di Roma con la sua sequenza di suoi cortili in stile rinascimentale, fluttua a mezz’aria nella noia di tutti quelli che in questo momento l’abitano.
Dall’ispettore alle educande, che fanno le pulizie nelle stanze dei convittori e che i convittori continuamente insidiano, agli alunni di ogni età e di ogni sezione, a frè Ortensio, a frè Emilio, a frè Serafino e a tutti gli altri frère, fino al portiere e a quelli che preparano il cibo nelle cucine, tutti sembrano travolti da questo nulla.
Occorre adesso leggersi in fretta qualcosa della matematica assegnata una settimana fa: più tardi c’è Vignali.
Vignali è un incubo.
Vecchio, giallo, mezzo morto, pazzoide.
A vederlo si direbbe che debba stare in pensione da un pezzo, ma questa scuola ricicla vecchi arnesi che hanno voglia di lavorare, pagandoli due lire.
Vignali non è un mediatore velenoso come Ortensio, lui è diretto e violento e anche un po’ fuori di brocca.
Insulta, mette due, minaccia bocciature, deride in modo sanguinoso: cretino, sciemo, non sai niente non hai studiade niente, cervellino di formica, stupido, io ti boccio, ti caccio...che fa tuo padre? Fa l’ingenieri? E tu vuoi fare l’ingenieri comm’a tuo padre? Tu? Sciemo, cretino. Fatti aprire un negozietto di bottoni invece. Che ci vieni a fare a scuola?
Eccetera.
Ha l’aria malata, è magrissimo con la faccia piana di escrescenze.
Agita le mani dalle dita lunghe e secche, gialle.
Vignali è tragico e terrorizzante, ma è anche irresistibilmente comico, e soprattutto durante le sue invettive la classe ridacchia.
Allora Vignali si ferma di botto e guarda diritto davanti a sé, verso il centro dell’aula e lentamente dice: ho individuade un gruppette di teppisti, di delinguende, state attenti che vi caccio, vi boccio, vi strongo, vi sospendo per tutto l’anno a voi quattro, mascalzoni teppiste, farabutti, nullafaciendi.
Quando si incazza, cioè molto spesso, gli trema la mandibola, con la quale si mastica in continuazione la dentiera.
Se vedi che la mandibola di Vignali comincia a tremare allora significa che la situazione, qualsiasi essa sia, si è fatta seria. 
Vignali non ci vede e non ci sente.
Non puoi dirgli che per quel giorno non hai studiato.
Non puoi chiedergli una dilazione un rinvio un perdono una tregua.
E le cose devi saperle davvero, perché se ne accorge.
Perché dopotutto non è scemo.
O studi, oppure Vignali ti rompe il culo.
Dunque leggere, ripassare e studiare di nascosto e fare attenzione che Ortensio non è scemo neanche lui ed è alla fine molto più pericoloso di Vignali.
Se Ortensio non vuole a te non ti bocciano, ma se gli stai sulle palle per qualche motivo, allora le cose possono mettersi molto male.
Ortensio non è una persona.
È una procedura, un decorso, una traiettoria, e se le cose si mettono male con lui, può essere molto difficile rimediare.
Soprattutto se non-giochi a basket.
Chi gioca a basket in prima squadra è protetto dall’alto, cioè dal Direttore e dall’Ispettore e nemmeno frè Ortensio lo può efficacemente colpire.
Ma attenzione, devi giocare bene, ti devi allenare seriamente, che l’allenatore parla coi preti e i preti ti castigano.
Loro ci tengono alla squadra.
Di fatto i tre eleganti il lunedì mattina e all’indomani degli allenamenti non vengono interrogati, vengono lasciati in pace, svaccati sui banchi con le mani dentro i pantaloni che si toccano le palle a crudo per cinque ore filate e si annusano le dita.
Gli altri, benché siano finiti qui quasi tutti perché bocciati altrove, come i preti ben sanno, qualcosa – un minimo - devono pur studiare, per dimostrare, almeno formalmente di poter essere promossi a fine anno.
Per questi recuperi le famiglie pagano belle cifre.
Tutti  lì dentro lo sanno, sanno che questa scuola è finta: finto severa, finto religiosa, lo studio è finto, con finti professori, uomini finto-preti, edifici finto antichi.
In tutta questa finzione tacita e contrattuale, tra i finti professori ce ne capita pure qualcuno vero, ma raramente.
La stessa cosa può accadere con gli studenti: può, almeno in teoria, capitarci pure qualche studente vero, nel senso che è stato mandato qui perché i suoi chissà che si credevano che fosse questa scuola.
Perché fa fine, dà prestigio.
Perché, se si possono mandare i figli al collegio Taldeitali. vuol dire che i soldi bene o male si sono fatti.
E nel generone si deve sapere che i soldi si sono fatti, per ottenerne approvazione e magari accesso ai circoli sul Tevere.
 
Alla terza ora c’è Vignali e tutti fingono di ascoltare la lezione di Ortensio su Tertulliano e chissà chi altro, ma sbirciano di soppiatto nel libro di matematica, si passano qualche foglietto, bisbigliano preoccupati.
Vignali è vecchio e non guarda in faccia a nessuno.
Solo per i cestisti sembra avere un occhio di riguardo.
Si fa per dire, di riguardo, che si vede e si capisce benissimo che Vignali a quei tre li boccerebbe volentieri.
Ma forse anche lui deve acconsentire a questa prassi di far sapere per vie indirette agli alunni-atleti quando saranno interrogati e su cosa.
Insomma questo si vocifera e dopotutto solo si suppone, non si sa con certezza.
Nulla si sa con certezza tranne le regole generali del gioco che vigono in questo collegio Taldeitali.
Tutto sommato Tertulliano e Ortensio adesso fanno comodo, prima dell’ora di terrore puro di Vignali.
Ortensio va in automatico e dice cose che nemmeno lui ascolta, leggiucchia dal manuale, recita brevi passi in latino di questo o di quello, trascina lentamente la finta lezione verso la fine dell’ora.
Ortensio sa che nessuno lo ascolta, ma oggi è in buona e non ha voglia di mettersi a fare questioni di state zitti e state attenti e dimmi cosa sto dicendo e di cosa stiamo parlando.
In altre occasioni magari quando sta di traverso s’incazza e soavemente, com’è nel suo stile, si accanisce, ti leva la pelle: interroga a salti e fioccano i due e gli impreparato.
Ma oggi va in un altro modo.
Oggi, e a quest’ora, vige una tranquillità pattizia, una tregua tacitamente concordata.
L’intera classe fluttua pigramente in questa mattinata d’inverno verso l’approdo delle 11,30 mentre l’odore disgustoso di covaticcio giovanile, di lana bagnata, misto all’alito di cappuccino con bouquet di fumo fumato, la fa ormai da padrone.
Tutto è esitazione, ottundimento incertezza, stasi, pigrizia inebetita che celano, come una coperta calda e puzzolente, la violenza disperata delle vampate di eccitazione sessuale che  sfiammano sotto le giacche, nei pantaloni stirati e nelle teste confuse degli interni e degli esterni.
Frasi di una volgarità lercia sibilano tra i banchi, tra queste teste volte tutte in una sola direzione, tra questi corpi costretti nei loro banchi singoli a stare seduti per ore nell’aria viziata, consumata, bruciata.
Alla fine dell’ora si spalancano tutte e tre le finestre.
La classe si alza, si sgranchisce, si va al cesso a pisciare e a fumare.
Qualcuno resta addirittura seduto a ripassare matematica.
C’è tensione.
La giornata non ha ancora svoltato.
Affacciato a una delle finestre Lenci guarda assorto il giardino del collegio.
Lenci è anomalo perché, con ogni evidenza è molto più anziano degli altri che, tra una bocciatura e l’altra, sono arrivati tutti più o meno sui diciotto.
Lui ha l’aria vissuta di un quarantenne, un po’ di rughe attorno agli occhi, una barba dura che sempre gli lascia in faccia un’ombra nerastra.
Sopracciglia folte, lo sguardo tranquillo.
È figlio di uno ricco che fa strade e marciapiedi e va in giro con una Giulietta spider nera.
Ci viene pure a scuola la mattina.
Nessuno degli altri ha una macchina così, per ora, ma presto molti l’avranno, alcuni come premio per la promozione.
Nessuno sa quanti anni abbia effettivamente Lenci, ma di sicuro ha sempre l’aria di avere altro da fare fuori di lì, di avere donne.
Ha l’aria di uno che scopa tranquillamente, senza vantarsene, di un uomo fatto capitato per caso in un parterre di segaioli all’ultimo stadio, cioè poco prima di diventare ciechi.
Petretti il pazzo, che sta seduto al primo banco, dove Ortensio l’ha recentemente spostato per tenerlo sott’occhio, si è alzato in piedi con una matita in mano.
È uno che non riesce a stare fermo, che agisce d’impulso praticamente in ogni occasione, senza riflettere.
Ride e si diverte con sé stesso, si direbbe.
Ma come profitto non va poi così male, perché, benché sia strano, non è stupido e quel poco che studia lo capisce e lo ricorda.
Mostra la matita al resto della classe e, con le spalle rivolte alla porta, fa cenno di volerla ficcare nel culo di Lenci che sta poggiato curvo al davanzale, ignaro. Qualcuno ride.
Petretti si avvia lentamente verso la finestra puntando la matita dritta tra le chiappe di Lenci e non si accorge che sul vano della porta, ritto e silenzioso e pallido come un Nosferatu andato a male, è comparso Vignali.
Sta per entrare e tutta la classe l’ha visto e ammutolisce e cerca in tutti i modi di avvertire Petretti, che invece prosegue nella sua manovra, ignaro.
Vignali sembra guardare senza capire, ma quello che vede pare che non gli piaccia per niente.
Si ferma sulla porta e osserva Petretti che, dandogli le spalle e ridacchiando all’indirizzo della classe agghiacciata, sta portando a termine la sua missione.
Lenci sentendosi la punta della matita pungergli il culo, si volta di scatto e dice porcoddio.
Petretti ride e mentre ride vede Vignali fermo lì sulla soglia, con la mandibola tremante, giallo come un limone, lo sguardo allucinato.
Sendi tu, gli esce detto in una specie di rantolo, io ti strongho, ti boccio, ti sospende per tutta la vita, ti massacro, ti anniendo...vi caccio a tutti e due, scemi, maleducati...agita le mani in una strana pausa.
Sembra che non gli vengano su le parole.
Rimane per qualche istante lì, fermo nel vano della porta come fosse una bara in verticale, il suo volto è bianco quasi trasparente, poi cade giù schiantandosi contro lo stipite.
Genovese guarda tutta la scena da lontano, cioè dall’ultimo banco dove lo mettono sempre, da quando va a scuola.
Si alza in piedi di scatto come gli altri.
Quelli nei primi banchi si sono già precipitati verso Vignali che è a terra ed è morto.
Oggi è un giorno speciale eccezionale straordinario.
Pareva cominciato al solito modo.
E invece no.
Invece oggi è morto Vignali.
Questo sì che è un fatto e una notizia.
Gli esterni vanno a casa prima.
Meno male, dice più tardi Genovese in cortile, ieri non avevo fatto un cazzo, non sapevo niente, quello stronzo mi doveva interrogare.
06.03 

Scritto da: tashtego a 19:34 | link | |