Visto ieri sera La guerra dei Mondi di Spielberg, con l’insopportabile Tom Cruise.
Spielberg è sempre lo stesso e fa sempre più o meno lo stesso film: un qualsivoglia insieme relazionale (una famiglia, una coppia, un gruppo di scopo qualsiasi) alle prese con qualsivoglia catastrofe.
Dove la catastrofe serve per resettare il gruppo, disvelarne i “reali” rapporti interni, eccetera.
Alla fine chi è buono se la cava, chi è cattivo soccombe.
Qui la dinamica buono/cattivo è meno presente che negli altri film, metti i vari Jurassic, ma l’insieme dei “valori americani” non manca anche qui di essere ribadito con cura.
Si dice e si scrive che trattasi di metafora afferente il terrorismo.
Non so.
Riferimenti, certo, ce ne sono, ma l’intenzione non mi sembra sia esplicitamente questa: l’attacco alle Twin Towers ebbe certamente alcune caratteristiche dell’attacco alieno, la stessa inaspettata spietatezza e gratuità.
Bin Laden, per quanto ne sanno gli americani, equivale ad un marziano cattivo: forse è lui che somiglia ad un mostro de La guerra dei mondi e non il contrario.
Penso che non esista, al momento attuale un regista cinematografico più americano di Spielberg.
Il film comunque è avvincente ed ha un inizio strepitoso, secondo me. Eccezionale anche il passaggio a livello con la corsa del treno infuocato.
E altre cose così.
Belli i mostri, ma già visti. Buone le macchine-medusa.
Finale creazionista (con citazione letterale da Wells), con lode al buon dio che creò i batteri.
Dimenticando che, se c’è un solo dio per tutti e ci sono in giro marziani, è probabile che anche questi ultimi siano stati creati da lui.
Oppure Marte c’ha un suo dio privato et particolare?
Solito auto-gol dell’enunciato religioso.
In evidenza il problema della “forma del mostro”, cioè del soma dell’alieno.
Ormai ho capito che per gli umani è impossibile immaginare qualcosa di totalmente non già-visto.
Ogni mostro extra-terrestre che io ricordi somiglia a qualche animale o è la deformazione, più o meno spinta et repellente, della figura umana.
Ma più spesso, è una libera composizione chimerica di più specie, tra loro raccordate.
Non descriverò i mostri di questo film, ma non fanno eccezione a questa regola.
Quello che voglio dire è che le famiglie di forme immaginabili, cioè pensabili, sono un numero finito, e lontano più di tanto la fantasia non può dare.
Ma c’è anche un’altra questione: perché un alieno, metti simile a un foglio di carta, o a una sfera, eccetera, dovrebbe farmi paura & ribrezzo?
Per questo la gamma dei mostri vedi che si riduce alla gamma degli organismi già di per sé naturalmente repellenti, cioè al mollusco, all’insetto, al rettile, al viscido, allo strisciante, al composito e, infine, al diabolico.
Infine una dichiarazione scontata: odio Tom Cruise e tutto quello che rappresenta.
Scritto da: tashtego a
17:06 | link |
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Viviamo la città secondo due modalità fondamentali -, stava dicendo un uomo corpulento, con la barba.
Sembrava parlasse con l’unico scopo di non-tacere e aveva una camicia verde, una cravatta rossa, allentata, una giacca di lino nero, pantaloni bianchi, sempre di lino e sandali fratini di Antinoo, con la suola di carrarmato.
Ma l’altro – era molto più giovane e aveva in mano un calice di vino bianco ghiacciato che faceva invidia - lo ascoltava con attenzione, invece.
Due modalità: quella spaziale e quella temporale.
Semplice vero?
Sembra una banalità, ma non lo è.
Più che di città dovrei parlare di metropoli, perché è nella metropoli che vale questo discorso, soprattutto.
Il sole era molto lontano dal tramontare, ma l’ombra del grande Palazzo era già lunga e investiva in pieno i tavoli all’aperto dell’enoteca.
Se il rumore della città non l’avesse sopraffatto, si sarebbe udito il rumore dell’acqua delle due fontane cinquecentesche.
Non faceva ancora fresco, ma una brezza tipica di quella stagione, di quell’ora e di quel punto di quella piazza, consentiva di respirare.
L’aria saliva sù, lungo il fianco del Palazzo, proveniente da ovest, dove c’era il fiume e mi accarezzava la nuca mentre tendevo l’orecchio verso il tavolo vicino.
Le sette, sette e mezza, di sera: l’ora degli appagati, di quelli che hanno smesso di lavorare da poco e si rilassano.
Adesso ti spiego meglio -, diceva il corpulento - quando usciamo al mattino prendiamo l’auto, oppure un mezzo pubblico e percorriamo la distanza che ci separa dal luogo di lavoro.
Il tragitto richiede un certo tempo e facciamo di tutto per ridurlo.
Al mattino, ma anche alla sera, non ce ne frega un cazzo della città che c’è tra noi e il luogo che vogliamo raggiungere, anzi: se potessimo useremmo il teletrasporto, quello di Star Trek, sai.
Nella modalità temporale la città fisica è solo un ostacolo, un fastidio: fa attrito, ci rallenta.
In quel momento la odiamo.
Così come odiamo tutti quelli che in quel momento stanno facendo la stessa cosa, cioè cercano di muoversi, di trasferire il loro corpo da un qualsiasi punto A a un qualsiasi punto B, metti.
Seguitava a parlare sempre più velocemente e forbito, man mano che la sua lingua si scioglieva per effetto del vino.
Alzava la voce e potevo sentirlo chiaramente.
Il suo interlocutore, forse un suo allievo, taceva e ascoltava, annuendo con la testa, cercando di assumere un’aria d’intesa.
Si vedeva che tra loro c'era un rapporto asimmetrico, che l'uno era in soggezione dell’altro e che non aveva intenzione di obbiettare alcunché.
Il professore - non poteva essere altro che un professore di qualcosa - passò a descrivere la modalità spaziale.
Ma appena scesi dalla macchina, dall’autobus, dalla metro, eccetera, eccoci nella modalità spaziale.
Nel senso che a questo punto non ci interessa più il tempo, ma la qualità del luogo urbano che abbiamo raggiunto: il comfort, l’abitabilità e la bellezza, perfino.
E ci piace che questa qualità ci accompagni anche all’interno delle stanze, grandi o piccole non interessa, dove svolgiamo il lavoro.
Lì resteremo gran parte della giornata: il tempo di permanenza è dato, anzi prescritto per contratto, non è negoziabile, né accorciabile.
Otto ore: quelle sono, minuto più, minuto meno.
Passato questo tempo, che definirei di sistema - seguitava il professore, togliendosi la giacca - rieccoci in modalità temporale per il viaggio di ritorno, finito il quale si re-innesca l’altra modalità, quella spaziale, che consiste questa volta nell’abitare la propria casa e il quartiere dove si trova.
Dunque, secondo te, qual è la ricetta – starei per dire lo slogan - della buona urbanistica?
Il giovane non si aspettava di essere interrogato e subito vidi che era a disagio.
Scosse leggermente la testa e disse a voce bassa: mmm... qual è?
Il professore soddisfatto, accaldato, rispose con la fronte madida di sudore.
La cosa più banale del mondo, ma ce la scordiamo spesso: accorciare il tempo e migliorare lo spazio.
Scritto da: tashtego a
19:44 | link |
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La città affoga nel caldo e nel nulla di un futuro inesistente, svuotato.
Il presente è cemento e viadotti.
Traffico sotto il sole.
Aria condizionata, di cui nessuno riesce a fare senza.
Mizubisci.
Il presente è pieno di decisioni.
Più che sbagliate, sembrano approssimative e inesatte, prese nel corso di incontri veloci.
Poca e inutile la documentazione, poco o niente pensiero.
Molta invece la fretta di anticipare gli altri.
Per investire molto denaro serve uno sguardo distolto dal presente depresso, senza fiducia: occorre essere mezzi ciechi e sgomitare furiosamente.
Non importa per cosa si vive, l’importante è vivere con denaro.
Allo stato delle cose, concordo, vent’anni fa avrei scritto cose diverse, o meglio, non avrei scritto affatto.
Tutt’intorno alla città, ben innestati su un sistema vascolare di raccordi a sei corsie, più quattro corsie complanari, sorgono enormi centri commerciali da quasi centomila metri quadrati.
Nient’altro, per ora, che centri commerciali e case.
Qualche ufficio, forse, de vetro.
Il puro ciclo vitale umano fa ormai a meno della città: Lavoro, Consumo, Casa-tv.
Per questo non occorre una città.
Servono solo collegamenti, possibilmente efficienti, rapidi, comodi, con l’aria condizionata: auto e treni, bus.
Non ho nulla contro l’aria condizionata.
Anzi.
Cosa esista tra i tre momenti fondanti del ciclo vitale umano, non importa molto ai molti.
E neppure ai pochi.
Che ci siano strade e piazze, oppure foreste, o discariche, che ci sia acqua o terra, o paludi con alligatori, non importa, non è rilevante, purché non ostacoli il flusso dei collegamenti, l’efficienza dei nodi di scambio, accesso.
Centri commerciali immensi, a più piani, decine e decine di negozi dolceggabbana diesel cavalli versasce eccetera, più robetta economica.
Supermercati alimentari, grandi spazi pieni di scarpe di gomma arrampicate sulle pareti.
Nuovi luoghi civici.
Foot Locker.
Jeans.
Combipel.
Computerlandia.
Digital Universe.
Galactic dreams.
Eccetera.
Autorama.
Stardust Extreme Outlet.
Parcheggi immensi alla fine dei viadotti, col fondo permeabile dove l’erbetta secca filtra tra i grigliati di plastica incastonati nella terra.
Alberelli appena piantati.
Milioni di tonnellate di plastica si accumulano nelle discariche, assieme a tutto il resto: resteranno lì per ventimila anni almeno.
Lascito prezioso per il futuro.
Era lo sviluppo - si dirà di noi - poi come sapete sopravvenne, quasi inaspettato, l’Evento.
Scritto da: tashtego a
19:15 | link |
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La maturità, ma direi la vecchiaia ormai, è l’irruzione del presente nella vita.
Diceva queste cose fumando sulla terrazza.
La sedia a sdraio sgangherata mostrava segni di sfinimento e scricchiolava ad ogni suo piccolo gesto.
Passavano aliscafi e scafi e gommoni.
Una specie di lunga processione.
Carichi di gente.
Sì. Il passato ti produce solo rimpianto o dolore. E il futuro non vuoi più immaginarlo, perché contiene la morte. Non la vedi con precisione, ma è lì nascosta, acquattata da qualche parte. Aggiungeva.
Il fumo che gli usciva dalla bocca, dalle narici, si disfaceva subito nella brezza.
Fumare nel vento non gli piaceva, perché l’aria in movimento levava gusto e profumo e corposità. Ma come fare per non-fumare?
E come non restare lì, a guardare il mare giù in basso, così lontano e opaco quella mattina, rigato di scie?
La sigaretta dopo colazione lo sfiniva e lo deliziava, sempre.
Cominciava a fare caldo.
Disse: devo smettere: che facciamo oggi?
Oggi mare, fu la risposta.
Nella caldaccia? Aggiunse lui, subito.
Sì, ribadì lei, nella caldaccia.
Scritto da: tashtego a
04:48 | link |
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Da tempo dubito che la nozione di individuo corrisponda a qualcosa di reale e verificabile.
La maggior parte di noi non ha un pensiero, un’opinione davvero individuali.
E quei pochi che ce l’hanno la limitano ai soli, pochi, argomenti dei quali sono davvero esperti.
Sul resto si aggregano, come tutti. O meglio, sono aggregati.
Credo piuttosto che ciascuno di noi sia il prodotto tipologico dell’ambiente da cui proviene, di quello dove si è formato e di quello in cui nuota tutti i giorni.
Il cervello umano è predisposto per assumere blocchi di idee collegate tra loro, non certo ad elaborarle una per una.
Lo spirito gregario, cioè la capacità innata, canina, di adeguarsi ai comportamenti mentali e fattuali della maggioranza, è sempre stato premiante: con gli altri, collaborando, si hanno più probabilità di sopravvivere e durare.
Ragione per cui si è trasmesso più facilmente dello spirito opposto.
Siamo abituati a considerare positivamente quest’ultimo, cioè l’originalità, l’individualismo, solo a causa della sua rarità e perché, episodicamente, gli spiriti non-gregari procurano a tutti gli altri i vantaggi della loro capacità di non-accodarsi e di elaborare nuovi paradigmi.
Ma in sé, lo spirito gregario non ha nulla di negativo, anzi, la sua diffusione costituisce il fondamento, la conditio s.q.n. di qualsiasi tipo di società, di qualsiasi tipo di norma e del concetto stesso di condivisione, di cooperazione.
Pensare e agire tipologicamente ci rende comprensibili e prevedibili, rende tollerabile ai più quello che facciamo, diciamo, produciamo.
Soprattutto in quei campi dell’agire e del produrre dove è possibile che si sprigioni una certa dose di immaginazione, è necessario imbrigliarla nel tipo, nel gusto corrente, nello stile, e ciò perché ciascun prodotto non si costituisca come un unicum, ma faccia piuttosto parte di una serie già acquisita nei suoi elementi principali, e perciò condivisibile, giudicabile, godibile.
Si immagini, per esempio, una città non-gregaria, cioè interamente costituita da episodi edilizi a-tipologici, completamente autonomi e originali come forma, linguaggio, figura, colore: in pratica una babele anarchica e insopportabile, dove mancherebbe qualsiasi buon principio di ripetizione e uniformità, dove ci riesce difficile immaginare di poter vivere.
Ecco, questa difficoltà ad immaginare una città così fatta deriva dal nostro genetico spirito gregario, che predilige l’uniformità e tollera la variazione e la novità purché si mantengano entro limiti ristretti.
L’esistenza di una virtù gregaria è anche la condizione chiave per un buon esercizio della democrazia, dove la frammentazione individualistica del pensiero e dei comportamenti non può oltrepassare una certa soglia, pena l’ingovernabilità e la caduta del sistema.
Vengo al dunque.
Chiunque possieda la chiave degli strumenti di innesto ideologico nelle menti dei più, ha in realtà la chiave per impadronirsi di un sistema, di una cultura, di un paese.
Per questo, come tutti sanno, la battaglia attorno al mezzo televisivo si è fatta recentemente così feroce.
La lettura corrente, che condivido recita che verso la metà degli anni Ottanta si sia verificata la caduta dei Sistemi Ideologici, i soli capaci di contrastare il mezzo televisivo con la forza della loro coerenza interna di blocchi compatti, e che tale caduta abbia lasciato campo libero alla Televisione che è riuscita così ad impadronirsi delle coscienze nel corso di un decennio, senza troppa fatica.
Lo spirito gregario ha fatto il resto.
In occasione della morte di Giovanni Paolo Secondo ho notato (non sono stato il solo) che Credo Religioso, Spiritualismo Cattolico e Televisione si spalleggiavano e implementavano a vicenda con un’efficacia mai vista prima.
La Televisione, sommo mezzo di ratifica di ogni realtà e sovra-realtà, potenziava il patetismo del messaggio cattolico, naturalmente semplificandolo, e la Chiesa, a sua volta, rinviava indirettamente un’immagine del mezzo televisivo come giusto e necessario, perché capace di azzerarsi in ogni altro possibile contenuto, per riempirsi acriticamente di Dio, Papi, Santi e Cardinali e dell’Emozzione collettiva allo stato puro che nel frattempo si scatenava.
Doppia ratifica incrociata, dunque, che ha dato i suoi frutti nel Referendum: il messaggio cattolico, non votare, è allora caduto su un terreno già dissodato dall’Emozzione mediatica e sovrannaturale della Morte del Papa-Già-Santo (e dell’Elezione del Papa Nuovo) e ha ben fruttificato in convinzioni gregarie de massa che non hanno risparmiato nessuno.
Ma direi che, nel caso del Referendum non si è trattato solo della scia di questo evento.
Si tratta di una cosa ben più grossa, secondo me.
Nell’astensione c’è un sintomo, l’ennesimo, di uno sperdimento di massa, che induce la maggioranza a rifugiarsi nelle certezze del già detto, del già giudicato, dell’ipse dixit cattolico, assoluto e certo, a fronte del NUOVO, tutto da valutare perché estraneo e potenzialmente minaccioso.
Non occorre essere cristiani praticanti per questo, anzi, forse non occorre nemmeno essere del tutto credenti.
Esplicitamente descritto come minaccioso, pericoloso, malefico, dalle culture conservatrici, religiose e non, di destra sinistra e centro, il nuovo tuttavia avanza.
In questo caso il nuovo è possibile restringerlo al portato della scienza, che non si limita più a costruire, metti, aeroplani e razzi e a inventare gli antibiotici, eccetera, ma comincia a mettere mano alle “Sacre Radici della Vita”.
Cioè a scavare la terra sotto i piedi, non solo di ogni religione che implichi un trascendente, ma anche dei valori fondanti dell’Esistenza, della Famiglia, dei Figli come Dono - Divino oppure della “Natura” - dell’irripetibilità e sacralità dell’Individuo, eccetera.
La società occidentale, che viene comunemente definita laica e secolarizzata, non è affatto tale, perché nel suo sentire comune i “fondamentali” cristiani dell’etica e della concezione spiritualistica del mondo non sono stati mai davvero messi in discussione da un pensiero organizzato, opposto e soprattutto diffuso.
Non l’ha mai fatto la Scuola, non lo fa la Televisione, né alcun altro mezzo capace di incidere davvero sull’assetto ideologico de massa.
Anche il pensiero ecologista, che costituisce forse l’unico blocco ideologico appena un po’ più organizzato, a fronte dei sistemi religiosi, si traduce in definitiva in nuove forme di spiritualismo e sfocia di solito in esiti ancora più conservatori, ma stavolta in nome della Natura e della Naturalità, intese confusamente come depositarie di una sorta di ancestrale Retta Via con la quale è meglio “non interferire”.
Torna Frankenstein, ma anche Prometeo e lo Scienziato Pazzo.
Trionfano il concetto di Contronatura e la sensazione di Blasfemìa, del Peccato Contro Dio, della Bestemmia Scientista, della Scienza Disumanizzante, della Minaccia della Macchina, dell’Uomo Artificiale.
Nulla di ciò si manifesta in termini drammatici.
È solo una lenta infiltrazione, un consolidamento silenzioso, che agisce in regime di anestesia televisiva, dove pure trionfa il peccato, ma solo quello della volgarità scopereccia e cazzo-fica-merda-culo, diventato comico e veniale, contro il quale ormai si levano solo voci di borghesi attempati in nome del vecchio buon gusto di un tempo.
Gli stessi programmi che si vogliono scientifici propagano sensazioni di un Pianeta Vivente e Giusto, di una Natura quasi pensante, che sarebbe perfettamente in grado di auto-regolarsi, se solo l’uomo non si intromettesse e scombinasse il gioco.
Mancano completamente anche solo le tracce di nuovi paradigmi, che pure servirebbero, eccome.
Si è detto e ripetuto che le grandi rivoluzioni del pensiero occidentale contemporaneo sono state almeno quattro, che qui elenco con i nomi delle menti non-gregarie che le innescarono: Darwin, Marx, Freud, Einstein. Si tratta di sistemi di idee portatori di letture eterodosse rispetto alla tradizione cristiana e tutte, in grado diverso e in modo più o meno diretto ed esplicito, nemiche di questa.
Considero la rivoluzione darwiniana la più estrema e radicale (il paradigma einsteiniano è fuori della mia portata mentale, ormai lo so), tra tutte quelle elencate, in quanto demolisce una ad una tutte le convinzioni correnti sui fondamentali della vita e sul loro “significato”.
Allo stesso tempo, il nocciolo, e le infinite implicazioni del pensiero evoluzionista costituiscono l’unico strumento paradigmatico col quale possiamo sperare di gestire il futuro delle nostre coscienze a fronte del futuro delle bio-scienze, sterminato e potenzialmente terrificante.
Tuttavia la cultura dei non-credenti (laica?), almeno da noi, non l’ha mai presa davvero sul serio, non l’ha mai davvero studiata, non ne ha mai davvero compreso le implicazioni, che sono enormi e di conseguenza non ci ha mai davvero lavorato su.
Tra parentesi: non uso la formulazione “cultura laica”, perché considero lo spazio laico come uno spazio “civile”, estraneo e indifferente ad ogni credo e confessione, nel quale è possibile fissare e gestire le norme comuni necessarie alla coesistenza di qualsivoglia convinzione e tendenza: dunque credo che il laicismo non sia il pensiero dei non credenti, ma quello dei tolleranti.
Credo che alla base di questa sostanziale estraneità tra la cultura dei non-credenti e il darwinismo vi siano due cause principali.
La prima è che in Italia praticamente non esistono veri non-credenti, cioè soggetti attivamente impegnati nella costruzione di una o più immagini di un mondo senza dio.
La maggior parte dei non-credenti è in realtà costituita da agnostici, cioè da gente non davvero interessata al problema della non-esistenza di dio, che lascia di conseguenza intatti una serie di paradigmi correnti e quindi, nella sostanza, vi aderisce.
Infatti, la quasi totalità di quelli che non credono nell’esistenza di uno o più dei, non si curano delle conseguenze di questa loro incredulità e lasciano pressoché intatto tutto il resto, limitandosi cioè a sottrarre dio ad una concezione sostanzialmente deista del mondo e della vita: il discorso è complesso e non mi inoltro più di così.
L’altra causa è la cultura oggi dominante, che è anche la cultura degli italiani colti, sostanzialmente fondata sull’umanesimo idealista, emozzionale, spiritual-teista e anti-scientifico, della cultura italica filtrata dalla Riforma Gentile, che ancora infradicia la Scuola e l’Università del Paese, e che è moneta corrente ovunque.
Tutti ci siamo formati ai valori sostenuti e propalati da questa cultura e chiunque voglia accedere ad ottiche differenti, non soltanto deve fare una fatica cane, ma si ritrova praticamente da solo, senza un vero sistema concettuale di riferimento, senza testi.
Non concordo dunque con quelli che affermano che esista un’Italia dei colti che ha votato SÌ al referendum e un’Italia de base, immersa nel truogolo di indifferenza catto-televisiva, che se ne è fregata.
Esiste un’Italia sola, quella prodotta dalle nostre scuole, dalle nostre università, e dalla Chiesa Cattolica, della quale partecipano anche i colti e i laici, nella loro incapacità ad elaborare una cultura davvero diversa e buona per affrontare il futuro, di approntare nuove etiche non-cristiane e di parlare una lingua anti-spiritualista coerente, comprensibile, convincente.
Credo che sia stata la percezione della scarsa, o nulla, convinzione di questi ultimi a causare l’astensione dei più al referendum.
Aggiungo che le argomentazioni dei “laici”, a parte la sporadica lucidità di qualche medico e di qualche biologo, capace di comunicare con naturalezza nel linguaggio scientifico, apparivano deboli a fronte dell’imperativo morale, semplice e assoluto, dei cattolici.
Un “lungo ragionamento” (forse lacunoso, sicuramente incerto) contro le poche parole di uno slogan efficacissimo, praticamente perfetto, ma totalmente vuoto, SULLA VITA NON SI VOTA: come se, per esempio, quando si mette ai voti la partecipazione ad una guerra, non si votasse anche in quel caso “sulla vita”.
D’altro canto, fuori dai dogmi emessi dai sistemi ideologico-religiosi, ci sono solo lunghi ragionamenti, non importa se lacunosi e incerti, purché siano aperti.
Scritto da: tashtego a
17:21 | link |
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Cose come queste mi giungono periodicamente via e-mail.
Ho tolto solo i nickname, tutto il resto l'ho lasciato com'è.
21 anni - Abito a VI
"Quando un uomo mi dice -Ti amerò per sempre-... Penso -Ma cos'è, una miaccia?" Un sorriso a tutti!!
23 anni - Abito a RE
io mi kiamo maria ho 23 anni vivo a reggio emilia ma sn calabrese,poi volevo virti io ho una malattia che si kiama distrofia muscolare ke nn mi permette di cammminare.
18 anni - Abito a TO
ho solo tanta voglia di divertirmi e sopaccare il mondo!
18 anni - Abito a MI
bella simpatica ......sono una scorpioncina.......
27 anni - Abito a GE
Sono allegra,spiglata,amo la vita e la natura,mi piacerebbe viaggiare,sono una folle artista..curiosa e aperta di mentalita',romantica e tante altre cose..he!he!Vedrete voi Valentina
34 anni - Abito a VE
Sono una donna semplice con gran delusioni dietro le spalle... Non voglio piú bugie, piú parole vuote e promessi non mantenuti. Cerco il vero amore, cerco la onesta, la sinceritá...cerco un uomo chi sa amare davvero. Non sono per gioco...mai piú.
39 anni - Abito a RM
castana occhi marroni, sensuale e femmina, simpatica ed estroversa..adoro viaggiare e mi piace godere delle cose belle della vita....c'è qualcuno che sa darmi piacere?
28 anni - Abito a LI
matta al momento giusto!!!
24 anni - Abito a NA
simpatica, socievole ricca di interessi
Scritto da: tashtego a
07:42 | link |
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13,3% di affluenza.
Proprio pochino.
A meno che non siano dati totalmente falsati, si profila una sconfitta sonora del laicismo.
Il Regno di Ratzinga comincia nel migliore dei modi, per lui.
Prossimo obbiettivo la legge sull’aborto, che possiamo considerare praticamente già abolita.
Vedo vacillare anche il divorzio.
Chissà se annulleranno pure il mio, che risale a più di vent’anni fa.
Oppure per quelli già fatti ci sarà una moratoria, magari pagando una multa, un’una tantum.
Sono sempre lì, da secoli.
Nessuno li smuoverà.
In fondo aspirano solo a riprendersi il potere che hanno sempre avuto.
Tutto è veramente desolante.
Scritto da: tashtego a
06:47 | link |
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A Roma esistono ingorghi stradali storici, ormai permanenti e non risolvibili se non con allargamenti-demolizioni-sventramenti-sottopassi-sovrappassi, eccetera.
Voglio dire che non basta aggiungere un semaforo, cambiare un senso di marcia, ci vorrebbero opere davvero toste.
Ci vorrebbe una “ristrutturazione d’area vasta”, come si dice in gergo tennico, oppure la costruzione di una nuova linea metropolitana, per dire.
E naturalmente occorrerebbero milioni di euro solo per quel tale imbottigliamento.
Poi, magari risolto quello, fluidificato il flusso, eliminato il trombo, l’intoppo si ricrea da un’altra parte, dove prima non c’erano problemi e si circolava bene.
E si crea proprio a causa dello scioglimento dell’altro: non c’è simulazione al computer che tenga, non c’è programma, per quanto sofisticato sia, capace di dirci come cazzo si può vivere e muoversi dentro questa città, che paga a sé stessa il prezzo della propria in-cultura.
Gli ingorghi storici sono sempre lì, tutta la giornata o quasi.
Se ci capiti dentro con la macchina, ti rassegni, perché non c’è altro da fare: resti lì una mezzora, un’ora, oppure, come mi è capitato una volta – sono ancora sotto shock – due ore e mezza.
Sì, sono stato due ore e mezza in coda sul viadotto della Magliana, dalle otto e mezza alle undici di una mattina qualsiasi di un qualsiasi inverno degli inizi del Ventunesimo Secolo, andando al lavoro.
Mettici una pezza, se ci riesci.
A Roma, sempre c’è quello che arriva tardi e ti dice, scusa sai ma stamattina era tuttofermo, ti ggiuro una cosa pazzesca, tu non ci crederai se ti dico a che ora sono uscito di casa..., eccetera.
Tuttofermo, un’unico compatto fonema, ormai di uso corrente: significa un’ora o più di fila per tutti.
Ma quello che voglio dire è che non è proprio così: in un normale imbottigliamento, di quelli storici e dunque periodici e rituali non è tuttofermo, anzi.
Bisogna conoscerli gli ingorghi, per capire come si comportano e come si muovono, per acquisire la nozione fondamentale che si tratta pur sempre di universi.
Un vero ingorgo è un organismo vivente, con un suo metabolismo, che cambia col passare delle ore, con dinamiche e flussi suoi propri, una sua storia, i suoi habitué, i suoi conoscitori e i suoi esperti.
Per ogni coda storica suppongo esistano numerose teorie cosmogoniche che ne deducono le origini, le intime ragioni e soprattutto i segreti strutturali.
Come accade per l’interpretazione di ogni fenomeno complesso, occorre scoprire le leggi che lo reggono e servono menti capaci di farlo, dunque dei teorici.
Immagino che ogni coda abbia i suoi oscuri, solitari, osservatori e teorici.
Puoi ricercarli tra i suoi abitatori giornalieri, cioè tra quelli che sono costretti a smaltirsela tutti i giorni a passo d’uomo, e che, per ammazzare il tempo e per esercizio intellettuale, la studiano nei suoi fenomeni ricorrenti.
Alla fine, dopo un bel po’ di volte, saranno in grado di dirti quale strategia usare per un determinato ingorgo tipo: prima sulla corsia di sinistra, poi attenzione, qui cambiare, lasciali passare, ecco ributtati a destra, se non te lo lasciano fare imponiti, che da questo punto in poi scorre meglio, se c’è l’autobus invertire la manovra, eccetera.
Abitare l’ingorgo, significa comprenderlo come fenomeno naturale e massa in movimento, come ecosistema a sé stante, come flusso di forze e anime che possiede una sua ossatura di spazi e varchi, che continuamente, secondo certe sue leggi, si modifica.
La coda sulla rampa di ingresso all’ormai per me mitico – lo sogno spesso la notte - Viadotto della Magliana, direzione Est, me la digerisco tutti i giorni in motorino.
Su due ruote il discorso cambia: quella che in automobile ti sembra un continuum compatto, impenetrabile, disperante, definitivo, in moto è invece materia discreta, provvisoria, piena di interstizi, di viottoli interni, linee di frattura più o meno percorribili.
L’ingorgo si sdrammatizza, è solo un rallentamento, non un diverticolo dello spazio-tempo, che ti sequestra senza scampo.
Per il Groppo del Viadotto della Magliana - al Viadotto negli ultimi anni presto la massima attenzione come dispositivo a reazione poetica - ho col tempo elaborato una strategia in tre o quattro fasi, che mi consente, in condizioni normali di attraversarlo in una decina di minuti, alla peggio un quarto d'ora.
In carenza totale di vere avventure, il viadotto è la mia avventura quotidiana, la mia sfida al caos e alla brutalità del Tutto e va vinta possibilmente con eleganza, come sono riuscito a fare oggi.
Eleganza significa senza frenate brusche, con traiettorie precise e fluide, economiche, pochissime soste in attesa del varco, eccetera.
La conoscenza delle leggi dell’universo-Groppo del Viadotto mi consente di impostare la traiettoria di attraversamento sin dalla in fase di approccio, su via Isacco Newton, in modo da trovarmi nella posizione giusta per sferrare l’attacco in profondità della fase due, dove occorre tenersi sulla destra per sfruttare il flusso in uscita verso l’Autostrada per l’Aeroporto.
A quel punto occorre accostare di nuovo a sinistra per sfruttare il Varco a Strisce, che si crea tra la massa di macchine e il guardrail, abbastanza ampio per chi ha solo due ruote.
Fatto questo tratto e raggiunto il Culmine della Salita occorre cercare la Frattura Centrale della Discesa fino alla Risalita, che è il tratto più delicato e fastidioso, perché caotico e privo di leggi, di armonie e fenomeni ricorrenti: qui “un battito d’ali” eccetera può fare la differenza.
Inutile dire che basta un camion grosso, oppure un bus dell’ATAC, perché tutta la dispositio naturale della materia che costituisce il Groppo si modifichi e la Frattura Centrale della Discesa cambi posizione, dimensione, o addirittura svanisca.
Fatta la Risalita, c’è il momento, molto delicato, liberatorio, del superamento del Punto Critico, con l’Immissione, sul Viadotto vero e proprio, nel traffico che si dirige verso il Ponte sul Fiume e oltre.
Il Punto Critico è la vera causa del Groppo, che si genera da un rallentamento fisiologico, dovuto alla scadente soluzione tecnica adottata per l’Immissione.
In questo senso il Groppo è istituzionale e genetico, fa parte dello statuto originario del Viadotto e va considerato con attenzione e rispetto, non come un intasamento estemporaneo e qualsiasi: qui c’è il manifestarsi dell’Errore e del pressappochismo, veri cavalli di battaglia di questa città da almeno sessant’anni a questa parte.
Ma il più è fatto: se non ci sono mezzi fermi per tamponamenti o guasti – in tal caso le cose davvero si complicano e il Groppo si cementifica già un paio di chilometri a monte del Punto Critico, lunga via Newton – si va via fluidi, si prende velocità sino all’uscita, sotto il cartello EUR.
Scritto da: tashtego a
18:20 | link |
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Visto al cine My architect: a son's journey di Nathaniel Kahn (USA, 2003).
Non è un film di fiction, ma dentro c’è fiction come in tutti i documentari, anzi come in ogni cosa.
Nathaniel Kahn, più che trentenne, è figlio di Louis Kahn, grande architetto americano, trovato morto poco prima del giorno di Natale del 1974, in una toilette della Penn Station a New York. Aveva 72 anni.
Kahn, come si è scoperto dopo la sua morte, aveva tre famiglie (e 3 figli da tre donne diverse), ma una sola moglie, e si divideva tra tutt’e tre, in segreto.
La cosa sorprendente di questo seduttore è che era un uomo alto un metro e sessantacinque, brutto, col viso sfigurato da una bruciatura infantile.
Insomma una storia umana, intellettuale, artistica, professionale, molto complessa, di cui Nathaniel viene a conoscenza gradualmente e solo molto tempo dopo la morte del padre.
Un padre che non c’era mai, che lui conosceva poco e che scomparve quando era un ragazzino.
Nel film, Nathaniel si mette sulle tracce delle architetture paterne, intervista personaggi anche molto famosi che lo conobbero, parla di lui con la madre e le sue sorelle di altre madri.
Scopre innanzi tutto che il padre aveva vissuto nella fatica, nella poesia e nella menzogna.
Nathaniel si divide in due, tra risentimento per il modo in cui Louis aveva trattato lui, sua madre e le altre donne della sua vita, e l’ammirazione per l’uomo e l’artista, massacrato dal lavoro, che gestiva senza badare molto al profitto e in modo inefficiente, tanto da lasciare, alla sua morte, un buco di mezzo milione di dollari.
Incredibile, se si pensa al personaggio che era e all’influenza che esercitò in tutto il mondo, mentre era in vita.
Louis Kahn, semplicemente, ruppe la gabbia in cui era finita l’architettura del Moderno e indicò una strada per sfuggire all’avvitamento e all’isterilimento dei suoi linguaggi.
Da studenti ne imparavamo a memoria i progetti, le soluzioni quasi impensabili, ne studiavamo il procedimento concettuale di cui si serviva per la costruzione del progetto, cercavamo di interpretarne i rari scritti, di solito oscuri, ermetici.
Infine lo imitavamo, tutti lo imitavano irresistibilmente.
Ogni suo disegno, ogni schizzo di viaggio, divenne famoso nel mondo. alcuni di questi fogli di carta divennero mitici, come quello di Piazza del Campo a Siena, o quello preso mi pare a Karnak, in Egitto.
Si copiava persino il suo modo di fare i plastici di studio, in cartoncino grigio.
Quest’uomo idolatrato in realtà aveva una vita privata che era un casino, era pieno di debiti, dormiva nel suo studio, sul divano, qualche volta sul tappeto.
Incapace costituzionalmente di compromessi, mandava in malora incarichi invidiabili solo perché non si prendeva col committente.
Niente di più lontano dalla figura del grande professionista internazionale che ci eravamo fatta.
Nathaniel intervista, Philip Johnson che dice di lui: “Le Corbusier era meschino, Mies Van Der Rohe era intrattabile, ma Lou. Lou sì che era un uomo!”.
Ma i veri personaggi del film sono le architetture e, soprattutto, le donne di Kahn, cui l’autore dà molto spazio, proprio per tentare di spiegarsi il mistero di quella generosità, del loro legame, mai reciso, mai diventato risentimento oppure odio, col Maestro.
Eccetera.
L’ultima tappa dell’itinerario è in Bangladesh a Dacca, dove Kahn costruì, lui architetto di origini ebraiche, lo straordinario complesso del Parlamento di una nazione islamica.
Lì, dentro quell’edificio, parla, con le lacrime agli occhi, l’architetto bangla Shamsul Wares e dice più o meno questo: “Lou ci diede questo edificio e ci insegnò cos’è la democrazia”.
Sulle prime ho provato disagio, mi sembrava un’enfasi fuori posto.
Poi credo di aver capito: è il concetto stesso di assemblea democratica che si trova espresso, con la massima limpidezza, in quello scarno spazio ottagonale e in tutto l’edificio, dove aleggia una specie di poesia mistica, enigmatica.
Tutto il complesso “serve” lo spazio assembleare, quasi sottomettendosi alla funzione prima, fortemente simbolica, che vi si svolge: pura teoria kahniana messa in pratica.
Eccetera.
Khan ripeteva spesso ai suoi studenti di Yale: dovete prima di tutto chiedervi ciò che uno spazio “vuole essere”.
E noi seri, nei nostri studi, a ripeterci: cosa (cazzo) questo spazio vuole essere?
Scritto da: tashtego a
20:22 | link |
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Rispondo alla sollecitazione e provo a buttare giù qualche vaga nota sulle questioni innescate dal referendum, pre-mettendo quanto segue.
L’altro ieri su una terrazza aperta a un panorama inaudito che arrivava sino all’orizzonte ultimo del Tirreno, et oltre, un amico mi diceva: senti, io dei quesiti referendari ci ho capito poco e niente, ma dato che la Chiesa invita a non votare, allora, per pregiudizio, cioè per convinzione profonda che la ragione sta dalla parte opposta, io andrò a votare e voterò quattro sì.
La mia posizione non è dissimile, in quanto io nemmeno, come molti tra noi, ci ha capito molto di tutta la questione, ma lo stesso andrò a votare e voterò quattro sì.
Qui sotto cerco di spiegare il perché non tanto del votare 4 sì, ma dei miei 4 sì.
Non credo infatti, a differenza del (debole) manifesto dei filosofi qui pubblicato, che vi sia una ragione morale, e perciò stesso suscettibile di prescrizione, per votare 4 sì: la materia è troppo fluida, le posizioni troppo asimmetriche, sbilanciate.
D’altra parte proprio per questa fluidità e incertezza, credo che lo scontro referendario non sia tanto nel merito degli articoli della legge, quanto nella prevalenza di una cultura sull’altra.
Sto parlando di Spiritualismo & Religione versus Materialismo & Relativismo.
Ma di sicuro esistono altre definizioni più efficaci di queste.
Lo scontro è in atto almeno da due secoli e mezzo.
Come tutti sanno ne troviamo tracce molto consistenti già nelle polemiche settecentesche tra illuministi e conservatori-con-concezione-soprannaturale-del-mondo.
I termini della contesa non sono cambiati di molto, in tutto questo tempo.
Le dicevo asimmetriche proprio perché esiste invece una ragione morale (cattolica o religiosa in genere) per votare 4 no, o non votare: verità rivelata contro relativismo, più o meno assoluto.
La vita come dono, sacro et sostanzialmente soprannaturale, farcito dell’alito divino sin dall’istante del concepimento, oppure la vita come continumm evolutosi accidentalmente, del quale l’uomo non è che una casuale manifestazione tra le tante.
Secondo questa concezione, l’embrione umano è, appunto, solo un embrione, simile a quello che si può trovare in un uovo di gallina e non più sacrale di questo.
L’embrione potrà essere considerato persona solo dopo un lungo processo di sviluppo, culminante con la nascita.
Non credo che esista un momento preciso di apparizione della persona: dicono che per precauzione si può considerare tale, se proprio si vuole, un embrione dopo appena una quindicina di giorni dal concepimento, al momento cioè della formazione delle prime cellule nervose.
(Noto en passant una cosa implicita e dirompente e cioè che, anche seguendo questa concezione non spiritualista, la legge sull’aborto dovrebbe per coerenza fare una brutta fine).
Ovvio che non basta l’esistenza di un sistema nervoso per definire persona umana un organismo, che sennò le vongole con le quali condiamo la pasta rientrerebbero a pieno titolo nella categoria, divenendo, per ciò stesso, sacre et inviolabili.
Per essere persona umana occorre appartenere alla specie dei Predestinati al Dominio, di quelli autorizzati a rigirare la frittata come più gli piace, cioè alla Specie Umana.
Se, in tutto questo faticoso ragionare, si tralascia la definizione di persona, il ragionamento stesso non ha senso.
Il De Mauro on line dichiara che il significato “filosofico” del termine è: l’uomo come essere intelligente e consapevole di sé, dotato di un’identità singola e personale.
Di sicuro esistono altre definizioni, magari più esatte e penetranti, ma questa qui sopra non è proprio da buttar via.
Naturalmente implica l’esclusione in via assoluta e, aggiungo, totalmente arbitraria, che nel cosiddetto regno animale non esista né l’intelligenza né la consapevolezza di sé.
Il che è palesemente falso e supponente, chiunque abbia un cane può confermarlo: esistono persone umane e persone animali, ma delle persone animali non ce ne può fregare di meno, perché il Libro non prescrive per loro una particolare attenzione: la loro esistenza ci serve, dunque non è “sacra”, punto e basta.
Insomma, come si vede, la questione è grossa davvero, si apre a ventaglio in tutte le direzioni e va a toccare punti cruciali del nostro concepire e concepirci nei quali non mi addentrerei per mancanza di adatta attrezzatura e per non annoiare.
Ciascuno di noi, a fronte di dilemmi come quelli posti nel referendum, si àncora giocoforza alla sua cultura di formazione e provenienza, vale a dire a ciò che ha pensato ed elaborato sinora, al clima che ha respirato e in cui è vissuto.
Infatti la loro particolarità risiede, tra l’altro, nel fatto che non possono essere affrontati se non a partire da concezioni più ampie, materialiste o spiritualiste che siano.
Insomma non te ne fai un’opinione lì per lì.
Anche per me è così e, se la cosa può interessare, mi sono coniato un modesto slogan personale, che mi ripeto spesso come una giaculatoria: meno sacralità della vita, più rispetto per la persona.
È uno slogan empirico e provvisorio, e significa: la vita non è sacra, l’anima non esiste, ma le persone umane sì, cioè esistono e sono per noi civilmente ed eticamente sacre.
Quelle stesse persone umane, per inciso, che usiamo senza alcun problema esclusivamente come mezzo per i nostri fini politico/materiali, per mandarle in guerra a farsi ammazzare, oppure nelle fabbriche, nelle miniere, nei campi, a vendere il proprio lavoro per stipendi di pura sussistenza, sulle strade a prostituirsi, eccetera.
Quattro cellule con DNA umano non sono una persona, ma, a determinate condizioni, possono diventarlo.
L’esistenza di una persona dipende da una catena causale iniziata molto tempo prima del concepimento, nella quale esistono già ora ampie zone di caos, caso e arbitrio umano.
Non è un caso se la Chiesa condanna il coitus interruptus, le seghe, il preservativo, eccetera: interferiscono con la funzione che Dio ha assegnato al piascere come forza e impulso riproduttivo.
Finalmente alcuni nodi arrivano al pettine: cominciamo a poter intervenire nell’essenza stessa della nostra esistenza, scopriamo che è possibile modificare, modificarci o abolirci già come progetto, come serie iniziale di input.
Scopriamo di essere mezzo di ricerca e di cura per noi stessi, e si delinea un campo scientifico dall’ampiezza sterminata e dai contenuti imprevedibili, che riguardano quelli che fino a poco fa si chiamavano i fondamenti della vita, il mistero della morte, eccetera.
Al termine di questo percorso c’è la totale abolizione di dio e di ogni concetto di sacralità della vita: per questo la Chiesa si oppone.
E lo farà nei prossimi decenni e secoli, arretrando nelle fasi storiche di secolarizzazione e avanzando in quelle di segno opposto, ma perdendo sempre più terreno, com’è appunto capitato in questi ultimi due secoli e mezzo.
La religione è una risposta ancestrale a quello che è stato percepito come il mistero della condizione umana.
Ma la condizione umana non è stabile e assoluta, cambia a seconda delle condizioni storiche, politiche, materiali e dunque di conoscenza scientifica.
Insomma la condizione umana non esiste, è solo la somma di stati provvisori e mutevoli, che cambiano di molto a seconda dello stato della cultura e della civiltà: oggi non implica più, per esempio, che si muoia a trent’anni, eccetera.
Quando io ero bambino la condizione umana esigeva che si morisse di difterite e si restasse paralizzati per la poliomielite, eccetera.
Col venire meno del concetto assoluto di condizione umana, viene meno, di conseguenza, ogni religio consolatoria: è ciò che sta avvenendo, come dicevo, da due secoli et mezzo.
Dunque, per chi non l’avesse capito, ribadisco: al referendum voterò quattro sì.
Ma io non faccio testo: nego che la parola spirito abbia un significato, sono per la clonazione umana, per l’eutanasia e per l’eugenetica, per l’abolizione del dolore in ogni sua forma e presso ogni specie vivente, dunque umano e animale, sono per la fine degli allevamenti e dei mattatoi, sono per la lotta senza quartiere a malattia e morte, dunque sono per l’immortalità fisica e per qualsiasi cosa ci avvicini ad essa, sono per le bio-tecnologie e per le tecnologie tout court, nego che esista conoscenza al di fuori della scienza, sono per un umanesimo scientista et materialista, credo che se la liberazione dell’uomo avverrà mai, sarà causa e conseguenza del dominio che avremo acquisito su vita e natura: sono un Prometeo boy.
Postilla.
Insomma sono il creatore et unico sostenitore del Movimento Anarco-Prometeico (MAP), il cui slogan principale suona più o meno così.
Niente è di Cesare.
Niente è di Dio.
Non date loro nulla.
Al primo perché nulla gli spetta.
Al secondo perché non c’è.
In attesa dell’affermazione del mio Movimento, mi limito sommessamente a chiedere - meno sacralità della vita, più rispetto per la persona, please.
In fine un apologo.
Lessi molto tempo fa su Topolino una storia di Archimede e Nonna Papera: Archimede va a trovare Nonna Papera alla sua fattoria, dove osserva con interesse tutti i processi di lavorazione e produzione agro-alimentare, chiedendosi in continuazione come si potrebbero migliorare e razionalizzare. A un certo punto, osservando una mucca brucare l’erba si chiede: com’è possibile produrre latte direttamente dall’erba facendo a meno della mucca? Cioè evitando di rompere il cazzo alle mucche in quanto persone animali?
Ecco, io credo che questa sia una domanda seria ed etica, che è giusto porsi.
E alla quale bisognerà dare prima o poi una risposta.
Per ognuna delle cose che ho affermato qui sopra c’è un’obiezione religiosa, più o meno forte e formata.
Scritto da: tashtego a
18:32 | link |
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