Devo dire del Baretto sotto casa mia.
Quando, agli inizi degli anni Novanta, dovetti fare l’ennesimo cambio di vita, lasciare l’ennesima casa, separarmi da un’altra esistenza e venire qui, ad abitare in questo quartiere che non mi piace, anzi che mi fa proprio schifo, questo Baretto pre-esisteva.
Era l’unico punto di ritrovo e vita sullo Stradone e prima della Curva.
Dopo la Curva, verso il Centro, non c’è nulla di umano per un bel tratto, se si eccettuano due negozioni deserti (uno di mobilacci finto-antichi con cacche di mosca finte anche loro e l’altro di ferri battuti su cui meglio non indugiare con lo sguardo), il Sottopasso,
la Centralina ENEL , l’ingresso a un deposito di materiale edile, il Vecchio Ponte della Ferrovia Vaticana e il grosso efficiente benzinaio, nonché uno o più groppi di cassonetti.
Ci sono anche altre cose, di cui vi risparmio l’elenco, tra le quali la nuova stazione della metropolitana e il nodo di scambio con
la FM 3, il tutto accuratamente ricoperto di graffiti.
Prima della Curva, a salire, non c’è niente lo stesso, tranne un concessionario Renault veramente grande e sempre apparentemente deserto (dove una volta sono pure entrato per chiedere il prezzo della Twingo), un grosso incrocio malamente semaforizzato, un altro benzinaro con il casotto dipinto di Blu Klein e infine un negozio di moto e accessori per moto, che è anche un Centro Culturale per motociclisti.
Poi, a salire, la città continua, a cazzo come quasi ovunque, qui.
Dunque il Baretto in questione era una specie di faro nella notte, un focolare acceso nel nulla di una fredda banchisa polare, eccetera.
Baretto infimo, sporco, gestito da una signora di colore di origine somala, simpatica, e frequentato da manzi locali, ora dispersi, che parlavano tra loro, continuamente e solo, di calcio.
Questi manzi erano capitanati dalla figura tragica di un tipo rosso, coi capelli lunghetti arricciati sulla nuca, di quelli che si vede a occhio nudo che slittano indietro rispetto agli altri, di quelli che al Baretto ci credono e vi si dedicano e non se ne staccano più per il resto della vita.
Un giorno la signora disse me ne vado in pensione da mia figlia in campagna.
Fece una festa d’addio coi manzi del calcio e se ne andò.
Seguì un lungo interregno, segnato dalla chiusura del locale, durante il quale non si sapeva dove prendere un caffè nel raggio di un chilometro.
Il Rosso lo incontravi che se ne stava seduto da solo su certi gradini lì dietro (dipinti di giallo-rosso dai tempi dell’Ultimo Scudetto) ad aspettare che verso sera si facesse vivo qualcuno della vecchia cricca dei Parlatori Di Calcio (PDC).
Poi il locale fu completamente rinnovato e riaprì, gestito da due fratelli e dalla famiglia del maggiore dei due, composta di madre e due figlie giovanissime.
Devo dire di questi due fratelli.
Il maggiore era cordiale, piccolo di statura e gran maratoneta, non ostanti i suoi sessant’anni.
Il minore, scapolo e molto depresso, era più alto e smilzo, gran fumatore con lo sguardo amareggiato, la barba lunga e una smorfia perenne sulla faccia affilata.
Al banco però c’era Sharif, ragazzo egiziano vivace, che se ne fotteva di calcio e col quale parlavi di tutto.
Sharif aveva fatto il liceo in Egitto e voleva iscriversi all’università italiana. Chissà ora dov’è e se poi s’è iscritto.
Un giorno mi disse che la scuola egiziana non insegna, della filosofia occidentale, nulla che vada oltre Aristotele.
Se ci pensate è logico, ma la cosa colpisce lo stesso, perché dà la misura dell’estraneità delle due culture, la nostra e la loro.
Sharif dimagriva, impallidiva e si sciupava molto durante il Ramadan e io ero sempre tentato di dirgli: Sharif guarda che Allah non esiste, e manco il dio nostro, sai?
Cioè volevo dirgli che il Ramadan è inutile farlo, ma per fortuna non gliel’ho mai detto.
Io lo so che spesso dico cose che non dovrei dire e lo so proprio nel momento in cui le dico.
Ma questa volta lo sapevo prima.
Sharif mi chiamava “archedetto”.
“Buongiorno archedetto”, diceva.
Mai riuscito a farmi dare del tu.
Sharif era molto bello e, secondo me, scopava molto in giro, anche se questo scopare doveva rinforzare in lui l’idea di un Occidente Corrotto.
Perché quest’idea ce l’aveva, eccome.
La sua presenza attirava qualche ragazza nel locale, ma lui le guardava con imperioso sguardo di distacco.
Poi se n’è andato e al suo posto è arrivato Stefano, il fidanzatino di una delle figlie del maratoneta, biondina musona e piccolina, con tette orgogliose e culo tondo (lo so che non si dice “culo”).
Lei avrà avuto sì e no diciott’anni, lo sguardo fisso e passava molti dei suoi pomeriggi in silenzio, seduta al banco dalla parte dei clienti: ogni tanto Stefano si sporgeva e smack, bacino.
Per il resto Stefano appariva come morto dentro, una specie di automa con gli occhi dolci.
La mamma della ragazza era gentile e anche lei possedeva un grande culo carnoso: faceva dei panini discreti e teneva il locale molto pulito.
I PDC sparirono, non so il motivo, per tutto il tempo di questa nuova gestione.
Vagavano nei paraggi, come animali cui è stato distrutto il nido.
Il maratoneta intanto andò un paio di volte a fare
la Maratona di New York.
Se la cavò non male e appese nel locale un paio di foto che lo ritraevano al traguardo in Central Park.
Poi l’intero gruppo parentale, cioè i due fratelli più la famiglia del maratoneta e forse Stefano il fidanzatino, trasmigrò in un altro locale che possedevano, più redditizio, e il Baretto fu affittato.
Fu l’inizio della discesa.
Il nuovo gestore aveva l’aria da maranga, faceva panini schifosi, teneva il locale sporco e la radio a palla su Renato Zero: a Roma c’è la piaga del culto di Renato Zero, attizzato da qualche radio privata.
Al banco una ragazza polacca, che, palesemente, gliela dava.
Ma il Baretto sotto casa mia non è un posto buono per fare soldi: dunque, persa, non so perché la licenza per vendere i tabacchi, il nuovo gestore se ne andò.
Ne venne un altro, con gli occhi arrossati da una perenne congiuntivite, tornarono cauti, non so perché, i PDC, la nuova barista era anche lei polacca, di quelle donne belle ma col naso sbagliato, che vorresti pagargliela tu la plastica solo per rimettere le cose a posto, un po’ come quando aggiusti l’orizzontale di un quadro.
Poi anche l’uomo basso con la congiuntivite se ne andò e il Baretto slittò ancora più in basso.
Ora c’è una famiglia di ciccioni, che ha instaurato un orrendo Bicchiere Per Le Mance, poggiato sul banco sopra un tovagliolo di spugnetta verde, pieno di monete e riempito di putrido liquido blu.
I panini se potessero ti salterebbero al collo urlando: salvami, portami via di qui.
I PDC residui sono tornati.
C’è anche il Rosso, seduto al tavolino, che legge uno di quei giornali che ti danno gratis, che si chiama Metro.
La radio a palla trasmette Vasco e Biagio Antonacci.
Dimenticavo: per tutti questi anni il Baretto non ha cambiato la marca del caffè che serve, cattivo e aspro come un elettroshock.
Scritto da: tashtego a
19:20 | link |
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Immaginate la sala d’aspetto di un medico di base in un pomeriggio d’inverno.
Cioè la sala d’aspetto del dottor Bellicapelli, ricettista mio, preferito e sopraffino.
File di poltroncine rosse addossate alle pareti dove sono appese le solite stampine, riproduzioni di riproduzioni di vedute di Roma di Giuseppe Vasi, col loro passe-partout bordato oro.
C’è anche un’opera d’arte costituita da foto di riviste trasferite su carta tramite speciale solvente: tecnica nota ormai anche negli asili nido, ma poco praticata perché il solvente è tossico.
Tra i pazienti in attesa ci sono sempre due o tre fottuti rappresentanti di farmaci.
Sono in fila come gli altri e sono quelli che decidono quale medicina il medico mi farà prendere.
Credo siano loro che riempiono di bottiglie di whisky lo studio del dottor Bellicapelli.
Lui le lascia nelle loro scatole, accatastate con cura contro una parete.
Evidentemente il dott. Bellicapelli non beve, così il suo studio sembra un’enoteca.
Oggi, per la categoria “rappresentanti di case farmaceutiche”, ci sono due ragazze con borsoni.
Sono quasi uguali: bionde, molto standard, abbastanza carine, vestite di nero, con pantaloni larghi e scarpe dalla punta smisurata.
Le due si ignorano, leggiucchiano le riviste puzzo-olenti che stazionano sul tavolino centrale.
Davanti a me, tre di queste poltroncine sono occupate secondo la sequenza A – B – A, dove A sono le due rappresentanti e B è un uomo anziano, che fa le parole crociate di uno di questi giornali del cazzo che distribuiscono gratis nella metro.
Succede che le due A inizino a comunicare, come accade naturalmente tra colleghi.
Parlano sulle prime di lavoro, per poi passare in un crescendo di confidenza a narrarsi le storie delle loro vite, amori e problemi compresi.
Tra loro, placidamente seduto e completamente indifferente, c’è B chino sulle sue parole crociate.
Le due parlano a voce alta, contente di poter chiacchierare, e in breve tempo l’uomo delle parole crociate viene investito da una tempesta verbale.
A fianco di ciascuna delle due ragazze ci sono sedili liberi, basterebbe che una delle due si andasse a sedere accanto all’altra per liberare B dal tormento dell’ascolto indiretto di discorsi altrui.
Non so come possa seguitare con le sue parole crociate, né perché non si alzi e si tolga di lì, ma nulla del genere accade.
Le due seguitano per un pezzo, informando dei fatti loro tutti gli astanti.
Il vecchio non da segni di fastidio.
Forse è sordo, mi dico.
Arriva il turno di una delle due rappresentanti di medicinali.
Si alza ed entra dal dottor Bellicapelli.
L’altra tace di colpo, la tempesta verbale si placa e con essa il flusso di informazioni non richieste.
Il vecchio seguita le sue parole crociate, come se attorno a lui il mondo non esistesse.
Io prendo questo appunto che oggi ho ritrovato per caso e trascritto, nella sua insignificanza, con qualche modifica.
Scritto da: tashtego a
16:59 | link |
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Essere comunisti senza poter più credere nel comunismo.
Sapere tutte quelle cose che un comunista sa, ma non poter fare niente, né dire niente.
Essere comunisti davvero, oggi significa non poter avere più compagni e tacere.
Essere comunisti oggi significa sapere che l’intero edificio, costruito con la rete della dominanza e dello sfruttamento mondiali, va abbattuto.
E però saperlo non significa poter indicare, con la sicurezza di un tempo, come abbatterlo e, soprattutto, come ricostruirlo su basi di giustizia e libertà e uguaglianza autentiche, che durino.
Significa dirsi e ripetersi in continuazione che eccolo il capitale, senza più freni, mentre si impadronisce di tutto, in primo luogo delle coscienze, anche (e soprattutto) di quelle degli oppositori, dando loro un gratificante e visibile e mediatico ruolo di nemici (si veda il pupazzo Bertinotti, i ridicoli verdi).
E dirsi (senza poter “dire”): guarda come se le lavora e se le spolpa, le modella a sua immagine e ne ottiene consenso, facendo loro credere di essere libere dentro liberi sistemi democratici, con libera informazione e autentica opposizione e vere elezioni.
Significa sapere che il capitale (si chiama così) oggi ha in mano soprattutto i mezzi di produzione delle coscienze e che il luogo del conflitto non è più la fabbrica o la piazza, ma è lì.
Dirsi: eccolo l’imperialismo senza più freni che instaura la guerra, non più come alternativa alla politica e sua prosecuzione “con altri mezzi”, ma come strumento sfacciato e arrogante di pressione e intimidazione permanente: una continua mobilitazione militare, non più diretta dalla politica, ma, si direbbe, farcita di politica per quel tanto che serve e finché resta utile.
E significa anche dirsi che i “nemici dell’Occidente” e lo “scontro di civiltà” sono solo strumenti per tenere aperto e caldo il conflitto, per far credere ai nemici che sono davvero tali, perché continuino a massacrare (e massacrarci) senza sosta, così che si possano inviare truppe e costruire basi ovunque per prendere e mantenere territori e risorse vitali.
Significa, e qui chiudo il mio lamento, sapere che nel giro di qualche decennio non ci sarà più nulla da tenere e sfruttare, perché presto il mondo sarà distrutto, col consenso di tutti.
Scritto da: tashtego a
07:11 | link |
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Sono tra quelli che vivono questi anni con la sensazione, precisa e disperante, che stia il mondo regredendo verso stati precedenti e de-civilizzati.
Sono tra quelli, pochi, che sono ancora convinti che gli strumenti di analisi più acuminati di cui potremmo oggi disporre per comprendere quello che succede, siano ancora quelli marxisti o di derivazione marxista.
Sono tra i consapevoli che la funzione disvelante del marxismo sia ancora fondamentale & impagabile, a fronte di una pars construens assolutamente improponibile, perché affossata dal suo stesso fallimento storico.
Sono tra coloro che, mentre sanno di essere ancora comunisti, sanno anche di non poterlo più essere.
Sono tra quelli che vivono questa schizofrenia in modo doloroso, senza più sapere nemmeno a chi dirlo, perché non c’è più nessuno disposto a parlarne e capace di capirne.
Sono allora tra quelli che, da comunisti, hanno visto la storia sradicare a forza il loro sogno di ottenere, per tale via, un mondo migliore.
E tuttavia sanno che quello è ancora l’unico modo serio di guardare il mondo.
Scritto da: tashtego a
18:55 | link |
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Leggere sui giornali di gente dei segreti servizi, o di qualche altro ente preposto alla “sicurezza” degli gnu, che dichiara tranquilla “sì, certo, toccherà anche ai nostri gnu, prima o poi”.
Gente che ripete elegantemente, anche qui, che non è in discussione il “se”, ma solo il “quando” ci colpiranno.
Cioè colpiranno noi, gnu di branco.
Non certo chi ha i mezzi per tenersene fuori, chi decide, chi comanda e discretamente convince, domina, addita a noi i suoi nemici.
I segreti servizi solo non sanno - ne siamo certi? - quando una o più bombe esploderanno su un treno, un autobus, un aereo, una nave, un vagone della metro, un supermercato, un cinema, una pizzeria, un concerto, una partita, eccetera.
Un posto dove si sa che a una certa ora si abbeverano si addensano, sono di passaggio, assistono ad uno spettacolo, grandi masse di silenti gnu.
Dentro la mandria ti ci puoi tuffare se sei un leone o coccodrillo o iena e ghepardo, leopardo, a fauci spalancate e sbranare tranquillo le tue prede, che gli gnu, per loro natura, si prestano.
Potresti dire che sono lì apposta, se non fosse che la strategia di sopravvivenza di ogni singolo gnu, è probabilistica e sta proprio nel grande numero, nello stare lì, zitto, in mezzo tra tanti altri gnu e sperare di non essere notato, che tocchi agli altri e non a noi .
Si apre un vuoto attorno alla vittima colpita.
Gli altri individui scartano di lato, trotterellano via, si allontanano dal luogo dove scorre il sangue, dove un loro fratello viene fatto a brani ancora vivo, lo isolano, distolgono lo sguardo, ne tacciono.
La mandria si riforma più in là e riparte.
Suvvia, anche stavolta non è toccata a me.
Che ti metti a dire, recriminare, protestare: si sa che il Male esiste ed è proprio lì, da secoli annidato tra quella gente, o no?
Allora testa bassa e si continua a brucare.
Scritto da: tashtego a
19:15 | link |
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Volevo postare altro.
Pensa, volevo postare un commento sulla situazione del blog Nazione Indiana, così come la percepisco dall’esterno, cioè da semplice sporadico frequentatore.
Invece arriva la botta di Londra e finisce che non posto nulla.
Né su Nazione Indiana, né su Londra.
Posso aggiungere solo una nota personale.
Un mattino di meno di due mesi fa imboccai l’ingresso della stazione metro di Aldgate East e mentre scendevo e scendevo pensavo: com’è profonda!
Alla fine della discesa trovo la banchina, i binari, il treno, chiusi in quel solito tubo strettissimo.
Dev’essere stata come un’esplosione di grisou in una miniera di carbone
Scritto da: tashtego a
08:46 | link |
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Una serie di eventi - di natura, dimensione, importanza diverse - lottano oggi, martedì cinque luglio dell’anno 2005 dopo cristo, per farsi vedere et considerare, quasi che noi si debba scegliere a quale affidare i titoli di prima pagina su un ipotetico giornale auto-prodotto.
1
I capelli bianchi e le facce sbattute dei Pink Floyd: ma allora dove sono i nuovi paradigmi giovanili, si chiedono tutti, se questi qui, che hanno sessant’anni e passa, richiamano, in piedi sui prati, centinaia di migliaia di ventenni?
Forse, spiegano alcuni, i giovani come categoria sociologica et politica et culturale a sé stante, capace di spostare equilibri di civiltà, sono da considerarsi solo quelli che si affacciarono sulla scena del mondo agli inizi degli anni Sessanta, marcandoli indelebilmente.
Cioè i Giovani sarebbero, anche oggi, sempre quelli, cioè i Pink e McCartney e Dylan, ma anche, per dire, Daniel Cohn-Bendit, eccetera.
Mentre i giovani attuali non si potrebbero considerare I Giovani, ma solo giovani.
E ciò perché non stanno, almeno per ora, costruendo nulla di così specificamente loro e di così radicalmente oppositivo che sia paragonabile alla cultura giovanile degli anni Sessanta, capisci?
È in corso una guerra imperialista da manuale, come quella in Irak, e chi scende in piazza?
Nessuno.
Non solo: nessuno sembra sapere cosa significa scendere in piazza per una causa che non ci riguarda direttamente.
I ggiovani si mobilitano solo se gli dai un po’ di musica gratis, sotto una qualsivoglia etichetta politica, purché sia genericamente buonista.
2
A seguito delle dichiarazioni sul matrimonio tra omosessuali, uscite in Spagna dai tumidi labbroni di Marcello Pera, un’altra domanda non del tutto inutile sarebbe: cazzo fregherà mai ai cattolici dei matrimoni tra gay, se i gay non verranno certo a chiedere a loro di sposarsi col velo in chiesa?
Dove sarebbe la Minaccia?
E di quale natura sarebbe?
Perché non lasciano in pace la non-fede altrui occupandosi esclusivamente del loro credo?
E quale maggior rischio correrebbe la prole se adottata da una coppia gay, piuttosto che etero?
Forse il maggior rischio deriverebbe dal fatto che, per i cattolici, i gay sono dei degenerati, mentre gli etero no?
Se la pensano così, perché allora non dicono con chiarezza, come fece qualche anno fa Fini, che considerano i gay dei degenerati pronti a compiere qualsiasi bassezza, primi tra tutti gli atti di pedofilia?
E, di conseguenza, non bisognerebbe negare l’adozione anche alle coppie sadomaso, per dire?
Quando avverrà il distacco tra ogni pratica sessuale, tra adulti consenzienti, e ogni giudizio morale?
3
La cometa Templi-1 colpita dal proietto della NASA a milioni di chilometri di distanza dalla Terra: centrata in pieno con precisione e tempismo incredibili.
Prima domanda, della quale non frega un cazzo a nessuno qui: sono bastate le equazioni di Newton, per riuscirci?
Oppure è servita anche la fisica einsteiniana?
Insomma, tecnologia a parte, per fare una cosa del genere occorrono solo le leggi fisiche formulate nel diciottesimo secolo da un tizio col cappello a tricorno, oppure serve anche qualcos’altro?
Temo che la domanda sia mal formulata, ma pazienza, tanto nessuno mi risponderà.
Questa missione spaziale è di tipo puramente scientifico?
Cioè serve solo per cominciare a dare delle risposte su questioni basiche di tipo cosmogonico e tipo l’origine della vita sulla terra?
Vediamo.
Leggo che il viaggio è stato di 431 milioni di chilometri e il tutto è costato 330 milioni di dollari, 280 milioni di euri.
Eppure un paese si è accollato un costo pubblico simile solo a scopo di conoscenza scientifica, apparentemente astratta.
Si diceva un tempo, slogan sessantottardo, che “la ricerca non è mai pura”.
Credo sia vero.
Ma sono anche convinto che, nella complessiva finalità del profitto, i momenti di “purezza” esistano e non siano nemmeno così rari.
Personalmente sono entusiasta di notizie del genere.
Mi rinforzano nella stima che nutro per l’homo faber in sé, come “risolutore di problemi”, a prescindere dal fatto che, su nostra istigazione, sta distruggendo il pianeta.
Scritto da: tashtego a
19:52 | link |
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Non ostante l’orrore che mi provocano i tempi in cui vivo, o forse proprio a causa di questo orrore, mi va di dilungarmi su cose marginali et curturali.
Vista mostra grossa di Giovanni Boldini, alla GNAM di Roma.
Sono perplesso, al di là di ciò che mi è, o non mi è, piaciuto.
Breve premessa.
Ormai tutti i musei d’arte moderna del mondo, per quello che ne so, danno una lettura dei valori in campo, nell’arte del Diciannovesimo et Ventesimo secolo, più o meno identica.
All’interno di questa sostanziale identità di valutazione, varia solo il peso delle specificità nazionali, che ciascun paese tende naturalmente a sopravvalutare.
Le grandi istituzioni museali brulicano di Cézanne e Van Gogh e Monet e Manet, Turner, eccetera, ma non brulicano di Boldini, non ostante Boldini (1842-1931) abbia goduto in vita di enorme fama.
Se ne deduce che la vicenda di Boldini, che possedeva comunque un talento mostruoso, benché complessa, non occupa un posto rilevante nella catena dei valori che è alla base del paradigma dell’arte moderna.
Vale a dire che Boldini non è inseribile nella doppia mainstream, impressionista e simbolista, che sta alla base del racconto dell’arte moderna.
Cioè non gli interessa fervidamente sperimentare, ma guadagnare soldi.
Ragione per cui Boldini (alcuni nostri critici non sono d’accordo) non varrebbe sostanzialmente quasi nulla.
Possiamo concordare?
Secondo me, sì.
Ho guardato e riguardato con grande interesse questi quadroni boldineschi – agli inizi dipingeva tele manierose di piccolo formato – e ne ho tratto alla fine un senso di nausea.
Misto ad ammirazione tecnica, soprattutto per i pastelli.
Al di là dell’adesione ad un giudizio di valore condiviso, che non è certamente obbligatoria, cos’ha Boldini che non va?
Per me è triste, cinico, claustrofobico, venduto.
Sa di chiuso.
Come sa di chiuso quel suo colore ricorrente, tra il grigio e il beige, che domina, assieme ai colpi di bianco, tutti questi suoi ritratti di dame di lignaggio e ricchi rampolli.
Quel colore dice molto sul sistema di valori che suppongo dominasse in quel mondo di ricchezze internazionali, cui Boldini aderisce, si direbbe con amarezza, ma senza vero senso critico, né voglia di una vera penetrazione psicologica.
Le sue pennellate vorticanti provocano sorpresa e ammirazione, sulle prime,.
Poi capisci che sono fini a sé stesse e che al più vogliono generare un sentimento, per così dire, di eleganza, mostrandosi al passo con la pittura emergente dei suoi tempi.
Ma magari mi sbaglio.
Solo un quadro non mi passa di mente.
Si intitola La toilette e ritrae seminuda una delle sue amanti in un interno, mentre con un tovagliolo si asciuga il culo, forse dopo un’abluzione.
La gamba destra della donna, ripresa di spalle, ma col busto in torsione, si apre leggermente, poggiando sulla punta di un piede inarcato, a facilitare la penetrazione del panno nel solco tra i glutei.
Contrariamente ad analoghe figurazioni di Dégas e di molti altri, questo è un quadro esclusivamente, direi torbidamente & clamorosamente, di sesso.
Nessuna luce entra dalla finestra per bagnare plasticamente il corpo femminile, come nei pastelli di Dégas.
Qui c’è solo desiderio e sentimento di possesso, tra pittore e modella c’è un rapporto privato e carnale, e si vede.
Bello.
Scritto da: tashtego a
16:43 | link |
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