Finalmente ho i biglietti in tasca.
Domani parto per un paio di settimane.
Meglio così, perché se resto in città dopo i primi di agosto, divento stronzo e cattivo, com’è puntualmente accaduto anche quest’anno.
Sarò di nuovo qui i primi di settembre, poi si vedrà.
Che tutto sia per voi delizioso.
Scritto da: tashtego a
21:51 | link |
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Andate pure avanti
io resto qui seduto
intorno alla metà del novecento
resto dentro i calzoni americani
dentro una crosta spessa
di cantieri edilizi
che striscia lentamente verso il mare
dentro un aprile bianco
dato sulle città già bianche
tirreniche dell'agro
sopra le curve nautiche
erose dei balconi
dentro un vento che dissecca
la faccia e smuove l'onda
alla luce perplessa del cinquanta.
Scritto da: tashtego a
20:17 | link |
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Tra il 1961 e il 1962 l’attore americano Cameron Mitchell (1914-1994) gira in Italia ben tre film di vichinghi:
L’ultimo dei vichinghi, di Franco Gentiluomo, Gli invasori di Mario Bava, in cui lavorano anche le gemelle Kessler, e I normanni, di Giuseppe Vari, nel 1962.
Io ho partecipato come comparsa ad uno di questi tre film, ma non so dire quale.
Nel 1957 Richard Fleischer aveva girato un filmone di vichinghi con Kirk Douglas e Tony Curtis, intitolato appunto I vichinghi, del quale ancora mi suggestiona, quando mi torna in mente, la colonna sonora basata su un paio di accordi di corno.
Noto a margine che nel 1969, o forse nel Settanta, o nel ’71, esisteva a Roma un notevole gruppo musicale, di quelli effimeri che si disintegrano e scompaiono dopo breve tempo, si chiamava The indifferent identification group, che aveva nel suo repertorio proprio il tema di quel film.
Così come Victor Cavallo aveva nel suo la canzoncina che Douglas canta in Ventimila leghe, per dire, cioè per associazione di idee.
Di quel film ho amato tutto e resta ancora oggi tra i miei preferiti.
Sulla scia del successo che ottenne, giustamente, il film di Fleischer, Cinecittà sfornò come d’abitudine una serie di infimi filmazzi de vichinghi, di cui almeno tre interpretati da Mitchell.
A quel tempo il cinema italiano era un’industria, con prodotti molto diversificati, che sfornava cinema popolare a fiotti, racchiuso nei cosiddetti filoni, tra i quali per un breve periodo si annoverò anche un Filone Vichingo.
Mi viene in mente tutto questo per via del curioso Il tredicesimo cavaliere, trasmesso ieri sera in tv con un levigato e incongruo Banderas, che è un film anch’esso di vichinghi e non è male.
Non avevo mai realizzato che al povero Cameron Mitchell - del quale ho sempre seguito la carriera dopo averlo visto duellare davanti alla macchina da presa vicino alla spiaggia di Tor Caldara, nei pressi di Roma - fosse toccata una simile corvée vichinga.
Noto a margine che Tor Caldara fu location preferita, quasi obbligatoria, per una quantità di spaghetti-western economici girati all’epoca, mentre quelli di qualche pretesa li giravano in Almeria.
Se vi andate a scorrere la filmografia di Mitchell attore scoprirete che ha interpretato tantissimi film, ma mai nessuno da protagonista, che io sappia.
Eppure a me è sempre piaciuto, e il motivo è probabilmente che ho “lavorato con lui”, ma non riesco a stabilire con esattezza in quale di questi tre film.
A quei tempi ai film italiani si cambiava spesso nome e il film di Bava, per esempio, uscì qualche anno dopo all’Adriano di Roma con l’atroce titolo Le due vichinghe.
Rimase in cartello qualche giorno, senza che riuscissi a vederlo, e sparì per sempre.
Magari è ricomparso in qualche nottata tv, ma vai a sapere quale.
Insomma, un giorno di quella lontana estate mio cugino viene sotto il mio ombrello piantato su una spiaggia del tirreno e mi dice: vieni domani a Tor Caldara a fare la comparsa in un film? E come ci andiamo, a Tor Caldara? Col pullman, caro, parte da piazza della stazione. Eccetera. È un film de vichinghi. Come si intitola? Boh. Chi ce lavora? Boh, ci danno quindici sacchi: io ci vado comunque.
Non so se esista niente di più noioso di veder girare un film, soprattutto se ci sei dentro e non te ne puoi andare.
Tutto si svolge lentissimamente, si prova e si riprova, si girano scene brevissime, spezzettate, incomprensibili, e tra una scena e l’altra ore e ore di attesa.
Ci avevano abbigliato di tutto punto da vichinghi e ci avevano messo in testa lunghe parrucche bionde.
Faceva molto caldo, sotto quel sole della metà del Novecento.
A mio cugino avevano messo pure una barba finta, folta, e lo tenevano sempre in prima fila, per via dell’alta statura e della faccia da assassino che ha sempre avuto.
Mi colpirono almeno due cose.
La prima erano i soldi che si spendevano anche solo per girare una puttanata come quella, alle porte di Roma: i nostri costumi erano di vera capra e vero cuoio per la cintura e sandali e le spade erano vere e così gli elmi e le corna degli elmi erano di bovino e il tutto puzzava discretamente, fermentando sotto il sole.
Ma ora finalmente, grazie ad una ricerca in rete, mi rendo conto che, se in un anno furono girati ben tre film a soggetto vichingo-normanno, è probabile che quel costoso materiale di scena dovette essere usato più volte, passando da una lavorazione all’altra.
Forse lo stesso Mitchel aveva un contratto per i tre film.
C’erano spogliatoi per le comparse, cestini, gente che girava con l’acqua, un pronto soccorso, eccetera.
Un sacco di gente, insomma, che si affaccendava sopra quel pianoro desolato, polveroso e intensamente mediterraneo, che avrebbe dovuto sembrare, forse, un tratto di costa scandinava.
A pensarci bene il film di Vari è probabile si riferisca all’invasione normanna dei territori italici del sud, per i quali una Tor Caldara affocata di sole andava benissimo: dunque forse si trattava del film di Vari.
Cameron coperto di cerone duellava stancamente, di fronte a noi vichinghi schierati sotto il sole a semi-cerchio.
Due o tre spadate e via, a sedere in poltroncina sotto un ombrellone.
Soprattutto era la sua contro-figura a darsi da fare nella calura, con le capriole e tutte le altre puttanate acrobatiche dei duelli cinematografici.
Nelle pause fumavamo qualche sigaretta.
All’epoca compravo le Stop sciolte.
Alla fine ci dettero pure, incredibilmente, le quindicimila lire senza battere ciglio.
La noia di quella giornata fu immensa, ma mio cugino, tenasce e avido, tornò anche i giorni successivi, partecipò a battaglie, guadagnò un sacco di soldi.
Scritto da: tashtego a
15:54 | link |
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Dico ti amo e può darsi
sia vero
mentre la notte procede nel disfarsi
del tuo viso
e tu godi del piacere del non-darsi.
Dico ti amo e sono sparsi
i miei pensieri dappertutto
mentre ti applichi compunta sul da farsi
e fuori Roma seguita convulsa a rigirarsi.
Dico ti amo e liberarsi
di te
sarà un ennesimo scomporsi
in mezzo alle parole
mentre guarnisci di sorrisi l'occultarsi.
Scritto da: tashtego a
12:38 | link |
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Se fossi uno scrittore, invece che uno scrivente, non saprei bene di cosa scrivere e come scriverlo, però qualche idea generale me la sarei fatta.
Comincerei con una serie di rifiuti.
- Rifiuto di ogni spiritualismo, della psicanalisi, delle trascendenze, del fantastico, del fiabesco, del metaforico, dell’allegorico, del metafisico.
- Rifiuto delle tematiche e delle problematiche amorose, soggettivistiche, afferenti l’IO e altri enti connessi, rifiuto dell’anima e della stessa parola anima.
- Rifiuto del concetto di introspezione e di quello di analisi psicologica dei personaggi.
- Rifiuto del concetto stesso di personaggio e sua sostituzione col concetto di figura.
- Rifiuto del narratore onniscente che sa tutto quel che accade e lo centellina con “tecnica narrativa”: se è onniscente e conosce il destino delle sue figure, allora ci spiegasse, in primis, il perché e il percome del Mondo e dell’Universo, o almeno di quello da lui narrato.
- Rifiuto di ogni trama, intreccio, eccetera, per un’aderenza all’incompletezza e alla strutturale mancanza di senso dell’esistenza e del suo svolgersi.
- Rifiuto di narrare ciò che nasconde i rapporti di dominanza e sopraffazione, invece di mostrarli e tentare di svelarli.
- Rifiuto di narrare esplicitamente ciò che nell’esistenza è implicito o incomprensibile, ciò di cui nessuno sa nulla di preciso.
- Rifiuto del parlato brillante per intrattenere chi legge, se non strettamente necessario per connotare le figure.
- Rifiuto della scrittura brillante e dello scrivere bene.
- Eccetera.
Invece mi applicherei per una scrittura fenomenica, aderente a quella che chiamiamo la realtà condivisa, con la sua caoticità e le sue incertezze, i suoi misteri, la sua confusione e insensatezza.
Astensione da ogni giudizio morale, di qualsiasi tipo, afferente le figure di cui si narra e il loro agire.
Aderire al linguaggio comune (ancora una volta, certo), evitare di pavoneggiarsi tramite esibizioni di cultura, o attribuendosi, tra le righe, pensosità, sensibilità, vigore intellettuale, rigore morale, o, peggio, ripeto, arrogandosi il giudizio su ciò di cui si narra.
In definitiva forse l’unica cosa che, se fossi uno scrittore, conterebbe per me, sarebbero quel quantum, più o meno intenso ed esplicito, di sfruttamento e sopraffazione e silenziosa violenza che si annida nei rapporti tra umani, e tra gruppi e classi di umani.
In ogni tipo di rapporto anche il più tenero e amoroso.
In ogni tipo di politica, anche la più trasparente e idealistica.
E soprattutto sarebbe importante per me scrivere in modo che si vedano i dominatori e i dominati.
Non so.
Scritto da: tashtego a
04:58 | link |
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Oggi a Roma c’è vento e fa fresco.
L’aria è pulita e limpida.
Sembra un giorno di settembre, ma le strade sono semivuote, i negozi stanno chiudendo tutti per ferie, eccetera.
Al lavoro si dice ormai a settembre, ci vediamo a settembre, se ne ri-parla a settembre, eccetera.
Gli ultimi giorni di luglio furono convulsi come ogni anno.
Mai capita la frenesia di fine luglio, visto che poi, a settembre appunto, tutto va ri-visto, ri-preso ri-discusso, re-impostato, eccetera.
Le decisioni di fine luglio sono virtuali, perché non c’è nessuno ad eseguirle, perché a settembre le condizioni saranno diverse, le cose andranno ri-decise su altre basi, con più calma.
Le categorie di quello che chiamiamo comunemente lavoro fornite da Hanna Arendt nel suo Vita activa, sono tre:
- lavoro propriamente detto, che è quando fornisci una prestazione indipendentemente dal suo fine complessivo, metti il lavoro del manovale, del bracciante;
- opera, che è quando conduci a buon fine qualcosa che progetti e percepisci nella sua interezza e per soddisfare dei fini noti;
- azione, che è quando decidi cosa sia meglio fare ed è una forma di attività propria della politica.
A fine luglio l’azione si scatena in un decisionismo che svela tutte le sua ansie, la difficoltà di staccarsi dalle cose, di andare via, di dover lasciare temporaneamente la guida ad altri, o più probabilmente a nessuno.
I politici vanno via tutti assieme verso il 10 agosto, nessuno parte prima per non lasciare campo libero all’azione di altri, per non consentire che vengano prese decisioni senza esserne almeno a conoscenza.
Attorno a questi tavoli tardivi e accaldati ci devono essere tutti fino all’ultimo, perché la democrazia è così: se non ci sei, è come se fossi morto e si fa senza di te, si entra nel tuo orto e si calpesta, si razzola, si depreda.
Ma se l’azione alla fine lascia la presa e va in vacanza, in città l’opera, e dunque il lavoro che la produce, restano ben presenti e attivi.
I cantieri continuano, per esempio, gli operai li vedi sotto il sole che lavorano, scavano, sollevano, eccetera, e quando vanno in vacanza lo fanno solo per qualche giorno attorno al 15.
Ieri pomeriggio, dalle parti di Piazza Fontanella Borghese, verso le sei, camminavo distratto osservando la pietra che pavimenta il nuovo marciapiede e pensando che avrebbero dovuto bocciardarla, invece di lasciarla liscia (Vita activa, opera), quando mi sono sentito sfiorare da un paio di persone. Alzo gli occhi e mi vedo in mezzo a un paio di tizi rapati con occhiali scuri e auricolare, mentre alle mie spalle sento una telefonata concitata e una voce ansiosa che diceva: lo faccio subito! vado subito a farlo!
Poco dopo mi affianca un uomo in completo blu che cammina rapido e parla al cellulare.
È il ministro Siniscalco al lavoro per strada (Vita activa, azione).
Chissà chi c’era all’altro capo del filo.
Scritto da: tashtego a
10:32 | link |
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