Mi sforzo di ricordare, ma non lo conosco, questo tizio.
Però somiglia molto a qualcuno che conosco. Ma a chi? A chi?
Sembra una miscela di compagni di scuola mai più visti, di qualcuno con cui ho lavorato, di gente osservata alla tivù, di parenti.
Sono Alessandro, mi dice l’uomo-miscela. Dai su, non è possibile che non ti ricordi di me. È giovane, sui trent’anni. Ma sì Alessandro, scusami, so che ci conosciamo, ma adesso non riesco a ricostruire dove... Capelli folti, faccia che non si nota. Infatti, adesso che ne scrivo, non la ricordo bene, non saprei dirne nulla. È una faccia italica, né bella né brutta, forse un po’ squadrata. Capelli scuri, folti, pettinati all’indietro. Ricordo che è in giacca e cravatta, che è vestito di grigio scuro, abbastanza elegantemente.
Cioè, più che elegantemente è vestito con il decoro standard di chi non vede l’ora di mettersi in tuta e scarpe di gomma.
Abiti un po’ rigidi e ingessati, scarpe un po’ andanti, a punta quadra.
Mi dice: proprio non ti ricordi? Non ci credo. Senti, andiamo al Mocambo?
Dove? dico io. Al Mocambo, è un night, anzi una discoteca.
Non avevo messo in conto di andare al night o in discoteca, non stasera, voglio dire. Non vado mai in questi posti.
Lui mi conosce, pare. Sa alcune cose di me, me le cita, le ricorda bene.
Se sa queste cose allora è un mio amico, penso confusamente.
Mi stima, lo dice e si vede dal suo sguardo attento. In tutta questa confusione, lui è l’unico che sembra vedermi, che si accorge di me e mi rivolge parola.
Mi faccio un giro e qui e là vedo vecchi amici, gente che conosco davvero. Li saluto e a malapena mi rispondono. Parlano fitto tra loro in capannelli, di cose che non conosco bene.
Prima mi sono avvicinato a qualcuno di questi crocchi di persone parlanti, ma i loro discorsi si sono fatti subito vaghi. Hanno fatto pause: ...hm. Hanno abbassato un po’ la voce, nemmeno mi hanno guardato. Mi succede spesso ormai, e non solo qui. Ma non so quando e perché sia cominciata questa cosa. Se provo a dire qualcosa mi guardano come per dire: ma di che t’impicci? di cosa parli? che c’entra? che vuoi? non lo vedi che stiamo discorrendo tra noi? Nessuno mi si rivolge così apertamente, ma leggo i loro sguardi. Non so, forse è paranoia mia.
Solo questo Alessandro qui, mi sta dicendo cose e, a quanto pare, mi stima. Ma dove l’ho conosciuto?
Ho i piedi bagnati, le scarpe fradice immerse in questi quattro, cinque centimetri d’acqua che allagano la strada. Solo io me ne accorgo, sembrerebbe. Tutta questa gente qui non ci fa caso, come non fanno caso alle schifezze che ci galleggiano dentro. Cartacce, residui di cibi vari. Di verdure, cavoli, cicorie, rucole. Pezzi di pane ormai gonfi d’acqua. Frutta marcia. Una quantità di mozziconi di sigaretta. Pezzi di cacca. Persino un assorbente usato, vedo. Ma loro, con l’acqua alle caviglie bevono i loro aperitivi. Bianchetti e prosecchini acidi, con l’oliva. Negroni. Martini dry, si direbbe dal bicchiere a cono largo rovesciato e l’oliva. Campari soda. Vini rossi. Mangiarini con tocchetti di formaggio e di salame. Tartine al salmone e caviale rosso di lompo. Alle ostriche cotte. Insomma le solite cosine dell’happy hour.
Solo che queste strade hanno un’aria cupa e dimessa. Muri scrostati e lampioni rotti e spenti. Negozi di roba per cani e canarini. Di pantofole. Ferramenta. Busti e ortopedia. Una bottega di articoli da regalo. Alcuni già chiusi, altri in chiusura. In fondo a questa specie di slargo c’è un casalinghi che sta anch’esso chiudendo.
Nessuno fa caso a questo squallore, all’acqua che arriva alle caviglie, alla sporcizia disgustosa che vi galleggia, alla penombra sotto i lampioni stradali fracassati. Tutti cicalano allegri, attenti, col loro bicchiere in mano. Alcuni sono già alticci e ridono di ogni cosa. Si vede che questa gente si incontra spesso, che si ritrova qui a quest’ora tutti i giorni, che si frequenta. Alcuni probabilmente lavorano assieme. Di sicuro io ne conosco parecchi e anche abbastanza bene. Ma loro mi salutano appena, poi volgono altrove lo sguardo e mi ignorano, si direbbe con cura. Eppure là per esempio c’è un tizio che ho incontrato appena una settimana fa ad una riunione di lavoro. Allora fu cordiale. Oggi è stato freddino scostante, non so. Non che io impazzisca per questa gente, anzi.
C’è questo Alessandro, mai visto prima, che invece mi sta appiccicato e insiste che vada con lui al Mocambo. Che cazzo di nome per un locale. Ricorda il film con la Mangano e le canzoni di Paolo Conte. Mi ricorda anche uno stabilimento balneare di un lido laziale: c’erano il Mocambo e il Trocadero, detti il Moca e il Troca. Mi viene da pensare che sia un posto di sopravvissuti, di vitaioli d’altri tempi, arredatori omosex, avvocati scapoli, gente così. Un piano bar, magari.
Alessandro mi parla e da quello che dice sembra proprio che mi abbia in grande considerazione, al contrario di tutti questi stronzi qui, coi piedi nell’acqua.
Ma non ti da fastidio quest’acqua alle caviglie? gli chiedo.
E lui dice: sì certo, è per questo che dico, andiamo via, andiamo al Mocambo. Ci mangiamo anche una cosa, beviamo, stiamo in compagnia. Dai! Vieni via. Su. Che cazzo facciamo qui. È tardi.
Come tardi gli dico. Saranno sì e no le otto. Appunto, non ti sembra tardi? Tra un po’ tutti questi qui che prendono l’aperitivo se ne vanno a cena. Al massimo tra un quarto d’ora qui è vuoto. Io devo passare a casa un attimo. Andiamo su. Vieni.
Vedo una ragazza con le scarpe col tacco e senza calze, nell’acqua sino alla caviglia, il polpaccio chiazzato di gocce fangose. Avevo un compagno di scuola che impazziva alla vista dei polpacci femminili sporchi di fango. Quando pioveva per lui era festa. Si metteva dietro una donna e la seguiva e godeva di ogni schizzo. Poi a scuola raccontava tutto questo. Noi un po’ ridevamo e un po’ eravamo perplessi. Ora questa ragazza mi sembra che, pur di esserci, pur di stare qui a farsi l’happy hour, sia disposta a stare coi piedi in quest’acqua sporca.
L’acqua sporca, assieme al pattume seppellito nella terra, è la cosa che più mi dà il senso di morte e corruzione. Eppure queste caviglie nude e bianche, crudamente immerse nella broda hanno qualcosa di inquietante e maligno come una profanazione.
Insomma me ne sto discosto da questi gruppetti mondani di creature un po’ alticce parlanti e sorseggianti e ridenti. Li osservo e vorrei andare via.
Alessandro, anche lui coi piedi nell’acqua sporca, mi resta vicino e mi seguita a parlare del Mocambo.
Gli dico: senti lascia perdere non vengo. Sono vent’anni almeno che non metto piede in un locale notturno... Ma non è un locale notturno, cioè non soltanto... Ci sono andato qualche volta negli anni ottanta, pensa tu, e adesso tu mi chiedi di passare la serata in un posto che si chiama Mocambo? Potrebbe pure essere divertente, ma non adesso, non oggi. E poi senti Alessandro, non ti offendere, devo confessarti che non ti conosco, non ti ho mai visto prima di stasera. Non vorrei essere scortese, ma...
Come non mi conosci? dice lui meravigliato. Non mi conosci? Davvero?
È addolorato, sembrerebbe. E pure un po’ risentito. Forse ha ragione lui. Non mi fido più della mia memoria. Ma non mi ricordo.
Tira fuori da un pacchetto una Marlboro e se l’accende con un vecchio Ronson streamline luccicante.
Mi dice che ci siamo conosciuti a un salone del vino a Verona, un paio di anni fa, dice che ci hanno presentati amici comuni, che abbiamo assaggiato vini assieme tutto il pomeriggio e poi siamo andati a cena in gruppo e che abbiamo parlato e io gli sono rimasto molto simpatico, che ho raccontato barzellette strepitose e ho tenuto banco per tutta la serata. Dice che ci siamo rivisti un altro paio di volte e che adesso che mi ha incontrato di nuovo vorrebbe almeno farsi due chiacchiere, quattro risate, eccetera.
Parla e fuma gettando la cenere nell’acqua.
Quattro risate? Starei per dire che al Vinitaly di Verona non ci ho mai messo piede e che per di più non ho mai messo piede neanche a Verona. Forse una volta alla stazione. Ma non lo dico. Rimango perplesso perché lui pare molto convinto di quello che afferma. È molto amichevole e io sembro collocarmi esattamente al centro della sua attenzione. Non capisco il perché, ma non mi dispiace. Forse è gay penso.
Poi mi dico: mannò, questo non è un approccio. Me ne accorgerei. Devo solo insistere e dirgli che si sta sbagliando che ricorda male che io a lui non l’ho mai visto.
Ma non glielo dico.
Alla fine dico invece: senti vabbè andiamo a ‘sto Mocambo. Lì si mangia? A che ora si può mangiare?
Lui risponde che sì, si mangia. Che c’è una specie di ristorante. Che alle otto già sono aperti. Che deve solo passare a casa un attimo e poi andiamo. Non è lontano, aggiunge. Aspettami qui. Torno subito.
E se ne va.
Potrei andarmene anch’io, squagliarmela, ma non lo faccio. Non saprei dove andare. Tornare a casa? Certo. Ma poi penso: dov’è casa mia? Non ricordo che strada devo fare per arrivarci, non mi oriento, da qui. Ma una casa ce l’ho. È solo che non ricordo dove sta, per ora. Più tardi mi verrà in mente. E poi figurati se ho qualcosa in frigorifero: a quest’ora non trovo nemmeno un pezzo di pane da comprare.
A parte scarpe e calzini fradici, ho roba pulita addosso. Una bella giacca color salmone acceso, senza bottoni, a risvolti larghi, lunga, come piacciono a me. Una camicia di lino grigia e una cravatta di seta verde. Pantaloni bianchi di lino, larghissimi, comodissimi impalpabili, che ho ripiegato in fondo un paio di volte per non bagnarli. Ai piedi quelli che, prima di marcire, erano due bei mocassini Saxon di cuoio rosso. Beh, non è esattamente ciò che mi metto di solito. Io sono più sobrio e questa giacca arancione non è nel mio stile. Però in fondo questa roba non è male, non so.
Mi siedo sui gradini di una chiesa con la facciata ligure, mi dico, a strisce alternate bianche e nere, di lavagna e marmo. Molto essenziale, bella, penso. Tiro su i piedi dall’acqua e li poggio sul gradino primo sotto di me. Mi metto ad osservare l’happy hour in corso: stanno andando via tutti, ciabattando nell’acqua. La ragazza dai piedi crudi è già lontana. Gli amici mi passano davanti con un cenno più o meno distratto. In pochi minuti resto quasi solo, mentre si fa sempre più scuro. Guardo in su. Tra le case altissime si vedono pezzi di un cielo indaco, mentre le rondini seguitano a volteggiare fitte. Ma è quasi notte.
Tutto sommato non mi sento a disagio qui, ora che i crocchi si sono sciolti e tutta quella gente se n’è andata, compresi quelli che facevano finta di non conoscermi. Sono rimasto solo a fissare il bar degli aperitivi illuminato, con dentro il barista che rassetta, passa lo straccio sul banco, mentre qualcuno si attarda a chiacchierare fitto e la cassiera stanca che guarda fisso nel vuoto. Sembrano tutti incuranti di quest’acqua schifosa che ricopre anche il pavimento del locale.
Invece io non mi sento stanco. Non fresco, certo. Ma non stanco. Ho i piedi freddi e penso ai cazzi miei. Cioè vorrei pensarci se ne avessi, ma mi sento completamente vuoto e percorribile. Stasera vorrei avere una vita mia, con i cazzi miei, però mi pare di non averne.
Penso che non è cosa di adesso: io non ho mai avuto “cazzi miei”, non ho mai capito cosa significasse averne. Mi è sempre sembrato di non possedere cose mie, segretucce, di quelle che non si possono dire se non agli amici fidati. Non ho mai nemmeno avuto amici fidati cui raccontare i cazzi miei. Quando qualcuno mi ha considerato un amico-fidato e ha cominciato a raccontarmi i cazzi suoi, mi sono annoiato a morte e mi sono imbarazzato perché non sapevo cosa dire. Dare consigli, va bene, ma quali? Che consigli dare? Che cosa c’è da dire, che già non si capisca da soli? Quando si confidava con me, l’amico-fidato, alla fine del suo discorso, in genere lungo e palloso, taceva e aspettava per un po’. Poi diceva: beh, ma non dici niente? Io dicevo: hm, sì adesso ti direi... ma ci devo pensare... la cosa è complicata... non vorrei darti consigli affrettati, sbagliati... sai. Sapete quel tipo di racconto di casi personali in cui il narratore si mette in buona luce? Che lui gli ha detto così e così e non ti pare? Eccerto. Quelli che si danno ragione da soli all’atto stesso del riferire: si vede benissimo che stanno mettendo le cose - che a te già non te ne può fregare di meno – come pare a loro. Che vuoi che ti dica, eh?
E poi che tipo di cose raccontano all’amico-fidato? Cose che capitano assolutamente a tutti, tipo tradimenti compiuti o subìti, problemi di inculate sul lavoro, prese e inferte, qualche erezione mancata, qualche “che dici, le telefono subito o aspetto qualche giorno?” Roba così. Non veri cazzi loro, tipo ho fatto una rapina in banca, ho ucciso una prostituta sul Raccordo Anulare, ho fatto un pompino a un cane ai giardinetti, vengo da un altro pianeta, sai, ho preso le sembianze di Asdrubale, ma non sono Asdrubale e adesso te lo provo e giù la maschera, tentacoli, eccetera.
Affettano grande privatezza e supremi confidenze su cose del tutto ordinarie, noiosissime. I cazzi loro veri, che forse sarebbero pure interessanti, se li tengono per sé
Ma, cazzi miei a parte, sono perplesso perché da un po’ di tempo ogni persona che incontro sembra che non mi consideri più. Mi pare ormai di essere diventato un nulla per tutti. Anche per quegli sconosciuti dai quali uno compra, che so, una guarnizione da mezzo pollice, una presa stagna, una mezza pagnotta di pane, un etto di prosciutto. Entro in un negozio di ferramenta e c’è gente lungo il bancone che parla fitto coi commessi e i commessi hanno l’aria di prestare la massima attenzione. Finché non arriva il mio turno: allora improvvisamente si distraggono, rispondono a mezza bocca, diventano scortesi e sembra che stia chiedendo loro oggetti assurdi, fuori produzione, obsoleti e stupidi. Questo accade praticamente ovunque vada. Entro dal panettiere, guardo il pane e faccio a mezza bocca: che pane prendo? Il panettiere, che con tutti è gentile, subito mi dice: ahh, se non lo sa lei... Vaffanculo stronzo, penso io.
Insomma sto slittando progressivamente verso una specie di non-esistenza. È come fossi decolorato, invisibile, non faccio presa, non mi vedono.
E poi stasera spunta questo Alessandro... boh, ma chi cazzo è?
Passa un po’ di tempo e i miei piedi bagnati gelano. Non fa freddo, anzi. Però tira una brezza leggera che li fa gelare nelle scarpe fradice.
Ecco questo Alessandro che torna. Ha ancora il fondo dei pantaloni inzuppato d’acqua, ma pare che se ne fotta. Andiamo? mi dice. Mi alzo malvolentieri, che stavo abbastanza bene lì a pensare ai non-cazzi miei. Rimetto i piedi nell’acqua che mi sembra adesso molto più calda dell’aria e seguo il tizio che cammina tutto contento. Svoltiamo qualche via fino ad una salitella. Finalmente all’asciutto da quest’acqua lercia. Le scarpe fanno cic-ciac e altri rumori di risucchio idraulico, nel silenzio di questa serata blu, in questa città che potrebbe essere Genova e che sicuramente non è la mia città.
E allora che città è questa? Perché sono qui?
Mentre mi fulmina questo pensiero, Alessandro dice: ecco il Mocambo.
Io dico: scusa, ma che città è questa? Lui ride.
Perché ridi? Che città è questa?
Come che città è questa? non fare domande assurde, mi risponde lui e ride ancora.
Ti va di scherzare, aggiunge.
Vedi quella scaletta che scende? Quello è il Mocambo.
Nel timore di essere preso per un idiota o peggio per un rimbambito, taccio su questa storia della città. Ma sono molto turbato: non riconosco questi luoghi e a pensarci adesso neanche quello slargo pieno d’acqua e di gente che pigliava l’aperitivo, conosco. Mai visto prima. È stata la facciata di lavagna di quella chiesa che mi ha dato questa sensazione genovese. Insomma ligure. Anche le case antiche e altissime sono genovesi. Ma non ne sono affatto certo. E comunque: come sono arrivato qui? E perché?
Come avevo previsto il Mocambo è un postaccio. Il ristorante è chiuso il martedì e oggi dev’essere martedì, perché è chiuso.
I due locali sembra siano comunicanti. Si capisce da una specie di porta a soffietto situata a fianco del bancone del bar. È di plastica marroncina ed è chiusa per tutta la sua lunghezza. Anche qui l’acqua copre il pavimento, ma nessuno ci fa caso.
La mia giacca color salmone e la cravatta verde pare risveglino per un attimo l’ambiente, che mi osserva con interesse. Sono quasi tutti uomini, giovani, con l’aria annoiata e provvisoria. Fa caldo per via dei faretti di illuminazione ovunque e molti si sono messi in maniche di camicia. Camicie bianche. Cravatte. Gemelli d’oro. Hanno l’aria di yuppetti di basso rango. Rappresentanti, commercianti, gente così. Fumano Marlboro rosse e soprattutto Marlboro oro. Sbevazzano roba che sembra leggera, prosecchi micidiali.
Hanno tutti le scarpe nell’acqua e il fondo dei pantaloni zuppo, ma non se ne curano. La musica non è troppo alta ed è strana: sembra roba anni sessanta, mi sembra di averla già sentita, ma non riesco a riconoscere i brani. Ci siamo seduti in fondo ad un tavolino illuminato sulla precisa verticale da uno spot caldissimo. Non si vedono in giro camerieri e Alessandro continua a parlarmi non so di cosa, mentre io mi levo la giacca e mi accorgo che il sudore delle ascelle ha funzionato da solvente e ora la mia camicia bianca è macchiata da gore color salmone. La mia testa è presa da questo non sapere dove mi trovo e dalla strategia per saperlo senza fare la figura del demente. Ma più di tutto mi preoccupa il perché io non lo sappia.
Mi sento a disagio, seduto al tavolo di questo posto, con questo Alessandro, in un città che non so come si chiama, i calzini e le scarpe e i pantaloni zuppi d’acqua sporca e la camicia macchiata di arancione sotto le ascelle.
Sono confuso, ma l’Alessandro qui è molto amichevole. Quasi affettuoso. Mi chiede se ho sete, se ho fame, se desidero fumare.
Certo che desidero fumare, rispondo, ma non fumo più. Ho smesso da anni. Certo che ho fame, aggiungo. Lui chiama il cameriere e ordina tartine e roba da bere.
Beviamo un “cocktail di champagne” che già brucia mentre scende giù per l’esofago.
E dà alla testa.
Si parla di qualcosa, di qualcuno: non capisco bene, non seguo bene.
Alessandro ride ancora nel rammentare le mie battute di quella sera a Verona, a cena con amici: eri troppo simpatico, dice.
Poi mi chiede della mia famiglia e io gli dico che non ne ho e lui dice: strano mi pareva che fossi sposato e avessi figli, così almeno dicesti a Verona.
Gli rispondo che se ne avessi me lo ricorderei.
Avrai una donna no? un’amante, dice sorridendo, hai l’aria di uno che salta ancora la cavallina.
Dice proprio così: salta ancora la cavallina.
Insomma non sembri il tipo che ha tirato i remi in barca, aggiunge.
E io farfuglio cose tipo che no, forse non li ho tirati, che sì, ho qualche amica.
Lui mi chiede perché non mi sono sposato.
Non vorrei essere scortese, ma tutte queste domande un po’ mi seccano.
Rispondo che non lo so.
Neanche lui è sposato ma ci sta pensando: devo solo trovare quella giusta, dice, e aggiunge che oggi come oggi le donne sono tutte mignotte.
Sì, dice proprio: sono tutte mignotte.
Il discorso va vanti così per un pezzo immerso in una cordialità un po’ tirata, che pare degradarsi progressivamente.
Poi lui si fa serio all’improvviso e con la massima cordialità e non-curanza dice di un certo Mecacci che gli ha chiesto di parlarmi per vedere se si riesce ricomporre la questione.
Insomma a lui scoccia un po’ di fare l’intermediario, e anzi ti giuro che non lo so neanche fare, aggiunge, ma io certamente lo so com’è fatto il Mecacci, che è una brava persona, ma quando si mette in testa una cosa di sicuro non molla.
E poi, aggiunge con un certo rammarico venato di una specie di complicità, non è che tu ti sia comportato proprio bene con lui, cioè se l’avessi fatta a me una cosa del genere non so come avrei reagito.
Mentre lo guardo attentamente cercando di capire a chi si riferisca, lui ripete che, se l’avessi fatta a lui una cosa del genere, scusa proprio una carognata, la nostra amicizia ne avrebbe risentito.
Almeno per come sono fatto io, aggiunge. Ma io non sono Mecacci, e Mecacci non è me, dice Alessandro, e dunque lui vuole comporre la cosa e riavere i soldi che ha anticipato. È imbarazzante, mi dice, doverne parlare, ma se potessi addirittura fargli un assegno subito, si risolverebbe la questione e la cosa finirebbe qui. Lui si accontenta di riavere i suoi soldi senza interessi. Puri e semplici, così come te li ha versati. Io lo posso pure capire, sai: si è stufato di aspettare e poi ha saputo dell’offerta della Sofren e si è scocciato. Anzi s’è proprio incazzato, sai? Ammetterai che la seconda tranche meritava qualcosa di più. Se non altro un po’ più d’attenzione da parte tua. Invece...ma dai, vabbè. Non ne voglio nemmeno parlare, dai. Sono cose che possono succedere a tutti, ma basta avvertire, fare una telefonata. Tutto si può aggiustare e a tutti si può venire incontro. Questo lo sai, no? Eh, Mecacci lo conosci, quello parla parla ma poi gli interessano solo i soldi, come a tutti. Con te non vuole rompere del tutto perché non gli conviene. Però a questo punto quei soldi li rivuole indietro.
Mentre dice queste cose mi guarda con aria interrogativa. Probabilmente nota una qualche stranezza nel mio atteggiamento. Sono confuso dal vino. Ma sono ancora abbastanza presente a me stesso per essere sicuro di non sapere di cosa cazzo stia parlando ‘sto tizio.
Allora avevo ragione prima a non ricordarmi chi fosse. Altro che non fidarsi della memoria. Questo qui mi ha preso per un altro. Chi cazzo è questo Mecacci? E la Sofren? Cos’è? E che posto è questo?
Intanto ci hanno portato altre tartine e altro cocktail allo champagne. Bevo e mangiucchio. Le cose restano strane, ma al secondo bicchiere diventano un po’ più plausibili. A questo punto mi sembra persino di conoscere questo Alessandro. Di averci confidenza.
Così, mentre lui intanto mi parla di un assegno che dovrei fare, me ne esco con: ma chi cazzo è ‘sto Mecacci?
Alessandro si interrompe e fa un sorriso tirato. Mi guarda interrogativo. Cerca di capire se sono sbronzo. Poi dice, feroce: senti è da un po’ che fai lo stronzo. Non fare tanto lo stronzo, hai capito? Sono ventimila euro e io non esco di qui finché non mi hai fatto l’assegno, capisci? Fin adesso sono stato comprensivo, ma non farmi incazzare, non mi piace essere preso per il culo, soprattutto non da uno stronzo come te. Ti pare che ci sia qualcosa da scherzare? Se stasera non tiri fuori la grana ti spacco la faccia, ti rompo il naso, ti faccio mangiare pure le gengive, capisci, al sangue?
Mentre dice così, si mette una mano in tasca, tocca qualcosa e poi la tira fuori di nuovo.
Gli dico: senti...
Senti un cazzo, risponde lui sibilando, tira fuori il libretto degli assegni e paga, stronzo. Se no ti rompo il culo. Dai.
...hai sbagliato persona Alessandro, biascico, io davvero non ti conosco, non so nulla di questa gente e di questa storia. Che soldi? Di quali soldi parli? Perché mi hai portato qui? Guarda che ti sbagli...
Come quali soldi? risponde lui. Guarda che mi incazzo davvero. Guarda che non arrivi alle dieci di stasera con la tua faccia.
Afferra la giacca salmone che è poggiata sullo schienale della sedia di fronte e fruga nella tasca interna. C’è un portafogli. Lo apre, mentre io lo guardo come se non si trattasse della mia giacca e del mio portafogli. Riesco persino a distrarmi, anzi. Giro attorno lo sguardo e mi accorgo che sul pavimento l’acqua scorre lentamente verso la porta a soffietto di plastica marrone. Le cicche galleggianti vi si accumulano sotto. Sporcizia anche qui.
Intanto Alessandro ha estratto dal portafogli il mio libretto degli assegni. Lo compila con una penna biro che ha tirato fuori dalla giacca. Ventimila virgola zero zero e poi sotto scrive per esteso ventimila barra zero zero e lo intesta “a me medesimo”.
È pallido ha le labbra strette e mi guarda con indifferenza assoluta.
Poi mi dice firma.
Firmo. Mi osservo mentre firmo, come se fosse un altro a firmare: è un assegno di 40 bombardoni, non so nemmeno se ce l’ho, ma firmo.
Lui prende l’assegno, osserva la firma con attenzione poi me lo ridà: firma la girata.
Alla fine si alza di scatto e dice: il conto paghi tu.
Poi aggiunge: questo assegno ti conviene sia coperto.
E se ne và ciangottando nell’acqua con le sue duilio a punta quadra.
L’acqua in effetti si è alzata anche qui di livello.
Il cameriere arriva per chiedere se desidero altro. Chiedo il conto e una sigaretta. Me la porge e me la accende. Se ne va mentre tiro una boccata. Dopo tanto tempo è come una manata sui bronchi. Ma le successive boccate sono già più accettabili. Mi gira la testa. Sento un po’ freddo e mi rimetto la giacca. Il sudore mi si gela addosso. Spengo la sigaretta gettandola nell’acqua e la osservo mentre la leggera corrente la trascina via. Il cameriere mi porta il conto e mi dice che loro non accettano carte di credito. Pago in contanti, non mi sembra un posto caro.
Il cameriere prende i soldi e dice: ora sia cortese e favorisca uscire immediatamente. Il signor Alessandro ci ha informati sul suo conto. La direzione le comunica che è un ospite sgradito. Non si faccia più vedere qui, signore. Buonasera.
Scritto da: tashtego a
10:22 | link |
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Ritorno su quella frase di Pasolini, colta al volo, tempo fa, durante la presentazione in tv di un programma sullo scrittore.
Altri tempi davvero.
“Non credo nello sviluppo, ma credo nel progresso”.
Metto in corsivo le due parole per marcarne la presenza ingombrante in una frase così breve, semplice e assertiva.
E profonda, aggiungo.
La sua profondità sta anche nella capacità di restituirci, come in un lampo di flash, un’epoca, una cultura e una stagione politica in cui ancora esistevano, e si scontravano, due visioni del mondo nettamente contrapposte.
Se oggi i concetti di sviluppo e progresso tendono a coincidere, anzi nella coscienza dei più si presentano come decisamente sovrapposti, c’è stato invece un tempo in cui il mantenerli ben distinti implicava una netta presa di posizione sull’ordinamento politico, economico e sociale esistente.
Lo sviluppo era cosa che competeva, diciamo, essenzialmente e “naturalmente” al capitale.
Il progresso era un’altra cosa, era un cammino dal quale il lavoro, la gente, gli operai, non dovevano farsi distogliere.
L’obbiettivo ultimo, con infinite tappe intermedie, erano la giustizia sociale, la garanzia del rispetto dei diritti fondamentali di tutti, come la salute, lo studio, la casa, i servizi di base, l’emancipazione femminile, la mitigazione o meglio l’eliminazione dello sfruttamento sul lavoro, la sicurezza sociale, eccetera.
Molte altre nuove dotazioni potevano a buon diritto essere ammesse nel paniere del progresso, inteso come la “messa a sistema” dei diritti, in un processo considerato irreversibile, dal quale si credeva, allora, non fosse più possibile tornare indietro.
Progresso era il nome che si dava alla capacità degli umani di mettere in comune parte del surplus, vale a dire dell’agio che una società è in grado complessivamente di produrre nel tempo.
E anche qui, tra parentesi, è possibile distinguere lo sviluppo come processo naturale, dunque di destra, dal progresso come capacità culturale di estrarne vantaggi per tutti, dunque di sinistra.
Senza indulgere nell’immagine di un Pasolini - da me allora e adesso certo molto amato – di un Pasolini, dicevo, come di un vate, capace di leggere presente e futuro con lucidità inaudita, è senz’altro evidente che a lui fosse chiaro quello che allora si cominciava appena a intravedere: un processo di accumulazione sfrenata e di irresponsabile spreco di massa, che stava sommergendo non solo le identità locali et contadine residue (la “felicità naturale” la chiamava: mai mi ha convinto su questo), ma anche le istanze di giustizia sociale, di re-distribuzione del reddito e al limite, di rivoluzione, che provenivano dalla classe operaia.
Così, se al compiersi della maturazione della prima fase dell’era industriale si poteva parlare di progresso come essenzialmente di un avanzare della scienza & della tecnica (che sono tuttavia cose molto diverse tra loro), in seguito si dovette distinguere, come fa Pasolini, tra sviluppo e progresso, mentre oggi la sinistra, sciocca e omologata, parla di “qualità dello sviluppo”, mettendoci dentro, come se fossero uguali, i bisogni e le percezioni di ricchi e poveri, dominati e dominanti.
Certo, esiste una porzione di destino che è in comune, non solo a dominanti e dominati, ma anche a progresso e sviluppo - il primo utilizzando almeno in parte il surplus del secondo e il secondo giovandosi come fattore implementante (come sa bene il capitale illuminato), e non solo, delle conquiste del primo – ma la sinistra dovrebbe innanzi tutto sapere che, basicamente, se non hai la casa, se hai poco da mangiare, se non hai lavoro o il tuo è un lavoro da bestia, eccetera, quello è per te innanzi tutto, ciò che deve darti uno “sviluppo sostenibile”, e quello te lo dà solo il progresso.
Se affermo che oggi “la sinistra è la continuazione della destra con altri mezzi” (Lenin lo affermava con sarcasmo) è perché non è nemmeno più in grado di distinguere tra questi due concetti fondamentali, che Pasolini usa invece con assoluta chiarezza e nella piena tranquillità di essere (allora) pienamente compreso.
Scritto da: tashtego a
14:05 | link |
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Un frammento di racconto, mai finito. Non ho mai saputo dove potesse andare a parare. Ma non l'ho mai saputo di tutte le poche cose che ho scritto, finché non sono arrivato alla fine.
A qualche centinaio di metri dalla costa, c’era quel mucchio di colonne di marmo, che adesso non c’è più. È scomparso, inghiottito dalla sabbia che si è accumulata col tempo e con le deformazioni umane. Sembrava che qualcuno l’avesse appena scaricato sul fondo da un camion. La pietra era quasi pulita di incrostazioni e biancheggiava nella luce del mattino. Non ci voleva molto ad arrivare lì dalla spiaggia. Si davano appuntamento la sera prima sullo spiazzo davanti casa, e poi chi c’era, c’era. L’aria era ancora fresca e la pelle, sotto la maglietta, rabbrividiva alle ultime folate della brezza di terra. Mai più di due o tre, erano. Dodo, aveva questo vecchio dinghy del padre, il Baloo, che forse mai nessuno aveva visto invelato. Sta lì da anni, a seccarsi sulla spiaggia con il coppale tutto rovinato che si staccava dal legno in tante pellicine. Ma questa sua antichità era anche il suo bello, si può dire: lo rendeva diverso da tutte quelle barche di plastica che stavano invadendo lo stabilimento. Occorreva entrare in due nel magazzino, sotto il basso solaio in cemento delle cabine, agguantare uno per parte un motore British Seagull da un cavallo e mezzo, che pure aveva i suoi anni, appollaiato lì su un cavalletto e coperto da uno straccio. Poi bisognava attraversare tutta la spiaggia per trasportarlo sino alla barca e fissarlo in poppa al Baloo. A queste operazioni Dodo non partecipava: le dirigeva. Aveva l’aria di dire: barca mia, comando io, si fa così e così, se no non ci venite che per me è lo stesso, niente pesca e fanculo. Dodo non era un tipo generoso, anzi, e godeva di una supremazia che poteva usare a suo capriccio. Se ti dava appuntamento, metti alle sette del mattino, e poi non si presentava, facile che più tardi ti avrebbe detto: avevo sonno non mi andava più di alzarmi. Non c’era bisogno che aggiungesse: che ci vuoi fare? La barca è mia, ci faccio quello che voglio. Che te la desse in prestito era totalmente escluso, un’ipotesi che non si poneva. O con lui, in posizione subordinata, o niente. Quel motore partiva una volta sì e dieci no, spesso ti piantava in mezzo al mare. Quando il Seagull si spegneva, era necessario svitare la candela, pulirla con uno straccio, e riavviare. Poteva capitare che la candela cadesse in acqua e allora, se non ce n’era una di ricambio, toccava che i subalterni, cioè gli ospiti, remassero, perché Dodo non ci pensava nemmeno, la cosa non toccava a lui. Lui aveva fatto già abbastanza prendendoti in barca. Dodo non lasciava mai la manopola di guida del motore. Stare al timone gli piaceva, era suo diritto e non ci non rinunciava mai: i remi non erano per lui. Lentissimo il Baloo procedeva su un’acqua piana e vellutata, qui e là appena increspata da refoli sempre più deboli, perché il vento doveva cambiare, mettersi a Ponente e rinforzare ruotando appena col sole fino alle cinque le sei di sera. Questa era la storia obbligata di ogni giornata di bel tempo nord occidentale. Il vento aveva i suoi riti, le sue abitudini e dava qualche garanzia, a conoscerlo. Sapevi per esempio che con quel tipo di tempo dalle due del pomeriggio in poi sarebbe stato bello andare a vela, buttarsi fuori del molo diritto per diritto e far finta di partire per sempre, mentre il sole sempre più basso avrebbe ridotto il mare a un caos di scaglie dorate. Fingeva di andar via, metteva la prua all’orizzonte libero col vento a mezza nave, lo scafo che planava sull’onda, e lui fuori a contrappeso, coi piedi nelle cinghie e la maglietta che si inzuppava di spruzzi. Faceva così finché la terra non scompariva lontano e Nicola si ritrovava nel silenzio del mare aperto, spezzato di continuo dallo sciabordio dell’acqua sullo scafo. Aspettava laggiù ogni volta che la paura di non riuscire a tornare gli facesse invertire la rotta. Quella solitudine, il sole sempre più basso e il vento che di lì a poco sarebbe calato di sicuro, perché quella era la legge, gli mettevano un po’ di ansia. Cercava di proposito quel punto limite, la percezione di vera lontananza e solitudine e pericolo. Già una volta era rimasto senza vento e se l’era fatta tutta a remi. L’estate dell’anno prima gli era invece venuto addosso un fortunale improvviso, ma non era così al largo: appena il tempo di buttarsi sulla spiaggia. Il suo dinghy non era come il Baloo, aveva conservato l’attitudine alla vela e durante la settimana era solo per lui. Basterebbe accumulare un po’ di provviste, acqua, nasconderle a prua con un sacco a pelo e me ne potrei andare via davvero, per sempre. Sul mare non mi possono inseguire, non saprebbero dove cercare, penserebbero che sono naufragato in costa e invece sono andato via, verso il largo, prima le Isole e poi il mare aperto. Aveva preso confidenza con questa ed altre ipotesi l’anno prima, mentre imparava ad andare a vela, ma era un ragazzo, aveva solo sedici anni, come Dodo.
Emilio stava seduto a cavalcioni della prua, abbracciato all’albero e assorto, con l’acqua che gli scorreva sotto le piante screpolate dei piedi. Guardava il fondo. Non ostante fosse di quasi due anni più giovane degli altri due era più grosso, peloso e forte. Nicola parlava invece con Dodo a poppa, mentre il Seagull lasciava una scia si fumo grasso d’olio. Si udiva qualche motore diesel scoppiettare lontano e alzando lo sguardo potevi vedere due o tre gozzi da pesca tornare lenti verso il porto con uno o due uomini a bordo, che si davano da fare con le reti. Sagome scure, lontane. Dodo rideva e diceva: andiamo per prima cosa alle colonne. Che acqua oggi! Nicola sapeva che quello era il suo posto preferito, almeno tra quelli vicini. C’era già stato molte volte da solo e sapeva che quella decisione era inutile discuterla. A lui stava bene ed Emilio non avrebbe fatto obiezioni, perché, lui sì, con Dodo era già d’accordo. Uscivano a pesca insieme molto spesso. Erano amici da tempo e in acqua si intendevano. Dodo era piccolo di statura e abbastanza gracile di costituzione, Emilio gli faceva comodo per la sua forza e per la tranquillità con la quale affrontava tutte le situazioni.
Scritto da: tashtego a
09:47 | link |
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25 10 92
Parole scritte
tracciati segni
colori stesi
pagine lette
pensieri inseguiti
come un satiro infoiato
e mai ghermiti
note ascoltate in successioni
complicate
baci forniti
mangiati cibi
sogni sognati e incubi sofferti
capelli lavati perduti pettinati
ricordi e memorie coltivati
speranze evaporate
possibilità perse
imprevisti subiti
sigarette comprate e poi fumate
alla salute gravemente hanno nuociuto
di tuo figlio lo sguardo
che si chiede chi sei
le piogge violente di ottobre
bagnano senza lavare
le cupole stagliate
gli angeli scolpiti e restaurati
la Francia lontana
invia libri
la Germania tedeschi
l'Africa nera neri
l'Islam spedisce odio
e la Sabina olio
gli amici e i cibi elaborati
buoni non nego
discorsi inutili fumati
lo stato borghese si cambia
non si abbatte
il bimbo si riprende
non si mena
l'antico si conserva
e chi non ce la fa
si compri il motorino
il parabrezza il casco
si acquisti la giacca di lana
i pantaloni nuovi
da standa le canotte
e tutti i giorni gli altri
ci fanno quello
che non vorrebbero
fosse fatto a loro.
S'è fatto tardi
andiamo?
Scritto da: tashtego a
14:35 | link |
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Mi porto via con me
Rappresa quest’alba
Nel suo farsi tale
La trascino nel tempo
E te la dico qui
Maldestramente ancora
E ancora vi insisto
Come fossi capace
(E avesse senso)
Dirti di albe che ho vissuto
Da solo nel silenzio
E nausea dei sonni
Mancati e persi.
Scritto da: tashtego a
08:37 | link |
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20 06 97
Rebus uno
Lui che sbuccia una banana
lei che piano si allontana
qui c'è un remo in primo piano
sparse nuvole lontano
marmo bianco per un'ara
diroccata la tonnara
sopra un tavolo una tazza
nel bacile c'è una razza.
22 12 98
Rebus due
Poco vento sul terrazzo
quattro isole lontano
due biscotti dentro il piatto
panni al sole, bocca amara.
qui è sdraiata la ragazza
lì si torce una bandiera
l’uva vèllica la luce
muore un pesce tra i singulti
freddo sguardo spesse lenti.
17 03 99
Rebus tre
Vento a refoli impazienti.
Occhi fissi bianchi denti.
Oltre il muro calmo il mare.
Stinti jeans ad asciugare.
Luce forte sul ramarro.
Stanghe alte fermo il carro.
Un perito scrive un atto.
Non è chiaro l’antefatto.
Gialle, calde mattonelle.
Sabbia dentro le formelle.
Bianca l’erma a tutto tondo.
Oltre l’orizzonte il mondo.
25 03 99
Rebus quattro
Il barbaglio meridiano.
Dorme al sole la mia mano.
Negli abissi un’aragosta.
Scarsi granchi sotto costa.
Ferma l’attimo un singulto.
Nella lista non risulto.
6 04 99
Rebus cinque
Cinque grandi tamerici.
L’aria spazza quel che dici.
10 06 99
Rebus sei
Luce persa (a) Antofagasta
Gioia sorda di conquista
Labbra schiuse lei si scosta
Il Pacifico che brama una tempesta.
Scritto da: tashtego a
18:09 | link |
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Posto qui alcune righe scritte qualche tempo fa, riviste.
La natura è di destra.
Dunque, per estensione, dio è di destra.
Direi che dio è di estrema destra.
Cos’è la destra, se non conflitto e competizione, sopravvivenza del più forte & sopraffazione, rapporti di dominanza, violenza, amico-nemico, interno-esterno, eccetera?
Oppure, all’opposto, sesso & amore viscerale, protezione e cura parentale, solidarietà con i congiunti, eccetera?
Cos’è la natura, se non tutte queste cose?
Si ciancia periodicamente di culture di destra, ci si sforza di individuarle qui e là, in questo o quello.
Ma in realtà non si trova mai niente di veramente consistente, organizzato e convincente.
Si trova solo una tradizione balbettante di autori che si sono dedicati, con intento più o meno apologetico, a forza, sopraffazione, dominanza, violenza, oppure maternità, famiglia, ruoli sessuali, e annessi “valori”.
Questa scarsità di cultura di destra, se non questa assenza, non è casuale, perché la destra è natura.
Invece la sinistra è cultura, cioè è, innanzi tutto, il prodotto dell’opposizione umana alla violenza e all’ingiustizia dei principi naturali, quelli stabiliti da dio.
Quando si dice “cultura di sinistra” si dice un pleonasmo.
Cultura e sinistra sono sinonimi.
Natura e destra sono anch’esse sinonimi.
Scrivo questo banale appunto nella costernazione che mi provoca lo spettacolo che dà il mio paese, e non solo il mio paese, ma tutto l’occidente, da qualche anno a questa parte.
Una destra naturale sembra prendere il sopravvento su tutti e in tutti:
- appartenenze tribali (natura) prevalgono sul senso di appartenenza all’umanità intera (cultura), invece che a un gruppo;
- identificazione collettiva in credenze religiose (natura), invece del riconoscimento che solo in una visione laica e razionale (cultura) può identificarsi una società moderna tollerante et multi-etnica;
- la credenza assolutamente maggioritaria nella validità totemica dei simboli religiosi (natura), invece dell’assunzione del vuoto come unico simbolo “identitario” di un mondo in cui tutti i segni sono possibili (cultura);
- la pratica istituzionale dell’intolleranza emotiva (natura), invece della garanzia che almeno lo stato operi secondo norme condivise di convivenza, elaborate in millenni di esperimenti e pensiero (cultura);
- eccetera.
Naturalmente messa così, la cosa sembra semplice, ma a rigore di termini anche il più rozzo dei totem, anche un sacrificio umano, anche l’infibulazione, anche i riti antropofagi sono cultura in senso esteso.
Come lo è ogni forma di elaborazione collettiva, ereditabile e trasmissibile, ivi comprese quelle di carattere tecnico-scientifico e religioso.
Questo appunto parte invece da una concezione ristretta della cultura, che intendo essenzialmente come opposizione attiva e razionale al dato naturale.
Al mondo naturale, la cultura umana contrappone un mondo alternativo, artificiale e in progressivo affrancamento dalle leggi del primo.
Sono convinto, per inciso, che le caratteristiche del mondo naturale non siano né di destra, né di sinistra, né buone, né cattive, ma siano al di fuori da qualsiasi considerazione etica.
Sono invece ben dentro l’etica se le traspongo nel mondo della convivenza umana, dove si rivelano infallibilmente di destra, cioè contrarie ad ogni forma di solidarietà che vada al di là di una generica empatia e pietas di specie.
Quando il mondo naturale - sopravvivenza del più forte, sopraffazione, rapporti di dominanza, violenza, eccetera – si fa politica, è politica di destra.
La cultura umana ha invece lungamente lavorato sulle possibili strategie di fuoriuscita dalla spietatezza della legge del più forte, elaborando idee di giustizia, eguaglianza, diritti civili, libertà religiosa e sessuale, emancipazione da ogni servaggio & schiavitù, eccetera.
Ribadisco che, in questo senso basico, la destra è naturale e la sinistra è culturale.
Scritto da: tashtego a
15:47 | link |
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Ero a Mantova durante il Festival della letteratura.
Pre-metto che l’“incontro con l’autore” lo vedo con favore solo attraverso la sua opera.
Cioè leggendolo.
Dunque tendenzialmente condanno l’autore che sale sul palco e dice la sua, risponde alle domande dei ggiovani o, peggio, legge con voce stentorea (o stentata) un paio di paginette dal suo ultimo romanzo, o, tragicamente, lo fa un attore in sua presenza, interpretando, fatalmente, ciò che invece deve solo essere detto.
Dico questo perché si sappia che ero prevenuto et saturo di pre-giudizi.
Tutti puntualmente smentiti, nel senso che quello che ho visto, frequentando lì qualche “incontro con l’autore” – c’era persino, alle nove de mattina, una “colazione con l’autore”, ben satireggiata da Gene Gnocchi, come del resto tutto il festival, sul Sole-Ventiquattrore – mi ha sorpreso in senso opposto a quello che mi aspettavo.
Mi aspettavo autori pensosi, compresi nel ruolo, - e tutto sommato li avrei preferiti così – invece ho dovuto constatare che l’intellettuale serio (o atteggiato, non importa), che ragiona, che profetizza, magari a cazzo, non va più.
Adesso si porta lo scrittore spiritoso, che intrattiene, che non ti annoia mai e anzi, te fa ride e più spesso sorridere, che ti fa ammiccare alle sue allusioni, pirotecnico ma cauto, magari alla situazione storica attuale, e cela la sua opinione quasi del tutto, al punto che la si intravede appena, che dice e non dice, che mai nomina cose e persone con nome e cognome, senza appallarti con lamentazioni o ragionamenti di sorta, sempre leggero, scorrevole, accattivante, che quell’oretta ti passa in un baleno e si fa facile ora di cena, di tortelli alla zucca, di luccio con la polenta.
Lo scrittore-intellettuale un po’ palloso, magari col carisma, oppure solo un po’ stronzo, ma compreso in questo ruolo, sembra non ci sia più.
C’è invece l’intrattenitore brillante.
E tutti sono lì che ridono, i ggiovani e i lettori “forti” sotto le tende, appagati da tanta brillanza, di cui si sentono partecipi privilegiati, me compreso.
Parlo dei De Cataldi, degli Avoledi, e Fois e dei Pascale e di qualche altro che ho ascoltato.
Persino Art Spiegelman & Mattotti usavano questa forma brillante e non-pensante.
Mi sono venuti in mente Moravia, metti, o Pasolini, ieratici e oracolari, che ragionavano su tutto e si vedeva che prima ci avevano pensato.
Pasolini che in televisione dice, serio: “Credo nel progresso, non credo nello sviluppo”.
Scritto da: tashtego a
14:32 | link |
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C’è un’arte antica (ma succede anche ad autori recenti) che si allontana da noi, dal gusto e dalla sensibilità cui apparteniamo – siamo noi ad essere abitati, e come parassitati, dal gusto dominante, che non è nostro ma noi siamo suoi – e c’è un’arte che invece si avvicina e ci raggiunge, quasi ci avesse inseguito e superato e atteso, come per sorprenderci, a questa o quella svolta del divenire, che è svolta anche perché quest’arte e quell’artista (quegli artisti) ci si svelano di nuovo, inattesi e sorprendenti.
La vicinanza di Andrea Mantegna ti investe quasi con violenza quando, dopo un lungo cammino attraverso le sale del Palazzo Ducale di Mantova, raggiungi la Camera degli Sposi, dei cui affreschi è bene ricordare la data: 1465-74.
Ora io immagino che se vuoi sapere cosa fosse la Mantova dei Gonzaga nel cosiddetto Rinascimento, questi affreschi te lo dicano con una certa precisione.
Ma soprattutto Mantegna qui sembra appartenere, senza nessuna mediazione culturale, al gusto cui pure noi apparteniamo, piacendoci direttamente e del tutto.
Piacendoci forse troppo.
Cioè, a tal punto, che ci innesca un quid di commozione/eccitazione quasi sospetto, che salta ogni tentativo di organizzare mentalmente quello che vediamo e ci inumidisce invece gli occhi.
Non mi piace nessun tipo di fruizione emozionale.
Dunque sono a disagio lì dentro: estasiato e nello stesso tempo sovra-stimolato, eccitato, ansioso, incredulo.
Eccolo lì il panneggio affilato e crudetto di cui parla così acutamente Vasari, le figure che si stagliano ben contornate, plastiche e allo stesso tempo piatte, nonostante la tecnica del modellato sia assolutamente sublime, realistica e contemporaneamente arcaica, medievale.
L’opera è un contenitore sterminato di molteplicità di senso e di contraddizioni, perché dire che Mantegna è medievale, voglio dire questo Mantegna, è sicuramente una cazzata fattuale, ma è anche (per me) una verità percettiva indotta e sollecitata anche (soprattutto?) da quegli aggettivi vasariani, affilato & crudetto, letti casualmente qualche ora fa sull’inserto culturale di un quotidiano.
Resto affascinato soprattutto dalla palma che si staglia contro il cielo (e il paesaggio) della scena chiamata L’incontro e da quelle improvvise astensioni dal colore, quando resta solo il contorno e forse un po’ di chiaroscuro a determinare la gamba di un paggio, o un altro particolare nemmeno troppo secondario.
Mi prende poi tutto quel blu (di lapislazzulo?), e celeste e magenta, che con l’uso anch’esso frequente, e non banale, del rosso e di un bel verde vescica, conferiscono al tutto una specie di immersione atmosferica, assieme a una letizia laica di stare al mondo e di goderselo.
Il disagio di questa bellezza così vicina e incalzante, quasi sospetta, che non ti chiede alcuno sforzo, ti mette voglia di andar via di lì, di uscire all’aria e girare per la città confuso, di sederti normalmente al caffè, chiedere una fetta di torta, passare ad altro, insomma disimpegnarti.
Scritto da: tashtego a
14:43 | link |
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Forzarsi ogni giorno a tenere il punto, cioè un’idea, uno straccio, un frammento un barlume d’idea, sulle cose che accadono, sull’ambiente e sul tempo e la cultura in cui si vive, sui libri che si leggono, e sempre li lasci a metà, quando va bene, e i film che si vedono e la gente con cui si lavora e quella che si conosce e anche di quella con cui si passa magari il tempo per una cena, di solito troppo prolissa, con le chiappe che si addormentano sulla sedia e i bicchieri interminabili di vino-liquore-amaro e le tazzine di caffé che si susseguono e si accumulano nella pancia, stancamente, mentre i discorsi “tra adulti” si susseguono anch’essi, come si fa appunto tra gli “adulti” di cui tu fai parte, anche se vorresti a tutti gli effetti chiedere il permesso ed andare fuori a fare quattro passi, o di là a vedere la televisione assieme al ragazzino non sempre simpatico e cordiale che già da ore se ne sta stravaccato sonnolento davanti a qualche cartonaccio di juniortivvù e tu appunto da ore lo invidi per la sua libertà in quell’ora di relativo, ma per te del tutto inutile, tormento, mentre le chiappe sono diventate totalmente insensibili e le gambe formicolano e, se solo potessi, licenzieresti pure quella puzza che da tempo ti si agita dentro per uscire, come Alien nella pancia di John Hurt: e ti fa anche un po’ male.
Farsi un’idea di quello che ti sta dicendo la persona che ti siede di fronte, quella che ti ferma nel corridoio, alla macchina del caffè - “La cultura ci serve contro la natura”, e io sono d’accordo -, quella che incontri alle fotocopie, al bar, roba di lavoro per te forse importante, con conseguenze che ancora non sai, farsela, questa o quell’idea, tutti i giorni, per sapere cosa rispondere sul momento, cosa fare in seguito, che “linea” tenere, cosa scrivere a cosa dare la “priorità” (le cose da fare hanno un “grado di priorità”, capisci?), tutte le mattine valutare quello che c’è scritto sul giornale nelle e-mail di lavoro, sulle lettere, nei fax, sulle riviste, capire quello che dicono disegni e grafici, anche se se ne vedono sempre di meno, di disegni, anche se tutto si trasforma sempre di più in parole dette e scritte senza che il tratto, il gesto, il colore scelto da qualcuno possano colpirti lo sguardo tentando di sedurti e aggirandone il giudizio, accattivandosi i tuoi favori preventivamente, mentre anche qui provi invidia per qualche altra creatura, addirittura per le cornacchie che vedi oltre il vetro della finestra saltellare e becchettare, antipatiche e cattive, sui prati sotto i pini del parco dall’altra parte della strada, ma tra poco è notte e saranno sostituite da qualche marchettaro e qualche puttana non-bella con lo sguardo fisso annoiato stanco che pure rimedia lo stesso clienti nel pomeriggio, soli e arrapati poveracci, nelle loro automobili ferme sul ciglio o in mezzo alla strada, che chiedono quanto e ci pensano su.
Tenere testa al fiume di roba che ti investe, di notizie e opinioni e cosiddetti “fatti”, alla necessità di tenerli a bada, parcheggiati in attesa di giudizio, che fosse per te ne faresti volentieri a meno anche solo di sapere, di essere informato e connesso, ma sei in ballo e astenersi non è possibile, non vale, danneggia: ma come non lo sai? non leggi i giornali? non guardi la tv? Ogni giorno una certa quantità di opinione deve formartisi dentro, come la cacca, e deve uscire ben conformata, espulsa al momento opportuno, ragionevole e ponderata, calda croccante sicura spiritosa, nel gioco del dire senza dire, oppure del dire e non dire, o del dire il già detto, il già scritto, l’annunciato e il pensato altrove e da altri: attenzione a non improvvisare troppo, cautela nel dire qualcosa che somigli anche lontanamente a quello che pensi, ironia, certo, ma tenue, scherzare, sì, ma senza rischiare di ferire questo/a che ti sta di fronte in modo puramente casuale, che volentieri ne farebbe a meno, come te, d’altronde, tenersi sul leggero, meglio se sul generico, cazzeggiare astutamente facendoli ridere, insicuri e guardinghi come lo sei tu.
Tutta questa gente che viene instradata, si direbbe a forza, e deportata come te al mattino su questi viadotti, intrappolata a sospirare sugli svincoli e i raccordi, ascoltando Radiouno o Radiodue, eccetera, o Telesuonolibbero o Tutto il Calcio Istante per Istante, ventiquattrore su ventiquattro, o Radio Nena Urbana o Radio Santamaria Prega Per Noi, questi che sono costretti a venire qui e che si chiudono in questi edifici bianchi senza dettagli e decorazioni di sorta, oppure completamente di vetro, oppure che aspirano ad esserlo senza riuscirvi, lasciando fuori ammonticchiate in parcheggi abusivi le loro smart o gipponi scuri o mercedes e BMW metallizzate, argenteee come navette per il Paradiso pronte a partire, gente obbligata a stare assieme per almeno otto ore, che la vedi alla fila dell’una e mezza nei self service già completamente alienati, come te, alienati, donne scosciate e intrampolate su tacchi da travestito, coi lacci alle caviglie, i polpacci tonici che mostrano tendini stressati da scarpe e postura, le facce abbronzate come cuoio vecchio, rughe da troppo sole, sguardo che sfugge ovunque senza guardare nulla mentre raccontano le ferie fatte col marito e le creature, oppure da single con l’amica, o col fidanza, che sono andate così così e me sà che è la volta buona che lo mollo. Mentre loro, in maniche di camicia azzurra, i maschi voglio dire, che non mi viene a tutta prima di chiamarli uomini perché sembrano soldati, pantaloni antracite, scarpe nere o gialle, capo rasato e pizzo se del caso, rolex al polso, neri di sole, ascoltano distratti e fanno sì con la testa mentre con l’occhio seguono da lontano dove e con chi siedono i capi, oppure il discorso del vicino di fila, che inanella ipotesi tecniche su questo o quell’argomento di soldi, rogiti, di quantità, metri quadri e lineari, contratti, modelli, calcio, bankitalia: tu giudichi continuamente tutto questo, ogni giorno lo fai e storci la bocca, arricci il naso, ma davvero tu non sai chi sono, non sai nulla di loro, ti pensi diverso e migliore, talvolta li odi, ma davvero non ne sai niente e quelle donne ti piacciono, non penserai sul serio di distinguerti e identificarti per differenza da quelli, vero?
Scritto da: tashtego a
18:51 | link |
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