Mano a schermo sulla fronte.
Sole a scaglie all’orizzonte.
Il calore e questa luce
L’ombra (piano) si riduce
Una donna nuota a dorso
Sulla pèsca vedo un morso.
Sdraio poste sulla riva
La medusa ancora viva.
Tra le labbra c’è un capello.
Muore il granchio nel secchiello.
L’aria è piena di richiami.
Poi ti guardo: forse m’ami.
Scritto da: tashtego a
09:18 | link |
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La città è un vecchio errore primario che genera continuamente errori di secondo, terzo, quart’ordine e così via, contro i quali sbattiamo la faccia ogni giorno.
Caffè: al vetro lungo - devo dirlo ogni volta, ché se lo scordano o non mi riconoscono, oppure se ne fregano e me lo fanno in tazza normale, cioè ignorano quelle specificazioni identitarie che ciascuno di noi richiede, senza sapere il perché, tra le infinite combinazioni di caffè, latte e relative procedure e contenitori.
Poi occorre attraversare la strada,. non senza prima essere tornati indietro perché la barista – dicaaa! – è corsa sulla porta per dirti che non hai pagato - mi scusi – see see, non si preoccupi, può capitare.
Credo che esista un criterio infallibile per distinguere una Città del Sud da una Città del Nord: una Città è del Sud fin quando viene investita in pieno dallo Scirocco e da questo gravemente lesa, punita.
Roma allora è in tutto e per tutto Città del Sud, perché lo Scirocco è la sua maledizione.
Il Dio dei Venti ha assegnato a Scirocco e Libeccio il compito di seppellire Roma. Pian piano sotto una coltre di sabbia rossa, impalpabile, marziana.
Stamattina la temperatura era tornata sui venti gradi e questo - assieme a pioggia e nuvole compatte e al fatto che hai dormito male anche senza aver bevuto, mangiato o fumato troppo ieri sera - è segno di Scirocco.
Prendo il treno regionale FM3, mi dico, e vado a fare quella cosa all’ospedale che non mi decido mai a fare, eccetera.
Attraversare la strada già è cosa che risente di errori e antiche complicità, malversazioni, carenze di pianificazione, sciatteria, corruzione: strada sbagliata, quartiere sbagliato, città cresciuta selvaggiamente negli anni sessanta, brutta modellata dalla pura speculazione senza regole, norme regionevoli.
Un flusso di auto - veloce incessante pericoloso - sulla curva. Risalire il marciapiedi un po’ più su, c’è maggior visuale, tu li vedi prima, loro ti vedono prima: questa è città moderna, anzi contemporanea, capisci?
Ma ti investono, puoi morire qui sotto casa, sotto la pioggia, in questo posto di merda.
Solo due macchine obliteratrici alla stazione, gialline, scassate tutt’eddue. Nessuno se ne preoccupa - il biglietto non si paga, non lo sa? Piove anche sotto la copertura della banchina, pretenziosa e mal disegnata e mal eseguita, verdina, che vuol essere moderna senza riuscirci, perché la modernità o ce l’hai dentro, cioè l’hai assimilata all’interno del mestiere, qualsiasi mestiere, oppure più ti sforzi di essere moderno e meno ci riesci. Al massimo riesci a mettere in scena il moderno, con edifici (quadri, romanzi, film, opere di tutti i tipi) che ne recitano il ruolo senza esserlo.
Errori su errori qui, sintattici, progettuali, tecnici.
Niente manutenzione, tutto si sfascia, nessuno col biglietto, il treno è gratis.
Quello che non si sfascia è coperto di scritte e graffiti e sigle fatte col pennarellone rosso, o nero, lo spray, noiose insignificanti deprimenti incomprensibili stupide sigle. Qualcuno ha amato graffiare direttamente il vetro dei finestrini con apposito misterioso efficientissimo attrezzo: in trasparenza è puro espressionismo astratto e Pollock è l’antesignano di questa roba, di questa gente: anche lui segnalava così la propria esistenza, disperatamente.
Soffro per quello che vedo e prendo il treno assieme a una moltitudine in prevalenza di donne jeansate, che sembrano assorte, annoiate, magari solo stanche.
Qualche magrebino o cinese/filippino, qualche slavo/a, nessuno parla e tutti hanno in mano una copia di quei giornali che qui si distribuiscono gratis: Leggo e Metro.
In prima pagina hanno messo la trasmissione prossima di Celentano.
Scrivono: Aspettando lo shock di stasera.
Pensa tu, Celentano, lo shock che viene da Celentano, il più fascista e coglione di tutti e Santoro che si dimette da deputato europeo per partecipare, capisci?
Pur di tornare in tv si dimette dopo appena un anno, se ne fotte che l’hanno votato in cinquecentomila e partecipa alla trasmissione del più fascista e coglione di tutti. CAPISCI?
Tutto si mescola e si impasta in un’unica poltiglia urticante: pioggia, caldo, traffico, le cose mal pensate, mal-fatte male, mal-tenute, sporcate e Celentano/Santoro e tutti questi jeans in giro con cuciture e tasche senza più una logica, buttate lì a cazzo, raddoppiate, triplicate, posizionate sul ginocchio dietro la coscia, sul polpaccio. Merda.
L’orientale che mi siede di fronte, col cappellino verde a visiera calcato sul cranio, è giovane e con la faccia che fa impressione perché gonfia, abbottata, ma a ben guardare ha mani bellissime, femminee e affusolate, le unghie pulite tagliate alla perfezione: chi è – da dove viene - che fa - dove lavora - quanto guadagna - dove sta andando?
Le stazioni non hanno cartelli di designazione o quasi: fermate anonime.
Nei vagoni non c’è lo schema della linea, devi indovinare dove scendere, ma chiedendo a destra e a manca ce la fai.
La gente è abituata allo sporco, all’errore evidente, al disprezzo palese delle ferrovie per loro.
Se ne frega, non si ribella, non spacca tutto come dovrebbe.
Scendo e piove ancora in modo accettabile: apro il cappuccio del giubbotto, tiro fuori il cappello dallo zaino, entro nel precinto ospedaliero penetrando in una foresta compatta di motorini blu parcheggiati su un marciapiede non finito, lasciato al rustico, col massetto di cemento dieci centimetri più basso del ciglio in travertino. Poco male: chi cade lo fa davanti all’ospedale, lo curano subito.
Atrio spoglio, col pavimento roso dalle pedate, bagnato, pieno di gente indecisa, che cerca di capire il cartello con le indicazioni: primo piano, secondo piano, terzo piano. Conosco la strada, ma prima cerco un cesso – deve bere molto almeno due litri al giorno, sa, è importante, deve diventare un’abitudine per lei, per tutti – e vedo subito una porta con sopra attaccato un foglietto volante. Su un extra strong a penna biro c’è scritto grande et cubitale: WC.
Fila per pisciare, uomini e donne tutti assieme, niente sapone, niente salviette o asciugamani elettrici, per terra c’è bagnaticcio ovunque.
Un uomo dietro di me impreca - ma sta un po’ zitto - gli sibila la moglie.
La gente esce di lì con le mani bagnate appese ai polsi, che gocciolano, i pezzi di carta tenuti stretti tra le labbra.
La stanza dove ti fanno la copia della cartella clinica: porta chiusa con extra strong appesi e vari avvisi, orari, disposizioni. Busso, entro, mi siedo davanti a un tizio che se ne sta dietro un tavolinetto-con-computer in K-way blu e dico buongiorno. Tace a lungo senza dire una parola, poi mi chiede nome e cognome, eccetera, e dice che la mia cartella non è stata chiusa. Sono tre mesi che è stata compilata, dico. Vada sù al reparto e si facci dire perché non è stata chiusa, si facci fare una dichiarazione scritta e poi torni qui.
Salgo lo scalone monumentale, al piano di sopra il plastico dell’edificio, sulla destra il reparto che cerco, nei corridoi gente in vestaglia e pantofole trascina i piedi nel bagnaticcio, altri siedono in attesa su panche in laminato plastico verdino, davanti a porte piene di avvisi su foglietti extra strong, scritti col computer, questa volta, e imbustati in plastica trasparente.
L’ospedale col suo disordine mi avvolge e mi abbraccia e mi conforta: è davvero in condizioni tremende, fuori delle finestre impalcature fradice di pioggia, intonaci scrostati in rifacimento, giallini. Ma qui si respira l’atmosfera basica, semplice, dell’accettazione della malattia come vita, come tipo e fase naturale dell’esistenza, da cui guarisci o no, a causa della quale muori o no.
Qui è tutto chiaro, e non è poco.
La gente che incontri è tutta in attesa: in ambulatorio davanti ad una porta, in attesa della visita dei parenti, ma anche di un intervento, dell’arrivo di un dottore, di un esame, in attesa di guarire e vivere, in attesa di uscire o di ricovero, in attesa di morire.
L’ospedale, mi sembra di capirlo oggi per la prima volta, è il luogo dell’attesa.
Ecco la porta numero sette, come ricordavo.
Busso e entro.
- Aspetti fuori -, mi dicono.
- Ma io c’ho un problema con la cartella clinica...
- Se lei ha fatto il day hospital qui, sa anche che qui si aspetta -, mi dice la caposala.
- C’è la fila, non vede -, mi dice una signora.
- Scusi, ma io...
Tutti guardano fuori delle finestre perché fuori la pioggia si è scatenata e tutto si allaga sul piazzale, sotto i pini marittimi che si stagliano contro la vallata periferica, che non si vede più per la cortina d’acqua, ma io so che ancora è miracolosamente verde. Guarda come piove, dicono quelli seduti, in piedi appoggiati al muro, agli stipiti delle porte. Tutti i giorni così, ormai, è il buco dell’azoto. Dell’ozono, casomai. No, è l’effetto serra.
Che hanno queste persone, di cosa soffrono? Che sintomi? Quali angosce si sono scatenate in loro la mattina che, metti, hanno trovato il water pieno di sangue?
- Lei la fa in sedazione?
- No, ho la pressione, sa.
- Ce l’ha alta -, dice la moglie - duecentoventi, pensi un po’.
- Senza anestesia è un po’ più fastidiosa, ma non è niente, sa -, dice un altro.
- Lo so, lo so, sarà la quarta volta che la faccio, io: dà solo un po’ fastidio l’aria che te pompano dentro...
La sua cartella non è stata chiusa, mi dice e scartabella una cartellina verde, la caposala. Mi è simpatica e so che regge da sola gran parte della pressione, esterna & interna. Colpa mia, dice, che non l’ho introdotta nel computer. Guarda fuori e aggiunge: guardi come piove! Di fronte c’è un armadio con gli sportelli contrassegnati da lunghe liste di strumenti per endoscopie e polipoctomie, e altre cose. Alla parete un grande pannello in inglese con lo schema illustrato delle cellule del fegato – liver – (Liverpool = “piscina di fegati”?): faccio in tempo a leggere, tra le tante, la parola “putrescine” che mi mette a disagio.
Le preparo un attestato così può fare lo stesso la richiesta di duplicato. Non la posso registrare prima di martedì. Quindi calcoli tre settimane da oggi. Scrive firma e timbra un pezzo di carta intestata. Può scendere giù.
Di nuovo la fila davanti alla porta del rilascio certificati. Altro addetto, una donna d’età, che rivolta a una collega, dice: hai visto come piove, Lua’? Quella risponde serenamente: me se frascicano li panni.
La donna d’età mi dice che, con gli occhi che ho, te credo che la caposala Bottazzi mi ha fatto l’attestato. Realizzo solo dopo qualche secondo che è una specie di battuta galante – un’impiegata sessantenne dell’ospedale mi ha appena fatto un complimento. Faccio finta di niente, non le concedo nemmeno la cortesia di un sorriso.
- Non venga prima di due settimane, ma telefoni al reparto, prima, non si fidi di quello che le dicono, glielo dico per esperienza -, solidarizza.
- So’ tredisci euri -, aggiunge.
Poi subito dice:
- Ma che l’hai stesi fuori, Lua’?
- No, sur terazzino, ma quando piove a vento me se frascicano lo stesso -, risponde Luana.
Esco sotto la pioggia.
La stazione dell’FM3 ha due soli obliteratori e non funzionano.
La pensilina, anche qui verde - stesso progettista - fa acqua a ruscelli in più punti.
Una massa di ragazzi forse in gita scolastica fa casino sul binario opposto.
Comincio, senza timbrare il biglietto, il viaggio a ritroso nella giungla dell’errore.
Scritto da: tashtego a
17:32 | link |
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Meduse morte tra bambini vivi
sulla battigia fradicia
dove si torce l'acqua del Tirreno
e umilmente nell'afa
lambisce gli alluci
di italiani sparuti
neri nella luce.
Scritto da: tashtego a
08:12 | link |
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Queste righe sono solo per chi nel web frequentava Gino Tasca, leggendo i suoi post nei forum dove era presente e infine seguendo il suo blog.
La cosa che è strana di tutta questa vicenda è che, fino a che Gino è stato cosciente, la sua coscienza ci è parsa intatta, cioè priva di malattia.
Se Gino non vi avesse fatto più volte e molto sobriamente cenno, non avremmo saputo nulla del suo essersi ammalato, così tanto e irrimediabilmente.
Lui era spietatamente colpito nel corpo e ogni giorno di più, e talvolta sul suo blog ci faceva intravedere la fatica delle cure, i danni che riportava da quella lotta, le deformazioni fisiche che doveva subire, lui che appariva così bello a chi l’ha conosciuto.
Alcune sue righe postate chissà dove, in cui raccontava di un film visto al pomeriggio in una sala semivuota, sfiancato ormai dalle terapie e debolissimo, mi commossero enormemente, cioè mi suscitarono, come ogni com-mozione, un moto spontaneo di partecipazione alle sua sofferenze, uno slancio per alleviarle.
Gli scrissi via e-mail poche righe, un tantino fuori luogo, forse: se hai bisogno, se posso fare qualcosa, vengo lì a Padova.
Lui rispose cortesemente: figurati, no, ma grazie.
Il web non ammette corpo, non lo contempla, non solo non ne ha bisogno, ma ne rifugge.
Ed era meglio così, perché per noi Gino è stato, più o meno, Gino sino all’ultimo.
Sino all’ultimo abbiamo potuto interloquire normalmente con lui, senza doverlo guardare in faccia, senza osservarne il deperimento progressivo, quella degradazione che alla fine gli faceva scrivere sul blog che ormai evitava di guardarsi allo specchio.
Lui moriva ed io ci litigavo su questioni come il ruolo della lettura psicanalitica di un testo che, date le sua condizioni ultime, sarebbero sembrate a chiunque assolutamente futili e marginali.
Lui mi insultava e alla fine mi aveva pure buttato fuori, escluso dai commenti.
Tutto questo poteva accadere perché il corpo di Gino non era qui con noi, perché il nostro era un incontro (o uno scontro) solo mentale, ma non per questo meno vitale, reale, autentico.
Questo vale per tutti noi.
La sua vicenda mi sta facendo riconsiderare tutta la questione del dualismo mente-corpo.
Io negavo decisamente che esistesse: siamo tutto-corpo ho sempre affermato.
È vero, lo siamo, l’anima non esiste, eccetera, ma lo spirito di Gino era intatto sin quasi all’ultimo - o almeno sino a che fu in condizioni di sedersi e digitare - e soprattutto si percepiva con chiarezza che la sua mente aveva ormai preso le distanze dal corpo, negandone lo stato terminale.
È una buona strategia ho pensato stupidamente, fino a che non ho letto quel post sullo scuro che arriva, sulle ombre che cominciano a coprire le piante del suo terrazzo e il silenzio improvviso e la paura.
Lì ho avvertito la lotta che stava conducendo ormai da mesi e mesi, proprio nella sua mente, proprio lì dove nessuno poteva aiutarlo, dove nessuno ci può davvero aiutare, quando nessuno può fare altro che stringerti a sé più forte che può.
Scritto da: tashtego a
14:25 | link |
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Tempo fa avevo postato un frammento di dialogo concernente Maradona. Da lì, Boris mi suggerì un’immagine narrativa che successivamente ho provato a sviluppare. Producendo questo faticoso frammento.
Senti guaglio’, bisogna pensarci bene-bene. L’occasione è grossa. Che ti devo dire: appena me l’hai detto ho pensato chist’ s’è fritto il cervello, ma poi... Sembra una cazzata, una boutade, ma insomma, se ci rifletti bene non lo è. Allora per prima cosa: saggiamo il terreno politico e pure il territorio, dove possibile. Con cautela. E vediamo come si mettono davvero le cose.
Mettiamo su uno staff di specialisti: che si studino tutto e ci facciano un preventivo. Se riusciamo a trovare i soldi è fatta.
Ma che soldi e soldi. E poi, quali specialisti, Ciccio? Te si’ scurdate che simm’ a Napule, e che chill’è Maradona? Voglio dire che ha vinto due scudetti, Coppa Italia, Coppa UEFA e Supercoppa: me lo dici quand’è che Napoli l’ha mai visto tutto ‘sto zucchero?
Te lo ricordi o no? Te lo ricordi cosa succedeva al San Paolo durante le sue giocate? Ah sì? Bene: e allora secondo te dovremo andare in giro a fare questue? Oppure i soldi arriveranno da soli? E che bisogno abbiamo, che bisogno c’ha, Lui, degli specialisti? Diego fa tutto a istinto e pure questa cosa la farà a istinto.
Massì, massì. Mo’ vediamo, certo qualche problema tecnico, per così dire, lo troveremo di sicuro, a partire dalla cittadinanza e dalla residenza. Ma sono cose che si risolvono. Sul piano dei contenuti confido che, se la cosa quadra, li troveremo strada facendo. Se poi alla fine manca qualche pezzo lo costruiamo noi, anzi ci pensa il Professore.
Il Professore c’aveva già tutto in testa da tempo, anzi.
Era lui l’ispiratore di quella cosa folle.
All’inizio l’aveva buttata lì, quasi per caso, più e più volte durante le riunioni del gruppo ADA di cui era fondatore e attivissimo animatore, teorico.
ADA significava letteralmente Adoratori Diego Armando: gente seria, mica tifosi qualsiasi. Un’élite di fanatici pronti a tutto, con le sue pubblicazioni, le fanzine, eccetera. Radunava essenzialmente gente di legge, non era facile aderire, perché nei fatti si comportavano come una specie di società segreta e i nuovi adepti entravano per cooptazione.
Il Professore era Ordinario di Filosofia del Diritto e non era un cretino.
Diego Armando non è solo il più grande calciatore mai vissuto, non è solo un simbolo, è qualcosa di più e di diverso, diceva. Tu lo devi osservare in campo, ma anche fuori. Si muove in modo fluido, lascivo, istintuale, felino, quasi femminile. Come se fosse in contatto con qualcosa di profondo, di caldo e di corrotto, che gli regala un potere speciale. Diego non ha principi, non ha angoli acuti, e nemmeno retti. Diego si muove e pensa e agisce secondo le sue pulsioni, lungo linee curve, spire, sinusoidi, con brevi tratti rettilinei raccordati tra loro da anse carnali. Lui magari non lo sa, ma è così.
Dicendo queste cose gli veniva una specie di acquolina in bocca, gli si bagnavano le labbra e quasi sbavava come in pregustazione di sapori prelibati, come se dettasse la ricetta di una pietanza inarrivabile, una combinazione “inaudita” di elementi rari e costosi, di spezie sconosciute e introvabili.
Introvabili, ecco: vi rendete conto che Napoli ha trovato l’Introvabile, l’Inconcepibile? Che ha incontrato il Divino nella sua accezione più capricciosa, pagana, e soprattutto napoletana, cioè nella la forma barocca del Classico?
Il professore non riusciva più a contenersi. Immagini, metafore, paragoni, aggettivi difficili emessi in un fluido unico e continuo di parole leccate una ad una, inarrestabili. Con la sigaretta accesa, tenuta alta tra il pollice e l’indice, andava avanti un pezzo ed ogni volta il percorso dei suoi argomenti poteva variare, oscillare un poco, ma poi alla fine tutto approdava sempre ad un concetto, basilare, fascinoso, quasi impensabile: con Diego Armando, Napoli ha trovato, non solo il suo Re, ma lo Colui che aspettava da millenni, l’Uomo capace di incarnare ed esprimere, in totale simbiosi con essa, l’indicibile spirito millenario di Partenope, la sua specificità da sempre sfuggente e prostrata, estranea a qualsiasi etica, amorale ecco, precristiana e solare, da un lato, tenebrosa, ctonia, perfida, dall’altro.
Il Professore era da sempre affascinato dall’immagine, piuttosto usuale per la verità, in cui si identificavano due Napoli: la Napoli Omerica e il suo spirito solare, classico e la Napoli Virgiliana, con le sue ombre ambigue, l’alito che soffia direttamente dalla Porta dell’Ade.
Diego Armando le incarna entrambe, riso e peccato, innocenza e tradimento, ingenuità, amore, ma anche inganno, ambiguità: e non solo, in lui c’è molto altro, c’è il riscatto del Sud, sibilava.
Col tempo la metafisica di Maradona che il Professore andava costruendo, si perfezionava, si riempiva di dettagli e di inferenze inaspettate: basta, fin’adesso abbiamo fatto solo fenomenologia, è tempo di costruire una metafisica di Diego Armando, di mettere a sistema tutto questo materiale prezioso, rarissimo, e di usarlo. Questa, non so se l’avete capito, è una specie di congiunzione astrale, di quelle che si verificano una volta ogni cinquecento anni.
Il quadro tornava, eccome.
Da sequenza di pure immagini dettate dall’entusiasmo e dalla passione calcistica, il discorso era diventato qualcosa di più, qualcosa che aveva coerenza, presa e forza ideologica.
Maradona aveva portato il Napoli a sconfiggere le Grandi Squadre del Nord. Era un vessillo, l’annuncio di una riscossa più vasta, epica, inaudita.
Qualcuno aveva pure provato a dire: ué, non esageriamo, e che sarà mai, il Messia? Come gioca mi fa impazzire, ma queste, scusassero, sono cazzate. È un calciatore, bravo, bravissimo, in campo è un trascinatore. Dopo di che è solo un guaglione che tira la coca e scopa in giro. Fine, Professo’.
Ma quel qualcuno subito si era reso conto, dal silenzio che si era fatto nel gruppo dell’ADA, che gli altri non la pensavano affatto così.
Il delirio del Professore doveva aver fatto di sicuro breccia tra quei magistrati avvocati commercialisti ingegneri medici, appassionati non tanto di calcio, quanto del Napoli e soprattutto del Napoli di Maradona.
L’avete osservato con attenzione anche voi, o mi sbaglio? Sono anni che non facciamo altro che incantarci a vederlo giocare. Bene. Avete visto la sua intelligenza come funziona? È un tutt’uno con i suoi scarti, con le sue serpentine. È un tutt’uno con la squadra e l’affetto, l’altruismo che mostra verso i compagni. Ma allo stesso tempo è lucida, egoista e cattiva. Soprattutto è astuta, subdola: ricordare il gol con la mano al Messico e tutti gli altri episodi in cui ha fatto fessi l’arbitro e gli avversari. Diego Armando sente l’appartenenza e allo stesso tempo gli sta stretta. È solidale e allo stesso tempo traditore, crede nella cultura del gruppo, nella famiglia, e allo stesso tempo non crede a un cazzo di niente, è un individualista puro. A seconda di capriccio o convenienza, ti può abbracciare o mordere quando meno te lo aspetti, come un serpente. È questa la sua divina e feroce complessità, la stessa di questa città.
Il Professore dicendo cose come queste, socchiudeva le palpebre e poi sibilava: ora intendiamoci, Napoli è piena di guaglioni come Lui, il mondo è pieno di guaglioni come Lui, ma nessuno gioca a calcio come Lui e nessuno è diventato il simbolo che è adesso Diego Armando. Guardarsi intorno, ascoltare i discorsi della gente: Lui sta su un immenso altare, può tutto, Napoli è pronta a dargli tutto quello che chiede, ma Lui non lo sa, oppure, al di là di fica e soldi e roba da tirare, non gli viene in mente niente. A Lui, non viene in mente niente, capite? Ma a Noi invece sì. Non c’è mai stato a Napoli un tale concentrato di prestigio come Maradona e il prestigio si trasforma facilmente in potere. Anzi è già potere, ma sotto altra forma, è potere che aspetta di essere svelato, conclamato, sprigionato, liberato, solidificato. Diego Armando è capace di far ballare assieme il borghese di Chiaia col camorrista dei Quartieri Spagnoli, è capace di riunificare la città, di trascendere le divisioni e le classi, di mettere assieme l’ateo e il credente, il lazzaro e il proletario politicizzato, è capace di fare, in un altro modo, quello che Napoli sognava nel Settecentonovantotto, mettersi a capo di una Rivoluzione Nazionale che da Sud marci verso il Nord e lo conquisti.
Si fermava ogni tanto, quasi ansimando, per l’enormità di quello che l’immaginazione gli faceva vedere. Questi discorsi arrivarono presto al dunque. Si diffusero negli ambienti che contavano, apparentemente tranquilli, ma percorsi da un brivido sotterraneo e costante, da un anelito ad ottenere sempre di più. C’era lì pronto un meraviglioso attrezzo, un potentissimo grimaldello che, a saperlo usare, poteva scardinare chissà cosa. Perché no, dunque? Perché no, eh? Perché no? Chi avrebbe potuto davvero opporsi se la cosa riusciva e montava a dovere? La sinistra? Quale sinistra? Cosa ne sarebbe restato a fronte di un’operazione così forte? Il Discorso, anzi ‘O discorzo, come veniva chiamato - dapprima sulle terrazze e nelle salette riservate al gioco d’azzardo dei circoli sportivi e nautici, poi nelle cene tra professionisti nei quartieri borghesi, al Vomero, a Posillipo, e successivamente sui luoghi di lavoro, nelle stanze segrete di una città inconoscibile e indescrivibile -, cominciò a diffondersi davvero.
Ma chist’è ‘na cazzata, tremenda. C’hai la testa ridotta ‘na chiavica se poi pensa’ una cosa del genere. Ma come, sono decenni che cerchiamo di fare maturare questa gente e te ne esci che si potrebbe pure appoggiarla? Ma sei diventato scemo? Cioè mo’ tu mi devi dire che differenza ci sarebbe tra uno come Diego Armando – a parte il fatto che è un calciatore, cioè uno che gioca a pallone, cioè DÀ CALCI ALLA PALLA, capisci? - massì, certo che è bravo. Sì divino, superbo. Mi associo. Però lasciami finire: Diego Armando significherebbe una regressione netta ai tempi di Lauro, a quel clima lì. Ma che dico: ai tempi di Re Ferdinando. Io prendo mezza porzione di sartù, ma solo se non è unto, grazie. Nu poco di fiordilatte di Agerola, sì. Ho mal di stomaco, sempre. Liscia, per me. Insomma lavoriamo da cinquant’anni alla crescita della città, ad una presa di coscienza, alla sua de-meridionalizzazione, nel senso di farla uscire dall’avvitamento sottosviluppo-disoccupazione-camorra-clientelismo e tu ti associ a questi stronzi - ma che dico: a questi criminali irresponsabili – e te ne vieni fuori con questa storia di Maradona al potere? Ripeto: sei scemo?
Nun so’ scemo per niente. Non la vedi la manovra? Eppure è chiarissima, spaccare trasversalmente tutto lo schieramento politico in città e contemporaneamente ricompattare verticalmente il tessuto sociale, lazzari e prìncipi, in suo nome. Lascia perdere la crescita della città eccetera. Questo qui ha incantato Napoli, l’ha stregata al punto che nessuno riesce più a ragionare. È una passione, un amore incontenibile, assoluto. Gli puoi chiedere tutto e se sei Maradona te lo daranno, ti seguiranno ovunque. C’è mai stato un leader così, in città? Questo sì che sarebbe un voto di scambio: mi dai due scudetti e ti faccio sindaco. Ma c’è di più. Il disegno è più ambizioso e complesso. Folle addirittura, ma non tanto. La cosa è in embrione, ma si intuisce abbastanza bene, cioè i pezzi che mancano te li immagini facilmente. Costruire attorno alla sua figura un qualcosa, non so, un movimento - di certo non un partito – sul modello della Lega Nord, ma simmetrica e opposta. Stanno già mettendo a punto il pacchetto ideologico, Mauro e ti assicuro che non è gente sprovveduta. Per ora è tutto ufficialmente negato, ma tutto viene mormorato lo stesso. C’è un entusiasmo trattenuto, silenzioso, che mi spaventa, perché vuol dire che la cosa fà presa, accende gli animi. È una promessa di riscatto. È credibile proprio perché è creduta. Non è che te lo devo insegnare io com’è fatta la politica rint’ ‘sta città. Napoli sembra smagata, rotta a tutto, ma non è così. Persino la sua anima più feroce sta col fiato sospeso e aspetta. La festa non può finire così, ci dovrà pure essere qualcos’altro. No?
Ma di cosa stai parlando? Ma quale pacchetto ideologico?.. E chi ci lavorerebbe?
Scritto da: tashtego a
14:19 | link |
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Ecco la poesia postata ieri, modificata stanotte.
Sento che ancora non funziona del tutto.
Certamente ha acquistato un po' più di cadenza.
Gli a capo si sono moltiplicati, forse un po' a cazzo.
Il finale mi piasce di più.
Si accettano consigli e interventi diretti sul testo.
Le spiagge fredde,
gennaio del Tirreno.
Lezzo dei mucchi
di conchiglie morte
per traumi misteriosi,
ignote malattie.
Le grandi vasche
delle pescherie,
grovigli neri di anguille,
cataste di molluschi
schizzano ogni tanto
un poco d'acqua, disperati.
Ti osservo intenta all’occhio
opaco di un pesce
rigido sul marmo.
Anch'io mi fisso
su quell'occhio alieno,
perso incavato.
Cosa ci lega in quell’istante
tu così viva,
il pesce così morto,
io in mezzo che aspetto
un supplemento d’Alito da dio?
Scritto da: tashtego a
14:13 | link |
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Le battigie fredde
del Tirreno
nel silenzio dei mucchi
di conchiglie morte di malattia
o traumi misteriosi.
Le vasche grandi delle pescherie
dove nere si torcono le anguille
molluschi accatastati che schizzano
ogni tanto un poco d'acqua
disperati.
Ti vedo intenta ad osservare
l'occhio opaco incavato
di un pesce sul marmo
schiacciato dalla morte.
Guardo quell'occhio anch'io
che concavo mi osserva.
Triangolo stranito:
tu così viva
il pesce così morto
io a mezza strada che aspetto
un alito supplementare di dio.
Scritto da: tashtego a
14:37 | link |
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