Quando al mattino mi unisco alla Grande Mobilitazione Quotidiana e mi butto sulla strada frettoloso come tutti gli altri intorno a me - odiando i miei simili per il solo fatto che sono lì, che esistono sull’asfalto con tutta l’estensione materiale della loro auto o la loro moto, ognuno con la sua brava emissione mortale di gas, tutti tesi ciascuno per suo conto ad arrivare nel luogo dove si consuma la sua particolare tribolazione giornaliera - in quel lasso di tempo, dico, darei dei bei soldi perché tutta la procedura di spostamento si risolvesse in pochi attimi, qualche minuto al massimo, invece della mezz’ora che mi tocca, se tutto va bene, digerire ogni giorno.
Quando giungo in moto sul lungo rettilineo che immette sul Grande Viadotto e vedo davanti a me quei forse due chilometri di macchine incolonnate che sono ferme lì, tutti i santi giorni a quell’ora, penso che tutto questo ha qualcosa di epico e tragico insieme.
Penso che non mi ci abituerò mai, non riuscirò mai a considerarla una cosa normale, normalmente accettabile.
E credo che in fondo non sia accettabile nemmeno per tutti quelli che sono lì in fila, apparentemente silenziosi, pazienti, assuefatti e mitridatizzati di gas venefico, di infinita e insensata noia.
Non posso fare a meno di pensare, tra le altre cose, che quell’imbottigliamento quotidiano, quell’occlusione ordinata di ogni spazio percorribile in quasi ogni parte della città dove si trovi una strada di qualche importanza urbana, è un fatto politico, è il sintomo di una immane tragedia di massa in atto, della fine prossima della Città e del Pianeta come luoghi abitabili, l’annuncio che è in arrivo un altro mondo, mai prima conosciuto.
Scritto da: tashtego a
11:20 | link |
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“Si avverte la gentile clientela che in questo locale si usano solo legumi freschi”.
“In mancanza di diversa indicazione il pesce è da intendersi fresco”.
“Ostriche fresche, tutti i giorni dalla Bretagna”.
Frutta fresca. Pesce fresco. Verdure fresche. Pane fresco. Fiori freschi. Carne, carnagione fresca. Fresco di stampa. Acqua fresca. Aria fresca. Vernice fresca. Pittura a fresco.
Ed ecco i loro contrari.
Frutta secca, conservata, candita, pesce marcio, verdure marce o appena passate, pane raffermo, fiori appassiti, carne un po’ così, affumicata, seccata, sotto sale, carnagione anch’essa appassita, sciupata, stanca, invecchiata, giornale di ieri, acqua stantìa, tiepida, aria viziata (il vizio), vernice asciutta, pittura a secco.
A fronte della parola magica “fresco”, una quantità di termini diversi e specifici per ciascuna sostanza ad indicare il concetto di “non-fresco”.
Fresco/non-fresco: binomio essenziale, indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi forma di esistenza animale.
Contiene, annidati ben bene nelle sue pieghe concettuali, l’idea di Tempo Trascorso, di Manipolazione, Manomissione, Conservazione (centrale ed essenziale), Giovinezza, Autenticità, Naturalità, Profumo/Puzza, Croccante, Caldo, Buono, Cattivo, Attrazione & Ripulsa, eccetera.
Poi: Germe, Fermento, Putrefazione, Batterio, Verme: Morte.
E poi il binomio, fondamentale su questo pianeta, di Asciutto/Bagnato, Secco/Umido.
Ancora: Idratato/liofilIzzato, Salato, Glassato, Inscatolato, Sur-gelato, Sotto-vuoto.
Infine la doppia modalità del Crudo e del Cotto.
Ma quel che più conta, nella parola “fresco”, è il concetto di Tempo Trascorso: la morte dell’organismo cui si riferisce deve essere recente: colto di recente, pescato di recente, ucciso e macellato di recente, deve aver sanguinato di recente, esalato l’ultimo respiro di recente, urlato la sua ultima maledizione a dio di recente.
O anche attinto di recente, come l’acqua.
Di recente: cioè oggi, ieri, l’altro ieri, al massimo di tre giorni fa: un’ombrina che ieri ancora nuotava, dotto’.
È fresco? Senta, so’ arrivati stamattina, si nun so’ freschi questi... poi faccia un po’ lei.
Insomma, sfogliando il concetto all’osso, viene fuori che fresco si riferisce per lo più ad un organismo animale o vegetale che è stato privato da poco della vita, al punto da conservare ancora alcuni dei caratteri che possedeva da vivo, come colore, sapore, odore: la vita si nutre della vita.
Fresco è ciò che è ancora molto vicino alla vita senza essere vivo, è ciò che è ancora vivido, lucido, colorato degli stessi colori del suo normale stato vitale.
Fresco è il cristallino degli occhi ancora trasparente, è il sangue che goccia lentamente dal naso della lepre appesa, scuoiata, è il rosso vivo, insostenibile, della testa di capretto decorticata, con gli occhi a palla, attoniti, posata sotto vetro sull’acciaio dei banconi.
Fresco è il polpo che si muove e ancora cerca di fuggire dai bacili delle pescherie di Napoli.
Freschi sono i mucchi di vongole che schizzano acqua.
Fresco è l’astice con le chele legate, che ancora muove le antenne.
Freschi i grandi granchi accatastati nelle vasche dei ristoranti di lisbona, in un unico groviglio con le aragoste.
Fresca infine, e quasi diabolica, la testa di capra spiccata via dall’animale e trasportata in un bacile con tutte le corna per le vie di un villaggio greco, all’alba.
In campagna trovo che la corrente è saltata.
Apro il frigo e trovo carne marcia nel surgelatore, salsicce nella vaschetta plasticata che si sicuro già puzzano, visto che sono diventate verdi.
Che schifo. Metto tutto in una busta di plastica, la busta la porto fuori in alto, vicino al cancello, lontano da casa.
Lara, la cagna-lupa enorme che viene sempre a trovarci, appena mi volto si butta sulla busta la squarcia e mangia tutto.
Dopo la vediamo che si lecca i baffi.
Quello che per noi è marcio per lei è ancora fresco.
Qual è il limite fresco/non-fresco, anzi non-fresco/marcio per un cane?
La mia, come quella di tutti noi, è una vita passata a nutrirmi di roba in bilico tra il vivo e il marcio, cioè di roba fresca, appunto.
Roba che in un certo intervallo di tempo, breve di solito, si può mangiare.
L’altra sera a cena in enoteca c’era qualcosa che doveva essere già ben oltre quel limite, se poi sono stato su, praticamente tutta la notte, a vomitare. Ma cos’era?
Scritto da: tashtego a
16:14 | link |
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Quello che vedi qui, da sempre l’hai già visto.
Ti sembra di conoscere già tutto, ci sei venuto altre volte.
Sei dentro un’icona irriducibile, straordinariamente forte e conosciuta: sembra inutile scriverne, parlarne, fotografarla.
Tutto quello che si poteva dire di Venezia è stato già detto, scritto, ritratto (ovunque girando per le calli vedi gente con enormi macchine fotografiche su cavalletti) et dipinto milioni di volte, eppure la città ti colpisce lo stesso enormemente, mentre esci dalla stazione, con la domanda che subito ti formuli: com’è possibile che esista una cosa del genere?
L’orlo della pietra sulle spallette dei ponti, lucidato dai panni di chi vi è transitato su e giù nel corso di secoli: a passarci sopra la mano, il marmo è come vellutato.
Questa città è di pietra, interamente.
Non è l’acqua l’unicità di Venezia.
Voglio dire non solo l’acqua, non principalmente l’acqua, ma la pietra.
Pietra ovunque, in verticale e in orizzontale, e mattone cioè terra-cotta, terra resa pietrosa.
L’opzione dell’artificio è totale, nessuna citazione di natura, gli alberi rarissimi, come i giardini.
Il resto è pietra lavorata, segata scolpita, smangiata dal tempo, dall’acqua, dall’aria, ma che è ancora lì, a fare il suo lavoro.
Data da decenni per spacciata, Venezia sembra invece ancora ben salda.
Separarsi dall’acqua e tenerla il più possibile lontana, distinta: questo sembra l’unico scopo della città, come ne avesse ribrezzo, come se l’acqua fosse antimateria.
Come se lasciata la barca, il vaporino, la gondola il motoscafo la galeazza, il brigantino il dinghy, abbandonato il naviglio all’attracco, l’unico scopo sia stato, e sia, dimenticare l’acqua opponendovi, ove possibile e il più possibile, la pietra, senza lasciare in vista nulla che sia a metà strada tra acqua a terra.
Venezia si esprime mediante un codice binario.
Pietra e acqua.
1,0.
Solido/liquido, queste due sole modalità opprimono.
Niente di incerto, niente terra, sabbia o fango, erba, cespugli, alberi, nessun compromesso tra i due soli modi in cui qui si può esprimere la materia.
La terra cruda su cui siamo abituati a vedere appoggiate le nostre città normali, qui non si vede da nessuna parte.
Ma forse nemmeno c’è, forse ci sono solo sabbia & fango coperti e foderati di pietra.
Mentre percorro al mattino Piazza San Marco - il cielo è limpido e tira vento freddo - vedo che dalla pavimentazione, attraverso fessure aperte tra le lastre di pietra, sgorgano polle d’acqua gelida che si spandono e già impediscono l’accesso alla basilica, mentre inservienti mal mostosi montano passerelle.
La repulsione collettiva per l’acqua improvvisamente ti pare logica, inevitabile, ti avvince.
È vero, quell’acqua fa paura e ribrezzo, appare minacciosa, destabilizza: che vuole quest’acqua? Quanto crescerà? E se non riesco a tornare indietro, stasera? Se tutto si allaga? E se la città sprofonda? Farò in tempo ad agguantare la valigia e prendere il treno per fuggire via di qui?
Scritto da: tashtego a
10:08 | link |
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Questi versi sono stati scritti più di vent'anni fa.
Intorno all'ora settima
di un giorno indefinito
ma certamente
dopo il quindicesimo
del mese che si conta
come ottavo
dell'anno che direi
settantottesimo
del secolo, il ventesimo,
ove nacqui
il quale s'identifica
a partire (in occidente)
dall'anno della nascita
speciale d'un profeta
(oppure uomo, o dio)
a cui si assegna zero
e tutti gli infiniti
tempi precedenti
sono rispetto a quello
di segno negativo
verso quell'ora
dico
mi immersi per pescare
nell'acqua della baia d'Alimunda
che non dirò dov'è
per non stancare.
Scritto da: tashtego a
18:31 | link |
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Soprattutto il freddo, il gelo di quella mattina. Invece non ricordo affatto a che ora mi svegliai e cosa feci prima di andare sul posto, come ci arrivai e a che ora. Buio. Tutto cancellato. Resta solo quel freddo umido, terribile. Un freddo che adesso che ci penso lo capisco. Veniva da dentro. Mi nasceva dentro e si spandeva sulla città intera. Invadeva quella strada. Ero io l’origine di quel freddo ed ero come paralizzata, senza alcun contatto col mio corpo. Era come se non ci fosse. Avresti potuto spararmi, infilarmi un coltello tra le costole, oppure bruciacchiarmi con una sigaretta: non me ne sarei accorta. Non avrei sentito nulla. Nulla. Non avevo più il mio corpo, era perso nel gelo. Era gelo esso stesso, parte integrante e attiva del gelo di quella mattina di febbraio. Però ho presente con chiarezza che portavo un giaccone blu navy da uomo sopra un maglione grigio a collo alto, i levi’s a costine beige, calzettoni e clark, un berretto di lana in testa. Una sciarpa marrone fatta a mano che ho ancora. Pensa. Come ci si veste per un fatto di sangue? Così e così, signora mia. In modo pratico, ma elegante. Ero dentro questi vestiti, ma avrei potuto essere nuda che niente sarebbe cambiato. Di fatto era come fossi nuda nel gelo, in quell’angolo di strada a far finta di aspettare qualcuno. Cioè non la persona che effettivamente aspettavo. Avrei dovuto assumere un’aria tranquilla, sai, disinvolta. Invece tremavo. Avevo le mascelle serrate. Niente saliva in bocca. Il mento, appena si allentava la stretta delle mascelle, che si metteva a tremare. Dall’altra parte della strada, oltre l’aiuola sparti-traffico recintata con tristissimi mattoncini rossi in diagonale – ricordo tutti i dettagli di questo tipo – c’era il mio compagno in quell’impresa. Fingeva di avere difficoltà di messa in moto con una cazzo di Lambretta 125. I compagni l’avevano rubata la sera prima in un’altra parte della città. L’avevano direttamente parcheggiata proprio lì davanti, pronta all’uso. Un altro compagno ci aspettava in macchina dall’alta parte dell’isolato. A motore acceso. Sì ci davamo da fare a quei tempi, roba professionale, come poi si è visto. La geometrica potenza, sai. Lui, quello della Lambretta, aveva una faccia pallida. Anzi terrea, verdastra, che emergeva disperata da uno sciarpone nero. Mi faceva orrore nell’orrore, quel compagno. Nell’orrore di quel mattino, voglio dire. Sbirciava il portone in questione, ce l’aveva proprio di fronte. Io lo sbirciavo invece di scorcio, il portone. Aveva una cornice di marmorino verde, sai. Aveva qualche gradino di accesso, questo portone del cazzo. E un corrimano, mi sembra, di ottone. Un corrimano di ottone lucidato di recente è quello che mi è restato in mente sino ad oggi. Era un portone tipico, col decoro tipico del quartiere. Non ti posso dire che quartiere, cara mia. Guardavo imbambolata questo tubo dorato, il corrimano, e pensavo cose tipo: ecco, lo stronzo c’ha il corrimano dorato, gli lucidano il corrimano tutte le mattine, con la lingua.
Leccano il corrimano per tenerlo lucido. Perché c’è lui. Tutte le mattine. Ah, ma voglio proprio vedere, pensavo. Voglio proprio vedere. Non so cosa significasse: pensavo queste cose e stringevo il pezzo che avevo in tasca. Bagnavo il metallo col sudore della mano. Veniva su un gelo da quel ferro, che si spandeva e risaliva per il braccio. Invadeva la spalla e la parte destra del collo. La testa mi pulsava da quella parte, come se si fosse scoperchiata e il cervello e tutto il resto fossero ormai a contatto diretto con la lana del berretto. Mi si stanno appiccicando al cervello peluzzi di lana, pensavo. Tenevo lo sguardo fisso sul corrimano di ottone e sibilavo cosa: voglio proprio vedere, voglio vedere, proprio vedere. Quello dall’altra parte della strada era livido di paura come me e faceva la sua parte con quella Lambretta. Era una Lambretta Bianca, mi pare. No, non te lo dico chi era. Non posso. Posso dirti che oggi fa il redattore di cronaca di un giornale di destra. Mi pare sia vice-capo-redattore. Non so. Sì, certo. Una traiettoria normale. Da giovani in un modo. Da vecchi in un altro. Perché, io sono diversa, forse? La vita serve a rinnegare quello che si è stati da giovani. Io morirò nell’abbraccio della chiesa, coi sacramenti e tutto. L’olio santo, cacandomi sotto dalla paura. Voglio l’olio santo. Lo pretendo. Se c’è un paradiso, a questo punto ci voglio andare. Voglio starmene lì in eterno, con Bruno Vespa, Andreotti, gente come Cossiga, eccetera. Che ridi? Non sto scherzando. Pensa che un paio di volte mi ero persino fatta sbattere da quello stronzo. Uno tristissimo che puzzava di minestra. Se ci penso. Mi sono fatta sbattere da uno così. Capisci che intendo quando dico che la vita serve a rinnegare i suoi primi vent’anni? Lui quella mattina doveva avvertirmi, darmi il segnale che il tipo stava uscendo di casa. Teneva d’occhio il portone col marmorino verde e seguitava la pantomima della Lambretta. Tremava anche lui, lo vedevo persino io che ero abbastanza lontana. Aveva l’affanno, si percepiva dalla frequenza delle nuvolette di fiato. Ricordo che pensai: puzzeranno di minestra, quelle nuvolette. Anch’io ero in affanno, benché fossi immobile e gelata. Il fiatone cresceva, quasi mi soffocava. Il cuore voleva uscirmi dalla spalla sinistra. Voleva arrampicarmisi su per il collo, infilarmisi in bocca. L’avrei masticato. Ancora un po’ e lo mastico, mi dicevo. Ma quelli non erano proprio pensieri miei, erano qualcosa di formulato da qualcun altro. Io ero lì nel gelo con quella cosa di ferro-freddissimo in mano. Ferro-freddo che odorava di ferro. Di ferro al mattino. Il ferro sa di sangue. Quella vecchia pistola sapeva di ossido di ferro, dunque di sangue. L’avevo annusata la sera prima, mi pare, per capire se avesse sparato di recente. Avevo sentito invece l’odore di ferro-freddo. Sudore di mano gelida e ferro-freddo. Bagnato di sciarpa di lana sulla bocca. Puzza di minestra. Cosa aspettavo lì? Cosa facevo lì? Non so quanto tempo ci rimasi lì, su quel marciapiede, a fingere di aspettare qualcuno. A fingere di aspettare che arrivasse tipo una macchina. So però che a un certo punto mi dissi vai via. All’improvviso mi dissi vai via. Cristo vai via! Via di qui. Fu una specie di rivelazione, uno squarcio di verità religiosa: nulla era ancora successo. Potevo non-farlo, capisci? Traversai di colpo la strada. Lo stronzo dall’altra parte mi guarda stupito. È immobile, non sa cosa fare. Quando sono a pochi metri davanti a lui, guarda sopra la mia spalla e dalla sua faccia capisco che il tizio che aspettiamo sta effettivamente uscendo da quel portone di marmorino. Ma io invece sto già cercando di mettergli la Beretta in mano. Si ritrae di scatto. Che…e…caz…zo…fa…aiii! Sibila. E sembra in agonia. Quel sibilo sa di minestra. Sa di minestra, lo ricordo perfettamente. Sembrava disperato, di una disperazione che puzzava di minestra. Visto che lui non vuole riprendersi quella cazzo di pistola, l’appoggio-sulla-sella-della-Lambretta. Capisci? Eravamo lì, uno di fronte all’altro con in mezzo a noi questa Lambretta e sopra la Lambretta, in bella vista, una bella pistola. Bene. Non so nulla di quello che è avvenuto dopo. So solo che mi ritrovai a correre come una pazza per un viale alberato. Faceva freddo. Corsi per chilometri verso la stazione. Ci arrivai e presi un treno a caso, uno qualsiasi. Mi buttai sul sedile e mi addormentai quasi di colpo. Andava a Sulmona: non ti racconto il resto. Con quel compagno non ci siamo più visti per decenni. Nessuno ammazzò nessuno, quel giorno. Fu un giorno di tregua. In compenso è come se fossi restata lì, su quel marciapiede, per tutti i successivi trent’anni. Immobile. Gelata. Il poveraccio della Lambretta l’ho incontrato di recente al cinema. Ci siamo riconosciuti all’istante, ma abbiamo fatto finta di niente. Da allora tutti noi non abbiamo fatto altro che negare e rinnegare, sempre.
Scritto da: tashtego a
18:54 | link |
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La Settimana Enigmistica mi provocava uno stato di incantamento, nel più generale incantamento dell’Estate: scrivo Estate con la maiuscola perché più che una stagione dell’anno era un’istituzione totale, un’altra vita in un universo parallelo e migliore.
La SE la leggevo solo d’Estate, quando passavo quattro mesi interi e filati di ozio al mare, salvo un feroce prelevamento di mezzo agosto di cui forse dirò.
Non me ne fregava nulla dell’enigmistica nella quale ero negato, e lo sono tuttora, come in tutti i giochi di attenzione, di carte, di destrezza & furbizia, d’intelligenza.
Della SE mi piacevano le liste di cazzate, le rubriche tipo Strano ma vero e le vignette.
Leggevo tutte le vignette e tutte le rubriche, scrupolosamente, ma ciò che mi incantava erano i rebus e alcune figurazioni complesse, affollate, tipo Aguzzate la vista o Quesito con la Susy.
La Susy era una specie di Brigitte Bardot, appena abbozzata e geometrizzata in disegni veloci che la ritraevano procacissima, in maglietta e pantaloni aderenti, corti al polpaccio con spacchetto, come si portavano allora.
I quesiti con la Susy erano roba per gente davvero brava.
Incantamento e sottile desolazione nei pomeriggi di canicola, sdraiato in canotta bianca e pantaloncini blu, sopra un letto coperto anche di tutta la sabbia che mi portavo addosso al ritorno dalla spiaggia, le persiane accostate, il silenzio della strada, le cicale sui pini del villone accanto, l’adolescenza confusa, aggressiva, stupida.
Finiti i fumetti, consunti per le letture e riletture, finite le riviste illustrate, Oggi e Gente, che mia madre comprava ogni settimana, compulsata in ogni dove, sin nei recessi remoti dei racconti settimanali, la rivista Grazia, restava solo La Settimana.
All’epoca non compravo libri, neanche ci pensavo.
Però leggevo quelli di mia madre e quelli di mia sorella.
Mia sorella era più grande di me di qualche anno ed ebbe per un certo periodo, mai più ripetutosi, un manzo colto che le prestava libri da leggere in buona quantità e, ricostruisco adesso, di buona qualità.
Dopo di lei, ma anche prima di lei, se abbondavano, li leggevo io.
Si trattava quasi sempre di edizioni della vecchia BUR, cioè la prima, inimitabile e oggi impensabile, collana italiana di libri tascabili.
Stampati in caratteri-formica – mia madre diceva in continuazione smettila di leggere quei libri che ti ciechi – costavano pochissimo e dentro c’era, metti, tutto Poe, Chesterton, Checov, eccetera.
Le edizioni che acquistava mia madre erano invece molto diverse: libri della collana verde La Medusa, edizioni Einaudi ben rilegate, e poi edizioni più andanti et popolari di cui adesso non ricordo il nome (Mondadori o Rizzoli?), ma dove trovavi Hemingway, Caldwell, Dos Passos, Faulkner – Santuario: non riuscii mai a leggerlo, ma cercai per anni tra quelle pagine la famosa scena dello stupro mediante pannocchia di granoturco, senza mai trovarla – assieme a roba più andante, come Pearl S. Buck, Cronin, Maugham, eccetera.
Le illustrazioni che i libri di questa collana mettevano in copertina e quelle che introducevano i racconti di Grazia erano il prodotto della stessa mano e mi piacevano, ma mai come quelle del sublime Ferenc Pintér apparse più tardi un po’ ovunque, ma soprattutto sugli Oscar Mondadori.
E mai come quelle di Karel Thole su Urania.
Mai come quelle che l’inarrivabile e tuttora misconosciuto maestro Kurt Caesar disegnava per i primissimi Urania, per Il Vittorioso e per Il Monello.
Ho letteralmente adorato Pintér, Thole e Caesar.
Mentre i primi due sono vecchi ma probabilmente vivi, Kurt Caesar probabilmente no, ma vedo che in rete è oggetto di culto e mai nessuno se lo è meritato più di lui.
Di questi disegnatori mi affascinava la maestria del gesto, visibile soprattutto in Pintér, che vi basava gran parte della sua poetica di sintesi estrema, abilissima.
Caesar era invece un minuzioso ed eccelleva sul Monello nella saga di Roland Eagle.
Thole il più corrivo, ma molto immaginifico e metafisico, magrittiano, disegnò famose copertine di fantascienza.
Tutte queste notizie possono essere sbagliate o imprecise e io odio sopra ogni cosa l’imprecisione.
Chiunque sia in grado di correggermi lo faccia.
Dunque i versi della serie rebus sono nati molto dopo, ma si riferiscono proprio alla SE di quegli anni.
Le caratteristiche di un rebus illustrato sono, oltre al senso nascosto di cui non me ne può fregare di meno, ma non tanto, la totale oniricità.
Un rebus illustrato ha le stesse caratteristiche di un sogno - compreso il senso nascosto diranno freudianamente i miei piccoli lettori.
Sì, compreso il senso nascosto dei sogni, ma solo se i sogni hanno un senso nascosto, come dicono.
I sogni sono fatti di frammenti narrativi dotati di senso, continuamente interrotti, così come i rebus della SE sono composti di oggetti, cose, persone di per sé riconoscibili ma totalmente straniati gli uni dagli altri.
Il procedimento di Magritte, Delvaux, forse prima di loro di De Chirico, e di molti altri è praticamente lo stesso del creatore di rebus per la SE.
Ma in De Chirico, Magritte, Delvaux e tutti gli altri, non c’è un senso nascosto da decifrare per costruire il quale è stata definita l’immagine: le loro figurazioni sono totalmente enigmatiche, cioè sono enigmi senza soluzione e perciò misteri.
Tuttavia, se non sapete risolvere un rebus della SE e avete 15 anni, forse meno, anche quello agirà su di voi come un mistero, mescolandosi al mistero e all’incantamento di quelle lunghissime estati dei primi anni Sessanta.
Era un tempo in cui non sapevo nulla di me stesso, anche se molto poco ne avrei saputo in seguito: vivevo alla giornata le mie estati, pronto ad accettare qualsiasi fonte di stupefazione.
Una carta geografica inchiodata su un muro, con strade e nomi di città toscane, Firenze e Prato, S. Miniato, l’Arno e i suoi affluenti, sullo sfondo una statua con iscrizione sul piedestallo, AMÒ LEANDRO, l’orizzonte occluso da un paesaggio insignificante, di cespugli.
Questo, nella SE di qualche giorno fa’, appositamente comprata, l’unico rebus che mi ha davvero rammentato quelli di allora.
Benché lo stile si sforzi di essere quasi identico a quello di sempre, si vede che la mano è cambiata, si è fatta leggermente maldestra.
Tuttavia il fascino della SE è rimasto quasi intatto e consiste nell’immutabilità di veste grafica e contenuti, nella permanenza dello stesso spirito di allora e di sempre, nella continuità pervicace della sua vuotezza.
Tutto è cambiato da allora, davvero tutto, tranne la SE.
Mai avrei potuto immaginare, mentre trascorrevo quei pomeriggi d’ozio silenzioso, che un giorno avrei potuto considerare quella rivista come un porto sicuro e protetto, nell’intollerabile mutare del mondo.
Scritto da: tashtego a
19:01 | link |
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Ci siamo di colpo resi conto che sulla testa ci volano milioni, miliardi, di uccelli.
Prima della minaccia influenzale l’idea di uccello ammorbato mi faceva venire in mente solo piccioni, così come si vedono talvolta malati all’ultimo stadio, spelacchiati, gli occhi semi-chiusi, tremanti rifugiarsi in qualche angolo di marciapiede a morire, dopo una vita da piccioni passata fare versi sotto i cornicioni, a becchettare e trombare come muli, a riunirsi a centinaia sopra qualche tetto scelto secondo criteri piccioneschi e misteriosi.
Topi del cielo, si dice: la gente odia i piccioni perché sono troppi, cioè li odia come tutto quello che è troppo.
Ci sono troppi piccioni: è perché non hanno nemici “naturali”, si è aggiunto.
Qualche ecologo ha pensato a una soluzione “naturale”, come quella di introdurre in città, a Roma, le fottute cornacchie, perché mangino in piena “naturalità” le uova e i piccoli di piccione già nel nido.
L’idea di sparargli (ai piccioni), a parte la fattibilità concreta e lo spreco di munizioni buone per altre più importanti occasioni, che sono già alle viste, non era considerata “naturale”.
Ma chiunque pensi che questa delle schifose & malmostose cornacchie sia una soluzione naturale è un demente.
A latere noto ancora una volta che non c’è nulla che non sia percepito in modo ideologico, nemmeno il problema dei piccioni in città, anzi.
Infatti introdurre specie animali in ambienti dove prima non esistevano, se non in piccolo numero, ha sempre conseguenze non “naturali”.
Si pensi all’introduzione in Adriatico delle vongole filippine, che hanno preso il sopravvento sulle veraci nostrane, più grosse, buone, paccute.
Si pensi al pesce persico introdotto nei laghi africani, che ha spaccato il culo a tutte le altre specie esistenti in quelle acque.
Beh, le cornacchie hanno fatto lo stesso.
Hanno decimato i piccioni – e credo non solo quelli - e si sono installate al loro posto, enormi, arroganti, pericolose, brutte.
Altro che topi del cielo: ora la città sembra piena di iene volanti, grigie, che saltellano.
Ogni cornacchia è grossa come quattro piccioni e se ti becca sulla testa ti fa un buco largo come una moneta da due euri.
Molte se ne sono andate a vivere fuori città, in campagna, dove i passeri mi sembrano sempre più rari – nei loro crani pucciano il becco nero cornacchie? – e dove nell’ozio delle letture pomeridiane sotto pergole in fiore de gliscine, s’ode fastidioso il cra cra delle fottute, tanto che mi viene voglia di porre mano alla fionda mia (potente) e alle apposite biglie d’acciaio.
Milioni, miliardi di uccelli co-esistevano con noi senza dare troppo fastidio, se si eccettuano gli storni dell’autunno romano.
Gli storni sono miliardi e viaggiano in pacchetti volanti, molto compatti, di circa un milione di individui per volta, misteriosamente sincronizzati nei movimenti, tanto che sembrano molecole di un fluido: si muovono ad onde, sembrano bolle di melassa librata, branchi di pesci d’aria.
Ora, come tutti sanno, lo stormo di storni al mattino se ne va nei campi a rubare sementi dai solchi e poi a sera torna, chissà perché, in città, e si insedia nei viali alberati devastandoli di cacca, e puzza e piume e un vocìo di becchi ininterrotto.
Il giorno che, immagino, l’influenza d’uccelli dovesse contagiare queste masse, t’immagini il casino?
T’immagini gli umani, intimoriti, evitare a tutti i costi di andare per quei viali scacazzati, poderosamente infetti?
Ingorghi apocalittisci in città e poi contagio inevitabile, morte, corse al vaccino, pulizie d’idranti, che polverizzano nell’aria la merda piena di virus, inalabile come un aerosol.
Non c’è dubbio che gli uccelli nella loro stranezza siano i figli dei figli dei figli dei dinosauri, quelli piccoli, sopravvissuti alla Catastrofe del Meteorite (cfr. lo Strato di Gubbio), che impararono evolutivamente a fuggire, fuggire e fuggire da tigri affamate o altri tosti predatori, sempre più starnazzando fino a sollevarsi prima di un poco e poi di molto, librandosi alla fine su felini, coccodrilli, e varani per dire, e transitando finalmente in un’altra nicchiona ecologica, il cielo, allora fantasticamente vuota.
Chi più volava, voglio dire, più a lungo campava e trasmetteva ali e piume e abilità volatorie ai cuccioli suoi: è l’ABC del darwinismo questa.
Da quando ho imparato a vedere il dinosauro nella gallina – viva o morta – sono un altro uomo, più consapevole & libero.
Scritto da: tashtego a
08:55 | link |
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Nell’anno che morivano
Gli uccelli caduti tra noi
Torcendosi per qualche istante
Sopra cementi/asfalti screpolati
Giravi intorno e si pensava
Non si sa mai
E adesso?
Adesso che facciamo?
Averci un lanciafiamme
Da lontano
Bruciarli prima che
Sfiniti nemmeno un’aspirina
Nemmeno una ciotola d’acqua
Per quelli caduti in agonia
Sui ponti negli orti
Sui cementi/asfalti
Caldi ancora di pneumatico
E subito schiacciati a milioni
Strade di piume insanguinate
Infette: il resto è noto
Facevamo finta di niente
Quello che accadde dopo
Lo sapete
E poi teste sparute
D’oche polli tacchini
Bargigli viola anemici
Creste verdi
E becchi quasi bianchi
Di corno antibiotico
Lo sguardo fisso, giallo
Quasi rosso
Di chi (forse) non capisce
Ma prima di bruciare
Sente l’aria combusta
Attorno a sé, di penne
E vede umani mascherati
Di bianco
Spalare via biomasse
Tonnellate di zampe
Di petti cosce ali
Monocromi i pulcini
Come limoni pelosi
A strati nelle fosse
Oche tacchini polli
Per un pezzo tornarono alla terra
Il resto è noto
Senza passarci dentro
Come carne per visceri.
Scritto da: tashtego a
15:01 | link |
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Scritto da: tashtego a
10:00 | link |
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