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mercoledì, 28 dicembre 2005
Il mondo fluttuante

Il 24 settembre 2003 buttai giù un frammento di racconto senza aspettare di essermi chiarito le idee su quello che volevo scrivere, motivo per cui mi arenai quasi subito. Volevo descrivere un mondo dotato al massimo grado di insicurezza e provvisorietà.
 
Aveva fatto un contratto di sole 12 ore, per quella casa.
Il segnale si era manifestato un’ora prima della scadenza, mentre, dopo aver disinfettato il cesso, stava facendosi una cacata in santa pace.
Occorreva uscire per non pagare penali.
Si infilò i sandali anti-infezione usa e getta che portava con sé e entrò nella doccia lercia. Il suo sapone disinfettante stava finendo. E così pure la provvista di lenzuola e mutande e maglie. Occorreva acquistarne di nuove.
Si asciugò e mangiò qualcosa delle dotazioni standard della casa, di quelle comprese nel prezzo: un cornetto caldo con un caffè bollente dal distributore automatico di cibi. Roba discreta. Anche la cena non era stata male. Doveva ricordarsi di quel posto: il riscaldamento funzionava, il cesso non era poi troppo sporco, l’acqua non puzzava in modo eccessivo di disinfettante e le razioni erano quasi mangiabili. Ah, cosa importante: la lampada da letto non era, come di norma, rotta.
Era una costruzione non recente, una delle prime di quel tipo. Al posto di un vecchio isolato preesistente, risalente ai primi del secolo Ventesimo Secolo era stata realizzata quella struttura di cellule di plastica preformate, impilate una sopra all’altra per almeno trenta piani.
Prese il cellulare e digitò i suoi codici pre-impostati: richiesta di lavoro con competenze acquisite e curriculum aggiornato automaticamente ora per ora, richiesta di contratto di 12 ore fascia bassa per un alloggio singolo con cena e prima colazione, contratto sanitario e sicurezza giornaliero, rinnovo assicurazioni con versamento automatico di premio per quel giorno, eccetera. Poi appoggiò il cellulare sul tavolo e proiettò le schermate di risposta sulla parete. Le esaminò sorseggiando un secondo caffè a pagamento. Offrivano le solite cose in centinaia di migliaia di posti diversi. Impostò una ricerca con un criterio semplice: le aziende per le quali aveva già lavorato e con le quali si era trovato bene: paga buona e poche rotture di coglioni. Oggi non gli andava di fare esperimenti. Un bel po’ di schermate segnalarono i posti di magazziniere ancora liberi per quel giorno presso aziende che conosceva: offrivano paghe più o meno dello stesso importo, con piccole variazioni. Aveva imparato che se ti offrivano troppi soldi rispetto agli standard giornalieri c’era di sicuro qualcosa che non andava. La schermata aggiornava offerte e importi istante per istante: le offerte tendevano a salire e i posti liberi a diminuire. Occorreva molta attenzione. Si poteva anche restare senza lavoro per quel giorno. Istintivamente cliccò sulla Vaporsky & Luciernagas S.r.l., che era sul mercato da qualche settimana: gli arrivò un ok quasi istantaneo: per quel giorno era fatta: aveva un lavoro. Seguì più o meno la stessa procedura per un contratto di alloggio giornaliero: fascia di importo, zona, caratteristiche, tutto già pre-impostato sul cellulare. Scelse una casa a nord della città dove secondo il computer era già stato e non si era trovato male. Gli altri contratti, indispensabili per arrivare fino a sera, li affidò al computer.
Rimise negli appositi scomparti dello zaino le poche cose che ne aveva estratto la sera prima - effetti personali, abiti da casa ultra-leggeri, un e-book contenente 100.000 volumi – e se lo mise sulle spalle: era un modello rigido, naturalmente, ma adattabile automaticamente alla forma del corpo, come il carapace di una tartaruga. Indossò la cintura con appeso il suo equipaggiamento standard e a cui era legato con una catena antistrappo il computer cellulare dal quale dipendeva, né più né meno che la sua vita e la possibilità di prolungarla fino al giorno successivo, suo unico traguardo.
Mancavano pochi minuti al momento di lasciare quella casa senza l’obbligo di una penale, quando uscì, percorse il lungo ballatoio, attese a lungo l’ascensore che era pieno di gente in uscita delle case, e giunto ai grandi atri del piano zero introdusse il suo codice personale nel dispenser, che gli rilasciò il cartellino assicurativo giornaliero da appendere al collo. Così bardato e con tutti i ponti tagliati alle spalle, Ezio si avviò verso le scale mobili della linea metropolitana per raggiungere il suo posto di lavoro. Per quel giorno naturalmente. Da quel momento era un cittadino fluttuante come milioni di altri esseri umani, senza casa né un posto dove rifugiarsi sino alle quattro del pomeriggio, con un lavoro solo per quel giorno, contrattato la mattina stessa, che alla sera avrebbe perso. La stessa cosa si poteva dire per la sua assicurazione sanitaria e per la copertura anti-aggressione: tutti i costi dei servizi appena acquistati erano calcolati al centesimo dal suo computer cellulare che provvedeva ai trasferimenti di valuta dal suo conto a quelli delle società assicuratrici. La Vaporsky nel frattempo aveva già versato, come d’uso, un acconto del trenta per cento sul salario giornaliero. Con quella somma il suo cellulare aveva pagato tutti i conti. Al momento Ezio era libero da incombenze economiche, nessun debito fino a sera. Bene. Così si vive, si era detto. Troppe persone che aveva conosciuto si erano rovinate per aver permesso ai debiti di accumularsi per più di due o tre giorni: non erano più riuscite a recuperare e adesso si trovavano nei guai. Una volta scesi nelle vecchie gallerie della metro occorreva farsi largo tra la folla dei Residenti Sotterranei (RS), gli abusivi che cominciavano al destarsi a quell’ora e già erano in cerca di qualcosa con cui fare colazione. Arrivò alla sua postazione: trasferì il dovuto al cellulare che gli porgeva l’RS che gli aveva tenuto per tutta la notte il posto di salita in vettura, altrimenti non sarebbe mai riuscito in tempo a prendere il treno: davanti a lui c’erano solo una cinquantina di persone che equivalevano più o meno a 4 treni: aveva tutto il tempo.
- Hai trovato un buon posto per oggi? gli chiese l’RS, secondo la formula di cortesia in uso.
- Ottimo grazie. A te un buon ricovero e minestra calda, rispose Ezio.
- Altrettanto, rispose quello.
- Aspettami ancora qualche minuto, torno subito.
- Non più di cinque minuti, rispose l’RS, mentre lui si allontava.
Si avviò verso uno spaccio della Catena Metro. Il distributore automatico aveva una gamma vasta set-vita giornalieri e settimanali, ultraleggeri, studiati appositamente per essere infilati nello zaino e trasportati sulle spalle.
Comprò un Set 5 Giorni Uomo da un chilo e 850 grammi, marca Invicta.
Conteneva: 
10 sacchi federa-lenzuolo ultraleggeri, solubili;
5 pezzi di biancheria intima di ricambio;
5 maglie-camicia modello lupetto multicolori;
5 paia di calze intonate alle maglie-camicia;
5 accappatoi modello super-dry leggero;
1 corredo di effetti per l’igiene personale e qualche medicina di prima necessità, il tutto bastava per 5 giorni.
Il set conteneva anche una Tessera Web valida per lo stesso periodo, una tessera trasporti urbani, una tessera Starbuck per 10 caffè e varie altre cose più o meno utili, come una confezione di pillole anticoncezionali giornaliere, carta igienica e salviettine detergenti, un set per il make up e uno di automedicazione, uno spray di deodorante, dentifricio e spazzolino elettrico usa e getta, eccetera.
Il fatto di avere più o meno il necessario per tutto quel tempo gli dava una sensazione di sollievo: per quasi tutta la settimana a venire era più o meno a posto.
Comprare il set completo era conveniente e - anche se lì dentro c’era roba che normalmente non serviva, cioè che poteva tornare utile solo di rado – il set ti sollevava dal dover continuamente fare una lista del necessario.
Era più comodo adattare le proprie abitudini ad un set-vita che viceversa acquistare di volta in volta, singolarmente ogni singola cosa.
D’altra parte la vita era quella, cioè era tutta lì, simboleggiata e ricompresa nel Set 5 Giorni Invicta.
Ritornò verso l’RS che gli lasciò il suo posto nella fila, mentre la folla cresceva di volume e dinamismo. Ciascuno col suo bravo zaino sulle spalle, sembravano tante tartarughe multicolori. C’era un gran viavai da e per i bagni diurni, dove potevi lavarti e fare i tuoi bisogni pagando un tot al minuto. Per molti la sosta al bagno diurno era l’unico momento di solitudine e intimità di tutta la giornata. Alle pareti degli ambienti metro erano addossate e sovrapposte file ininterrotte di ricoveri individuali, molti dei quali del tipo prefabbricato gonfiabile correntemente in vendita negli spacci, assieme ai set-vita, ai dispositivi di autodifesa, alle confezioni di razioni complete, giornaliere o settimanali, e a quanto altro poteva servire. Dal momento che riuscì a salire sulla metro, gli ci volle circa mezz’ora per raggiungere la stazione più vicina al Job Center n. 23, comunemente chiamato, come gli altri centri di lavoro, con la sola sigla seguita da un numero: JC-23. Una volta in strada c’erano da fare una decina di minuti a piedi. Controllò sul computer cellulare che il contratto giornaliero di sicurezza fosse effettivamente attivo e si avviò.
... 

Scritto da: tashtego a 14:56 | link | |

La borsa di pelle

174[1]Definire la pelle come interfaccia col mondo?
Come limite vivente, confine sensibile, rabbrividente, tra il me e il non-me?
Un fodero, una borsa, dentro il quale percepiamo il “Sé” e fuori del quale invece ci sarebbe l’”Altro da Sé”?
La delimitazione tra un’internità organica totalmente nostra e un’esternità, spesso non vivente, che appartiene al mondo, all’universo percepibile, cioè a qualcosa di essenzialmente estraneo, potenzialmente ostile?
La pelle sente sempre, anche se non ci facciamo caso.
La pelle del mio culo in questo momento sente la sedia, la poltroncina a cinque gambe, girevole e sostanzialmente del cazzo, dove sono seduto.
Il mio culo percepisce attraverso i pantaloni, la consistenza della stoffa che ricopre l’imbottitura della seduta, il calore di questa sedia, la natura del materiale, di cui è fatta.
I miei gomiti soffrono leggermente quando si appoggiano al piano del tavolo, oppure sui braccioli della poltroncina.
La stoffa della polo, schiacciata tra la mia pelle, la lana del maglione e la plastica nera del bracciolo, risulta un po’ ruvida e alla lunga dà fastidio e lieve dolore.
La pelle del gomito manda segnali di leggera lesione: se seguito così il segnale si farà più forte e sarà difficile ignorarlo.
Dunque cambiare posizione, alzare i gomiti spostare l’area d’appoggio all’avambraccio.
Per dire.
La pelle, cosa calda, nuda e piena di sangue, che essuda liquidi e sugne e traspira e fermenta e puzza e si desquama, si arrossa o impallidisce se la solleciti - ma alla lunga si difende e si fortifica, diventa gialla e insensibile: incallisce - che sanguina se la graffi o la tagli o la fori.
In realtà non sono dentro quest’organo, la mia pelle, ma sono la mia pelle.
La mia pelle sono io.
O meglio è solo una parte molto importante di un tutto che comprende altri organi e funzionalità e col quale coincido totalmente.
Ribadisco: io non sto dentro il mio corpo, sono il mio corpo.
 
Pare sia l’organo più grosso e pesante che possediamo.
La pelle col tempo si è specializzata in una funzione fondamentale: il percepire.
È diventata occhi per vedere e mucose nasali per annusare, cioè per percepire a distanza la presenza o meno di moltissime sostanze.
Si è riempita di terminazioni nervose atte a percepire il contatto con altri corpi solidi, a dare le sensazioni di freddo & calore.
Si è rivoltata all’interno e si è fatta mucosa buccale, che analizza le sostanze nutritive prima che questa siano ingerite.
Si è fatta pieghe e mucose sessuali, maschili e femminili, utero, prepuzio, glande, labbra grandi e piccole, ano, unghia, capello, pelo.
Che schifo, la pelle.
È così organica nel senso deteriore, vale a dire corporale, così innocentemente sensibile ad ogni cosa che proviene dal non-me, così ingorda di piacere sessuale che è disposta a lesionarsi, persino a sanguinare un poco.
Ama stranamente essere carezzata e baciata e ci fornisce la più misteriosa inspiegabile e indescrivibile delle sensazioni: il prurito.
Queste sensazioni “di pelle”, “epidermiche”, sono costanti e assolutamente continue, tormento e piacere inesprimibili che durano un’intera vita.
Quando cessano, se cessano, vuol dire che siamo morti, o quasi.
Essere vivi significa fronteggiare il mondo con la pelle e le sue aree di percezione specializzata.
Cioè significa mescolarsi e compenetrarsi con esso, analizzarlo et percepirne le molecole vaganti, gli stati termici, certe frequenze di onde elettromagnetiche.
Insomma luce, sapori, odori, caldo o freddo: sempre.
Anche adesso, sento la mia pelle che mi dice:
- attenzione, braccia fredde;
- ma culo e retro cosce a posto su sedia comoda;
- esterno coscia destra premuto, con disagio locale, contro gamba di tavolo;
- piedi termicamente abbastanza a posto, ma in via di raffreddamento;
- pelle dello scroto costretta negli slip, si raffredda: pantalone stringe;
- elastico slip crea leggero disagio attaccatura coscia sinistra;
- sempre in zona, probabile pelo pubico introdottosi tra prepuzio e glande crea disagio e dà sensazione di taglio vagamente dolorosa;
- attenzione, ginocchia fredde;
- sensazione di mani sporche;
- sensazione di voglia di un po’ d’acqua sul viso;
- orologio con cinturino di plastica stringe leggermente al polso sinistro;
- collo in fase di raffreddamento;
- prurito sul naso, narice destra;
- prurito vagante sul cuoio capelluto;
- se ci penso, e quando ci penso, piccoli pruriti ovunque, soprattutto nel lobo dell’orecchio sinistro;
- eccetera.
A fronte di questi continui segnali, di questo flusso ininterrotto di informazioni, correggo la mia posizione, muovo una gamba, mi gratto, mi metto/mi levo un golf, mi sistemo le palle in modo palese oppure, se del caso, occulto, eccetera.
Insomma vivo.
Ma farlo è un rispondere continuo a questo inestinguibile tormento di avvertimenti che mi giungono dalla pelle, leggero certo, ma non sempre. Se non si pone rimedio non resta leggero per molto: un fastidio fa presto a tramutarsi in dolore, prima e in infiammazione, lesione, ferita, pustola, poi.
Una piega di stoffa può teoricamente ucciderci.
E qualche volta lo fa.
 
Vivono anche gli altri con la loro pelle, attraverso di essa.
Animali e umani.
Tutta questa pelle umana unta che vediamo ogni giorno, che incontriamo ovunque, questi sacchi organici rosei, a volte pelosi.
Oppure pieni di pieghe di rughe e grinze, macchie, pustole, screpolature e cicatrici.
La pelle è come l’intonaco degli edifici: a contatto con le intemperie e si consuma, si lesiona, si esaurisce.
Così è la pelle.
Arrossamenti, desquamazioni, infezioni, brufoli, pus.
Pori dilatati, sulle gote, sui nasi, sulle fronti.
Pelli lucide di grasso riflettono qui e là, a sprazzi e lampi, la luce.
Oppure coperte di ciprie e fard e di altre polveri marroni che si danno a pennello (pennello fatto di pelo animale: tasso? visone?): pori ostruiti, superfici opacizzate, plastificate, rese omogenee, uniformi.
Macchie e nei, montagnole nere, verrucose, con ciuffo di peli.
Zone rosse, verdi, giallastre, biancastre, nerastre, rosate o decisamente vermiglie.
Porri verruche ascessi, bozzi sotto pelle, punti neri, piccoli, medi e grandi, pasciute sacche di grasso che nessuno toglie: le vedi lì che prolificano, ingrassano e si gonfiano, sono bene in vista eppure l’umano titolare non se ne cura.
Forse le ama.
Forse le coltiva, le lascia crescere e maturare a puntino e già si pre-gusta il momento in cui le spremerà.
Che schifo, certo.
Escrescenze misteriose, cispe, pelami.
Tralascio le mucose di ogni tipo, ivi comprese quelle del sesso, d’ambo i sessi, col loro aspetto di molluschi, cefalopodi e/o lamellibranchi, umili e in qualche caso minacciosi, in ogni declinazione possibile del tema della piega, dell’escrescenza, dell’umidità, del muco, del rosso, del viola, del rosa.
Tutto questo è pelle.
Pelle è il modo in cui ci presentiamo al mondo, lo strumento con cui ingaggiamo un duello tosto, sin da appena nati, con l’Universo. 

Scritto da: tashtego a 05:34 | link | |

martedì, 27 dicembre 2005
Forma umana e forma urbana

 schinkel 1813
F. Schinkel, Città medievale, 1813
(A Berlino nel 2004, appunti) 
Ragazze bionde, abbronzate, gambe lunghe, zigomi alti, occhi dell’azzurro e del verde più raro.
Vanno in bici velocemente sulle piste ciclabili, una canotta corta, un paio di pantaloni, una breve gonna, una borsa.
Sono bellissime, aperte, quiete, intensamente urbane.
Sembrano esistere in pieno accordo con la città che le circonda, che le ha prodotte, che le ingloba e quasi se ne fregia.
Sono forma umana del ventunesimo secolo, levigata, slanciata, intera, pienamente compiuta.
Emanano civiltà nel senso ristretto e proprio di piena e profonda appartenenza ad una civitas.
Il loro habitat è Berlino e di Berlino non si può certo dire che sia a sua volta pienamente compiuta.
Forma umana che trascende la storia, che sembra ignorarla come cosa che non la riguardi.
Forma urbana che invece ne è fortemente segnata e ti dice di cose che altrove non ci sono.
Questa città è stata il punto di applicazione, fattuale e simbolico, di tutti i principali contrasti politici, ideologici, militari del Ventesimo Secolo.
A causa di questa centralità storica, ha rischiato di essere completamente distrutta.
Dopo il 1945 ne restava in piedi solo il trenta per cento, forse meno.
Non capisci cos’è stata la Seconda Guerra Mondiale, quali forze ha messo in gioco e quali conseguenze ha davvero avuto se non vieni qui, se non ti imbatti in questi edifici ancora sforacchiati dalle pallottole, se non cammini questi spazi incerti, ancora indecisi sulla forma da assumere dopo più di cinquant’anni di azzeramento, se non osservi una foto aerea di Berlino ripresa alla fine del 1945.
 
Venendo qui capisci che per la Germania la Seconda Grande Guerra è durata molto più a lungo che altrove e che forse solo adesso quella vicenda si sta chiudendo.
Insomma, andare a Berlino pensando che è una città come le altre - con una sua storia, certo, con i suoi momenti critici e distruttivi, ma in fondo non molto dissimile da quella di ogni altra capitale europea - è certamente un errore.
La storia di Berlino è marcata da una discontinuità temporale - vale a dire tra un Prima e un Dopo la guerra.
E da una discontinuità spaziale, tra l’Est e l’ovest.
Anzi le discontinuità storiche sono almeno tre: Prima e Dopo l’avvento del Nazismo, Prima e Dopo la Guerra, Prima e Dopo il Regime Comunista e la Divisione della città.
E infine la Riunificazione.
Berlino è stata quasi annientata e capisci che solo ora si avvia a piena guarigione, solo ora si ricompone e si ritrova, prende fiato, si cerca, riflette, si riposa.
Non so, forse da questo suo stato d’animo deriva la dolcezza che emana oggi.
Palpabile, sorprendente, poetica, assolutamente unica.
Non so.
Forse è per via del clima estivo così dolce, del vento, lieve ma costante, vellutato.
Forse perché vedi tutta questa gente giovane in giro, che si affaccenda con calma, che apre i negozi alle dieci o a mezzogiorno, che va in bici, siede al caffè, prende il sole sulla riva dei fiumi e dei laghi.
Forse è a causa del traffico scarso, silenzioso, cauto, della pulizia di strade e marciapiedi.
Ma è più probabile che sia questa fase di de-compressione storica, di convalescenza della città, a darti quell’impressione di dolcezza sommessa che sono in molti a condividere.
 
So pochissimo di Germania.
Quel poco che so riguarda l’arte, che qui è stata quasi sempre intensamente concettuale, forse filosofica, spirituale, spesso politica - quasi mai percettiva, visiva, impressiva, emozionale.
Se mi lasciassi andare ad affermazioni poco meditate, da parvenu delle cose germaniche, direi che è un’arte che ha cura dell’esattezza, che predilige i contorni definiti e rifugge dalla poetica dell’indefinito e dell’incerto.
Ma forse sono cazzate.
Certo, anche solo guardando fuori del finestrino del tuo aereo in fase di atterraggio, ti accorgi che qui a Berlino hanno cura di marcare il confine tra le cose che tra loro sono diverse.
Se osservi le estensioni periferiche, vedi che qui non esistono quei tipici terrain vague, quelle aree incerte sotto-utilizzate e in abbandono, quello scaricaticcio e quel pattume, quei rottami che invece sono frequentissimi nelle aree più esterne di ogni città.
Le cose finiscono e cominciano con precisione, i rifiuti hanno un loro posto definito, i prati e l’asfalto non lasciano spazio a niente di polveroso, non curato, casuale.
Tutto questo ti conferma nell’idea che hai dei tedeschi, che è naturalmente farcita di banalità pre-concette.
Ma subito Berlino te la rovescia con questa sua dolcezza e tolleranza, con la facilità con la quale ti lascia muovere, soprattutto con l’incertezza e l’ambiguità attuali del suo essere e forse del suo pensarsi.
 
Immagino che dall’istante successivo alla caduta del Muro, la città si sia chiesta: e ora? come fare? che fare? cosa significa tornare ad essere una sola compagine? come riannodare le maglie di una rete strappata da cinquant’anni? Chi dirigerà la Riunificazione? E come? Cosa deve diventare la città?
A queste e probabilmente a un altro migliaio di domande del genere si sta dando una risposta da quindici anni.
E del processo di Riunificazione non si vede la fine.
La parte visibile del protagonista se la sono assunta le cose solide, l’architettura della città e delle sue istituzioni.
Ma qui ti dicono di tutta questa gente dell’Est che dal Trentacinque all’Ottantanove ha conosciuto solo regimi autoritari, cioè il nazismo e poi il comunismo staliniano e post staliniano. Gente che non sapeva cosa fosse la disoccupazione, che non doveva cercarsi una casa, che viveva di certezze a noi sconosciute. Gente perplessa, spaventata.
Camminando per la città, dicevo, ti domandi spesso: qui si era di qua o di ? Questo edificio è nuovo, oppure risale a prima della Guerra? Questo chi l’ha costruito? I Nazisti? I Capitalisti? I Comunisti? Oppure i Prussiani? O gli Americani?
Certo, una cartina col tracciato del Muro ti servirebbe, ma non è poi così facile trovarla.
La prima cosa che forse bisognerebbe fare appena giunti a Berlino è un salto alla libreria della città sull’Unter der linden. Lì c’è quasi tutto il materiale che ti serve per orientarti tra il Prima e il Dopo, l’Est e l’Ovest.
Per esempio ti ricordi che la divisione della città, non consisteva nell’essere spaccata in due da un confine che separava due entità politiche contrapposte una di qua e una di là, ma Berlino ovest era una vera e propria enclave tenuta in vita artificialmente all’interno del territorio comunista.
 
E però, osservando attentamente le cose, dopo un po’ impari a capire se ti trovi di qua o di là di un muro che non c’è più, ma che ancora divide.
L’architettura del regime di Pankow la riconosci ben presto dal fatto che è rozza, malridotta, se non in rovina. Ed è molto spesso incredibilmente mal costruita. Oppure è realizzata in uno stile incerto e bizzarro, che non sai da dove cazzo spunta fuori, vagamente rinascimentale, ma anche modernista, senza capo né coda, qualche volta affascinante, come sulla stupefacente Karl Marx Allee.
Ma è bene che ti sieda da qualche parte e che ti fermi ad osservare come sono fatte queste case, per provare a immaginare da quale cultura furono generate e perché.
L’architettura è notoriamente un potente mass medium.
Comunica cose e simboli.
E qui comunica essenzialmente che:
-         stiamo dando la casa a tutti i lavoratori;
-         le case comuniste, benché moderne, possiedono un decoro che non ha nulla da invidiare a quello degli edifici dei padroni;
-         tutto questo si realizza subito e a gran velocità, della qualità delle costruzioni, insomma, chissenefrega.
L’ultimo messaggio lo cogli soprattutto negli edifici successivi ai grandi interventi staliniani: pannelli prefabbricati pesanti messi su alla bell’e meglio, brutti, bruttissimi, grigi, tristissimi.
 
La cosa strana, ma non tanto, è che se l’Ovest è modernista, l’Est non lo è: i linguaggi novecenteschi e progressivi non hanno corso nella Germania est così come in Unione Sovietica.
Ma non potendosi apertamente citare i linguaggi aristocratici precedenti, si finisce per comporre questi strani pastiche prima, e per rinunciare a qualsiasi linguaggio - producendo non architettura, ma solo edilizia - poi.
Le osservazioni da fare sono parecchie, ma mi astengo.
Noto solo che la ricostruzione comunista di Alexanderplatz è invece un episodio di recupero tardivo del modernismo che produce un risultato talmente desolante da volgere quasi al metafisico.
Il disagio che si prova mentre si siede ai tavolini de legno di un venditore di salsicce nei pressi del triste Orologio del Mondo è palpabile e raro, nella sua intensità: l’albergone, i grandi magazzini, gli edifici obsoleti e in disuso, lo spazio senza forma, grandissimo e quasi deserto, la fontana, la comicità involontaria della Torre della Televisione, con quella stupida palla sfaccettata che si sforza di sorprendere e riesce solo a darti fastidio.
Alexanderplatz è uno spazio nato morto - probabilmente sarà presto demolito e ricostruito perché non-sollevabile, irrecuperabile, incompatibile con l’intera città - e tuttavia sottilmente poetico per il carico di desolazione che vi provoca la percezione dell’esito inaccettabile del Comunismo come grande progetto di redenzione e riscatto.
Lì ho provato per la prima volta una sorta di risentimento: il socialismo reale, sovietico e non, col suo fallimento sordido e inequivocabile, porta la responsabilità storica di averci consegnato, si può dire legati mani e piedi e chissà per quanto tempo, nelle mani lerce dei dominanti d’occidente: se – gulag a parte - nemmeno una piazza, nemmeno questa, il comunismo è riuscito decentemente a costruire, penso mentre siedo ai tavolini del venditore de salsicce di Alexanderplatz, allora davvero meritava di cadere com’è caduto: nell’ignominia.
 
Quando viaggio per prima cosa vado nei musei, perché i musei dicono molte cose sul posto in cui ti trovi e le dicono direttamente, sinteticamente e intuitivamente, ma con una certa precisione.
L’arte funziona meglio di una spiegazione esplicita, quando si tratta di dire.
I luoghi d’arte per me più importanti di Berlino sono la Gemaldegalerie e l’Alte Nationalgalerie, soprattutto quest’ultima.
È un edificio neoclassico, ma parecchio bizzarro, una sorta di tempio dorico e però con abside.
Contiene arte germanica dalla fine del Settecento alla fine dell’Ottocento e mostra abbastanza chiaramente l’oscillazione, forse un po’ schizofrenica, tra mito gotico e mito classico dell’immaginario tedesco del tempo.
Vedi molto Schinkel e ti sembra un personaggio centrale anche perché mostra di sapersi muovere con grande naturalezza su ambedue i terreni: sono bellissime le sue figurazioni di città gotiche, così come lo sono i quadri che hanno per oggetto il sogno classico.
Nessuna lontananza storica, nessuna incertezza, tutto vi è ben definito e descritto nei particolari, come se si trattasse di un tempo assolutamente presente dal quale entrare e uscire per gettarsi nel mito alternativo, e viceversa.
In Kaspar Friederik il mito gotico si veste di sublime, producendo in chi guarda quel particolare tipo di emozione estetica che chiamiamo romantica. Successivamente sia Boecklin, che Max Klinger, che i loro epigoni, declinano quasi ossessivamente il sogno classico, vestendolo di simbolismo e dimostrandoci che alla fine dell’Ottocento il mito greco aveva ancora pieno corso.
Resti incantato di fronte a tutta questa pittura, ancora così evocativa per noi, e ai progetti poetici che la sottendono, che sembrano esprimere un bisogno quasi fisiologico di radicamento nel mito.
E però il mito è doppio, l’immaginario tedesco sembra esitare di fronte ad una biforcazione: allora come non pensare - uscendo di lì e forse banalmente/oppure forse tremendamente sbagliando - che in fondo il nazismo fu anche un momento di conciliazione tra sogno gotico e sogno greco? Tra l’enormità indicibile del sublime e la compostezza solare del classico?
L’urbanistica nazista di Speer, il suo piano per Berlino, mai realizzato, non è forse una sorta di sintesi tra i due miti?
Pensi questo dopo che alla Gemaldegalerie, ospitata in un edificio contemporaneo ostinatamente brutto e stupido, hai visto tutto quel rinascimento italiano, così diverso e lontano da quello germanico, che ti pare resti ostinatamente legato a stilemi gotici di meravigliosa esattezza, forse un po’ arcigni nella loro affermazione di autonomia, nella nitida intransigenza nordica.
 
La passione germanica per la cultura classica greca e romana la vedi bene all’Alte museum e al Pergamon Museum, che ospita intere architetture ricomposte e in gran parte ricostruite ipoteticamente, come usava nel XIX secolo. Edifici incapsulati in un edificio più grande, greci, assiro-babilonesi, romani, che perciò creano un effetto paradossale e straniante. Il fregio dell’Altare di Pergamo corre tutt’intorno sulla parete di uno stanzone enorme, col soffitto traslucido, caldissimo e puzzolente, dove si affollano turisti di ogni provenienza, compresi molti russi, a testimoniare che già in età ellenistica la compostezza classica, che qui adorano, era solo un ricordo.
Stranissimo groviglio di figure umane ed animali, cavalli rampanti con froge dilatate al massimo, serpenti a bocca spalancata che si avvinghiano e lottano con quelle che sembrano divinità (o sotto-divinità) barbute, pesci e tritoni con coda bi o tri forcuta, volti pieni di enigmatica paura et dolore fisico, e forse e persino un po’ comici, nella violenza dell’espressione, nell’incomprensibilità di questo conflitto e dei motivi per cui si combatte.
 
Come poteva una cultura percorsa da quelle tensioni, che accomunava una nazione finalmente, e per la prima volta, unificata, starsene buona al centro dell’Europa a coltivarsi in silenzio orgoglio e potenza?
In meno di un secolo e mezzo per tre volte i germanici si sono mossi e per tre volte è stata l’apocalisse.
E l’apocalisse alla fine è ricaduta su Berlino - città cosmopolita e smagata e forse mite anche allora - annientandola quasi del tutto.
Se qui non riesci a leggere con esattezza e nel giusto ordine cronologico le tracce di questa epopea, percepisci lo stesso che si è consumato un dramma immenso, che nell’aria aleggiano colpe incancellabili, che il passato nasconde efferatezze indicibili e dunque non dette.
Lo percepisci non solo perché lo sai, ma perché ne vedi le tracce nel corpo vivo della città.
L’ottagono di Leipzigerplatz, per esempio, lo stanno ricostruendo solo ora.
Sulla contigua Postdamerplatz - era andata anch’essa completamente distrutta, e tale era rimasta perché di lì passava il Muro - hanno terminato di recente un centro urbano molto attrattivo, nelle modalità sur-moderniste in cui si manifesta oggi il nuovo spazio civile, vale a dire commercio, spettacolo, ristorazione, high tech e cultura pop. 
Forse Postdamerplatz è in grado di contrastare la forza del vecchio centro città, che era rimasto all’est e che oggi sembra reclamare potentemente il suo vecchio ruolo.
 
Lo percepisci perché lo sai e perché vedi qui e là numerosi i monumenti ai Caduti del Muro, cioè ai fuggiaschi uccisi mentre tentavano al fuga all’ovest.
La foto istantanea della guardia di frontiera ripreso mentre scappa dall’est, mentra getta il fucile e salta il reticolato.
I resti del Muro, il Check Point Charlie sulla Friederickstrasse, dove i turisti si fanno fotografare assieme a figuranti che interpretano a pagamento le opposte gendarmerie di frontiera, un po’ come quei poveracci vestiti da gladiatori al Colosseo.
Il turismo anche qui comincia a colpire duro, a trasformare, cuocere e denaturare ogni cosa, persino la memoria del nazismo, persino e il muro, il comunismo, la sua polizia segreta: l’orrore banalmente attrae chi se ne sente al sicuro.
Forse è un buon segno, forse il kitsch marca un superamento effettivo del passato, un distacco salutare: forse.
 
Ma non tutto ti viene porto nella dimensione commerciale del kitsch turistico, anzi.
Berlino ti produce sovente un nodo in gola, la percezione della tragedia trascorsa ti sgomenta all’improvviso.
La città possiede una sorta di astuzia nel sorprenderti indifeso: magari mentre fai una passeggiata in cerca di un ristorante ti ritrovi al cospetto della rovina di una cattedrale, di un edificio ancora abbandonato e semi-distrutto dalla guerra, di un monumento ai caduti, alla Shoa, di una croce o di un altarino che ti spiega che di lì passava il muro e che in quel punto sono morti questo e quello mentre cercavano di fuggire, eccetera.
E questo a prescindere dai veri e propri dispositivi emozionali intenzionalmente predisposti, delle macchine della memoria che non potrai fare a meno di visitare e dove lotterai con le lacrime.
 
Il museo di cultura e storia ebraica di Daniel Libeskind, qualsiasi cosa se ne voglia dire, è un monumento pop in stile drammaticamente espressionista, che un po’ sorprende e po’ dà fastidio.
Sorprende l’assoluta qualità tecnico formale della costruzione.
Dà fastidio l’enfasi drammatica che emette, la scelta di questa chiusura interrotta solo da tagli obliqui, sottili come coltellate, prolungati come urli sulla superficie di metallo grigio di questi volumi incomprensibili.
All’interno la cosa più convincente che trovi è il livello sotterraneo della memoria, nel quale sacrificio, fuga e futuro si intrecciano su piani obliqui in modo non banale.
Sulle pareti, che elencano le città del mondo che dettero asilo agli ebrei perseguitati dal nazismo, NON CI SONO nomi di città italiane, e allora nella desolazione ti ricordi improvvisamente che tu provieni da un paese che fu complice di tutto questo, che collaborò, per la sua parte, allo sterminio, un paese dove era al potere un regime ufficialmente, fetidamente razzista e dove oggi è al governo un partito apertamente razzista. Alla fine del percorso dedicato alla Shoa c’è una porta dove un inserviente fa entrare pochissime persone alla volta. Dentro non c’è nulla, o meglio, c’è una sorta di camera dello sgomento, in cemento faccia vista, semi-buia e illuminata solo da una sorta di altissima feritoia che capta i rumori della città e li amplifica.
Per un attimo non capisci il senso di tutto questo, ma immediatamente dopo ti prende lo sgomento: solo nell’oscurità, mentre quelli che credevi fossero i tuoi simili continuano là sopra a vivere una vita quotidiana apparentemente civile, disinteressandosi completamente alla tua sorte, anzi, approvandola e condividendola, pallidamente provi per un istante cosa poteva significare essere ridotti a nulla, a meno che bestie, in luoghi dove nessuno, mai e poi mai, ti avrebbe aiutato, luoghi dove il tuo corpo costituiva un problema tecnico di smaltimento e riutilizzo rifiuti.
 
Alla fine del tuo giro sei convinto che in questo edificio, nel suo aspetto come nel contenuto, non c’è un solo elemento di conciliazione.
Questo è abbastanza chiaro, pur nell’assenza totale delle immagini agghiaccianti del lager cui noi siamo invece abituati.
Ho letto che in Germania si vedono poco, anzi quasi mai, quelle foto e quei filmati con montagne di cadaveri scheletrici, di scarpe, occhiali, denti, eccetera.
E nemmeno qui le vedi, per fortuna.
Potevano farne un museo dell’orrore, sarebbe stato legittimo e forse giusto inchiodare il passato germanico alle sue responsabilità, ma non è stato fatto, quelle immagini non ci sono.
Però, assieme all’orgoglio etnico, l’odio per ciò che gli ebrei hanno dovuto vivere e subire, c’è, eccome: non è un museo storico su una questione chiusa e distante, è la casa di una cultura massacrata, è un excursus su una questione aperta che ha tuttora ripercussioni tremende.
Tutto è ben lontano dal ricomporsi e pacificarsi, molto sangue sta scorrendo, molto ne deve ancora scorrere.
 
All’Est tutto ciò che è pubblico è anche un po’ più sciatto. Marciapiedi sconnessi, aiuole con l’erba alta, stazioni della metropolitana molto mal messe, eccetera. Eppure la città dell’Est, nonostante si percepisca che non è affatto risolta, che ha problemi non piccoli, oggi è la più vivace. Ciò è vero almeno per Mitte, l’area urbana centrale a nord dell’Isola dei Musei, che non ha subito danni irreparabili nel ’45. Per le strade di Mitte ti fai un’idea della Berlino storica, della perduta qualità di questa città, soprattutto in Sophiestrasse e nelle vie adiacenti. Per esempio appena più in là, sulla Rosenthalplatz piena di sole, tutto è ancora un po’ sciatto, sbrecciato, scarruffato, e però vivo e quieto.
Kebab turchi coi tavolini fuori, take away cinesi, pizza a taglio italiana, lavanderie a gettone, caffè col pavimento sporco di legno, piccoli super-mercati molto mal tenuti, un chiosco che vende pane, proprio sulla piazza, con dentro una donna bellissima, le scale della metropolitana consumate e lerce, il tram che imbocca risoluto Rosenthalstrasse, il semaforo interminabile, i cantieri aperti per lavori di chissà cosa.
 
Forse all’Ovest c’è qualcosa di corrispondente a Rosenthalplatz, però non l’incontri facilmente, vedi piuttosto il tipico modernismo germanico opulento. Roba un po’ sorda, monotona ma compitata correttamente, grandi viali alberati, deserti e zone invece densissime piene di caffè costosi e hotel e negozi schifosi tipo dolcegabbana hugoboss paul & shark.
Ma per esempio Kantstrasse è invece lunga e triste senza alcuna singolarità che la marchi e la renda plausibile come meta, e nemmeno come passeggiata.
Spazi morti come ce ne sono in tutte le città.
E però qui a Berlino guardando una carta storica, una cartolina degli anni trenta, vieni a sapere che quello che oggi ti appare città cicatrizzata, quasi cauterizzata, nella sua asettica inutilità, oppure al contrario carica di mediocre degrado post-comunista e alcolico, invece un tempo è stata città viva e centrale, congestionata all’inverosimile, piena di negozi e traffici.
La città fatica ancora a riconnettersi, a ritrovare le maglie per saldarsi di nuovo in un tutto organico: attorno ad Alexanderplatz, per esempio, è piena di anacronismi e strappi, di inconcludenze fisiche, di luoghi senza senso compiuto, che attraversi in fretta per la noia e il disinteresse. 
Si percepisce l’incertezza, il dubbio su ciò che alcuni luoghi vogliono essere & divenire, mentre altri, come Mitte, vedi che assumono con decisione un ruolo forte e nuovo.
 
Quasi nessuno all’Est della città parla inglese. Nemmeno una parola. Nemmeno quelli che per il mestiere che fanno dovrebbero masticarne almeno un po’, per esempio i guardiani dei musei, che ti ammoniscono in tedesco per colpe che non capisci. Nemmeno quelli della sicurezza all’aeroporto lo sanno e ti dicono in tedesco di allargare le gambe per il controllo, tu non capisci e le cose vanno per le lunghe. Non lo sanno i camerieri dei ristoranti, i portieri degli alberghi, eccetera. Voglio dire meglio: non è che non sappiano l’inglese, sono estranei all’inglese per mancanza di contatto con la cultura anglo-americana, che per noi è invece pane quotidiano. Loro gravitavano in un’altra sfera del mondo, stavano dall’altra parte, studiavano altre lingue, conoscevano altre culture, erano sudditi dell’Impero d’Oriente, di cui ancora oggi sappiamo poco. Quasi tutto qui è scritto solo in tedesco, persino gli orari dei battelli affissi sulle rive dello Spree, persino i menù di molti ristoranti turistici. Occorre allora rammentarsi ancora una volta dell’ampiezza, dell’autonomia e della forza dell’universo germanico, della sua auto-sufficienza, nella cultura e nella roba. Quasi cento milioni, forse più, di parlanti tedesco, se ci aggiungi gli austriaci, gli svizzeri, eccetera. Erano e sono il nocciolo tosto d’Europa: non lo danno a vedere, ma capisci che non hanno paura di nessuno. Seguiteranno a scrivere e parlare la loro lingua quando la nostra nessuno la parlerà più. Se ne staranno ancora qui, ben piantati al centro del continente, quando di noi non resterà più traccia.
 
Berlino è piena di vespe e ragni, soprattutto di vespe, piccole e arroganti. Ne sono piene le pasticcerie, dove ti servono porzioni di torta che ronzano. Se mangi all’aperto subisci una vera aggressione: annegano nel bicchiere di birra, ti si posano agli angoli della bocca mentre mastichi, si buttano nelle zuccheriere, su qualsiasi tipo di cibo. I ragni, grossissimi e paccuti, riempiono le siepi dei giardini, tessono tele enormi tra i muri e i lampioni, dove la notte controluce li vedi all’opera, quando il bagliore attrae le falene, e altra roba. Presenze che sono qui probabilmente da migliaia di anni, indifferenti alla storia, alle guerre, sopravvissute ai bombardamenti, agli insetticidi, specie che nemmeno ci vedono, che non si accorgono di noi. Specie che sopravviveranno alla città, che hanno davanti un futuro immenso e probabilmente luminoso, che non hanno colpe da rimproverarsi, che solamente vivono e vogliono essere lasciate vivere, esattamente come le ragazze che vedi in bici. 

Scritto da: tashtego a 14:46 | link | |

Una Razza che voleva spiccare il volo

forzitalia_1

L’altro ieri ho trovato un pieghevole cartonato e patinato nella cassetta della posta. Ne riproduco qui una facciata e ne trascrivo il testo, così com’è scritto:

Natale 2005

Ho creduto in Forza Italia perché sentivo la necessità di una Morale diversa, perché rappresentava una spinta verso qualcosa di nuovo, perché ero stanco di cinquant’anni di governi corrotti, incapaci e mafiosi, perché allora chi era contro, era di Forza Italia. Forse tutto questo era solo uno slancio, un desiderio, un sogno di cambiare il Mondo, ma, con accanto questo slancio, ognuno di noi era più di se stesso, era come due persone in una: da una parte l’Uomo Inserito che malinconicamente percorre il cammino della propria solitaria Esistenza e dall’altra il Senso di Appartenenza ad una Razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la Vita... Nessun rimpianto, forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare!

Non castriamo il sogno di cambiare il Mondo: continuiamo a portare avanti i Nostri Ideali!

Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Patrizio Bianconi

Scritto da: tashtego a 11:28 | link | |

lunedì, 26 dicembre 2005

rotonda-palmieri_2

La questione delle delimitazioni, dei limiti, dei recinti, dei bordi, dei confini, di tutto ciò che marca un cambiamento di stato della materia, in particolare delle estensioni spaziali, in particolare qualitativo, mi ossessiona da anni, manco fosse il punto centrale su cui si impernia la specificità dell’essere umani & senzienti. 

Tutto ebbe origine parecchi anni fa a seguito della lettura dei Saggi di estetica di Georg Simmel, Padova 1970 e in particolare delle cinque cruciali paginette che costituiscono il, per me fondamentale, saggio intitolato Ponte e porta

All’inizio di questo scritto Simmel fa alcune affermazioni basilari: “Solo all’uomo, di contro alla natura, è dato legare e sciogliere, e in questo modo specifico: che l’uno è sempre il presupposto dell’altro. (...) noi sentiamo come collegato, soltanto ciò che abbiamo in precedenza e in qualche modo isolato. (...) In senso immediato, come in senso simbolico, in senso corporeo, come in senso spirituale, siamo noi, in ogni momento, coloro i quali separano ciò che è collegato e collegano ciò che è separato.” (pag. 3). 

Credo che in queste righe sia racchiuso, con sintesi stupefacente, il senso ultimo di quell’attività che chiamiamo “pensiero”. Ma è solo una mia opinione. 

Fatto sta che l’atto della separazione concettuale precede di poco quello della separazione fisica, ma è indispensabile per procedere nell’attività “incessante” del distinguere una categoria dall’altra, un concetto dall’altro, un oggetto dall’altro, uno spazio dall’altro, per poi operarne una qualche messa in rapporto, oppure al contrario una reciproca esclusione: ciò a cui non siamo in grado di attribuire confini è perciò stesso non del tutto pensabile, quindi non conoscibile (o non lo è ancora). 

Dunque la recinzione di un giardino, metti, è la forma, la manifestazione fisica, di un pensiero forse primordiale, ma assolutamente necessario: questo è l’interno (mio?), questo è l’esterno (altrui?), in mezzo a marcare questa fondamentale diversità concettuale, giuridica e d’uso, c’è il precinto nella sua assertiva evidenza fisica: di qua o di là

Da quando abbiamo cominciato a percepire le cose come aventi dei contorni, dei limiti o confini, abbiamo anche avuto bisogno di definire i nostri confini e i confini di ciò che ci appartiene, di ciò che abitiamo, del luogo dove stiamo (dentro), per rapporto a tutti quelli nei quali, in un determinato momento, non siamo

Eccetera: la questione è grossa, molti ne hanno trattato in modo professionale, cioè da logici e da filosofi, arrivando a porsi domande molto specifiche (sovente per me difficili da capire) di natura ontologica. 

Meno sono coloro che ne hanno trattato da artefici, vale a dire da effettivi et materici costruttori di confini, cioè di separazioni di continua, ma anche, all’opposto, di connessioni di estensioni ed enti dati come separati. 

L’etimo della parola “abitare”, secondo il Devoto-Oli è habere, possedere. 

Ed in effetti lo statuto di ambedue le categorie, in rapporto alla “imperturbata situazione della natura” è che mediante un qualsivoglia mezzo o dispositivo, fisico o mentale, noi si sia in grado di vederle come separate. 

Dunque abitiamo solo ciò che abbiamo in precedenza, anche solo mentalmente,  separato dal continuum del tutto: durante il servizio militare, privo com’ero di uno spazio mio, avevo mentalmente eletto a casa la mia branda coi suoi confini (la struttura in tubi di ferro) e il suo tetto (la branda soprastante) e l’abitavo ogni volta, e per tutto il tempo, che mi era permesso andare a dormire (vedi il testo qui sotto in corsivo). 

Possedere, abitare, recingere, delimitare: è probabile siano attitudini evolutive, anzi ne sono convinto. 

Dico subito dove voglio arrivare provvisoriamente con questo discorso: l’architettura è l’arte di dare forma significante ed estetica all’atto del recingere, vale a dire del separare uno spazio da un altro. 

L’architettura - arte astratta per definizione e statuto: che cioè non si riferisce a null’altro che a se stessa e ai bisogni umani e rappresenta il mondo solo e talvolta come metafora, ed eventualmente, nei particolari decorativi, nelle figure di cui si adorna – è lavoro sull’estetica del percepire la delimitazione.  

Ciò (il manifestarsi estetico o venustas) può per l’architettura avvenire solo nel soddisfacimento dell’utilitas (funzione) e della firmitas (solidità). 

Uso le categorie vitruviane perché a mio avviso ancora (ma per quanto?) servono, sono utili, funzionano. 

Certo qualcuno può obiettare che lo specifico dell’architettura, vale a dire il materiale su cui lavora l’architetto, è in realtà lo spazio, ma come dare forma allo spazio se non tramite la forma della sua delimitazione? 

Tutto questo è in prossimità, forse in continuità, con gli appunti per una teoria del Natale postati qui l’altro ieri. 

Però faccio un passo indietro, prima di chiudere la presente farneticazione: l’attitudine alla delimitazione denota volontà di controllo sulle estensioni dello spazio ed è tipica soprattutto delle culture occidentali del Nord-Europa, in particolare di quella tedesca. 

Lì non esistono, o quasi, quelle incertezze del suolo che sono invece tipiche del nostro ambiente artificiale e urbano. 

Ciò è molto confortante per me. 

Tutto ha un inizio, una fine e un contorno, un limite fisico, più o meno marcato e visibile. 

In Germania, dove finisce, metti, l’asfalto c’è un ciglio, una marcatura fisica del contorno, poi comincia netta e precisa l’estensione del prato - senza quell’incertezza, quel né carne nè pesce, quel terrain vague senza destinazione d’uso, qualità & carattere, senza funzione, se non quella di darci fastidio, di marcare un’insufficienza culturale di base, che puntualmente notiamo ovunque da noi. 

Fermo qui il procedere di queste argomentazioni per spendere due parole sull’attinenza della figura che posto qui sopra. Si tratta de La rotonda di Palmieri di Giovanni Fattori, 1866. Le signore molto vestite, non ostante la calura ambientale che il quadro evoca, stanno abitando una tenda, forse la stessa rotonda Palmieri. Si vedono due piedritti di legno infissi nella sabbia che sorreggono teli giallini cuciti insieme. La semplicità dell’intervento artificiale non ne diminuisce il significato, né ne attenua l’efficacia, la disponibilità ad essere abitato. Una semplice delimitazione virtuale, marcata da qualche palo. Un piano orizzontale di stoffa che fa da tetto. Ed è tutto. Visto da qui il paesaggio, relegato oltre il confine della rotonda, si strania, se ne sta alla larga e diventa natura. Il tutto è reso da Fattori con basica poesia.   

(Chi vuole avere nozione della complessità di certi argomenti, che io tocco così rozzamente, basterà dia un’occhiata per esempio a: Achille Varzi, ‘Teoria e pratica dei confini’ [Boundaries: Theory and Practice], apparso in Sistemi Intelligenti). 

Scritto da: tashtego a 14:46 | link | |

sabato, 24 dicembre 2005
Paysage classique_1

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Scritto da: tashtego a 09:09 | link | |

venerdì, 23 dicembre 2005
Notte egea (senza comete)

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Scritto da: tashtego a 08:49 | link | |

giovedì, 22 dicembre 2005
Elementi per una teoria generale del Natale

cristo

Il Natale è principalmente la celebrazione della nascita di Gesù Salvatore, oppure del solstizio d’inverno, oppure dell’atto del rinchiudersi? 

Cosa si può ipotizzare ci sia prima e sotto alle stratificazioni religiose e alle contaminazioni tra culture? 

Sicuramente un antropologo conosce la risposta, ma credo di esserci arrivato per via deduttiva, cioè attraverso la semplice osservazione di quello che accade in questi giorni. 

A farla breve credo sia sopra tutto l’ultima tra le ipotesi elencate: il Natale è la festa del rinchiudersi, della prevalenza dell’interno sull’esterno, meglio forse dell’internità sull’esternità

In questo senso il Natale avrebbe il suo reciproco nella Pasqua, dove all’opposto si inaugura l’aprirsi di nuovo verso l’esterno.

Tutto questo è molto antico, pre-storico, essenzialmente cosmico & agricolo - perché probabilmente legato al ciclo delle stagioni - e possiede significati non tutti decifrabili. 

Ma è anche profondamente, basicamente, poetico. 

Dunque dire “uffa è Natale” va bene, ma solo per come il Natale viene attualmente vissuto, non per quello che è, cioè la festa ancestrale del dentro contro il fuori

Il gruppo/società che lo celebra si auto riconduce al suo elemento primo, percepito come portante, il gruppo/famiglia, che viene riconosciuto come ciò che veramente conta, o meglio come il gruppo di persone sulle quali l’individuo può veramente contare

Questo gruppo primo costituisce il dentro sociale  e costruisce/custodisce il dentro fisico-spaziale: l’oikos, la domus, la casa, eccetera. 

Nel nostro percepire il Tutto come una costruzione a buccia di cipolla - cioè come una successione spaziale di ambienti (camere e stanze, immense, grandi, medie o piccole) e nel nostro sentirlo come un sistema di opposizioni dialettiche ma sopra tutto reali (freddo/caldo, luce/ombra, buono/cattivo, interno/esterno, eccetera) - siamo sempre, in ogni istante, dentro qualcosa e fuori da qualcos’altro

Forse il mondo potremmo definirlo come una sequenza, concentricamente scalare, di internità/esternità a seconda della faccia (interna o esterna) dalla quale percepiamo l’elemento di separazione/definizione di ciascun ambito. 

Questa dialettica esterno/interno, con i continui passaggi di stato che implica, non è solo propria del mondo fisico, ma anche della nostra percezione di quello sociale: le internità socio-parentali, come la famiglia, la coppia, (e, diversamente, l’amicizia), contro il loro opposto, in un gioco incessante amico/nemico, amore/non-amore/odio, eccetera. 

Nel Natale l’internità fisica, il dentro della casa, del fuoco, coincide - e si esalta, autocelebrandosi - con l’internità sociale, la famiglia, e ciò avviene in opposizione a tutte le esternità, fisiche, naturali, sociali, affettive. 

Si potrebbe andare avanti analizzando la natura interna di ciò che tradizionalmente si mangia, vale a dire il conservato, cioè l’eccedenza della passata stagione resa disponibile mediante lavorazioni particolari, consumata come primizia ma che dovrà durare tutto l’inverno: pesce secco/affumicato, frutta secca/confettata, formaggi, carne secca, eccetera: famiglia-in-un-interno-con-provviste. 

Si potrebbe proseguire nella comprensione delle leggi che regolano l’internità spazio-affettiva della domesticità, in opposizione a quelle che vigono all’esterno, dove affettività e dono, se non accuratamente preparate e rese plausibili, sono viste con sorpresa, anzi decisamente con sospetto, mentre sono (dovrebbero essere) la regola portante dell’internità dove la legge dell’interesse non vige, anzi è disgregante. 

Ed l’opposizione primaria che appunto celebra il Natale: calore fisico-affettivo dell’interno, contro il rigore fisico-affettivo dell’esterno, in tutti i sensi. 

Su tutto questo la ricorrenza della nascita di Gesù è solo una superfetazione, sviante, ridondante & successiva.  

Scritto da: tashtego a 17:45 | link | |

mercoledì, 21 dicembre 2005
Esercizio zen

occhiata89

Insonnia e risveglio all’alba, colazione sotto la pergola con tè e burro e pane e miele. Verso le otto arriva K col pescato di quel giorno.
A quei tempi c’era ancora molto pesce nel mare dell’Isola.
Nel bacile di plastica vedo tra l’altro questa occhiata non grande, lucida.
La metto su un piatto, tiro fuori il blocco da disegno e comincio a riprodurla in ogni minimo particolare.
L’intenzione del momento era semplicemente di ritrarla.
Trovai per puro caso la massima concentrazione e quello che doveva essere tutt’al più uno schizzo divenne una specie di esercizio zen.
Il cervello fortuitamente si collegò con la mia mano destra senza passare per la coscienza.
Non mi fu necessaria la gomma.
Non avevo mai disegnato un pesce dal vero prima d’allora e non l’ho mai più fatto in seguito.
Per me è sempre stato come se questo disegno non l’abbia fatto io.

Scritto da: tashtego a 09:21 | link | |

martedì, 20 dicembre 2005
Caffè

tazzina_caffè

Scritto da: tashtego a 12:35 | link | |