Ultimi Commenti

Link

Contatore

visitato *loading* volte

 
martedì, 31 gennaio 2006
Nescafè più eruzione: ultimo e fine

caffè più eruzionePiù o meno come si scrive e riscrive un testo, rifeci tre volte questo testo disegnato.
Forse nel tentativo di comprenderne il significato, che non conoscevo e non conosco nemmeno adesso.
Ma in fondo non si tratta di un’immagine impossibile.
Basta figurarsi le circostanze giuste.
Basta immaginare un terrazzo, o una finestra, di una casa sull’isola di Panarea, rivolta verso Stromboli.
Occorre anche che il vulcano sia in fase di parossismo eruttivo - succede spesso - e serve una tazza di nescafè poggiata sul davanzale.
Serve anche che sia al tramonto in una giornata di vento da nord-est, per via dell’ombra lunga e della limpidezza delle lontananze.

Scritto da: tashtego a 18:32 | link | |

Nescafè più eruzione, due

caffè-più-eruzione_3_col_1

Scritto da: tashtego a 07:54 | link | |

domenica, 29 gennaio 2006
Nescafè più eruzione

caffè-più-eruzione_2_col_1

Scritto da: tashtego a 14:16 | link | |

venerdì, 27 gennaio 2006
Il mio maestro

Il mio maestro non era giovane e non era alto.
Portava gli occhiali, era calvo e pingue.
Aveva la barba bianca, gli occhi azzurri, vivissimi, e nel suo campo era molto famoso.
La sua voce e il suo sguardo ti avvincevano, ti zittivano.
Parlava lentamente, la voce bassa, più che roca felpata, le parole e i concetti si snodavano sistematici al ritmo che avresti detto di un vecchio diesel marino, lenti e già in gran parte organizzati in insiemi e sotto-insiemi.
Mentre parlava, quasi sdraiato sulla sedia – il mio maestro era statico – faceva oscillare una gamba, compulsivamente e rapidamente, in su e in giù.
Non era simpatico, non ti voleva bene, non ti diceva se il tuo lavoro era soddisfacente o meno.
Era diffidente, molto attento, spietatamente ironico, qualche volta gratuitamente cattivo, malizioso, a volte pettegolo.
La sua attenzione scattava silenziosa come la testa di un serpente velenoso, valutava in un istante l’interesse, il pericolo, la qualità di quello che si diceva attorno a lui, per lui.
Sì, perché quando era presente, tutto quello che si diceva e accadeva, si diceva e accadeva per lui, perché lui lo ascoltasse, perché gli piacesse e attirasse la sua attenzione su chi lo aveva detto, fatto.
Intelligenza fascino e potere facevano sì che nessuno restasse indifferente alla sua presenza: lui lo sapeva, ne approfittava, e usava spietatamente la soggezione che incuteva per incuterne ancora di più.
Senza darti nulla in cambio, tranne una cosa, molto importante.
Te la dava senza volerlo, cioè senza volertela dare, perché non gli interessava darti nulla e le cose, con lui, ufficialmente, funzionavano solo in un verso, cioè tu facevi quello che lui ti chiedeva: punto.
E lo facevi al meglio, affinché gli piacesse e di conseguenza ti stimasse.
Quello che il mio maestro ti dava, anzi, quello che emanava da lui, era un metodo per pensare.
Il suo metodo, per quello che ne ho potuto capire nel corso degli anni che ho passato come suo allievo e collaboratore, consisteva nello scarnificare il problema, smontandolo e riducendolo ad uno scheletro concettuale maneggiabile, per poi operarne un’analisi pezzo per pezzo, ri-costruttiva.
La prima fase, quella destruens, raggiungeva a volte risultati di un’essenzialità disarmante che sarebbe sembrata ridicola a chiunque non lo conoscesse.
Una volta, vedendoci in seria difficoltà nell’indirizzare correttamente gli studenti all’analisi funzionale in un progetto didattico di campus universitario, disse: una università è fatta di stanze grandi, medie e piccole.
Chiunque avrebbe riso della riduttività di una definizione del genere, peraltro assolutamente vera.
Noi invece ne restammo deliziati e ci servì come strumento per mettere ordine.
Questo era il suo metodo verbale, cioè quello che usava nel pensiero parlato, sussurrato.
Le sue parole scritte erano meno limpide delle parole dette.
I testi del mio maestro si presentavano compatti, riempivano quasi tutto il foglio dattiloscritto, senza uno spazio bianco, una pausa, pieni di parole con poche virgole, pochissimi punti, molte sub-ordinate, un gioco di scatole cinesi che sconfinava spesso, volutamente, nel territorio delle scritture narrative, più intuitive che analitiche.
C’era molta scuola sotto quei testi, molte letture, molte curiosità contaminanti che non riusciva a tenere fuori dal discorso.
Queste curiosità sembravano divorarlo costantemente: amava i manuali, ne aveva di tutti i tipi, su qualsiasi argomento e ricoprivano molte delle pareti dell’appartamento che usava solo per sé, come studio.
Si sapeva - soprattutto si intuiva dal suo dire e dal suo fare - che aveva subito molte ferite, del tipo che ti segna e non si rimargina mai, ma nessuno poteva dire di conoscerlo.
Morì a metà degli anni Ottanta, che non era ancora del tutto vecchio, in un’estate caldissima.
Ancora adesso penso a lui con perplessità, come ad uno dei miei tre padri.

Scritto da: tashtego a 15:48 | link | |

In galera

All’ Art. 4-bis del DECRETO-LEGGE 30 DICEMBRE 2005, N. 272, approvato ieri dal Senato della Repubblica si legge, tra l’altro:
“Chiunque (...) coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope (...) è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000.“
In queste sostanze è inclusa anche la cannabis, nelle sue varie forme.
È stato abolito il concetto di modica quantità per uso personale.
A parte la stupidità puramente repressiva di un provvedimento di questo genere, quello che più mi colpisce è il distacco dalla società reale di cui è sintomo.

Scritto da: tashtego a 15:06 | link | |

giovedì, 26 gennaio 2006
I momenti migliori di una vita

patate-fritte_1Certe volte non c’è niente di meglio di una stanza d’albergo.
Niente di meglio di una città che non conosci, dove arrivi per la prima volta, che ti accoglie con una buona stanza d’albergo, dove c’è tutto quello che ti serve ma senza lussi o graziosità snervanti.
Un’onesta, essenziale e completa stanza d’albergo è cosa rara.
La stupidità colpisce ovunque con durezza, ma pare accanirsi in particolare sulle menti di chi allestisce gli alberghi, confondendone le facoltà, attenuandone il senso dell’utile, in favore di quello dell’inutile, del dannoso.
Tuttavia non c’è niente di meglio, certe volte, che giungere in hotel sconosciuto di una città sconosciuta, nelle ore di tarda mattinata e lì scaricare il bagaglio, darsi una rinfrescata e buttarsi subito in strada per mangiare una cosa.
Spinti dalla fame infilarsi nel primo posto non proprio terrificante che si incontra nei paraggi, decisi a sfidare la sorte pur di buttare giù un boccone.
In questi momenti, che sono per me tra i migliori di una vita, immagino di volere, anzi decisamente desidero, una bistecca con patate fritte, o al massimo arrosto.
Posso spingermi fino ad accettare un contorno di verdure miste.
Il primo test che eseguo su una città, per verificare il suo grado di affinità e di accoglienza umana, consiste proprio nel consumare una bistecca con patatine fritte.
Appena arrivato in hotel mi affaccio alla finestra e penso: ecco, vediamo come sono le tue patatine fritte, oh città sconosciuta.
Penso alle patatine più che alla bistecca, perché è molto più facile trovare una buona o decente bistecca che delle buone o decenti patate fritte.
Questa è una legge generale applicabile a quasi tutto l’occidente, con l’eccezione, per la mia esperienza, della Grecia, dove invece vale il contrario esatto.
Dunque mi correggo: non c’è niente di meglio, a volte, di sedersi per pranzo sotto la pergola di una trattoria in pieno Egeo, davanti ad un piatto di patate fritte come questo qui sopra.
Tagliate abbastanza grosse, cotte nell’olio d’oliva e dorate al punto giusto, caldissime.

Scritto da: tashtego a 13:58 | link | |

martedì, 24 gennaio 2006
Nel ghiacciaio

traffico1Buongiorno a voi, cari amici
Amici: parola grossa, dai
Rallentamenti in corso
Statale del Brennero e Passo dello Spluga
Statale Adriatica: Freddo dal Polo
C’è neve a Grottammare
Rallento allora, e freno, arresto
Horiii-ehhh, horiii-ehhh, horiii-ehhh!
Lontane adesso le piogge tropicali
Sotto i raccordi cenni appena di case
Cartone, plastica, e fuochi tra l’acanto
Gente viva lì sotto tra gli arbusti
D’ailanto che puzzerebbe infimo
Ma il gelo sterilizza quasi tutto
Cicche sui cigli, fazzoletti immondi
Al professore chiediamo: professore,
Come sta il cinema italiano?
Travame sbrecciato di cemento
Sbavato di pioggia, stanco
E triste, che tiene su le rampe
Lento come un ghiacciaio viene a valle
L’ingorgo, poi risale, s’immette
Confluisce, collide con l’onda principale
Poi di corsa via tutti verso Oriente
Allegri, veloci, districàti
Sole negli occhi, vulcani all’orizzonte
Lo vedi il bianco mai contento dell’E42
Come di una città stanca di esserci
Vorrebbe sprofondare nelle sabbie
Del Tirreno, oppure in tufi etruschi
Mai è stata così prossima all’oblio
L’Urbe, che qui fugge da se stessa
Io adesso svolto a destra, ma Roma
Continua dritta ad est, verso Bisanzio.

Scritto da: tashtego a 11:19 | link | |

lunedì, 23 gennaio 2006
Milioni di abat jour

Cercavamo di uscire dalla Svizzera. Un milione di curve e di gasthaus. Attenti ai cervi, per ore. Poi finalmente l’Autostrada Tedesca in pieno controsole. Via a manetta senza più fermarsi, sui giunti di cemento: statump, statump. Tutta la notte, e solo caramelle per mangiare. Una Seicento, anche se va a palla è sempre ferma. Il nostro spazio-tempo era diverso, dilatato dalla lentezza. Il motore è come sempre freddo, sai. L’ho presa a poco prezzo conveniva, uno stock di macchine per i climi caldi, capisci? È diversa, ha freddo, qui. Lungo l’autostrada migliaia di case tedesche, milioni di abat jour accesi oltre le tendine, rigorose. Le carinerie tedesche sono disgustose quanto le caramelle. Attenti ai cervi, comunque. Alla fine l’alba alle nostre spalle e Amsterdam davanti. Il parco pieno di sacchi a pelo, immobili. Una ragazza seduta a gambe incrociate rolla davanti alla cascatella naturalistica. Cazzo, a quest’ora? L’odore del fumo si spande. Certo qui non scherzano. Dovresti avere i capelli lunghi, tu. Qui quelli coi capelli corti sono mal-visti. Che ne sai? L’ho letto. Oppure me l’ha detto l'Eliseo, uno che ci viene spesso. Guarda quello che fruga nella mondezza. Cazzo, ultimo stadio. Qui siamo al centro di tutto, o quasi: ci pensi? Have you some coin for me? Cazzo vuole questo? Soldi, hai una moneta? Spetta, sputo la caramella. Where are you from? Italy? Aaahh, Italy? Pizza, mafia, mandolino. Corna. Eh... ok, ok... all right, my friends... no problem eh? Sorry, it’s ok, ok... no problema. Se ne va: perché? Si è spaventato. Ha visto che hai sputato e ha preso paura. Ma era una caramella. Può darsi che non l’abbia vista, ha pensato che ti stavi incazzando. Te l’ho detto che coi capelli corti qui non vai bene. Passi per un fascista, per un teppista. Peccato, era un hippy coi controcazzi, quello.

Scritto da: tashtego a 13:57 | link | |

domenica, 22 gennaio 2006
Luoghi-limite

testa di vaccaQuesta scena me la trovai di fronte durante un sopralluogo in periferia, un paio d’anni fa.
Il mio mestiere mi porta spesso in luoghi–limite.
Definisco in questo modo ogni luogo che si pone lungo la frontiera di realtà, non solo fisiche, diverse – esempio: città/non-città, terra/acqua, eccetera.
Un luogo-limite è anche un posto dove qualcosa ti si rivela nelle sue condizioni più dirette, nella sua realtà più cruda e fattuale.
La testa di vacca recisa di netto, che sembrava emergere dal terreno in mezzo agli sterpi e all’immondizia, mi fece fare un salto indietro, letteralmente.
Nella periferia di Roma, tra molto altro, affiora in tutta la sua evidenza la realtà digestiva della città, il suo essere innanzi tutto un luogo dove entra cibo fresco e da cui espurgano rifiuti ed escrementi.
Gli animali vivi arrivano ogni mattina a centinaia, migliaia.
Vengono fermati al limite esterno della città per essere massacrati: legalmente nei mattatoi, illegalmente chissà dove.
Questa sembrava la testa di una vacca viva, seppellita lì per una qualche colpa.
Ti aspettavi di sentirla respirare.

Scritto da: tashtego a 19:10 | link | |

sabato, 21 gennaio 2006
Nullo die sine linea

nullo die sine linea

Scritto da: tashtego a 07:46 | link | |