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martedì, 28 febbraio 2006
Marmo barocco-1998

angelo barocco_1

Scritto da: tashtego a 23:17 | link | |

Montoya

montoyaGian Lorenzo Bernini
Monsignor Pedro de Foix Montoya, c. 1621
marmo a grandezza naturale
Santa Maria di Monserrato, Roma
Ancora più impressionante per violenza vitale è questo busto funebre, Mario.

Scritto da: tashtego a 12:13 | link | |

lunedì, 27 febbraio 2006
L'estetica del caos

Senza titolo-1 copiaLa settimana scorsa, al primo piano del Palazzo dei Conservatori, osservavo quella gigantesca scultura in marmo di Bernini, un papone assiso in trono (Urbano VIII), che fa pendant con un altro papone seduto(Innocenzo X), quasi uguale ma in bronzo, scolpito dall’Algardi e collocato sul lato opposto della grande sala degli Orazi e Curiazi.
aperta parentesi
Alessandro Algardi (Bologna 1598, Roma 1654) è un grande scultore, ma la sua figura è totalmente schiacciata da quella di Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598, Roma 1680) con il quale ebbe la sventura di co-esistere nello stesso spazio tempo, salvo campare 26 anni di meno. La storia dell’arte è piena di episodi di trascinamento – che chiamo Effetto Ringo Starr – dei mediocri da parte dei dotati (il quarto beatle era uno insignificante), ma anche di situazioni opposte, che chiamo Effetto Soccombente (dal libro di Thomas Bernhard) in cui gente molto brava non riesce ad avere lo spazio (professionale, ma anche critico) che avrebbe meritato, a causa della presenza nel loro stesso mondo di personaggi geniali, enormi, unici, che li sorverchiano. Insomma, come afferma G. Kubler (La forma del tempo. Considerazioni sulla storia delle cose, Torino, Einaudi, 1998) anche per rimanere nella storia dell’arte avere culo non guasta. Clamoroso l’effetto ringo starr nel gruppo degli impressionisti francesi, dove due mediocroni come Pissarro e Sisley ebbero fama soverchia dall’esser stati compagni di strada dei Monet e dei Degas. Ma lì gioca una parte non secondaria la volontà dei francesi di disporre di un folto gruppo di impressionisti per rafforzare l’immagine (esatta) di egemonia artistica della propria scuola su tutto l’Ottocento. Qui il discorso si fa molto interessante, quindi mi fermo.
chiusa parentesi
Quello che volevo dire è che, osservando quell’enorme pezzo di marmo in forma di papa, mi è sembrato di capire che all’arte del Bernini può applicarsi la definizione di estetica del caos.
Da un certo momento in poi nei lavori architettonici e scultorei di Gian Lorenzo compaiono e acquistano un ruolo sempre più importante le conformazioni caotiche: rocce, panneggi, capelli, forme vegetali. Nella scultura soprattutto i panneggi, che acquistano via via una plastica sempre più delirante e anti-naturalistica. Nell’architettura compaiono le rocaille, che Bernini sembra divertirsi ad inserire nelle facciate degli edifici (vedi Palazzo di Monte Citorio) in una specie di citazione del non finito, come se paraste, timpani e davanzali, fossero tratti dalla roccia, direttamente scolpiti lì per lì, dopo la posa in opera del materiale grezzo.
aperta parentesi
Da notare in proposito che questo è proprio il procedimento tecnico realmente adottato dal maestro, sia in Piazza Monte Citorio che, sopratutto, nella fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona: i blocchi di travertino furono sovrapposti e murati allo stato grezzo, per essere poi scolpiti in opera da un gruppo di scalpellini scelti e, qui e là, direttamente dalla mano di Gian Lorenzo. Scolpire il travertino è lavoro tosto e rischioso. È una pietra durissima e piena di cavità. Un blocco già messo in opera non si poteva sostituire, doveva per forza andare bene la prima. La limitata facoltà di errore della scultura, rispetto alla pittura, mi ha sempre stupefatto.
chiusa parentesi
Voglio farla breve. Parlando di barocco occorre riferirsi alla sensibilità e al pensiero del Seicento romano. Quindi quando dico caos mi riferisco alla forma naturale, cioè alla conformazione sempre diversa nella quale si manifesta ciò che non è opera dell’Uomo, nè tanto meno di Dio, ma risulta da fattori altri, secondari e non intenzionali, come appunto un panneggio, oppure una montagna, un ramo d’albero, una roccia. Dio ha creato i capelli, ma la forma di una ciocca di capelli non dipende da lui. Al massimo può risultare atteggiata dall’intervento umano, ma mai precisamente determinata. La forma umana, invece, in quanto opera diretta di Dio è appunto forma, e non conformazione. Lo stesso si può dire della forma geometrica, di quella animale, della forma architettonica, eccetera. Riassumendo: una mano è forma, una pietra è conformazione, un capitello è forma, un cespuglio è conformazione, così come lo sono le pieghe che assume un panno.
Bernini gioca costantemente con l’opposizione dialettica tra queste due fondamentali famiglie di forme: il corpo di Santa Teresa/la stoffa che lo ricopre (come impazzita), il cavallo danubiano/la roccia dei Quattro Fiumi, la mano di Dafne/le sue dita, mentre diventano rami, eccetera.
Si possono fare molti esempi: il busto di Luigi Quattordici è un delirio di boccoli e pieghe di panneggio, oltre che atteggiato ad una superbia inaudita. Bernini, già vecchio, vi coglie con precisione l’essenza dell’essere, o meglio del sentirsi, francesi.
A Palazzo dei Conservatori papa Urbano VIII è ritratto come un unico, gigantesco, greve panneggio, dal quale spuntano un volto, due mani, due piedi calzati di pantofole.
Non è uno dei suoi lavori migliori.
 

Scritto da: tashtego a 15:32 | link | |

sabato, 25 febbraio 2006
Vulcani, 1999

Scritto da: tashtego a 14:14 | link | |

giovedì, 23 febbraio 2006
3 - Oggetti urbani

DSCN1012Roma, Aurelio, febbraio 2006.

Scritto da: tashtego a 15:50 | link | |

mercoledì, 22 febbraio 2006
2 - Le solite domande

Per rb che a commento del post Le solite domande chiede, a chi c’era, qualcosa sulla quotidianità del Sessantotto.
 
Nel Sessantotto si era diversi da come poi si pensò che fossimo: quello che successe dopo ha fatto velo a ciò che accadde prima.
All’inizio dell’anno avevamo giacche e cravatte, alla fine no: molti di noi non le hanno più rimesse.
Tutto fu molto veloce, travolgente.
La quotidianità della rivolta, delle occupazioni e delle manifestazioni continue, me la ricordo eccome: l’odore di polvere, sopratutto, mescolato a quello di cristiano, il rumore di fondo, continuo: il rimbombo delle voci nei corridoi, nelle aule: i mobili accatastati ovunque ma soprattutto all’ingresso delle facoltà: il va e vieni continuo di gente, i levi’s a costine fine, i giacconi, la concitazione e la sporcizia, la carta per terra, i ciclostilati, eccetera.
Poi le assemblee, tutti i giorni, a ripetizione, le notti a picchettare le facoltà, il formarsi spontaneo di gerarchie all’interno del movimento, un sistema naturale che esprimeva leader emergenti quasi quotidianamente, l’astrattezza del linguaggio, le parolacce e le bestemmie continue, esasperate, esibite, le pecore messe a brucare dentro le sedi degli istituti, il tu a tutti, i frammenti di utopia realizzata, gli elementi di collettivismo, di leninismo, di stalinismo perfino, la violenza verbale e la stronzaggine degli stronzi - sempre presente, anche allora come ovunque - la spinta anti-autoritaria sino a quel tempo non-pensabile e non concepita, le leggende del movimento, le persone-leggenda.
L’interruzione di ogni attività didattica per mesi, l’esame politico, i comitati e le commissioni ovunque e su tutto, i gruppi che si formavano dentro-fuori le università, quelli che più tardi sparirono e dei quali si disse che erano andati “a Torino”, “a Milano”, “al Nord”, perché lì c’era la classe operaia.
Il Sessantotto, voglio dire proprio quell’anno, anzi la prima metà di quell’anno, fu sopratutto rivolgimento del linguaggio, fu una festa del dire cose non dette e soprattutto cose mai dette, di urlare l’inaudito, di bestemmiare al microfono davanti a cinquecento, mille persone, di usare il turpiloquio più spinto per dire la cosa più innocua.
Fu la difficoltà di espressione di quanto di nuovo stava emergendo, che non trovava subito posto nel linguaggio.
Ma fu anche l’uso intimidatorio - repressivo, autoritario - del dire senza farsi capire, senza voler intenzionalmente comunicare nulla di preciso: fu la furbizia e la doppiezza nelle parole di chi cercava di guidare il movimento, che spariva di colpo a fronte delle circostanze più drammatiche, ridiventando all’improvviso linguaggio naturale, in collegamento con cervello ed emozioni.
Il Sessantotto fu la festa dell’approssimazione, dell’imprecisione, della contraddizione e tutto questo si rovesciò sulla lingua che usavamo, deformandola per sempre.
La lingua che parliamo oggi, per chi non lo sa, porta ancora con sé parole fossili di quegli anni.
Alcune di queste parole, ma sarebbe meglio dire “concetti”, le vedemmo nascere.
Coloro che dicono che nel Sessantotto non successe nulla, non sanno nulla di com’erano le cose prima.

Scritto da: tashtego a 10:32 | link | |

2 - Oggetti urbani

eur_pini_2Roma EUR - Gennaio 2006

Scritto da: tashtego a 08:04 | link | |

lunedì, 20 febbraio 2006
Le forze del male

Da un certo momento in poi, ogni dente, ogni capsula e corona, ogni lavoro pregresso diventa un atto di resistenza, un presidio da tenere a tutti i costi, da difendere contro le forze del male e del tempo. Non ricordi più, non sapresti dire cosa è “vero” e cosa è “falso” nella tua bocca, sempre che sia accettabile usare la parola “vero” come sinonimo della parola “vivo”. Questi dentisti sono bravi rifanno resine e porcellane perfette che anzi le preferiresti, se solo si potesse sostituire tutta questa accozzaglia di entità viventi, bislacche, piene di buchi murati di mastice, se solo si potesse dicevo mettere al loro posto cose inerti, unità operative metalliche e inossidabili, immuni dalla contaminazione del cibo, indifferenti alla putrefazione dei suoi residui negli interstizi tra dente e dente, inattaccabili da batteri zuccheri placche, denti come quelli che ornano le bocche costruite a scatole cinesi di Alien, che fuoriescono come tanti cassettini sbavanti, uno dentro l’altro, e presentarsi dal dentista con questa roba come bocca mentre lui dice “apra” tu sfoderi quell’apparato micidiale e gli dici “adesso cura un po’ questa roba, guarda un po’ cosa puoi farci con quel trapano, chiedimi ancora soldi, dai, dai”.

Scritto da: tashtego a 19:50 | link | |

venerdì, 17 febbraio 2006
Le solite domande

Ieri sera Raitre si perse l’ennesima occasione di trattare decentemente il tema Sessantotto.
Per il nervoso che mi procurava non l’ho nemmeno visto tutto, il programma La grande Storia.
La questione cruciale del problema Sessantotto, per come lo vedo io, è di natura interpretativa.
Mentre il problema della sua narrazione sta nella sbalorditiva concomitanza di una quantità di fenomeni socio politici di natura affine, e tuttavia ben distinta, che si dispiegano in tutto l’Occidente in un breve lasso di tempo.
La difficoltà di narrare e il rischio di sbagliare impostazione dunque sono alti.
Astenendosi dal riferire almeno le letture storiche principali si rischia la pura elencazione fenomenica: successe questo e quello, e poi così e così, eccetera.
Introducendo nel discorso elementi d’interpretazione si rischia la superficialità e la parzialità, quando non la tendenziosità.
In Italia il Sessantotto soffre di una sindrome analoga a quella della Russia sovietica: una specie di condanna storica a priori che fa velo ad ogni buona discussione e approfondimento (ultimo esempio, la puntata de l’Infedele dedicata alle memorie della Rossanda).
Oltre alla destra, che ne da una lettura tutta tesa a dimostrare che fu un tutt’uno con Comunismo e Terrorismo (altro fenomeno che, per fretta di condanna, soffre di carenze di lettura), il Sessantotto è inviso alle generazioni successive, che accusano i sessantottini di aver costituito una ramificata lobby di potere, di rompere il cazzo su quanto loro erano rivoluzionari, eccetera.
Nessuna di queste due letture è, per esempio, completamente sbagliata, anzi, ma tutt’e due sono fortemente incomplete.
Le interpretazioni sono moltissime: c’è chi afferma che fu un momento necessario di ristrutturazione capitalistica e chi lo vede come un tentativo epocale, planetario, di mutare non solo la natura della Storia, ma anche la stessa natura umana.
In ogni paese il Sessantotto fece storia a sé, declinandosi e diversificandosi a partire dalle culture locali, politiche e non, in un quadro generale che vedeva alcune nazioni sviluppare il fenomeno dell’opposizione giovanile a partire da contraddizioni endogene e altre che invece ne rimanevano contagiate: certamente la situazione degli Stati Uniti alla fine dei Sessanta non assomigliava proprio a quella dell’Italia, eppure c’è chi afferma che vi fu contagio, ma che qui le cose presero subito tutta un’altra piega.
Naturalmente in Francia ne presero un’altra ancora, eccetera.
La domanda cruciale per me resta:  perché, attorno alla metà dei Sessanta, cominciò tutto ciò?   

Scritto da: tashtego a 12:04 | link | |

mercoledì, 15 febbraio 2006
Oggetti urbani

queens_2004Queens, NYC, agosto 2004

Scritto da: tashtego a 18:14 | link | |