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venerdì, 31 marzo 2006
Il nostro premier

Il video e' stato cancellato dallo spazio su Splinder

Mi arriva stamattina questo messaggio, con video allegato: for anybody who doesn't know, this guy is the current prime minister of Italy. And he is actually the first prime minister to remain in power for the all 4 years mandate since the history of the Italian Republic.

Aggiornamento delle ore 15,00: naturalmente si tratta di un falso, come mi è stato riferito poco fa. Ho creduto (ho voluto credere) subito che fosse vero. Per due motivi. Perché è credibile. E perché il mio odio per il personaggio in questione mi faceva trarre una specie di piacere desolato da questo video. Si tratta in realtà di fiction, pare di origine tedesca, con un sosia nei panni del premier.

Scritto da: tashtego a 13:34 | link | |

giovedì, 30 marzo 2006
Le madonne stilizzate

img3592Circa la domanda sull’inadeguatezza del moderno quando è chiamato ad esprimere il sacro, direi che è più vero per le arti di figura che per l’architettura, Mario.
Voglio dire che l’architettura moderna ha prodotto un certo numero di edifici significativi, come la chiesa di Ronchamp, il convento e la cappella de la Tourrette, di Le Corbusier, per citare solo i più conosciuti.
I motivi della migliore tenuta dell’architettura contemporanea in questo campo - la chiesa di Meyer a Roma, metti, o gli edifici sacri di Tadao Ando, di Louis Kahn, eccetera – probabilmente risiedono nel fatto che, per un edificio, il compito di esprimere il sacro è più facile.
Uso la parola “sacro” senza disporre al momento di una definizione esatta, che pure servirebbe.
L’architettura a pensarci bene è sempre stata sin dall’inizio un’arte astratta, i cui significati non hanno bisogno di un referente naturale, costruendosi invece secondo modalità logico-espressive quasi del tutto interne alla disciplina.
L’architettura di una chiesa in fondo ha gli stessi problemi di firmitas, utilitas e venustas di qualsiasi altro edificio, con la differenza del doversi prendere cura del suo abitatore temporaneo, non solo sotto il profilo del comfort, ma anche di quegli speciali sentimenti religiosi che lo conducono lì.
Una chiesa è una capsula emozionale che usa essenzialmente la luce per realizzare i propri scopi di parziale de-privazione sensoriale, come richiesto da ogni liturgia e raccoglimento e meditazione.
La chiesa esclude momentaneamente il mondo - ex cludere: lo chiude fuori – lasciandone filtrare solo alcuni fenomeni, come la luce.
Le figure sacre che popolano la chiesa contemporanea stanno invece nelle peste: di solito si dice che sono “stilizzate”, vale a dire slungate e filiformi, oppure solo accennate, alluse, come se fosse impossibile oggi – e di fatto lo è – raffigurare una Madonna, un Cristo, un San Giuseppe, eccetera, nei termini diretti di un tempo.
Notavo con un certo disagio, per esempio, il Crocifisso “stilizzato” che sormontava il pastorale di Giovanni Paolo II, come se per certi temi fosse impossibile un aggiornamento, una reductio all’oggi, a quello che sentiamo di essere, ammesso che se ne sappia qualcosa.
Ci torno su.

Scritto da: tashtego a 14:08 | link | |

mercoledì, 29 marzo 2006
La santa di coccio

DSCN1018Sempre in santa Maria in Campitelli, la stessa chiesa dell’angelo barocco e della signora morta che ti guarda risentita dal buio, ho fotografato questa statua, in terracotta dipinta, suppongo.
Non so chi rappresenti.
Ha un crocifisso in mano, il modellato è elementare, l’atteggiamento è patetico, la colorazione ricorda un cartoon.
È una cosa palesemente moderna, probabilmente scolpita in questi anni, immagino acquistata da catalogo, rozza.
Mi piacciono queste statue contemporanee, molto colorate, che si vedono un po’ dappertutto nelle chiese fuori mano di provincia e sugli altari secondari di quelle moderne, ma non posso negare che, rispetto alla tradizione dell’arte sacra occidentale, siano di qualità veramente infima.
Un mistero dell’umanità, mai davvero studiato da nessuno, che io sappia, e tuttora irrisolto, è la degradazione dell’arte e dell’architettura sacre che sopravviene, metti, dalla seconda metà dell’Ottocento in poi: pochissimi gli edifici di qualità, pochissime le opere non kitsch e quelle degne di rilievo.
Sembra che i linguaggi contemporanei si rapportino al sacro nella modalità dell’anti-materia con la materia.
Il confronto tra l’angelo barocco, che ho postato qualche giorno fa, e questa statua, è desolante.
E, a guardare con attenzione, c’è molto più lavoro, "stile" e mestiere nella decorazione secentesca che si vede dietro la statua, che nella statua stessa.
Perché la cultura moderna occidentale non riesce ad esprimere la figura del sacro?

Scritto da: tashtego a 10:08 | link | |

lunedì, 27 marzo 2006
Storie del Viadotto: l'uomo in nero

F1000017Ho già scritto di quest’uomo.
La rampa che sale, puntando a raccordarsi col Viadotto in un modo che non puoi capire bene, piega decisamente sulla destra e riscende abbracciano i campi sportivi e la pista di pattinaggio a rotelle.
Lui sta lì, su quel marciapiede un po’ scarrupato, pieno di erbacce.
Sta in piedi, rivolto verso la strada, fermo.
Oppure lo vedi un po’ più in là, che sbircia attraverso la siepe i ragazzini che pattinano.
Sembra un nearderthaliano.
Capelli neri, di laniccia talmente sporca da sembrare solida.
Lo stesso per la barba.
Dal rapporto di vicinanza tra mento e naso direi che non ha più un dente in bocca: eppure è abbastanza giovane.
Le scarpe che porta sono aperte davanti come quelle di un clown e lasciano intravedere le dita rosse dei piedi.
Gli abiti di quest’uomo sembrano quelli di Robinson Crusoe, stracciati e primitivi, talmente sporchi che non riesci a capirne la consistenza.
Se piove si mette in testa un pezzo di plastica, a volte una busta.
Complessivamente fa l’impressione di un pagliaccio, ti aspetti una cosa comica, una capriola.
Invece sembra serio e compreso di questo suo stare lì, sempre in piedi, in totale solitudine, a presidiare la curva di uno svincolo.
In mano ha sempre qualcosa di sfasciato e lercio, di solito quello che sembra un pezzo di polistirolo smozzicato.
Non ostante tutto sembra ben nutrito.
Si è scelto questo luogo, totalmente inabitabile e privo di ogni significato, perché qui a piedi non passa nessuno.
Dunque nessuno lo disturba e lui va avanti così da anni, come una statua vivente. 

Scritto da: tashtego a 19:09 | link | |

sabato, 25 marzo 2006
Farsi una bella gita

chiese & coseMi arrivano questi dépliant, in continuazione.

Due volte, questa settimana.

Finisce che una volta ci vado.

 

Scritto da: tashtego a 11:28 | link | |

Angelo

DSCN1017Dal buio, forse di un’altra cappella, emergeva questa figura.

Scritto da: tashtego a 07:40 | link | |

venerdì, 24 marzo 2006
Nel buio

DSCN1016Sono capitato lì qualche giorno fa, mentre passeggiavo con un amico.
Sta nel buio di una cappella di Santa Maria in Campitelli, a Roma.
Quando ti appoggi alla balaustra ti guarda.
Tiene in mano un messale, un libro.
Sarà morta da almeno trecento anni.
Non ho letto chi sia e nemmeno so chi ha scolpito il suo monumento.
La foto è un po’ sfocata.

Scritto da: tashtego a 17:31 | link | |

giovedì, 23 marzo 2006
La città che sale

DSC02441
Dubai, dicembre 2005
(foto di E. Castellano)
La città contemporanea del mondo non-occidentale sviluppato, o più semplicemente ricco, sta declinandosi in questo modo.
Una sorta di iper-modernità in cui i modelli occidentali si manifestano in modo che direi manieristico.
Le caratteristiche più evidenti della città americana - come l’ipertrofia degli spazi, il verticalismo, l’individualismo architettonico, la strada come mezzo di comunicazione di massa, eccetera - vengono riprese e accentuate in modo estremo.
Il risultato ci appare da un lato caricaturale, mentre dall’altro assomiglia alla città vagheggiata dalla science fiction nel corso della prima metà del Novecento.
Dunque per certi versi si tratta di un modello vecchio.
Per questo lo definisco manierista.
A Dubai, dove non sono mai stato, non c’era praticamente nulla, tranne qualche pre-esistenza storica che è stata completamente soverchiata dalla volontà di esibirsi nel nuovo, nel moderno.
Eppure si tratta di un paese islamico.
Edifici come quelli nella foto possono esistere ed essere abitati solo a patto di un grande dispendio di energia: ciò è tanto più vero in un luogo desertico come Dubai.
A Shangai il fenomeno è moltiplicato per mille.
Il conflitto che sta sotto tutto questo è immane, sta travolgendo le vite e la cultura di milioni di persone, travolgerà a breve anche le nostre e tra pochi anni l’intero Pianeta.

Scritto da: tashtego a 14:26 | link | |

mercoledì, 22 marzo 2006
Versi-01

Sto riposando al sole,
e, solo, non ti penso,
che già questo riposo
è seria sofferenza.
Tanto qualcuno,
sopra qualche spiaggia,
ha già tirato a riva
l'amore nostro morto.
Magari ha detto:
è grande
e come puzza il mostro.
(1982)
*
Ora per noi Universo è circoscritto
da infissi di alluminio anodizzato
vetrate che trattengono l'odore
di fritto misto e piatti misto-mare.
E' proprio mare questo qui davanti
con onde spiaggia l'orizzonte e tutto.
In fondo all'orizzonte e dietro ad esso
si stende il mondo delle terre emerse
e delle vaste istituzioni d'acqua.
Lascia che il mondo si spanda oltre noi due
e che ci intrida del suo odore il fritto
già imbrattati d'amore come siamo.
(1983)
*
Se il mare permane com'era
l'altr'anno nel Dodecanneso.
Se ancora fumasse laggiù
sotto i colpi del vento.
Se presso la riva nell'ombra
traspare tuttora quell'acqua carnosa.
Se nudo quell'acqua volesse
ancora una volta abbracciarmi
leccandomi esperta,
anch'io ci starei.
(maggio 1994)

Scritto da: tashtego a 14:33 | link | |

martedì, 21 marzo 2006
I relitti del tempo

Spendo due parole sui relitti del tempo, cui mi riferivo nell’eseguire il vecchio disegno che ho postato ieri: Lacerto con frecce.
Roma, come tutti sanno, è piena di questa roba a tal punto che alla fine può darti il volta-stomaco.
Andy Warhol disse una volta che “Roma è quello che succede quando non si butta via niente”.
Credo sia una definizione esatta, ma non è di questo fastidio per l’archeologia che voglio parlare.
Voglio parlare dei lacerti e di come su di essi si possano leggere fasi diverse di conferimento di valore.
Sovente si vede bene che, in un intervallo temporale più o meno lungo, di solito medievale, un oggetto d’arte antico può aver subito un uso utilitario, nella più totale non-curanza del suo valore estetico.
Queste fasi spesso danneggiarono i pezzi, ma ancora più spesso li caricarono di significati e valori aggiunti, preziosi, che concernono la percezione del tempo e delle modalità secondo cui sono giunti sino a noi.
Nel disegno Lacerto con frecce volevo descrivere un immaginario frammento decorativo tramandatoci da remote epoche classiche, danneggiato da un misterioso uso successivo per chissà quale funzione (i buchi e l’area tassellata) e poi, in epoca di recupero antiquario, ritornato ad uno status estetico (le grappe che lo ricompongono).
Ma lo status estetico finale, cioè quello di oggi, non è certamente paragonabile a quello di partenza, perché si è caricato di quello che Alois Riegl chiamava il “senso del trascorrere” (A. Riegl, Il culto moderno dei monumenti) che forse sta alla base di ogni gusto antiquario.
Che non è gusto dell’antico, ma gusto del tempo trascorso e informa di sé la teoria del restauro: ogni restauro, si sa, non deve cancellare il tempo, ma casomai restituirlo.
Non sono sicuro di condividere questo assioma.
Riegl scriveva che l’uomo moderno “si rallegra del divenire e del trascorrere”.
Significa che in ciò che è appena fatto vuole leggere il nuovo e nel vecchio vuole percepire il tempo trascorso, senza che ci sia alcun tipo di reciproco travestimento e scambio.
Questa, che oggi è una sorta di etica condivisa, ha finito per informare tutto l’ambiente contemporaneo.
Ma non è sempre stato così.
Spesso nel passato il nuovo si travestiva da antico e viceversa.

Scritto da: tashtego a 15:30 | link | |