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domenica, 30 aprile 2006
Uova

DSCN1122Ho trovato in campagna un nido in terra e dentro c'erano queste due uova, piccole, di colore verde-blu picchiettato di nero. Quale uccello fa uova così?

Scritto da: tashtego a 12:44 | link | |

mercoledì, 26 aprile 2006
Il bovarismo delle Soprintendenze

arapacis_image6Il provincialismo è una brutta malattia.
Ti fa deprezzare tutto quello che fai, che sei capace di produrre da te, in favore di ciò che proviene da un altrove al quale nel tuo immaginario hai riservato un ruolo di rango superiore al tuo.
Il provincialismo è una sorta di bovarismo culturale di massa e ha effetti alla lunga devastanti.
Provincia non è un luogo dove non arriva niente, ma, al contrario, è un luogo dal quale non proviene niente.
Provincia è un buco nero che assorbe tutto senza restituire nulla.
Un buco nero depresso e litigioso, quale esattamente siamo noi, in questa fase storica che dura da qualche decennio.
Provincia presuppone il riconoscimento di un Centro, vero o apparente che sia, purché sia fuori, lontano, oltre il recinto.
Una cultura è provinciale quando non riesce a darsi i propri valori, quando non arriva più a riconoscerli, quando accetta acriticamente quelli stabiliti altrove.
Sei importante presso i tuoi, solo se diventi importante presso il Centro, solo se da qualche altra parte dicono che sei bravo.
In provincia, senza una vidimazione centrale, nessuno ha speranza di veder riconosciuto adeguatamente il proprio lavoro, la propria opera.
Ma una volta ottenuta, questa vidimazione diventa un passepartout efficacissimo che produce una iper-valutazione totale, che rende potentissimi al di là di ogni ragionevole merito, che schiaccia ancor di più contro le pareti del recipiente-provincia tutti quelli, la maggioranza, che ne sono privi.
Insomma: il nemo profeta in patria funziona ancora a pieno regime.
La cultura di un paese paga caro il suo provincialismo.
Il nuovo complesso dell’Ara Pacis a Roma è frutto, in ultima analisi, del provincialismo.
Chiamare l’architetto americano senza preoccuparsi di fare un concorso e senza considerare che Richard Meier fa ovunque lo stesso progetto - a Los Angeles come a Barcellona o a Stoccarda, declinando da decenni lo stesso linguaggio un po’ fatuo, astratto e attardato nelle certezze di una sorta di modernismo citazionista di derivazione lecorbuseriana – è perfetto provincialismo bovarista.
A domande diverse, poste da luoghi circostanze culture diverse, Meier risponde più o meno sempre con la medesima intonazione, con gli stessi moduli pre-confezionati e auto-referenziali. Naturalmente ogni tanto azzecca un progetto, perché è dotato e possiede il mestiere, che esercita talvolta con una sorta di efficace poesia autistica.
A Roma ha costruito la chiesa di Tor Tre Teste prendendo spunto evidente dalle sculture dell’amico Richard Serra: è un edificio interessante, forse un capolavoro, ma non l’ho ancora visitato e non mi pronuncio.
Aggiungo che Meier è, nello star system internazionale dell’architettura, una personalità molto identificabile e quello che si vuole da lui è esattamente che resti uguale a se stesso, che cioè faccia progetti “alla Meier”.
A questo architetto è stato commissionato tout court un progetto molto delicato.
Non mi ci dilungo, ma i dati del problema Ara Pacis sono complessi, soprattutto se li si considera non disgiunti da quelli dell’area di Piazza Augusto Imperatore e del Lungotevere: lui si è limitato a svolgere un affrettato compitino “alla Meier”.
Qualunque altra cultura non provinciale, invece di affidarsi ad un’auctoritas autenticata dal Centro, avrebbe istruito il problema, ci avrebbe lavorato su, circoscrivendo il campo delle scelte, e poi avrebbe indetto un concorso internazionale in più fasi, attorno al quale si sarebbe innescato un dibattito pubblico tra tutti i soggetti interessati, i cittadini, le istituzioni della città, eccetera.
Non si capisce bene a cosa servano la cultura e le istituzioni democratiche di una città, se non a decidere anche, soprattutto, su scelte di questo tipo.
Invece no: imposto in modo autoritario è arrivato Meier, ha fatto un progetto mediocre e superficiale che, salvo qualche dettaglio, le Soprintendenze - sempre per sindrome da provincialismo cronico - si sono affrettate ad approvare.
Sono convinto che a qualsiasi architetto italiano che si fosse azzardato a proporre un progetto simile sarebbero state mozzate le mani e i piedi - so bene di cosa parlo.
Così il luogo, già storicamente martoriato nel suo assetto settecentesco dagli interventi tardo-ottocenteschi e fascistici - demolizione del Porto di Ripetta, costruzione del Lungotevere, demolizione dell’area urbana attorno al Mausoleo di Augusto, con l’isolamento del monumento e la realizzazione di una piazza nata morta (planimetria a destra) -, ha ricevuto un colpo ulteriore, apparentemente irreversibile.

Scritto da: tashtego a 12:43 | link | |

lunedì, 24 aprile 2006
3-L'ultima estate dello sparring partner

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Scritto da: tashtego a 21:12 | link | |

domenica, 23 aprile 2006
2-L'ultima estate dello sparring partner

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Scritto da: tashtego a 08:35 | link | |

venerdì, 21 aprile 2006
L'ultima estate dello sparring partner

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Scritto da: tashtego a 08:27 | link | |

giovedì, 20 aprile 2006
Ritroviamo l'identità nazionale

Sarà una cosa banale e sdata, ma io rivoglio la DC.
Voglio dire che mi sono convinto che il mio paese può essere governato solo dalla DC.
Dalle ultime vicende politiche, dal referendum sulla fecondazione assistitita, eccetera, ma soprattutto in questa tornata elettorale è parso chiaro un dato: l’Italia è un paese cattolico (non particolarmente osservante, ma di etica e sentimento cattolici) di centro-destra - nel termine cattolico si annida una serie di dati identificativi nella quale non mi inoltro, ma che è molto importante.
Ora questo paese cattolico di centro-destra è privo da 13 anni di un partito cattolico di centro-destra.
Sulle ragioni di questa assenza non mi soffermo, ma l’assenza mi pare evidente.
Frammenti di partito cattolico di centro-destra si aggirano spaesati nei due poli contrapposti senza riuscire davvero a contrapporsi e a distinguersi tra loro.
Che differenza c’è tra Mastella e Casini e Marini e De Mita?
Poche: sono più le somiglianze delle differenze: eppure alcuni stanno di qua e altri di là.
Inutile illudersi di far crescere la società su valori di condivisione civile e laica, sul senso di responsabilità individuale verso lo Stato, sul superamento del “familismo amorale”, dell’egoismo e della diffidenza, eccetera.
Inutile anche cercare di spostare, anche di poco, il sentire di questo popolo verso sinistra, cioè anche solo verso una coscienza e una sensibilità sociali, mica il comunismo, certo.
Senza la DC la maggioranza cattolica di centro-destra si è buttata nelle braccia del primo albertosordi nel quale si poteva vagamente riconoscere e l’ha imposto all’intero Paese.
Nell’ultima campagna elettorale è stata strenuamente inseguita dai due contendenti, in un crescendo di promesse di abbassamenti e abolizioni insensate di tasse: in questo modo tutto si è deformato, i ruoli si sono confusi, le differenze attenuate in una medietà desolante, priva di qualsiasi visione e/o progetto per il futuro: tutto per non spaventare la maggioranza cattolica di centro-destra.
Allora io nel mio piccolo dico che compito di ogni laico, de sinistra e non, dovrebbe innanzi tutto essere: ridare la DC a questa maggioranza orfana.
Così staremmo tutti meglio.
Ognuno riprenderebbe il suo ruolo: la destra farebbe la destra e la sinistra farebbe la sinistra, invece di sgomitare tutt’e due al centro.
E si governerebbe, a seconda dei risultati elettorali, in avvicendarsi di coalizioni di centro-destra e centro-sinistra aventi come perno la DC.
Come ai vecchi bei tempi.
Provare a cambiare il Paese è uno sforzo inutile, tanto vale riconoscerlo.
Occorre cioè riconoscere che il tentativo laico e progressista di modernizzare e secolarizzare l’Italia è storicamente fallito: allora è meglio che si riformi la DC con la quale poi allearsi, trattare e salvare il salvabile.
Senza contare che la DC fu sempre scuola di politici di razza, grandi mediatori e sepolcri imbiancati.
Un tempo li aborrivo, ma oggi mi appaiono figure gigantesche, a fronte dell’albertosordi-con-televisioni-e-soldi che la fa da padrone.
Viva la DC.

Scritto da: tashtego a 10:23 | link | |

mercoledì, 19 aprile 2006
Tovarich Ricucci

Io sto con Ricucci, contro il Salotto Buono.
Ci sono un po’ di cose nella vicenda Ricucci che mi danno fastidio, e non da oggi.
Premetto che non sono riuscito a capire cosa ha davvero fatto Ricucci, nè quali siano le sue colpe, cioè il motivo per il quale oggi è in galera.
Faccio molta fatica a capire il linguaggio economico & finanziario (OPA e scalate, eccetera), in più mi dà sui nervi l’economicismo imperante ovunque, come se di fronte alle “leggi dell’economia” la politica e qualsiasi altra istanza, umana e non, scomparisse, priva di senso.
Non credo esistano, le leggi dell’economia.
Credo esista l’avidità, che è esattamente la cosa che la politica dovrebbe combattere o almeno temperare.
Mentre oggi, uno qualsiasi dei soldatini del capitale, in completo antracite, con pizzo, testa rasata, occhiali neri fascianti e microfono cellulare all’orecchio, che incontro al self service dell’EUR, ti viene a dire a parole sue che l’avidità è un bene, perché “fa girare l’economia” ed esattamente per questo motivo lui è “liberista”, eccetera.
Sto divagando, torno a Ricucci.
Ora, ripeto, Ricucci non so che ha fatto, ma la sua vera colpa, a leggere i giornali, e non da oggi, è che è burino.
E un burino non deve nemmeno di pensare a comprarsi il Corriere della sera.
“L’odontecnico di Zagarolo che voleva scalare l’Italia”, titola La Repubblica.
Dove la notizia, peraltro arci-nota, è che Ricucci è un “odontotecnico”, per di più “di Zagarolo”, luogo burino quasi per antonomasia, soprattutto dopo il famoso film di Ciccio e Franco che facevano il verso a Bertolucci.
Secondo me si tratta di razzismo allo stato puro.
È vero Ricucci è brutto, e pure burino, e ha sposato una bonona di regime, molto andante, anche lei burina.
E allora?
È vero, quella faccia dall’occhio sornione, i lineamenti spessi, il sorrisetto beffardo, da impunito, i capelli lunghi e pesanti d’unto, eccetera, non è simpatica.
E allora?
È simpatico Calderoli?
Castelli è simpatico?
Si dica chiaramente che Ricucci era troppo burino per mettere piede nel “Salotto Buono” della finanza italiana, che sembra avere l’unico merito di aver “almeno” ereditato quattrini, imprese, eventuali lignaggi.
Si dice: dove vengono i soldi di Ricucci?
Allora io rispondo: da dove vengono i soldi del Salotto Buono?
Eh?
Aggiungo che il governo uscente era pieno di personaggi in confronto ai quali Ricucci finisce per piacerci.
Il dentista Calderoli che rifà la legge elettorale.
L’ingegnere Castelli che fa il ministro di Grazia e Giustizia.
L’ingegner Lunardi che si auto-appalta i lavori pubblici.
Il Presidente del Consiglio che fa le corna, canta stornelli, eccetera.
E tutta una frotta di insipienti, ignoranti, arroganti, volgari, razzisti, affamati di soldi e potere che gravita attorno a lui.
Di fronte a questa gente, io sto con Ricucci e la sua dolce metà, perché hanno creduto per una breve stagione di poter essere anche loro dentro al Grande Gioco, magari dando una mano proprio a Berlusconi - al solo pensiero di prendersi il Corriere lui comincia di sicuro a sbavare come un cane di Pavlov – ma è andata male.
Ora dicono che era solo un odontotecnico di Zagarolo.
Allora io dico che sto con gli odontotecnici di Zagarolo contro il Salotto Buono della finanza italiana.
Tovarich Ricucci. 

Scritto da: tashtego a 16:14 | link | |

sabato, 15 aprile 2006
A Kandri per sempre

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Scritto da: tashtego a 09:39 | link | |

giovedì, 13 aprile 2006
La cornacchia

Sono un volontario, un cercatore di frammenti.
Ho seguito un apposito corso.
Mi hanno insegnato cosa fare e come vanno di solito queste cose.
Cioè dove finiscono i pezzi della gente dopo l’esplosione.
Dimenticavo di precisare: sono un cercatore di frammenti umani.
Ci dobbiamo presentare con le nostre tute e gli strumenti di lavoro sul luogo di un attentato: dopo che il personale sanitario ha finito, entriamo subito in azione.
Di regola dobbiamo essere anche armati di pistola.
Cerchiamo i pezzi di corpo umano proiettati lontano.
Dobbiamo farlo con cautela e secondo regole precise, perché dopo di noi vengono gli investigatori e i reparti scientifici: bisogna inquinare il meno possibile.
Ma io dico che dopo un’esplosione, quando trovi tutto mischiato con tutto, il concetto di inquinamento lascia un po’ il tempo che trova.
Finiscono nei posti più impensati, sapete.
Sugli alberi, oltre i muri di cinta dei giardini, attaccati ai soffitti, schiacciati sulle pareti anche a sei, sette, metri di altezza.
Talvolta più in alto.
Sui balconi delle case, dentro le case, sui letti, sulle poltrone, sul pavimento.
Persino una volta dentro la tazza di un cesso trovammo un avambraccio femminile, con un anello di fidanzamento al dito.
L’anello sparì nel trasporto del reperto: era forse l’unico oggetto che ne avrebbe permesso la ricomposizione (riconciliazione?) col corpo di appartenenza.
Sono cose che capitano, sapete.
Un pezzo di corpo umano può finire persino su un tetto, l’abbiamo imparato da poco.
Dunque saliamo quasi subito sui tetti, ispezioniamo le terrazze e tutto il resto.
Può succedere che qualche brandello di persona finisca per macchiare di sangue la biancheria stesa.
Una volta Moshe, mio amico e cercatore di frammenti umani come me, salì su uno di questi terrazzi condominiali e vide il sangue che rigava un lenzuolo bianchissimo, nel sole.
E vide la carne umana sulle marmette di cemento di questo terrazzo.
Era una delle sue prime volte.
Si sedette sentendosi svenire e cominciò a piangere senza freni.
Poi all’improvviso noi che eravamo in strada lo udimmo urlare a squarciagola cose incomprensibili e in modo così disperato che subito salimmo di corsa lassù e lo trovammo che stava contendendo ad una grossa cornacchia un brandello d’uomo, un bel pezzo di carne rossa.
Non era la prima volta che accadeva.
Ma di solito a fuggire via con pezzi d’uomo in bocca sono cani e gatti.
Degli uccelli, al corso, nessuno aveva fatto cenno.
Uno di noi perse la testa, tirò fuori la pistola, sparò alla cornacchia e prese in pieno Moshe alla mano destra.
Moshe mollò subito la presa, la cornacchia si tenne il pezzo di carne e volò via.
Quello con la pistola seguitò a spararle dietro finché non si esaurì il caricatore.
Né a Moshe, né a quello con la pistola, è stato più consentito di fare questo lavoro.

Scritto da: tashtego a 14:19 | link | |

martedì, 11 aprile 2006
Farsi quattro carciofi

Sagre.carciofiInizio. Comprare quattro bei carciofi romaneschi, chiatti e paccuti, chiusi come boccioli, con le foglioline apicali ben compresse e strette le une contro le altre. Costano meno di un euro l’uno. Prendere della mentuccia. Andare a casa. Tirare fuori i carciofi dalla busta del supermercato e cominciare a lavorarli con attenzione. Serve un bel coltello che tagli, manico comodo. Prima i gambi, poi le foglie, una ad una finché non compaiono quelle più tenere, gialle e rosso granata. A quel punto via il gambo e via la punta del carciofo. Un taglio netto mezzo centimetro prima della linea sfumata di passaggio dal rosso al giallo. Coi carciofi occorre una certa dose di spietatezza: via le foglie dure senza esitazioni. Poi nell’acqua limonata, perché non anneriscano d’ossido. Tirarli fuori di nuovo, forzarne con le dita le foglie strette tra loro, introdurvi mentuccia, forse aglio, adagiarli a testa in giù nella pentola, assieme ai pezzi di gambo, versare un bicchiere abbondante d’acqua, un po’ di sale e coprire con olio di oliva extra-virgo: chiudere col coperchio e cuocere a fuoco lento per 45 minuti, almeno, fino al consumarsi complessivo dell’acqua, fino allo sfrigolare dell’olio, all’imbrunire delle teste. Fine.

Scritto da: tashtego a 21:36 | link | |