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mercoledì, 28 giugno 2006
La verità del campo

La smorfia di dolore super-mantecata. Il tuffo sul prato, ma solo qualche istante dopo che è avvenuto il contatto. Le mani sullo stinco, sul ginocchio. Le mani sulla faccia: il dolore è terribile, mostruoso. Si rotola sull’erba più volte in un senso, poi nell’altro, le mani sempre in faccia. Oppure giace qualche istante come morto. Poi a bocca aperta si preme le mani sulla coscia o la caviglia. Lo portano fuori in barella. Gli spruzzano chissà cosa sulla parte offesa ed ecco che ringalluzzisce, saltella, poi si ricorda che deve zoppicare un poco e rientra in campo zoppicando un poco. Ma dopo qualche secondo ritorna a giocare. Il dolore mostruoso di due minuti fa è scomparso. Eccetera: che noia.
Dave Eggers, nel numero del 16 giugno scorso di Internazionale, scrive che uno dei motivi principali di disinteresse degli americani per il gioco del calcio è il ruolo spesso decisivo che vi ricopre la simulazione. Eggers sostiene che nel football, nel baseball e nel basket, con la parziale eccezione del basket, la simulazione non è in pratica possibile, per cause per così dire strutturali: “gli americani potranno essere in genere arroganti” ma hanno una caratteristica “ed è quella di aborrire in maniera assoluta i simulatori di falli in area”. Provo anch’io un senso di grande fastidio di fronte alle continue simulazioni di tragedia sul campo di calcio. E provo anche imbarazzo per la palese commedia. Ma come, non lo vedono tutti che sta fingendo? Il colpo magari c’è stato, ma la reazione è esagerata, pompata: al rallentatore si vede benissimo. Eccetera: cheppalle.
 
In realtà non sono completamente d’accordo con Eggers.
Il difetto del soccer non è la simulazione, ma la sua organicità al gioco stesso. Scopo della simulazione è fare pressione psicologica sulla decisione arbitrale, ingannare l’arbitro per creare un precedente, strappare lì per lì una punizione, un rigore, un’ammonizione, un’espulsione. Obbiettivo del simulatore è ottenere vantaggi di natura extra calcistica, come ridurre il numero degli avversari, il più possibile.
Difetto principale del calcio è il potere assoluto dell’arbitro che ha facoltà di determinare il risultato molto di più di qualsiasi giocatore in campo, anche del più bravo. Chi gioca la partita lo sa e dunque il suo lavoro non è solo nel manovrare per costruire gioco, per cercare lo spazio del tiro o del passaggio vincente, ma anche nel “procurarsi” una punizione, nel farsi vedere dall’arbitro mentre rotola platealmente a terra e si contorce tra gli spasimi della sofferenza, magari solo per fermare il gioco, per “spezzarlo” e far prendere fiato ai compagni.
 
Si dice che tutto questo è il calcio, si dice che fa parte del gioco.
Cioè si dice che la svista arbitrale, la simulazione di fallo, e tutti gli altri trucchetti ridicoli, che si vedono benissimo al primo ralenti ri-proposto dalla tv, sono parte integrante del calcio.
In pratica si dice che il campo di calcio non è un luogo dove due squadre si affrontano rispettando “dal di dentro” le regole di quel gioco, avendole cioè interiorizzate, ma un luogo dove si tenta ad ogni istante di trasgredirle senza essere visti dall’arbitro.
Se infatti mentre commetti una scorrettezza ti vede tutto lo stadio e tutti i telespettatori del mondo, ma non ti vede la terna arbitrale, tu, quella scorrettezza, non l’hai commessa.
Il rapporto del calcio coi concetti di realtà & verità sono difficili e conflittuali.
La verità calcistica è convenzionale, politica, ha molto a che fare col concetto di compromesso.
Non ha del tutto a che vedere con quello che davvero è successo sul campo, né col rapporto tra ciò che è accaduto e le regole del gioco.
Un giocatore cade di proposito in area simulando un fallo.
Ma l’arbitro concede lo stesso il rigore.
La verità fattuale è che quel rigore non dev’essere calciato, ma la verità del campo diventa: si deve tirare un calcio di rigore.
Un istante dopo il fischio del fallo, la non corrispondenza della verità calcistica con la verità fattuale non ha più rilevanza: la nuova verità è il calcio di rigore.
Anche se dopo, riguardando la partita, l’arbitro dovesse accorgersi dell’errore, non sarà più  possibile annullarla a posteriori solo perché c’è stato un momento palese e determinante di non-verità, di menzogna.
Quel momento di menzogna entrerà a far parte della partita, della sua storia, e come tale verrà raccontato.
Il giocatore si sbraccia, protesta: niente da fare, il gioco, cui partecipano tutti – giocatori, arbitri e spettatori -, ammette la simulazione, purché non vista dall’arbitro.
E ammette la pressione sullo stesso, il piagnisteo, la protesta. Serve per il prosieguo.
Alla fine una partita ben arbitrata si giudica dall’equilibrio a consuntivo dei falli fischiati, dei pesi e contrappesi di ciò che è stato dato e/o tolto.
Dunque una partita ben arbitrata è quella il cui risultato è politicamente giusto.
 
Cioè che accade sul campo in quei novanta minuti non è vero in senso assoluto, ma solo nel senso della convalidazione arbitrale.
Esattamente come la verità processuale non coincide mai con la verità fattuale - ma solo con quella riconosciuta dal processo e riportata nelle sue carte -, la verità calcistica è solo quella narrata dall’arbitro durante il rito della partita.
Anche l’arbitro verbalizza, scrive, consulta testimoni, giudica, decide: il risultato di una partita è dunque discrezionale, ma insindacabile, assoluto.
Una partita presenta sempre delle biforcazioni fatali al centro delle quali si situa l’arbitro: se quel fallo non fosse stato concesso... eccetera.
Questa verità del campo, che non coincide con la realtà percepita da chi ha visto la partita, esiste credo in tutti gli sport.
Lo sport perfetto sarebbe allora quello che non ha bisogno di arbitro, perché la verità del campo coincide, sempre e comunque, con la realtà dei fatti percepita e condivisa.
Se ne esiste uno allora vuol dire che esiste uno sport che non ha bisogno di regole.
Senza regole non si dà sport, perché quella è la vita reale.
Dunque si potrebbe affermare che il calcio piasce agli europei (e ai sud-americani) perché più antichi, smagati e politici, perché è un gioco intrinsecamente spurio, bastardo, perché manca di utopia, e la sua vitalità sta nella sua torbidità, come rappresentazione e messa in scena dell’esistenza.
In America dove la schizofrenia tra l’essere americani e il pensarsi americani è totale, lo sport è una funzione del super io nazionale ed esige purezza & utopia, l’eroe sportivo è limpido e forte, non simula, non è pensabile che simuli.
Quindi il soccer non piace, non può piacere agli americani.  

Scritto da: tashtego a 11:17 | link | |

lunedì, 26 giugno 2006
Dov'è il bagno?

Mi guardo allo specchio certo. Anch’io, come tutti. La mattina devo entrare in bagno. Lavarmi, fare la barba, eccetera.
E mi vedo. Mi vedo bene.
Dunque illusioni non me ne faccio. Non me ne sono mai fatte. Sempre stato un cesso d’uomo. Che? Ma per favore. Lo so benissimo da me. Quando ero ragazzo non mi consideravano, non mi vedevano neppure di sguincio. Nemmeno a dire: sai, quello le seduce con la chiacchiera. C’è questa cazzata che ogni tanto si sente dire - qualche volta la dicono pure le donne – che le parole sono “armi di seduzione”. Tu ci credi? Ma quando mai? Fisico, soldi, potere, queste sono armi di seduzione. Te le ho elencate in ordine di efficacia.
Ma metti fosse vera la cosa delle parole, cioè anche se fossero armi di seduzione, io non sono bravo nemmeno a parole. L’accento meridionale si sente e la zeppola pure. E pure l’alito pesante, che certi giorni è molto greve. Non ci si può fare molto, dice il medico.
 
Questo sarebbe niente. È che alle donne non ho niente da dire, men che meno ad una che considero solo carne da cazzo. Io parlo solo per lavoro, capisci? Fondamentalmente, se non lavoro, non ho niente da dire a nessuno e non me ne frega una ceppa di quello che la gente mi può dire, le opinioni, sai. Io ascolto i capi e scambio pareri su come si possono e devono fare le cose: basta. Le idee me le faccio, ma non perdo tempo a raccontarle in giro. Quando ci riesco le dico al mio capo e anche in quel caso è sempre di corsa, sempre frammenti, spezzoni che posso buttare lì, tanto per non sembrare del tutto un decerebrato. Ma non serve a niente. I capi ti ascoltano sempre distratti. Tu devi stare attentissimo, invece, perché quelli ti sorvegliano, da te si aspettano cose e quando le vogliono, le vogliono subito.
Al telefono e in riunione: le mie giornate passano così, da anni. Sempre disponibile. Sempre reperibile, sempre con l’orecchio rosso di cellulare. E devo essere pure contento, perché prima, quando stavo in federazione, era quasi peggio: molto culo per contare un cazzo.
Adesso almeno a qualcuno risulto.
 
Quando non li incontro nei palazzi, se va bene ci vado a pranzo per prendere disposizioni, quando non sono ordini. Se no si parla in macchina, quando vanno all’aeroporto. Oppure li seguo ai convegni, alle riunioni federali, ai congressi. Molto tempo lo passo chiuso nella mia stanza al ministero, al telefono. Ma principalmente io sono “in riunione”. Con la mia gente e con gli amici responsabili di altri settori. Quelli al mio livello, voglio dire. Lavoriamo sulle aspettative di quelli sopra di noi: la loro fiducia ci dà pane e companatico. Non sono un porta-borse. Il porta-borse ce l’ho anch’io. Anzi più d’uno. Sono un organismo filtratore, un distributore di ordini, uno smistatore di istanze nelle giuste direzioni, un divulgatore di decisioni altrui. Il mio lavoro lo so fare.
Ho anch’io il mio spazio d’azione. Eccome se ce l’ho. I capi sanno bene che quelli come me si danno da fare solo se ci garantiscono un nostro orto da coltivare. Solo se un po’ di quel potere che filtriamo e indirizziamo verso il basso, ci può restare attaccato alle dita. Ho diversi orti, certo. Attività che mi danno qualche soldo extra - tutta roba regolare, eh, basta avere le informazioni giuste – e orti che mi danno quello che da solo non sono mai riuscito ad ottenere. Sono spazi che mi sono ricavato – i capi se ne sono accorti, certamente, ma capiscono e lasciano fare – un po’ per volta, posizionandomi ai crocicchi e chiedendo pedaggi a chi ha voglia di passare, bisogno di ottenere. Se non mi metto per traverso è perché c’ho un tornaconto. Talvolta sono solo favori che verranno riscossi a tempo debito, se del caso. Altre volte sono benefit concreti. Spesso informazioni, talvolta pressioni, eccetera. Ma il ritorno che preferisco è la fica.
 
Mo’ ti dico una cosa: dove vivono e lavorano quelli come me è pieno di fica. Fica vera, di prima scelta, giovane, tonica, intraprendente. Fica attirata dai soldi e ancora di più dal potere. Fica senza né arte né parte e pronta a tutto. Fica che non crede a niente. Mignotte che vogliono fare strada, troie di regime, aspiranti troie, attrici che devono tenersi a galla, attrici che non hanno mai recitato, miss qualcosa, vallette, pischelle figlie di mamma, che a vario titolo sono state già selezionate negli infiniti concorsi, nelle audizioni, nelle trasmissioni televisive. Tutta fica che nemmeno potrei sognarmi, col fisico e le qualità che mi ritrovo. Maledette stronze: per anni e anni non ho battuto un chiodo, le accompagnavo e le venivo a riprendere. Mi innamoravo, non mi cacavano di pezza, ma mi usavano. Poi ho sposato una cozza rompicoglioni del mio partito conosciuta in federazione, praticamente un matrimonio in cattività: non ti sto a dire perché l’ho sposata, perché lo sanno tutti: la mia - chiamiamola così – carriera politica nasce da lì. Ma adesso le stronze devono passare sotto sta cappella! Sapessi la soddisfazione. Esiste un sistema di selezione della carne da cazzo dove attingono quelli come me, quelli che hanno fatto qualche soldo, che sono saliti sopra qualche carro che poi è andato lontano. È un sistema che lavora essenzialmente per noi, per procurare fica a noi. Che poi ci pensiamo noi, cioè io - anch’io, certo, che credi? - a smistarla dove serve. Sempre che facciano le brave. Sempre che sia fica ragionevole e di solito è ragionevole, perché già adeguatamente testata da quelli che io chiamo gli scout, quelli che operano la prima scelta direttamente sul territorio, capisci?
 
Magari tu pensi che tutta questa fica sia per quelli che hanno il potere, quello vero, per quelli che stanno ai vertici delle varie piramidi? Naaa. Sbagliato. Non è per loro, è per noi. È per gli uomini di mano, per i sott’ufficiali e per la truppa. I potenti veri sono sessualmente dei poveracci, fanno vita quasi monastica: troppi impegni, troppa visibilità, troppo tempo passato ad accudire il potere che c’hanno, a cercare di rassodarlo, di mantenerlo il più possibile. Ma noi, chi ci conosce? Voglio dire, fuori del giro stretto di quelle stanze, io sono uno qualsiasi, mi muovo liberamente. Ed è perciò che trombo quando voglio e più o meno con chi voglio. Il saccheggio delle città conquistate è per noi. Ci chiamano bassa forza, peones, sottopancia, portaborse, luogotenenti, gente di sottobosco. Ci disprezzano, ma non sanno niente di noi. Non sanno che siamo noi quelli che veramente si godono il potere degli altri. Vuoi entrare in televisione? Benissimo, sì. Lo so che sei brava, tesoro, sei bravissima, ti meriti tutto il mio appoggio. So con chi parlare, certo. Però intanto datti da fare, bella. Vuoi essere selezionata al festival di chissaddove? Forse, vedremo, non so se si può fare: dobbiamo approfondire la questione, possiamo fare stasera a cena? Con chi lo passi il ponte dei santi? E quello dei morti? Il provino per il film co-prodotto con Rai Cinema? Con Mediaset? Col finanziamento pubblico? E la casa di produzione video? Vorresti avere un colloquio? Ci dobbiamo rivedere domani sera al ministero per parlarne. Però sul tardi che ho da fare. Verso le dieci andrebbe bene?
È un circo, il Grand Magic Circus della fica di sottobosco. Tu pensi che sono un cinico, vero? Va bene, sono un cinico. E pure un figlio di puttana. Ma è un sistema, capisci? Capisci che se non me le faccio io se le fa un altro? Cioè sempre qualcuno se le farebbe. Perché c'è sempre qualcuno piazzato ai punti di svolta. Marilyn quando capì che stava diventando famosa disse: “Meno male, così non dovrò più succhiarglieli”. Ed era Marilyn.
 
Ora non devi credere che io queste cose le debba davvero dire, così esplicitamente come le dico a te. È solo per spiegarti le situazioni, capisci? In realtà sono parole che non occorrono. Io c’ho la nomea, capisci? Loro lo sanno già cosa devono aspettarsi, cosa devono fare, capisci? Come che nomea? Guarda: lo sanno tutti che se una vuole ottenere qualcosa da me deve darmela. La fica ambiziosa se lo aspetta, che me la faccio sopra e sotto come una bistecca. Si passano parola. Lo sanno anche le madri, anzi lo sanno loro prima delle figlie, spesso sono le madri che si danno da fare per farle arrivare fino a me. Però sanno anche che, se la ragazza mi va a cecio – non so se mi spiego: in tutti i sensi - poi qualcosa per lei la faccio sul serio. Cioè che non me la faccio dare gratis. Se vuoi trombarti tutta Roma devi farti questa fama. Cioè devi essere affidabile, tener fede all’impegno. Io quando è lì sono abbastanza duro – cioè, voglio dire: pretendo la prestazione, completa e ripetuta. Le santarelline, ammesso che esistano, con me non vanno da nessuna parte. Però poi mi do da fare per loro. E poi devo pure dirti un’altra cosa. Io la fica ambiziosa la valuto, la soppeso, guardo le foto, il curriculum, cerco di rendermi conto se c’è un minimo di plafond professionale, artistico voglio dire. A meno che non sia una cosa spaziale, cioè fica super-urania, mai vista prima, qualcosa la devono saper fare. Voglio dire: qualcosa al di là dei pompini. Vuol dire che quelle meno dotate faranno le letterine. Io ormai mi so orientare e le so consigliare: mica le mando allo sbaraglio. Ti assicuro che si trovano contente. La gente dell’ambiente, voglio dire i professionisti, lo sanno che le mie ragazze, artisticamente parlando, quasi mai sono carciofi totali. Se accendi il televisore su un canale a caso, a qualsiasi ora, all’ottanta per cento posso dirti come scopa la prima femmina sotto i trenta che compare. È il mio risarcimento per tutti gli anni di gavetta e umiliazioni.
Devo dirti un’altra cosa. Non è che, una volta fatto con me, la fica ambiziosa ha finito la trafila, anzi. È proprio allora che comincia quella vera. È proprio in quel momento, nel momento dell’immissione nel Grand Magic Circus della fica di sottobosco, quando ti si vogliono ripassare tutti, che si vede la ragazza di carattere, quella che sa gestirsi, che discerne, che non si butta via e fa strada. È un processo darwiniano. È selezione naturale pure quella. Che credi? Ho bevuto troppo, straparlo. Sai dov’è il bagno?

Scritto da: tashtego a 14:04 | link | |

venerdì, 23 giugno 2006
Orgoglio & pre-giudizio

Ora che il pericolo Berlusconi si è allontanato, anche se di poco, posso provare a disconnettermi dalla politica e, se ci riesco, dal Paese.
Lunedì prossimo vado a votare NO al Referendum senza sapere nulla della riforma costituzionale votata dalla CdL.
Voto NO per il solo fatto che a quella riforma ci ha lavorato Calderoli.
Mi basta sapere che se n’è occupato Calderoli per sapere anche cosa devo fare.
Non ho bisogno di leggerne il testo, e neppure ho bisogno di leggere gli articoloni molto argomentati a sostegno del NO che appaiono sui giornali.
Quella è la riforma costituzionale di Berlusconi e Calderoli e tanto mi basta: il mio sarà un NO ignorante del merito, ma assolutamente consapevole del proprio senso politico e civile.
Sarà un voto a motivazione antropologica, quasi istintuale.
Voto NO al referendum secondo un procedimento decisionale analogo a quello che mi fa non-comprare i libri di Baricco, o quelli di Sveva Casati Modigliani, o della Tamaro, eccetera, cioè per puro pre-giudizio motivato.
Esiste infatti il pre-giudizio motivato, sul quale ci si potrà dilungare in un altro momento, lo stesso che fece una volta dire ad un amico (di un libro molto venduto): “non l’ho letto e non mi piace”.
 
Dunque lunedì vado a mettere il mio NO, totalmente e consapevolmente pre-giudiziale, alla riforma costituzionale – non l’ho letta e non mi piace -  sulla scheda del Referendum.
Poi basta.
Infatti il mio proposito è questo: se non ci saranno situazioni particolari, cioè “emergenze democratiche”, se non si profileranno all’orizzonte politico del Paese, autoritarismi, fascismi, razzismi e/o destrismi bellicisti di particolare gravità, non voterò più.
Se si produrrà una situazione di normalità democratica, come spero, non voterò più.
Perché la normalità democratica, vale a dire l’alternanza non traumatica e priva di forzature delle regole del gioco, di due o più opposti schieramenti al governo, non ha “bisogno” del mio voto.
Preferisco che governi la “sinistra”, naturalmente, ma mi sono accorto da tempo che se questa “sinistra” rimane per troppo tempo al potere, nazionale o locale che sia, tende a strutturarsi in lobbies, sempre più saldate e compatte, che secernono schiere di profittatori, di dominanti (anche di corrotti), in tutto e per tutto simili a quelli dello schieramento “opposto”.
In questa situazione di uniformità della non-progettualità e della non-etica politica, dovrei votare di volta in volta, come un automa, nella logica di mandare alternativamente al governo chi è stato all’opposizione e viceversa: una volta il centro-destra e la volta dopo il centro-sinistra.
Ma non sono abituato a questo tipo di voto, che definirei di salvaguardia: il centro-destra mi fa schifo, perché sono de sinistra; il centro-sinistra non posso votarlo, perché sono de sinistra.
Dunque non voterò.
Vengo da altre stagioni e questi tempi, che pure devo vivere, non mi avranno.

Scritto da: tashtego a 12:16 | link | |

giovedì, 22 giugno 2006
Mongeworld

Da ragazzino ho sempre ammirato le figurazioni su base prospettica.
A un certo punto ho imparato io stesso a farne con una certa disinvoltura, tanto che da studente, e poi da neo-laureato, eseguivo prospettive architettoniche su commissione per professionisti e aziende.
Pagavano bene.
Riguardo alla prospettiva, al liceo e poi all’università ci insegnano alcune cose.
Ne cito tre o quattro, un po’ come vengono.
La prima è che la prospettiva è un metodo matematico/geometrico per la restituzione su un piano di una “realtà tridimensionale”.
La seconda è che, nella sua forma “scientifica” - è una delle conquiste/invenzioni dell’Uomo Rinascimentale (nella specie dei fatti, quest’Uomo ha nome e cognome: messer Filippo Brunelleschi).
La terza è che la rappresentazione prospettica è parte integrante, costitutiva, formante - praticamente esclusiva - del Canone Occidentale, fino ad essere definita da Panovfsky “forma simbolica”.
La quarta è che la scoperta della possibilità di rappresentare lo spazio (il mondo) come effettivamente lo vediamo segna di sé ogni successiva costruzione architettonica e urbana.
La città e i suoi edifici cominciano a far parte di un tutto misurabile col metro prospettico.
E così via.
 
La figurazione medievale, cioè dell’era pre-brunelleschi, non si occupa del mondo come lo vediamo, ma del mondo come lo pensiamo.
La figurazione medievale punta a richiamare alla mente l’idea di cose e persone, piuttosto che proporne un’immagine, intesa come esito percettivo della visione oculare: una volta evocata l’idea, ogni ulteriore specificazione diventa inutile, se non dannosa.
L’arte medievale è totalmente concettuale e anti-naturalistica, al punto che per secoli sembra non nasca più nessuno capace di disegnare.
Dopo l’invenzione di ser Filippo il rapporto concetto/visione si capovolge a favore della seconda: se è vero che “non c’è oggetto senza concetto” compito dell’arte non è evocare i concetti attraverso figure più o meno ideo-grammatiche, ma mostrarne i referenti secondo modalità visiva, appositamente apparecchiata.
Eccetera: non proseguo oltre nel richiamare alla mente antiche lezioni ex cathedra: l’argomento è un pozzo senza fondo.
Aggiungo che, sia in epoca romana che medievale, tuttavia esiste una visione tri-dimensionale assonometrica e para-prospettica ed esistono numerosissimi tentativi di situare correttamente nello spazio bi-dimensionale una realtà in 3D.
Per esempio, le sequenze pittoriche dei cicli di Giotto (ma ne esistono molti altri esempi prima di lui) sono spazio-temporali, cioè possono raffigurare - in 3D assonometrico - uno stesso spazio in diversi e successivi momenti dello svolgersi di una vicenda.
Ma l’impostazione prospettica è ben altra cosa.
 
Bene.
Però da qualche anno ho cominciato a provare fastidio verso la prospettiva.
Essenzialmente per un motivo.
Perché è una de-formazione della realtà, perché si basa sulla riproduzione della percezione soggettiva de-formata che ciascuno di noi riceve dalla camera oscura dell’occhio.
Per esempio tutte le linee tra loro parallele non restano tali, ma concorrono in un punto all’infinito (detto “di fuga”, si può dire che ogni direzione ha il suo).
Per esempio, un quadrato diventa una losanga, un trapezio, un cerchio diventa un’ellisse, eccetera.
È vero che la prospettiva ri-produce abbastanza fedelmente la visione oculare – perciò ci appare più “realistica” della visione piatta, o al più assonometrica – ma proprio per questo punta a perpetuare le inevitabili illusioni ottiche del nostro percepire lo spazio tri-dimensionale.
È un realismo illusorio, perché riproduce il modo illusorio che segna la nostra visione del mondo tridimensionale esterno.
La prospettiva, ripeto, non ri-produce la realtà (che peraltro non è ri-producibile), ma la sua visione.
Meglio allora la visione piatta & infantile, priva di cono prospettico, detta “Proiezione Ortogonale”, dove non esiste un punto di vista più o meno lontano dal soggetto (c’è ed è “all’infinito”), dove l’illusione dello spazio non c’è più, ma in compenso gli oggetti mantengono le loro proporzioni e, se riportiamo la scala di rappresentazione, diventano misurabili.
Visioni frontali in un’arte piatta, il mondo visto da una distanza infinita, dove non c’è profondità e regnano solo le leggi di Gaspard Monge, inventore del metodo di raffigurare la realtà con astratta certezza ortogonale, in modo concettuale, medievale, ma trasmissibile a chiunque.
 

Scritto da: tashtego a 14:22 | link | |

lunedì, 19 giugno 2006
Vittime e carnefici

Entrando in casa senti le ragnatele sulla faccia.
Sei stato via solo una settimana e qui è già di nuovo un sabba di ragni.
Tre, quattro tipi, all’incirca:
-          ragni sottili con zampe lunghe e tela strategica destrutturata e non-percepibile, finché non ti arriva sulla faccia;
-          ragni grossi con tela a tenda orizzontale e buco di rintanamento, di solito si piazzano all’esterno, nell’imbotto delle finestre;
-          ragnetti senza tela che corrono sul pavimento;
-          ragni imbozzolati in grosse bolle biancastre, ricavate chissà perché nel telaio delle finestre, all’esterno: dentro queste bolle li trovi assieme a molti ragnetti piccolissimi, pallidi, repellenti, ti ricordi dei film della serie Alien e li annienti col fuoco dell’accendi-gas, mentre ti dici “è necessario, o voi o io, è legge di natura”, ma in realtà il senso di colpa è misto al gusto hitleriano per l’annientamento;
-          all’esterno, tra i cespugli, ragni che lavorano a tele canoniche concentriche e regolari, confortanti, rispetto al caos costruttivo, barbarico e primigenio che regna dentro casa, rispetto al quale queste tele stanno come il tempio dorico sta al complesso megalitico.
Se non fosse per il numero e per l’abitudine di lasciare in giro le carcasse delle loro prede, i ragni non sarebbero poi così fastidiosi, perché se ne stanno sempre per conto loro e non rompono il cazzo come le formiche, gli scarafaggi.
Però certo, gli scorpioni dell’anno scorso, grossi e neri, immobili, annidati nelle pieghe dei muri, in alto, che toccava andarli a snidare per ucciderli con raccapriccio, uno per uno: anche loro molto schivi, però troppo sinistri e minacciosi, per non farci caso e lasciarli vivere.
Ai ragni conviene il diedro parete-soffitto e, sommamente, le travi di legno della camera da letto al piano di sopra.
Se ne stanno appesi lì, quelli magri a zampe lunghe, immobili, apparentemente in ozio.
Ma se guardi il pavimento lì sotto, vedi una quantità di animaletti morti, soprattutto porcellini di terra secchi, completamente succhiati e svuotati.
I porcellini di terra qui fanno la parte delle vittime assolute, come fossero bestiame indifeso, da abbattere.
Trovo casa piena di involucri di questi porcellini di terra, di falene anche grosse, annichilite nelle tele, di api, persino qualche vespa, mosche, moscerini, millepiedini, appesi ai muri, sui davanzali, raggruppati a terra come trofei mummificati.
La casa si presenta come un campo di battaglia a massacro avvenuto: esseri minuscoli si annientano barbaramente a vicenda, ignari che si tratti di uno spazio domestico e civile.
Bisogna passare un’oretta a pulire e deragnizzare, per quanto possibile, a portare via i cadaveri rimasti sul terreno.
Per loro noi non esistiamo.
I ragni non hanno ancora registrato la presenza dell’homo sapiens e con ogni probabilità non se accorgeranno mai.
Il nostro mondo e il loro coincidono, eppure restano completamente estranei.
Ai ragni interessano solo gli altri insetti.
Quando muoiono sotto la suola di una scarpa – lasciano una traccia umida, una minuscola gora dove c’è tutto il ragno che il pavimento in cotto assorbe presto – credo non pensino nulla, non sanno chi l’ha uccisi, né perché.

Scritto da: tashtego a 15:50 | link | |

venerdì, 16 giugno 2006
Se il mondo fosse immobile

C’è un momento oltre il quale l’essere stati pesa molto di più di ciò che si può sperare ancora di essere e diventare.
Ti dici questa cosa con calma, normalmente, solo perché non riesci mai compiutamente a concepirla, solo perché il fatto di aver consumato la più parte della tua vita non è una cosa della quale davvero puoi prendere esatta nozione: il tempo che ho vissuto è più di quello che vivrò, punto.
Non solo.
C’è un momento in cui capisci che ciò che sei è cosa relativa ad un altro tempo.
Capisci che il tempo presente e i suoi abitanti non sono in grado di comprendere di che si trattava e che neppure minimamente gli interessa.
Quindi capisci che magari sei moderno, ma non puoi essere in alcun modo, nemmeno fortissimamente volendolo, contemporaneo.
Cioè che non puoi davvero appartenere a questo tempo, se non come componente del passato.
I tuoi modi di sentire & concepire sono altrove, dispersi nei decenni trascorsi.
Il mondo che hai vissuto ti si è fissato dentro - nelle ossa, nei polmoni, nei tessuti, nelle cellule nervose - come una polvere radioattiva che non cancellerai mai, nemmeno fortissimamente volendolo.
Quindi c’è un momento in cui capisci che una parte di te, la parte principale, funziona secondo schemi che andavano bene fino a forse vent’anni fa, ma ora ti servirebbe altro, se vuoi sperare di percepire correttamente il reale attorno a te, ma questo altro è proprio quello che a te manca e sarà così fino alla fine.
Se il mondo fosse immobile, oppure se mutasse ad un ritmo meno forsennato, quello che sei, che hai imparato a fare-dire-pensare potrebbe servire a qualcuno, a certe condizioni potrebbe persino chiamarsi saggezza.
Ma non è così.
La saggezza non è più per nessuno da almeno due secoli.

Scritto da: tashtego a 13:56 | link | |

lunedì, 12 giugno 2006
Roma, EUR, giugno duemilasei

Capelli di quel colore metallico che si chiama biondo platino.
Parla in francese, ma un francese un po’ duro.
L’ho notata già prima, quando ero in fila al selfservice, lei era alla cassa con quel tizio.
Da lontano sembrava una specie di barbie.
Canotta nera con pizzo sul davanti, molto scollata, jeans, sandali con tacco alto, neri.
Pelle abbronzata di primo sole, rossastra, coperta di efelidi.
Adesso che è seduta al tavolo accanto al mio vedo che va per i cinquanta, che forse li ha superati, osservo le braccia nude, magre, un po’ flaccide.
È come se lentamente emergesse dallo stereotipo barbie, che le avevo affibbiato da lontano, è come se si liberasse da una capsula tipologica, alla quale probabilmente anche lei aderisce e che persegue attivamente.
Dunque vediamo.
Le tette che emergono generosamente dalla scollatura, un po’ bruciate dal sole, hanno un rigonfiamento alla radice, non naturale: sono rifatte, pompate alla meglio.
Tette come due meloni, sferiche, che stanno attaccate a quel corpo magro si direbbe con due peduncoli.
Non fanno sistema con il tutto, restano estranee all’organismo che le sostiene, secondo una geometria avulsa e anti-gravitazionale.
Rifatte, eccome.
Ma anche il naso è rifatto!
Me ne accorgo dalla curva non-naturale che assume ad un certo punto.
Qual è una curva naturale? Come posso definirla? E perché questa non lo è?
Non ho una risposta, sono solo sensazioni somatiche, convinzione istintuale.
La zona del naso è più liscia del resto del volto.
Le guance sono coperte di fard e solcate da infinite piccole rughe oblique.
Gli occhi sono blu intenso, molto bistrati.
Potrebbe portare lenti a contatto colorate, perché no?
Quest’ultima cosa la penso subito dopo aver notato che il labbro superiore si stacca troppo dai denti sottostanti, si piega in alto, tumescente, arricciandosi verso la punta del naso.
Troppo spessore: è pompato pure quello.
Cazzo, è bionica, penso.
Intanto lei conversa col suo commensale.
Lui le risponde sempre in francese, ma si sente (e si vede) che è italiano.
Come riusciamo a vedere gli italiani con tanta sicurezza?
A riconoscerli quasi infallibilmente quando siamo all’estero?
Anche qui penso che si tratti di percezioni quasi sub-liminali, sensazioni somatiche.
La donna bionica mi lancia un paio di occhiate veloci, di controllo a scanner, di quelle tipo: chi sei, cosa fai, cazzo vuoi, quanti anni hai, sei ricco/povero, mi interessi/non mi interessi, ti interesso? Eccetera.
Non la interesso, perché lo guardo non si ripete.

Scritto da: tashtego a 12:01 | link | |

venerdì, 09 giugno 2006
Passe-partout

Chiunque abbia, almeno una volta nella vita, fatto incorniciare qualcosa, sa che le scelte da fare sono fondamentalmente due, anzi tre: tipo di cornice, colore del paspartù, spessore della fascia del paspartù.
Chi è andato a far incorniciare il volto tumefatto di Al Zarqawi morto le ha dovute compiere, anche se dalle foto si vede bene che la scelta riguardante il paspartù non è univoca, non è precisa.
Ci sono due modi di tagliare il rettangolo di un paspartù:
1)      mantenendo le stesse proporzioni del rettangolo dell’immagine;
2)      come fascia di larghezza uniforme su tutti i lati.
La prima scelta genera un rettangolo omologo - nel senso che i suoi vertici giacciono sulle diagonali del rettangolo di cornice e di quello incorniciato – ma lo spessore della fascia continua è variabile.
La seconda genera un rettangolo dalle proporzioni diverse, ma la fascia continua ha ovunque lo stesso spessore.
Nelle foto pubblicate sui siti dei giornali si vede che le varie foto di Al Zarqawi, da vivo e da morto, presentano un paspartù di entrambi i tipi, mentre la cornice è la stessa.
Dettagli, certo.
C’è un militare con la bacchetta che indica le foto.
“Vedete? Questo è Al Zarqawi da vivo. Ed ecco qui la stessa persona da morto”.
Immagino il corniciaio che chiede al colonnello (queste sono decisioni da colonnello): di che colore la vuole la cornice? E il paspartù?
- Eccole la mazzetta dei campioni, signore. Scelga pure.
Immagino il colonnello americano, in tuta mimetica, capelli cortissimi e sfumatura rasa, che interroga il collaboratore che sicuramente lo accompagna - metti un capitano, un tenente, un sotto-tenente – e gli dice: di che colore la facciamo?
-     Cosa signore?
-     Il colore della cornice, dico. Quale scegliamo?
-     Nero, signore?
-     Naa. Non vorrà mica che sembriamo a lutto, vero?
-     No, certo signore.
-     Ci vorrebbe una cosa neutra, capisce? Noi siamo contenti di averlo eliminato, ma non esultiamo, capisce? Qual è il colore della non-esultanza? Un marroncino andrebbe bene?
E così via.
Chissà se si sono serviti di un corniciaio di Baghdad, oppure il lavoro è stato fatto dalla U.S. Army.
Nel primo caso il corniciaio avrà voluto conservare l’anonimato.
Eccetera.
 
Ogni giorno che passa assistiamo a questa diminutio progressiva di civiltà.
L’uccisione di un terrorista fa dire al presidente Bush che “giustizia è stata fatta”.
Tutti dimenticano che per “fare giustizia” ci vuole almeno un processo.
Occorre un imputato.
Vivo.
Qualsiasi figlio di puttana che ne abbia i mezzi e la forza è capace di “fare giustizia” in questo modo.
La differenza tra ciò che è civile e ciò che non lo è – come l’azione terroristica – è che la civiltà mantiene i suoi princìpi a qualsiasi costo e in qualsiasi circostanza.
Altrimenti è solo una vernicetta sulla solita barbarie di default.

Scritto da: tashtego a 15:03 | link | |

giovedì, 08 giugno 2006
Etica e verità (plurale)

Ieri sera, in Casa Editrice Laterza, durante un seminario intitolato Chiesa Cattolica e democrazia, Pietro Scoppola (storico di fede cattolica & molto bravo) ad un certo punto ha detto più o meno così: “La democrazia si riproduce e si trasmette con fatica. Per farlo ha bisogno di sempre nuove risorse etiche,delle quali la Chiesa è eccellente luogo di produzione. Quindi la democrazia può giovarsi della Chiesa come di una sorta di serbatoio etico, dal quale mungere valori rivitalizzanti”.
I miei appunti sono imprecisi, ma il senso è questo.
Più tardi, a cena, un amico che di mestiere fa il filosofo politico e che non si può dire sia un cattolico, ribadiva che sì, lo spazio laico-democratico non è di per sé “luogo di produzione etica”, che tali luoghi sono altrove, nelle ideologie, nelle religioni, in tutti i sistemi produttori di verità (plurale).
Al seminario si diceva (Zagrebelsky ed altri) che lo spazio democratico rifugge dalla Verità in quanto Certezza e/o Rivelazione e che per sua natura ha bisogno di considerare ogni affermazione, anche la più assertiva, come un’opinione.
Qualcuno ha addirittura sostenuto che per essere democratici veri occorre non credere a niente, cioè occorre essere dei relativisti assoluti.
Credo che questo sia vero solo se riferito non alle persone, ma allo spazio democratico  
Eccetera: molto interessante, addirittura avvincente.
Durante la discussione si è usata la parola laico sempre a comunque per indicare il non credente, (nessuno ieri sera usava la parola ateo: la parola ateo sembra che intimorisca le persone, sembra suonare come una specie di maledizione).
Affermo sommessamente di non condividere l’uso della parola laico come sinonimo di non credente.
Laico non è chi non crede in un dio, ma chi riconosce che debba esistere uno spazio comune, per così dire neutro, dove sia possibile condividere un certo numero di valori, che definirei civili, primo tra tutti la tolleranza e il rispetto per il credo e le convinzioni altrui.
Non occorre necessariamente un rispetto di merito: cioè non è necessario stimare la sostanza di ogni altrui convinzione, occorre solo stimarla in quanto convinzione altrui.
Questioni complesse.
La discussione è stata lunga, ma stranamente nessuno è tornato sull’affermazione di Scoppola, che a me invece ha fatto fare un salto sulla sedia.
Tutti davano per certo ed acquisito, per sottinteso, il fatto che il pensiero e il sentire laici (cioè in questo caso, atei) non possano produrre etica?
Tutti erano convinti che fuori dell’ambito religioso non si dia etica?
Che non possa esistere un’etica relativista e senza dio, non antropocentrica e totalmente materialista, che cioè faccia a meno del dualismo corpo-anima, del premio e del castigo, del dualismo bene/male, dell’esistenza di un ultramondo, del concetto stesso di spirito?
Questa era la domanda che mi sarebbe piaciuto fare.
Ma erano ormai le nove e mezza di sera, avevo fame e non ero iscritto a parlare. 

Scritto da: tashtego a 12:23 | link | |

lunedì, 05 giugno 2006
Grand Palais

Il bronzo di De Gaulle davanti al Grand Palais sembra il monumento a Pinocchio.
Allampanato col chepì in testa e il nasone proteso in avanti, che marcia a passo di parata verso chissà dove – sul basamento non è assente la parola grandeur – il Generale - che era l’incarnazione stessa della gravitas completamente priva di qualsivoglia dubbio o ironia che hanno i francesi quando parlano di patria - mi appare un po’ ridicule, perché somiglia molto al De Gaulle dei manifesti sessantottini, quelli de La chienlit c’est lui!
 
Les Champs Elysées sono rasi di polizia, la giornata è bellissima, frotte di giapponesi et cinesi ovunque, pattinatori che vengono giù a scheggia, i soliti umani tra i cinquanta e i sessanta, ormai i soli che vanno alle mostre, sono già in fila. Ma stavolta, trattandosi di Rousseau il Doganiere ed essendo domenica, ci sono pure un sacco di mamme et papà, con ragazzini del tipo abbiente, biondo, bello, occidentale, viziato.
Rousseau è bello e ti piasce, ma ti accorgi che in fondo è anche orrendamente pompato, implementato, mantecato oltre misura sino a farne il Grande Artista che non era, il solito maestro-tra-i-maestri che fa comodo alla Francia.
Il giorno prima in libreria sfogliavo appunto un libro tutto dedicato a questa domanda cruciale: com’è stato possibile che negli anni cinquanta New York è diventata il centro mondiale dell’arte contemporanea, soppiantando Parigi?
 
Per inciso: ogni volta che vengo qui mi accorgo che il problema del primato assilla ancora i francesi.
L’idea che in qualche campo ci sia qualcuno che è arrivato prima di loro, che magari ha fatto meglio, com’è normale che accada, lede profondamente un’ipertrofica e infantile idea di sé, della quale evidentemente hanno bisogno per non sprofondare nella depressione nazionale.
Con ciò non nego la rilevanza della cultura francese - talmente ricca da proporre una versione francese praticamente per ogni manifestazione umana, tecnica e non - voglio invece dire che la loro capacità di auto-promozione è davvero efficace, se riescono a piazzare sulla scena mondiale pittori come Sisley, Pissarro, eccetera, spacciandoli come cominciatori, come glorie nazionali, invece che come semplici Ringo Starr dell’Impressionismo e veri imbratta-tele.
La mostra è colma di gente e mamme spiegano ai bimbi - che nelle ultime sale non ne possono davvero più e si buttano per terra disperati che voglio uscire di lì, immediatamente – lo vedi il leone nella giungla, lo vedi guarda che paura la tigre il leopardo il serpente la scimmia, regarde, c’est beau.
E però è logico che ci si portino i bambini a vedere il Naif patentato e accreditato ufficialmente, il sommo spontaneo, maestro dell’imperizia bambinesca e però talmente “pieno di fantasia” che, eccetera.
 
Mi rendo conto che alla mostra del Doganiere ho preso un po’ d’aceto, ma in realtà mi succede davvero solo un’ora dopo, quando esco dalla mostra Italia Nova, Une adventure de l’art italien 1900-1950 sempre lì, al Grand Palais, sempre 10 euro, ma fuori stavolta nessuna fila e nelle sale c’è poca gente (tutti italiani).
Ho visto opere molto belle, alcune delle quali non si incontrano molto di frequente.
E ho constatato per l’ennesima volta che, nel Canone Novecentesco (tutto franco-americano), l’arte italiana ha posto solo per Futurismo e Metafisica (e la sua lunga coda variegata).
Alla fine, il Dopoguerra italico viene sintetizzato in un breve testo in tre lingue: dalla (inutile & provinciale, ma non viene detto) disputa tra realismo e astrattismo, che vede contrapposti Vedova e Guttuso, si levano giganteggiando, tre grandi artisti, Fontana, Manzoni, Burri, dei quali vi mostriamo qui alcune (poche) opere.
Amen e ciao: ci siamo visti.
Forse la mia irritazione nasce dalla percezione (giusta? sbagliata?) della sostanziale verità di una simile lettura?
Oppure nasce dal deserto delle sale, a fronte della ressa per il Doganiere?
Oppure è una botta non voluta di imbarazzante sciovinismo?
Non so. 

Scritto da: tashtego a 15:19 | link | |