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lunedì, 31 luglio 2006
Richiami

Nude sui letti le donne
Accovacciate sul ciglio
Della strada, dietro lo sportello
Donne con la mano tra le cosce
Lavano il sesso
Acqua nel bianco della porcellana
Un’ombra all’orlo delle spalline
Un peso, il petto
Che incide le clavicole
Ventri torbidi d’adipe
Freddi esibiti, espulsi da cinture
Aggrappate ai fianchi
Appena sopra il nylon dello slip
Seni tenuti assieme stretti
E tosti l’uno all’altro
Gonfi, sollevati in alto
A farsi come culi
I lacci stretti attorno le caviglie
Scarpe di corda
Che sembrano innocenti
Questi i richiami continui,
Queste le voci umorose
Calde di carne
Che non smettono mai
Di bisbigliarti negli occhi.

Scritto da: tashtego a 17:33 | link | |

domenica, 30 luglio 2006
Solo quando il mare sarà morto

Le generazioni che assistettero al Collasso, che ebbero questo privilegio, rispetto alle migliaia e migliaia di generazioni precedenti che si limitarono a prepararlo, nella convinzione che l’immensità e immutabilità del Mondo avrebbe assorbito ogni loro cosa e sforzo per modificare, avrebbe rigenerato ogni possibile estrazione e distruzione, per quanto grande, estesa copiosa fosse, da concepire e attuare.
 
Queste ultime generazioni si diceva qui sopra ebbero il privilegio di assistere e partecipare all’Apocalisse, rispetto alle infinite precedenti che poterono solo immaginarla – la fine si immagina sempre, qualsiasi fine di qualsiasi cosa ci ossessiona dall’inizio, qualsiasi inizio, sicché per ogni cosa, essere, creatura, che comincia, metti un micino o un cucciolo di cane o semplicemente una brocca d’acqua – avverte Epitteto di non affezionarsi troppo a quella brocca che prima o poi sicuramente cadrà rompendosi – ogni più deliziosa e meravigliosa creatura che vedi nascere - foss’anche munita di tentacoli come le minuscole seppie che uscivano dalle loro uova mature pendenti come grappoli d’uva nera dallo scoglio di Fondo Mosca – porta con sé, scritte con cura, le istruzioni per la propria fine, come un dispositivo di auto-distruzione qualora qualcosa o qualcuno non se ne assuma l’incarico.
 
Si vide bene, a un certo punto dello sviluppo dell’H.G., dove H.G. sta per Humani Generis, si vedeva bene già tremila anni fa, quando i boschi sulle coste del mediterraneo erano già quasi tutti scomparsi – i cedri e i pini d’Aleppo si protendevano sulle spiagge e le tamerici folte, la macchia spinosa carica di profumi inconfondibili, gli uccelli frullavano via ai passi degli uomini di Odisseo mentre si avventuravano su per le gole dei torrenti in secca e cercavano acqua per i loro otri, e i grossi granchi bianchi rimasti per tutta l’estate nelle pozze tra le rocce lassù in alto, dove chissà come erano giunti generazioni prima, seguitavano placidi a brucare, si direbbe, le alghe verdi che foderavano il terreno – o quasi, per lasciare posto a terrazze infinite di pietra a secco, fazzoletti di terra coltivati a frumento e legumi, ceci e lenticchie, mentre negli spazi più ampi l’erba secca degli uliveti si allargava chiazze gialle sempre più grandi rispetto al bosco.
 
L’odore della macchia si sperdeva lontano sotto vento, incapsulato in vene d’aria calda di terra trasportata in quelle raffiche forti d’occidente nelle quali la gente di Odisseo percepiva di notte la prossimità della terra, come un cacciatore sente l’animale dall’odore che lascia nella brezza: tutto questo, che alle ultime generazioni di H.G., quelle che ebbero il Privilegio dell’Apocalisse – o semplicemente Collasso, o Fine – sembrava primigenio e naturale, conteneva invece in quei chilometri e chilometri di muri e terrazze, nel brucare delle pecore e capre e degli asini, che strappavano ogni possibile filo d’erba, cardo o spino avesse l’ardire di spuntare tra le rocce – eccettuato si sa l’oleandro che nessuno potrebbe mangiarlo - nelle case di pietra dai tetti costruiti con ramaglie storte di ginepro e terra, nel lento crescere inarrestabile dell’artificio, nelle contese per ogni risorsa disponibile, tutto questo era invece già un segnale forte di dove si sarebbe andati a sbattere, prima o poi.
 
La gente di Odisseo sapeva bene che la terra di cui già senti l’odore non è la terra dove potrai porre in secco la tua nave, per passare la notte sdraiati sulla spiaggia, perché se ne senti il profumo allora ce l’hai sopravvento. Regola marinara inflessibile a meno che non cambiasse il vento, l’eterno vento estivo che spazza ancora l’Egeo orientale e rende così difficile andare da sud-est verso nord-ovest.
 
Qualcuno aveva profetizzato: solo quando il mare sarà morto, anche la terra morirà.
Poco prima del collasso, forse solo qualche decennio prima, quella macchia aromatica non c’era quasi più, per l’eccesso di case e strade e incendi che ne avevano distrutta la gran parte. Ma era sott’acqua che si vedeva bene come e quanto il deserto avesse preso piede.
Eppure solo due o tremila anni prima, poco più di cento generazioni di H.G., rispetto a quelle terminali – l’H.G. non fu certamente annientato, ma subì uno sfoltimento molto consistente per sua stessa mano, per la legge così detta “di natura” secondo la quale le specie si adattano alle risorse di cui si sostentano – regnava quell’abbondanza truce e pagana di animali d’acqua che si vede nei mosaici Pompeiani.
 
Non riesco a scrivere dell’abbondanza che ancora conobbero le generazioni che vissero solo un centinaio d’anni prima dei tempi del Collasso, quando ti avvicinavi alla riva di una di queste spiagge perse nell’Egeo e ti accucciavi sul bagnasciuga e potevi vedere già da lì, per quello che il riflesso dell’acqua ti permetteva, un brulichio di pesci e pesciolini e vermi, molluschi poggiati immobili sul fondo, lamellibranchi con le creste multicolori, polpetti che potevano venirti a carezzare curiosi i piedi facendoti fare un salto indietro, branchi di cefali grossi come un avambraccio che brucavano tra i sassi della riva, fino alla murena che ti sgusciava tra le gambe se solo ti immergevi fino alla cintola. La troppa vita ti creava un senso di euforia e ribrezzo, certo, per il troppo mescolarsi delle forme e delle specie, al punto che il mare ti appariva come un unico groviglio d’acqua e bios, denso da poterci camminare sopra.
 
Quasi mi vengono le lacrime agli occhi stamani - forse è colpa di questa brezza fresca, inaspettata, che sembra pura e passa sotto la pergola e mi accarezza la testa e gela un poco i miei piedi nudi nei Reef che somiglia così tanto all’aria percepita in quegli anni di lunghe permanenze sulle rive di quel mare assoluto – se provo a digitare di quelle abbondanze, se penso ai grandi massi bianchi della grande franata sotto la falesia tra Opsi e Kandri, a quelle forme subacquee nella luce del primo pomeriggio, coperte, invece che della bava verde che vedi oggi, di ricci e piccoli crostacei e molluschi e grosse patelle, di cui vedevi bene la traccia lasciata nel movimento sulla superficie della roccia, e talvolta bastava buttare l’occhio di là di uno scoglio per trovarsi faccia a faccia con una grande cernia in due o tre metri d’acqua e in quei pochi istanti di paralisi vedere ogni particolare di quel faccione severo, duro & caprino, vedere il movimento degli occhi nel loro giunto cardanico che ti valutavano rapidi per capire, non chi sei, come accade tra gli umani, ma cosa sei e se sei pericoloso. Ero pericoloso, certo.
Capivi che quella cernia era venuta lì, in quella poca acqua davanti alle spaccature delle foche, per i tuoi stessi scopi, per dare un’occhiata, per bearsi del mare e magari cacciare un po’, predare qualche polpo imprudente. Avevi meno di un secondo per riuscire a colpirla.
 
Come potevano raccontare quello che avevano visto a questi figli distratti, ignari che a loro, o al massimo ai loro figli, sarebbe toccato di vedere e partecipare al Collasso, cioè alla più grande avventura dell’H.G.
Le ultime generazioni dell’H.G. che videro tutto questo, lo videro anche scomparire. Nell’arco della loro vita furono costrette ad adattarsi al cambiamento, ma soprattutto al cambiamento come perdita e fine, al cambiamento come scomparsa e venir meno di ciò che invece solo pochi anni prima ancora abbondava.
I figli dei compagni di Odisseo ascoltarono i racconti di un mondo che era ancora il loro, esattamente il loro, mentre già due secoli prima del Collasso il mondo dei narratori non era più lo stesso dei loro ascoltatori, al punto che l’ascolto si fece sempre più distratto, perché nulla dell’esperienza dei padri poteva più servire ai figli.
 
Mi convinsi ad un certo punto che l’acqua fosse vita, direttamente e senza mediazioni, e che per questo fosse corrotta fino nell’intimo delle sua molecole, dove la parola corrotto, contrapposta alla parola puro, indica l’unica condizione di possibile esistenza di quelle che chiamiamo creature. Mi convinsi che la parola puro non significa nulla, che indica un’astrazione, come la parola perfetto e altre parole simili.
Nulla è puro, tutto è corrotto perché tutto è mescolato con qualcos’altro e l’acqua è garanzia, condizione essenziale per la vita, cioè per la corruzione e rimescolamento del tutto con tutto.
Arrivai a queste conclusioni del tutto ovvie solo dopo anni di frequentazione intensa del mare e dopo la casuale lettura di un testo, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Scrivevo un saggio sull’acqua a Roma e indagavo le fonti di quel sentimento pagano che mi sembrava sorprendentemente persistere nella città per molti secoli in felice convivenza con la Chiesa, anche con quella più intransigente e cattiva. Vedevo il paganesimo, il sogno pagano, soprattutto nelle figure mostruose, talvolta intensamente lascive, nei grovigli bio-morfi con cui si apparecchiavano le fontane, anche in piena Contro-Riforma.
Plinio sostiene che nel mare esistono così tante creature mostruose perchè nell’acqua il seme di ogni specie si mescola con quello di tutte le altre, perché nell’acqua non c’è modo di tenere separate le forme della vita, di cui continuamente si mescolano i principii, ibridandosi all’infinito.
Concezione perfetta, secondo me.
Forse non vera, anzi sicuramente non vera, ma perfetta, perché contiene l’intuizione dell’acqua come vita, come soluzione-madre, assieme all’intuizione nella vita stessa come di un unicum feroce che si rimescola nel mare, qualcosa di irriducibilmente selvaggio che non sente ragioni e del quale non sappiamo nulla.
Scrivo queste cose per giustificare a me stesso l’ennesimo viaggio di ritorno laggiù, che anche quest’anno mi accingo a fare, perché lì ormai ci sono solo i frammenti di quello che vi trovavo trent’anni fa. Dovrò prenderne atto, prima o poi.

Scritto da: tashtego a 23:45 | link | |

giovedì, 27 luglio 2006
L'universo di Hubble

Ieri, traversata della città in moto, verso le tre e mezzo.
Il Viadotto dava il suo meglio, semideserto, con l’asfalto a cinquanta gradi, l’aria calda come burro fuso.
L’Uomo Nero, anche lui aveva caldo e si era messo, sempre in piedi, all’ombra di una fraschetta anomala che fuorisciva dalla siepe del pattinaggio, a sua volta contenuta e compressa da una rete metallica.
Anche lui era perplesso, può darsi che si sia finalmente domandato una cosa tipo, che ci faccio qui?
Perché non me ne vado, metti all’ombra, metti sotto il viadotto e magari mi faccio un bel sonno sopra un foglio di cartone ondulato?
Chi me lo fa fare di stare sempre qui, in piedi sempre nello stesso punto di questa maledetta rampa?
 
Più tardi, sdraiato sulla plastica della poltrona, il dentista mi dice che questo dente è la mia gengiva che lo sta aggredendo.
Sarebbe?
Cioè la gengiva non riconosce più il suo dente e lo aggredisce. È sano, ma dobbiamo cercare di separarlo dalla gengiva. Per questo le dà fastidio.
Vuole dire che si sta mangiando un mio dente?
Sì.
Non ci credo.
Vuole che le mostri le foto di altri casi?
No, va bene mi fido: è una cosa rara?
Abbastanza, ma non rarissima.
Che si può fare?
Per adesso nulla, glielo sistemo per le vacanze e poi a settembre vedremo. Probabilmente bisognerà toglierlo.
 
Verso le cinque gli stradoni del quartiere Delle Vittorie, dove sono nato e dove ho vissuto per tanto tempo e dove torno spesso, sembrano enormi forni a micro-onde.
Qui c’era un barbiere, ho voglia di tagliarmi capelli e di uno sciampo.
Entro e noto mucchi di capelli per terra che nessuno spazza.
Un tizio seduto su un divanetto che legge un giornale sportivo.
Alle pareti, tra gli specchi e i lavabi consunti e i mobiletti di formica color legno, oppure addirittura di legno, maioliche color terra di Siena con disegni insensati in rilievo.
Anche il pavimento è color mattone, ma sembra mono-cottura nuvolato, un classico del gusto andante di qualche decennio fa.
Il tizio che mi taglia i capelli è un barbiere quasi da manuale.
Gli mancano solo i baffetti e l’aria deferente.
Lui non è deferente, sta lì per lavorare e ogni colpo di pettine mi incide una piaga nella carne.
Faccia più piano col pettine, per favore.
Ah, scusi.
Il colpo di pettine successivo è più forte di prima.
È giovane e smilzo, annoiato, i capelli abbastanza lunghi ondulati e coperti di gommina.
Il mio barbiere storico, Angelo, che somiglia in modo impressionante ad Al Bano, anzi, probabilmente è Al Bano, viene da un’altra scuola e i capelli li porta lunghetti e vaporosi, sempre freschi di sciampo.
Contrariamente ad Al Bano, questo barbiere qui non apre bocca e ciò è un bene.
Mi esercito all’immobilità assoluta e osservo la mia faccia senza occhiali fermissima nello specchio opacizzato dal tempo e i troppi fiati umani.
Raggiungo uno stato di semiveglia, sono una specie di non-morto.
Medito su niente, mi rilasso: è stata una buona idea, anche se vedo che i capelli me li ha tagliati un po’ a cazzo: grazie me li lasci umidi: 23 euro.
 
Ciao Antonella, come va.
Bene. Tu?
Bene.
Avete per caso un libro Rizzoli. Una cosa tipo Caravaggio perduto? Di un certo Harris?
Vediamo, mi pare di sì.
Prendo in mano l’ultimo libro di David Foster Wallace, Considera l’aragosta, che ho appena letto – quasi tutto – e vorrei dire: questo qui è molto bello.
Ma poi non lo dico. Che lo dico a fare? A che serve? Che gliene frega a questi due? Al massimo mi rispondono: ah.
Boccheggiano, vogliono solo andare in vacanza e lo dicono.
Ecco qui, Il caravaggio perduto, di Jonathan Harr, non si chiama Harris, ma Harr.
Perché lo compro se già so che non mi piacerà?
È il tipo di libro dal quale sto scrupolosamente alla larga da sempre: il reportage romanzato, o meglio, moderatamente fictionato, come mi accorgo più tardi a casa.
Mi passano rapide per la mente le mie solite considerazioni sul rapporto tra fiction e nozione, ma le tengo opportunamente per me.
Lo compro perché questo libro è stato giudicato bello dal mio amico A.
Non ho parlato direttamente con A., questo giudizio mi è stato riferito da un’amica comune.
A seguito di ciò, questo libro ha assunto per me un’aura di acquistabilità non prescindibile.
Così l’ho preso.
 
Ecco di nuovo la vampa esterna.
In farmacia incontro un’altra vecchia conoscenza.
Ci guardiamo negli occhi, ci riconosciamo all’istante, ma facciamo finta di no, con ottima intesa. Così possiamo risparmiarci la fatica di un colloquio di cui a nessuno dei due frega palesemente un cazzo e seguitiamo a ignorarci.
Mi succede sempre più spesso di incontrare persone che conosco, di solito della mia età, e di leggere nel loro primo sguardo la seguente proposta: che facciamo? ti va di fare finta che non ci siamo riconosciuti? così ognuno va per la sua strada e tanti saluti?
Ciascuno si è andato chiudendo nella cerchia delle sua mura affettive, nell’hortus conclusus del lavoro, delle cene con sempre gli stessi, nei giardini segreti delle intimità amorose clandestine.
Chi è fuori è fuori e ci resta.
Il mio universo sociale in questa città somiglia all’universo di Hubble, dove ogni sistema fugge via da tutti gli altri.
Così adesso ci osserviamo reciprocamente da grandi lontananze, finché poi non si scompare all’orizzonte.
Quella di fingere di non riconoscersi è una proposta che va sempre accettata, in omaggio all’indifferenza reciproca che ormai ci accomuna quasi tutti: sì ci conoscevamo un tempo, ma adesso chissenefrega, non trovi?
Sì trovo. 

Scritto da: tashtego a 18:14 | link | |

lunedì, 24 luglio 2006
Insetti

Sotto il lavello della cucina, dietro lo sportello di legno, si cela una scolopendra, o un animale affine.
Qualche minuto fa ho aperto lo stipo per prendere una bottiglia di Acqua di Nepi e l’ho vista fuggire e nascondersi velocemente. Bella grossa e piena di antenne. L’ho cercata, per ucciderla, l’ho scovata dietro a una bottiglia di detersivo, ma è stata più veloce di me.
 
Gli scarabei del tipo tondeggiante, lenti e nerissimi, amano indugiare apparentemente smarriti accanto alla porta di casa. La sera tardi mentre te ne vai a letto ne vedi qualcuno vicino alla soglia. Poi la mattina magari lo ritrovi lì, ma è morto. Ne muoiono molti. Perché? È un specie debole? Cagionevole? È una cosa epidemica?
 
Grilli verdi. Ne vedo di due tipi. Uno più grosso, elegante, molto sveglio e reattivo, zampe posteriori molto lunghe, un purosangue. Salta via appena avvicino la mano. L’altro grillo, più tardi, lo vedo sulla tovaglia della tavola dove abbiamo cenato, ieri sera. È più piccolo, le zampe più corte e robuste, compatto come una Volkswagen. L’addome stranamente ripiegato in alto, salta controvoglia e, quando lo fa, dà una tremenda craniata contro lo schienale di una sedia che è nei pressi. Sento il rumore dell’impatto: stomp. Si riprende e con un secondo salto, sparisce nell’erba.
 
A cena, appunto ieri sera, milioni di moscerini ovunque. Arrivano all’improvviso e si buttano sul cibo. La vaschetta con la mozzarella di bufala – “non ci posso credere, da voi esistono i bufali? non stanno solo in Africa?” – immersa bianchissima nel siero, si ricopre di macchie nere. Moscerini agonizzano un po’ ovunque, li sentiamo in faccia, sulle braccia e sulle gambe. Spegnere la luce sopra il tavolo. Seguitiamo nella penombra. Alzo gli occhi e vedo il Grande Carro. Esiste ancora.
 
Formiche veloci sul tavolo al mattino, corrono tra i biscotti, le tazze del tè, eccetera. Le briciole di ieri sera sono ancora qui.
-         “Perché non le portano via? Allora cazzo ci vengono a fare qui sopra? Che devono fare qui, se poi lasciano tutte le briciole e mai che se ne incollino una? Si affollano attorno agli scarabei morti, ma qui non toccano niente. Che ci vengono a fare? E poi perché sono sempre così agitate?” - , dice A.
 
Come hanno fatto nel corso di milioni di anni, le varie specie di falene a superare le dure prove della selezione naturale, se sono così stupide?
Cosa gli passa per la testa? E perché altre specie di insetti - metti la scolopendra di cui sopra, che fuggiva immediatamente alla mia vista senza sapere né leggere né scrivere - alle prese con le cose dell’uomo se la cavano così bene, mentre le falene muoiono e muoiono e muoiono, che qualcuna la vorresti salvare, ma sono troppo stupide e ti impediscono di farlo?
Avete mai provato a far uscire di casa, anche di giorno, una di quelle falene brune?
A volte sono enormi, che la sera ti spaventano per il rumore improvviso che fanno, come di un pipistrello che sbatte contro le pareti.
Se riesci a farle arrivare sul davanzale della finestra non c’è verso di farle uscire, ti si aggrappano al dito (pesano un etto) e fanno di tutto per restare lì, alla mercè dei ragni che da lontano guardano la scena e si leccano i baffi. Allora dici vaffanculo, fai come vuoi, e regolarmente la mattina dopo è lì stecchita, oppure moribonda, o peggio è già imbozzolata da qualche parte dentro una tela de ragno.
 
Degli scorpioni neri e grossi, che sembrava dormissero dentro le pieghe del muro, in alto, c’è poco da dire, se non che John ha preso un pezzo di scottex e li ha tolti di lì, per poi schiacciarli sotto la suola dell’infradito.
 
Apparentemente più evoluti, i bombi si affollano attorno ai cespugli di lavanda. Il bombo – l’ho potuto osservare attentamente in Inghilterra dove lo vedi dappertutto - è un animale che essenzialmente si fa i cazzi suoi.
Come le api, poche qui, i calabroni grossi e viola che si affaccendano sui fiori di glicine, e i grossi calabroni neri e gialli che da queste parti chiamano ammazza-somari, i bombi sono in giro per lavorare. Non come le vespe.
Da molto piccolo, metti a cinque, sei anni, fui punto in faccia da un ammazza-somari. Restai a letto una settimana con la febbre, mi gonfiai come un pallone. Da allora li temo sopra ogni cosa.
 
Le vespe fanno storia a sé. Sono l’opposto delle falene, cioè molto attive e curiose. Muoiono spesso per troppa invadenza & arroganza. A Berlino, che è piena di vespe, affogavano spesso nel boccale di birra, che bisognava tirarle fuori con un cucchiaino, oppure col dito. All’Isola, durante la prima colazione, la (lurida) buatta di miele mi si riempie presto di vespe moribonde, che annaspano. Ogni mattina, come Dio, decido a seconda dell’umore, se quelle vespe devono vivere o morire. Ne salvo qualcuna a capriccio, tirandola su col cucchiaino e lasciandola da sola a sbrigarsela con le ali appiccicose di miele.
Oppure, sempre come Dio, non interferisco: le lascio morire affogate e le osservo che si dibattono sempre più lentamente.  

Scritto da: tashtego a 09:26 | link | |

domenica, 16 luglio 2006
2-Valle Giulia

Sotto il pino di fronte all’ingresso c’è gente sdraiata sul prato che fuma e chiacchiera al sole.
Quelli che scalpellano la facciata seguono un disegno tracciato, pare da Guttuso, sull’intonaco col gesso: figure nude e grappoli d’uva, un’arcadia incompiuta, strana in quel contesto così politico: ma chi ha sta lavorando a quella roba fa parte di un gruppo diverso: sono una specie di situazionisti.
Si divertono ad eseguire azioni totalmente deviate e astratte, che ci sembrano molto belle. Allevano pecore nelle stanze della facoltà, scavano una piscina nello spiazzo, trapiantano un albero di fico nel patio davanti all’Aula Magna, irrompono nelle case di intellettuali affermati, purché di sinistra, e scompaginano ogni cosa, in qualche caso con una certa violenza fisica. Ma non sulle persone, piuttosto sulle cose. Mandano all’aria cene, serate tra amici, terrorizzano famiglie.
La violenza – fisica e psicologica - è lì, è l’opzione sempre presente, fa parte integrante di tutto quello che ci succede e che forse facciamo succedere.
Non si può eliminare, perché essere non-violenti significa non-esistere nei termini in cui vogliamo esistere.
E questi termini, anche se non sono per niente chiari, di sicuro non ammettono mediazioni con l’esistente, almeno a parole.
La violenza è necessaria, alcuni di noi ci metteranno anni per capirlo, ma operai e contadini, lo sanno da sempre: necessaria perché senza azione fisica, senza manifestarsi nello spazio-tempo, piuttosto che soltanto nella parola scritta o detta, nessuna opposizione può prendere veramente corpo.
Nessuno, nelle assemblee del movimento, lo dice apertamente: anzi, si afferma il contrario, ci si ripete in continuazione che siamo noi gli aggrediti, i malmenati, gli arrestati e anche questo è vero, in linea di massima.
Ma tutti sanno che senza confronto fisico il movimento non esisterebbe allo stesso modo, le cose che afferma non avrebbero la stessa forza, la stessa sostanza oppositiva, la stessa rilevanza politica.
Occorre che tra il movimento e il sistema si instauri una dialettica della violenza, una sequenza di botta e risposta, che porti lo scontro a vero compimento.
Alcuni tra i compagni più lucidi sanno che solo attraverso la violenza si svelano le intenzioni dello Stato e dicono apertamente che è con il passaggio attraverso una o più fasi repressive che il movimento può fare i salti di qualità sperati.
Ecco quali sono i salti di qualità:
-         da movimento anti-autoritario, genericamente anti-sistema, a movimento politico di impronta comunista rivoluzionaria;
-         dalla lotta alla proletarizzzione del tecnico, per la liberazione dei saperi, alla lotta per la rivoluzione proletaria;
-         dall’università, come principale terreno di lotta, verso il territorio e principalmente verso la fabbrica.
Tutto questo è riassumibile genericamente nella necessità di uscire dall’università per trovare collegamento e forza in altri soggetti sociali subalterni. Percepiamo l’università, la condizione di studenti, come un ghetto e un privilegio non-accettabili.
 
Se ci facciamo chiudere dentro questo recinto dove il paternalismo si respira come l’aria.
Se lasciamo che la vita e la società e le feroci contraddizioni del mondo vengano tenuti fuori da ciò che vi si insegna e da ciò di cui si parla, perché non rientrano nell’aura accademica dei saperi autoritari e pre-confezionati dominanti.
Se lasciamo che l’istituzione universitaria ci modelli secondo gli standard di cui il capitale ha bisogno nell’attuale fase di ristrutturazione.
Se ci lasciamo ingabbiare nella filiera che produce i prevedibili tecnici proletarizzati di cui il sistema intende servirsi.
Insomma se consentiamo tutto questo, allora possiamo dirci non solo già finiti come movimento, ma già morti come esseri umani. 
 
Attorno a noi la società dei morti ci vuole, ci chiama, non intende lasciarci spazio: le serviamo, siamo i quadri di cui ha bisogno. Padri, professori e maestri, preti e politici, compreso il Partito Comunista, polizia e carabinieri e istituzioni varie, militari e non, insomma tutta la società, non intendono scherzare, né mollare di un centimetro la loro presa sulla nostra generazione. Tutto quello che otterremo dovremo strapparlo pezzo per pezzo.
 
Tra le molte differenze, i quadri dirigenti del movimento hanno in comune una basica visione marxista leninista, secondo la quale non c’è movimento rivoluzionario senza una classe sociale che abbia un interesse vitale a costruirlo, che lo egemonizzi e lo conduca a buon fine attraverso le opportune alleanze.
 
Per gestire il salto di qualità della lotta sono già nate formazioni politiche esterne insofferenti dei limiti in cui finora si manifesta il movimento, ma che restano ancora saldamente collegate all’università come luogo principale di formazione delle coscienze politiche di base, dunque come luogo di produzione di quadri politici extra-parlamentari allo stato embrionale.
Molti esponenti e quadri intermedi gruppettari si impegnano a fondo nelle successive riprese del movimento nelle università, che non si placa mai del tutto sino all’esplosione del Settantasette.
Qui il movimento, dopo circa dieci anni di esistenza e molte metamorfosi, muore come una super-nova, consumandosi in breve tempo e in un’intensa ultima fiammata.
 
Dunque, strucca strucca, il terreno di lotta privilegiato è soprattutto fisico e spaziale: lo spazio universitario delle facoltà occupate, da un lato, e quello della piazza dall’altro.
Dopo vari decenni quelli che ancora ricorderemo saranno eventi di conflitto topico, contese per la conquista di estensioni spaziali che resteranno legate al nome dei luoghi dove accaddero, dove si fecero accadere: il fatti di Valle Giulia, la perdita e la riconquista della facoltà di Architettura, gli scontri di Piazza Cavour, della Facoltà di Lettere, eccetera.
Di tutto quel discutere parlare urlare bestemmiare insultare cantare scrivere leggere ciclostilare votare riflettere, eccetera, insomma di quell’immensa e complicata attività verbale sessantottesca, restano incisi, indelebilmente, nelle sequenze del movimento, nelle memorie personali, nella storia stessa delle città e dei luoghi, soprattutto i momenti di scontro fisico.
Sono anni di cultura pre-mediatica, dove la comunicazione di massa non ha ancora messo a punto per bene i suoi strumenti più micidiali.
Ai media hanno accesso ancora poche persone, che non capiscono bene cosa succede: i primi mesi del sessantotto sono una faccenda che si sbriga tra pochi studenti, la polizia, la borghesia intellettuale delle città, i giornali, il ministero dell’interno. E basta.
Quelle che chiamiamo le masse operaie restano, ancora per un po’, estranee, diffidenti, inerti.
I sindacati sono attenti, ma ostili. E sempre lo saranno.
 
Stanno accadendo cose mai prima verificatesi, o almeno non presso di noi, figli di borghesia di città: ci scontriamo in piazza con polizia e carabinieri.
Rovesciamo automobili, dopo averle messe per traverso sulle strade, e le incendiamo.
Sono incredulo di fronte a tutto questo.
Ho paura di fronte al sangue che vedo sulla faccia dei compagni, di fronte alla pistola che mi punta addosso un poliziotto uscito di testa: maledetti, vi ammazzo tutti, figli di puttana.
Mi fa paura anche la violenza dei compagni, ai quali non riesco ad unirmi davvero, con anima e corpo.
Forse è solo la paura di farmi male, come i ragazzi e le ragazze che vedo attorno a me, con la testa spaccata da un sampietrino, da un colpo di manganello, sdraiati a sanguinare sul selciato, la faccia bianca che sembrano morti.
I colpi secchi dei sassi sugli elmetti della pula, sui tetti e nei finestrini delle auto in sosta, le sirene, le nostre e le loro urla, gli insulti, le voci nei megafoni, gli squilli di tromba prima delle cariche, la paura di morire.
La fuga, per mettere chilometri di città compatta tra me e tutto questo.
Poi tornare indietro pentito, nell’odore forte della vernice e della gomma che bruciano, dei lacrimogeni.
Fumo bianco e nero, ovunque, e gli schiocchi continui emanati dal conflitto.
 
Perché sono qui? Che controllo ho su questa situazione? Perché non riesco a tenere a bada le emozioni? Perché a me tremano le gambe e a quelli là no? Siamo fatti della stessa materia? Siamo convinti delle stesse cose? Chi ha deciso che io oggi mi trovi qui in questo casino, così tanto più grande di me? Chi mi sta agendo? Chi si serve di me?
 
I compagni si spostano rapidamente, scappano da tutte le parti, i fazzoletti sulla faccia.
Vedo in fondo alla strada che alcuni di loro vengono presi e bastonati dalla polizia.
Poi li fanno salire sui cellulari.
Più in là si riformano gruppetti che svellono i sampietrini della cunetta, scelgono i più maneggevoli e li lanciano.
La polizia avanza lentamente ma senza esitare.
Allora di nuovo via di qui.
Di corsa.

Scritto da: tashtego a 22:10 | link | |

giovedì, 13 luglio 2006
1-Valle Giulia

Metto qui, in due o tre puntate, qualche appunto sul Sessantotto.

1
L’odore di polvere è ovunque.
Ma non è lo stesso odore della polvere che puoi percepire metti in campagna, su una strada sterrata.
Questo è odore di sporco.
E lo sporco le vedi ovunque sui pavimenti e sui mobili, cioè su tavoli e sedie, che qui quando dici mobili, dici in pratica tavoli e sedie e sgabelli.
C’è qualche armadio e qualche lavagna.
Ci sono le lampade a globo che pendono dai soffitti.
Ci sono le tende blu di tela pesante, per schermare i finestroni e consentire la proiezione di diapositive, cioè per quando si fa lezione, ma lezione non si fa, da mesi.
C’è poco altro.
Molti di questi mobili sono di faggio con le targhette dell’inventario, oppure di metallo e multistrato.
Alcuni accatastati a mucchi, disposti a barricata, contro le vetrate di ingresso. Per uscire devi percorrere una “esse” tra la prima e la seconda barriera.
Per entrare ti devono riconoscere quelli del picchetto, oppure qualcuno che loro conoscono deve garantire per te.
L’idea sarebbe di non far entrare “fascisti e provocatori”, la voce che gira è che il movimento sia pieno di poliziotti e agenti provocatori: spesso di notte arriva qualcuno trafelato a dire che stanno arrivando i fasci, ma i fasci non sono mai arrivati, qui.
Fuori ci sono quelli sulle scale a pioli che scalpellano l’intonaco color pozzolana della facciata. Le scale sono appoggiate sulla pensilina d’ingresso.
Questa pensilina è un elemento storico delle rivolte di Facoltà, dal ’63 in poi.
Dalle foto di allora si vede bene il leader che arringa i colleghi, allora non si chiamavano compagni, col megafono.
E però quest’anno è poco usata: va di più l’assemblea in Aula Magna. Se ne tengono tutti i giorni.
Nel ’63 l’Aula Magna non c’era, le assemblee si facevano in un cinema qui vicino.
 
Assemblee continue. Poi seminari, gruppi di lavoro, commissioni. Poi di nuovo tutto viene riportato in assemblea.
Le assemblee le conducono quelli che hanno già un’esperienza politica di qualche tipo, che conoscono i rudimenti delle procedure democratiche, che sanno cos’è una mozione, come e su cosa si vota, eccetera.
Insomma alla testa del movimento si pongono quelli che hanno già dimestichezza e contatti con la politica, i partiti.
Ma il movimento - nella sua apparente follia che lo porta a bruciare in una corsa disperata tutte le tappe di una rivoluzione virtuale, fino al dissolvimento e all’uscita verso approdi estremi, che faranno poi storia a sé, ciascuno per la propria parte – il movimento dicevo, si appropria di questi leader (e ne crea continuamente di nuovi) conducendoli, qualche volta obtorto collo, dove “naturalmente” sta andando. La partita del potere, nel e sul movimento, possiede una regola fondamentale, che bisogna giocarsi bene se si vuole restare alla testa del movimento, tra i pari che lo dirigono: chi scavalca gli altri “a sinistra”, al momento giusto, vince l’assemblea di quel giorno, guadagna quella particolare posizione, in quella particolare facoltà.
Se è bravo pian piano si guadagna sul campo il diritto ad entrare nelle rappresentanze informali che si riuniscono nelle sedi centrali di movimento, di cui da qualche parte esistono già gli embrioni.
Dentro le facoltà si formano gruppi di sodali, spesso collegati con gruppi analoghi formatisi altrove, in altre facoltà, talvolta direttamente derivati da questi.
 
Di cosa stanno parlando? Perché non riesco a capire un cazzo? Perché mi sembra di essere il solo a non capire? Come fanno gli altri ad essere pro o contro una cosa che non si capisce? Perché mi sembra tutto così assurdo e sbagliato, eppure così giusto, eccitante, vero? Sono dentro questa corrente, oppure l’osservo dalla riva, mentre scorre?
 
Gli interventi si susseguono secondo il rituale della democrazia assembleare, ma sono solo le parole di alcuni, quelle che veramente contano.
Il grosso degli interventi serve come riempitivo: tutti lo sanno questo e nessuno li ascolta davvero.
È anche tacitamente noto che chiunque abbia una posizione politica riconducibile ad un partito, di fatto non può parlare.
Linguaggio uniformato sugli standard di movimento, neologismi coniati il giorno prima, che già percorrono velocissimi tutte le assemblee, parole ricorrenti, spesso corrispondenti a concetti vaghi, spesso con referenti in transito da un significato ad un altro
Parolacce e bestemmie, spesso usate per prendersi il tempo necessario alla formulazione successiva.
Liberazione del linguaggio da ogni forbitezza borghese e perbenista, molta ironia, aperte irrisioni.
Farsi notare significa riuscire a rovesciare i paradigmi della giornata assembleare, far provare a tutti gli astanti la sensazione che “non hanno capito un cazzo”, dire che “il problema è altrove”, che sono “attestati su posizioni de retroguardia”, che “occorre alzare il livello dello scontro”, eccetera: è una rincorsa.
Senso, coerenza e verità del discorso, contano meno del tono e del carisma di chi lo pronuncia.
Contano il tipo di parole che usa, come le si usa, i vezzi linguistici.
Conta l’aspetto fisico, il timbro e il livello sonoro della voce, il modo di vestire, la marca delle sigarette che si fumano.
Contano il tempismo nell’intervenire, la capacità di spiazzare, di superare, andare oltre, di condurre l’assemblea ad attestarsi gradualmente su convincimenti ulteriori, su nuove parole d’ordine.
Cioè che si diceva questa mattina non si dirà più questa sera, sarà superato.
Esserci significa percepire questo mutamento incessante, starci dentro, condividerlo, contribuirvi.
L’assemblea, anzi il movimento stesso, ha continuo bisogno di nuovi compiti e obbiettivi da raggiungere e su questi si ricostruisce giorno dopo giorno.
Tutto è frutto di libere scelte individuali, di convinzioni, nessuna costrizione, ma quello che davvero agisce e conta è lo spirito gregario, cioè il desiderio istintivo di ciascuno di appartenere e di partecipare.
Le motivazioni dell’esserci e dell’agire nel movimento, di rischiare la testa spaccata o peggio, vanno ricostruite, riconfermate, implementate, superate, tutti giorni: questo i leader l’hanno capito.
Dunque nessun passo indietro, sempre avanti, sempre oltre fino al dissolvimento, all’auto-annullamento: che arriveranno presto.

 

Scritto da: tashtego a 10:04 | link | |

lunedì, 10 luglio 2006
Che ti avrà detto mai Materazzi?

La testata di Zidane più che altro mi è sembrata un gesto strambo, incongruo.
Data la situazione, voglio dire.
Lui ha un volto bellissimo che fa pensare al busto di un imperatore romano.
Grave & pensoso, sguardo profondo e consapevole, auctoritas e magnanimità, saggezza, prestigio, carisma.
Che c’entrava quella capocciata?
 
La verità del campo per la prima volta si è integrata con la verità fattuale come appare vista dall’esterno del campo: Zidane viene espulso solo perché il quarto uomo era davanti ad uno schermo tv e ha potuto riavvolgere in fretta il nastro: la verità fattuale si è insinuata nella verità arbitrale (basata su ciò che l’arbitro vede o non vede) e l’ha scardinata: ma questo riavvolgimento del nastro, l’uso della tecnologia oggettiva invece della valutazione arbitrale soggettiva, fa pensare ad una prossima coniugazione tecnologica tra verità del campo e verità fattuale – la moviola in gampo di Biscardi – quando l’occhio arbitrale si trasformerà in una specie di Occhio di Dio che vede tutto e premia o punisce secondo giustizia.
 
Com’è possibile che un giocatore che ha raggiunto lo status di Zidane – status che supera largamente i suoi meriti calcistici e lo situa nell’empireo dei simboli – si lasci andare ad un tale gesto da coatto?
Sei in mezzo all’Olimpia Stadium di Berlino, quello di Speer, di Hitler e di Leni Riefenstal, per capirsi, stai giocando la finale dei campionati del mondo 2006 davanti a un miliardazzo comodo di spettatori, davanti al tuo presidente e a qualche decina di capi di stato, sei in una fase delicatissima della partita, cioè a dieci minuti dalla fine del secondo tempo supplementare e tu ti metti a fare a capocciate con Materazzi?
Che ti avrà detto mai Materazzi?
Al massimo ti può aver detto vaffanculo stronzo frocio li mortacci tua ti spacco il culo figlio di puttana, roba così.
E tu, Zinedine Zidane, il calciatore più stimato e rispettato del Pianeta, ti avvicini e a freddo gli dai una testata in petto?
E perché allora non in faccia, sul naso a rompere il setto, come da manuale?
Come mai riesci a trattenerti dal colpirlo in faccia, senza riuscire a trattenerti dal colpire tout court?
Mi colpisce la non corrispondenza tra volto, portamento, intelligenza, animo e stile che si mette in evidenza nel gesto di Zidane, la stessa non corrispondenza che constato in me, quando metti mi capita di lasciare improvviso spazio ad un me stesso orrendo, che insulta e dà della puttana, nel più rozzo romanesco, a una guidatrice che esce da un parcheggio metti senza freccia.
Finita la crisi di rabbia mi vergogno e mi dico: io non sono così, è stata solo l’esasperazione, non sono così, non posso essere così.
Ma quello che mi dico non significa nulla, perché ad inveire nel modo più volgare e violento ero sempre io.
Io che mi penso così civile, ironico e di-classe, sono invece impantanato nella vita come tutti.
Sono implicato nei suoi aspetti più stupidi luridi e rozzi, fino al collo, come tutti.
E spesso reagisco come una bestia.

Scritto da: tashtego a 14:45 | link | |

martedì, 04 luglio 2006
Rovesciare un bicchiere

La cosa che più di tutte faceva incazzare mio padre era che a tavola si rovesciasse qualcosa. Quando accadeva, e accadeva spesso, visto il numero dei partecipanti al desco, il pranzo, o la cena, praticamente andava a monte.
Inutile dire: non l’ho fatto apposta, mi è sfuggito dalle mani, mi spiace.
Inutile scusarsi, palesare pentimento, contrizione, prostrarsi con umiltà ai suoi piedi.
Rispondeva che a tavola le cose si maneggiano con attenzione e andava avanti urlando & insultando per mezz’ora.
Ma poteva anche darsi che passasse alle vie di fatto, che ti menasse direttamente, senza passare per fasi verbali e introduttive. Dipendeva.
Magari aveva passato una brutta giornata, aveva problemi con le banche, insomma rogne di lavoro, anzi di Lavoro, che il suo Lavoro, che lui amava/odiava, noi lo odiavamo senza amarlo nemmeno un po’, visto l’effetto che gli faceva lavorare.
 
Qualche giorno fa mi veniva in mente tutto questo per una di quelle concatenazioni bislacche che ogni tanto mi si innescano nella corteccia.
Il numero di Alias di questa settimana riporta la notizia dell’uscita in Italia di un romanzo americano del 1969, Fat city, di Leonard Gardner.
Da quel romanzo, nel ’72, John Huston trasse un film (Città amara) che mi si impresse nella mente, soprattutto la scena di una bottiglia di ketchup piena che cade sul pavimento della cucina di una coppia di sfigati poveri e male assortiti (Susan Tyrrell e Stacy Keach) e si rompe, provocando una lite devastante tra i due.
Quel ketchup sparso sul pavimento diventa l’emblema del fallimento e della catastrofe umana nella quale da tempo la coppia sta “sprofondando”.
Un evento caotico, irreversibile, che funziona da catalizzatore/rivelatore della crisi eccetera.
Anch’io odio i bicchieri che si rovesciano, i liquidi che si spargono e intridono, colano nell’asciutto, devastano le cose che vorresti rimanessero secche, eccetera.
Massimo evento catastrofico di questo tipo è la Bottiglia Piena d’Olio che cade sul pavimento,meglio se di cotto.
Non amo affatto riconoscere in me i difetti di mio padre e quindi non amo odiare le cose che si rovesciano e non amo incazzarmi con chi le rovescia, ma non posso farci niente.
Gli addetti al settore stanno capendo che gran parte delle nostre caratteristiche, cosiddette personali, fisiche & caratteriali, è di origine genetica (Nature via nurture, di Matt Ridley che in italiano è diventato Il gene agile, Adelphi 2005) e che solo la cultura può tenere a bada le più sgradevoli e indesiderate.
Io non desidero incazzarmi perché un recipiente si rovescia sulla tavola o cade sul pavimento, tuttavia lo faccio lo stesso, è più forte di me, non ostante odiassi mio padre quando si riduceva una bestia umana al rompersi di un bicchiere.
E lo odiassi anche in ogni altra occasione.
 
C’è una parte molto rilevante di me che non sopporto: è quella in cui riconosco mio padre, la parte di mio padre che è in me.
È morto da quindici anni, ma spesso lo vedo che mi guarda da uno specchio o, per strada (mio padre diceva “per istrada”, altra cosa che odiavo), da una vetrina: ma naturalmente sto guardando, con ribrezzo, la mia immagine riflessa.
Però una volta, in sogno, mi ha telefonato, rompendomi (ancora!) le palle su non ricordo cosa, e gli ho chiesto “papà da dove telefoni?” e lui mi ha tipicamente risposto: “lascia stare, fatti gli affari tuoi”.
Genetica a parte, io dispongo anche di una specie di spiegazione per l’idiosincrasia delle cose versate e la disperazione che ne deriva.
Per me un semplice bicchiere che si rovescia sulla tavola, bagnando il tovagliolo e soprattutto il fondo della rosetta di pane poggiata vicino al piatto, eccetera, è una specie di rivelazione del caos che sta sotto la vernicetta di ordine e geometria che conferiamo al mondo.
Non solo.
È simbolo fattuale, cioè in altre parole esempio concreto e improvviso, dell’irreversibilità della freccia del tempo, dell’impossibilità di riavvolgere il nastro, dell’imprecisione dei nostri gesti, della tendenza del tutto a ritornare appena può ai primordi, delle sostanze a mescolarsi di nuovo per ridiventare l’unica immensa palla di pongo degli Inizi (oppure a ri-comprimersi nel minuscolo nocciolo primevo dell’Universo, “infinitamente denso” qualsiasi cosa ciò voglia dire).
Un bicchiere che si rovescia si oppone alla separazione che imponiamo agli oggetti disposti su una tavola apparecchiata:
- qui l’acqua e lì il vino;
- qui i piatti, perfettamente rotondi e vicino i bicchieri (cilindrici e tronco conici, a calice, eccetera) e le posate in ordine preciso, il tovagliolo, il pane;
- qui il cibo - di diversa natura e consistenza, che da noi (in Cina no, per esempio) è cucinato secondo la distinzione aristotelica tra sostanza e accidente - servito nei suoi specifici contenitori, affinché non si mescoli al resto e agli altri cibi in particolare;
- olio e aceto in bottigliette, raggruppate assieme a sale e pepe, anch’essi distinti;
- eccetera.
Primo, secondo, contorno, frutta: ogni cosa appare organizzata e concettualizzata e separata dal tutto, a giocarvi un ruolo preciso, ad entrare in scena né prima né dopo di quando è giusto che lo faccia, eccetera.
Il rovesciamento di un recipiente vanifica tutto questo, intridendo e mescolando, formando composti non voluti, non-previsti, come che so, l’aceto che cade sulla mozzarella, il grumo de purè nel bicchiere di vino e come dicevo, il fondo della rosetta di pane fresco irrimediabilmente ammollato dall’acqua.
 
Il pane fresco mollo d’acqua, capisci? Posso a malapena concepire l’ammollamento, gestito e voluto e controllato di quello secco, le friselle, non so. Ma quello fresco, caldo, croccante, il pane nel suo stato supremo, cioè subito dopo essere stato sfornato e subito dopo un libero, lento raffreddamento, il pane come lo intendono i francesi, cioè come una cosa che dura lo spazio di poche ore, prima di diventare non-mangiabile, perché sostituibile con altro pane, quello croccante del giorno successivo. Quel pane lì, come sublime condizione della materia, che si ammolla d’acqua – peggio se di vino - nella parte sotto-stante, dalla quale occorre separarlo in fretta per salvare almeno la calotta superiore. Come dare torto al vecchio, dopotutto?

Scritto da: tashtego a 15:12 | link | |

domenica, 02 luglio 2006
Sotto il glicine

Adesso saranno probabilmente le sette a mezza. Fa un po’ freddo e c’è foschia. Cioè, mi correggo: non è che faccia freddo, davvero. È l’umidiccio mattutino, quella che chiamano guazza, che dà un senso di freddo, ma ci saranno 27 – 28 gradi, a giudicare dal caldo che avevo fino a poco fa, quando al piano di sopra tentavo di riaddormentarmi.
C’è un concerto di uccelli e ci sono uccelli che volano bassi, frullando le ali, calabroni molto sonori che suggono residuo nettare da fioritura tardiva di glicine su pergola, dove questa pianta lotta da sempre per la supremazia con una vite americana piantata all’altro vertice: io l’aiuto come posso, la vite, perché il glicine mi sta sul cazzo: troppo vitale e alieno, troppi tentacoli che trovi cresciuti a dismisura da una settimana all’altra, troppa roba che ricorda Il giorno dei trifidi, i baccelloni de L’invasione degli ultracorpi, che si protende cieca nello spazio in cerca di qualcosa cui avvinghiarsi, qualcosa da strangolare e/o parassitare.
Ieri venendo qui sulla super-strada ascoltavo quel vecchio disco live di Coltrane, Afro blue impressions, che accompagna da sempre la mia vita, cioè da almeno 45 anni, da quando cioè il mio amico Antonio - che capisce la musica e molte altre cose: lo considero uno dei miei maestri, benché lui non lo sappia e benché sia un mio coetaneo quasi preciso – dicevo da quando il mio amico Antonio me lo fece ascoltare per la prima volta, un’estate metti del ’65, devo controllare la data sulla copertina del cd, e piangevo.
Sì, piangevo lacrime calde di commozione ascoltando a palla il lunghissimo delirante assolo di Coltrane nel terzo pezzo – credo utilizzi un sassofono soprano, devo controllare – mentre A. vicino a me si stava invece leggendo, ignara delle mie ridicole lacrime, su Repubblica il pezzo di Caracciolo sulle strategie di politica estera del governo Prodi – il triangolo Irak, Iran, Afghanistan dove i nostri interessi sarebbero in Iran (sembra sia proprio così), mentre noi ci impegniamo in Afghanistan, che per il nostro Paese non avrebbe la minima rilevanza politico-strategica se non come obbiettivo NATO, nella quale bisognerebbe a tutti i costi restare, mentre io risalgo ad ere geologiche durante le quali si urlava nelle piazze “via l’Italia dalla NATO” - che a me in quel momento non me ne poteva fregare di meno, mentre piangevo a causa dei trilli appassionanti di Coltrane, con McCoy Tyner al piano che cerca di stargli dietro e ci riesce a tratti egregiamente, ma si capisce che anche lui è stupito dallo scatenamento di John e da tutta quell’ispirazione che esce a fiotti dal suo strumento: un pezzo di quasi mezz’ora: il solito My favourite things, ma stavolta eseguito in modo che non sto a dirvi. Ascolto questo disco praticamente da 45 anni, da lì non ho intenzione di schiodare “per cercare nuove avventure”. Resto lì, col quartetto storico di Coltrane (McCoy Tyner, Jimmi Garrison basso, Elvin Jones batteria), una delle cose più preziose che la cultura umana abbia prodotto. Così chi vuole sa dove trovarmi.
Qualcuno sta muovendosi nelle frasche della valletta qui sotto, molto etrusca, bellissima, che Johnny (si pronuncia “giani”), il mio padrone di casa, silenziosamente si contende con la pornodiva a colpi di recinzione e perizie del geometra: “mi avrà rosicato almeno un paio di metri” ragiona Johnny, ma, secondo me, i metri sono pure di più.
La pornodiva abita di fronte, una casa rosata come questa del resto, che non si vede mai bene dietro agli alberi, ai lecci laziali sempre più folti aggrappati al dirupo, e mi piasce immaginare che vi girino film porno: però ogni tanto si sente parlare e ridere, quindi niente film porno, ma bambini che giocano con l’acqua, cuccioli che abbaiano, roba così, famigliare.
Dicevo della valletta: stamattina molto presto sono sceso e ho fregato quattro canne dal canneto della pornodiva, che mi servivano per sostenere i pomodori dell’orto. Le canne del suo canneto – Johnny mi disce che le canne su quel versante della valletta sono della pornodiva – sono assai migliori delle nostre, più basse e sottili.
Ora devo dire che quest’orto mi ha preso. Sono preoccupato. Qualche tempo fa avevo detto ad A.: “Se vedi nascere, emergere in me un ortolano, abbattimi, non lasciare che invecchi nell’orto e vi muoia magari d’infarto, come si vede nel Il padrino parte prima”. E invece eccomi qui ad occuparmi di questi cazzo di pomodori, che se esiste una pianta brutta, repellente, è proprio la pianta di pomodoro. La tocchi ed è pelosa, molliccia, puzza di piscio di gatto fresco (con sentori di sauvignon e pesca), non sta in piedi, se non la leghi al traliccio di canne si mette a strisciare nell’umidore del terreno, si copre di polvere e fa frutti pesanti che non riesce poi a sostenere, ha questo colore verde bluastro un po’ malato che mi inquieta, piccoli afidi neri, che camminano lenti su e giù per lo stelo non ostante il verderame. Devi stare attento, quando la leghi al traliccio di canne (adoro fare questi tralicci, con cura e precisione degna di un Ictino, mentre costruisce il Partenone), a non spezzarne i rami, che sono fragilissimi. Allora capisci che il pomodoro e la cosiddetta Natura non hanno più nulla in comune, che è un mutante con migliaia di anni sulle spalle, una specie continuamente manipolata, suddivisa in centinaia di varietà, asservita e deformata, cioè resa mostruosa, da noi umani. Esattamente come abbiamo fatto coi cani, con le mucche, i maiali, eccetera.
Tuttavia il modo di agire, e di agirci, di “Madre Natura”, cioè di Dio, non è che sia molto meglio del nostro, anzi. Qui non ce n’è molta di questa roba che chiamiamo natura, ma quel poco che c’è – vedi molta di quella materia vivente che facciamo rientrare nella categoria del verde, voglio dire piante, alberi, erba, ma poca animalità, se si eccettuano naturalmente ragni e vespe - non è esattamente benevola. È proprio osservando una vespa in azione, ieri pomeriggio, che mi è venuta l’ennesima nausea per il Creato. Ero al cellulare e non capivo bene cosa fosse quell’insetto grosso, verde-nero con molte zampe che mi svolazzava intorno, si posava e ritornava a svolazzare. Al cellulare, non ricordo perché, mi si diceva di Virginia Woolf e volevo replicare quello che dico sempre e cioè che a me Virginia Woolf non piasce per niente, che non sono mai riuscito a finire un suo libro per eccesso di prosa circonvoluta (fighettismo élitario british & un sacco di riflessioni cammin facendo), eccetera, ma non l’ho detto, perché nel frattempo lo strano animale si è posato e ho visto che erano due, cioè era una vespa, di quelle nere e spietate, che teneva stretto tra le zampe un grillo di quelli verdi e mansueti, vivo, perché muoveva le zampe. Allora ho fatto quasi un salto indietro, dimenticando Virginia (su di lei potrei avere torto marcio) e la persona a me cara che me ne stava parlando, e mi sono ricordato di un documentario visto anni fa, rimastomi impresso indelebilmente nella corteccia del cerebro, dove si trattava di queste vespe che depongono le loro uova nel corpo vivo di un altro insetto in modo che si mantenga fresco per quando le larve si schiuderanno e cominceranno a divorarlo, sempre vivo, dall’interno fino a sviluppo completo.
Ricordo che trattavasi proprio di vespe nere, come quella che avevo sotto gli occhi, aggrappata alla sua preda. Ho pensato allora: quale dio può essere così macabro e crudele, da immaginarsi un animale che agisce in questo modo, e quale rispetto posso provare per chi crede non solo nell’esistenza di tale dio, ma anche nella sua “infinita bonta”? E avevo pensato anche: ma come fanno quelli che ti vengono a dire dell’equilibrio naturale, che non bisogna “turbarlo” perché è “naturalmente” buono e giusto, a non accorgersi dell’imbecillità che contiene una concezione del genere? Non sarebbe più giusto, invece, dedicare la vita allo sterminio delle vespe nere fino cancellarle dalla faccia del pianeta, come fu fatto coi nazisti?
En passant & pro veritate, devo citare la Battaglia delle Vespe di un anno fa, quando Francesco, detto non ricordo perché, “l’Omo”, le sbaragliò in alto, sotto le travi della camera di sopra, iniettando silicone dentro la cavità a lungo cercata del nido e bisognava vedere la rabbia e la costernazione dello sciame che ronzava impazzito sopra il tetto. 
Eccetera: a partire dai pomodori non sai dove puoi andare a parare.
Ieri pomeriggio puntata sul lago per cercare un posto dove mangiare pesce d’acqua dolce, che per noi uomini e donne di costa, cresciuti sulle spiagge, le scogliere, del Tirreno, è una stranezza un po’ repellente e contro-intuitiva. Il paese sul lago risultava piccolo, mezzo vuoto, con vicoli e “boutiques” e con le pietre angolari delle case messe a nudo dall’intonaco assieme ai mattoni apparecchiati per gli archi, in modo che se ne veda bene l’antichità, se ne apprezzi il rustico e tutto il luogo diventi una citazione kitsch di se stesso, senza contare i citofoni di ottone sfrenatamente dorato disegnati “in stile”, gli stessi che stanno invadendo Roma in un brilluccichìo di bottoni e targhette, come se Re Mida si fosse fatto una lunga passeggiata, toccando tutti i vecchi onesti citofoni de plastica & acciaio per trasformarli in oro: questo la dice lunga sullo stato culturale di una città, dove per cultura si intende qualcosa che ha a che fare col concetto di modernità, cioè di “giusto nel tempo”, eccetera.
Questi citofoni, dicevo, invadono anche il vecchio borgo sul lago e fanno pendant coi mattoncini lasciati in vista, trasformando il tutto in uno di quegli “ambienti italiani” ricostruiti in studio che vedi nei vecchi film di Hollywood, con gli indigeni in maglietta a righe e baffi, bassi, untuosi, servili, ma simpatici.
Quando rendi il tuo passato una cosa “simpatica” e “de colore” allora qualcosa che non va c’è sul serio, allora stiamo transitando in qualcosa di nuovo, diverso & terribile, dove tutto si fa fiction e si confonde con tutto. Il borgo sul lago si è fatto fiction di se stesso, circondato com’è da centinaia di villette disposte una accanto all’altra, senza più neppure la pretesa di una qualche “vista sul lago”, ma desolatamente sparse all’interno, in gruppi lungo la statale, a formare residence e villaggi mezzo vuoti.
Verifico ancora una volta la validità della triade secondo cui Tommaso Labranca categorizza la cultura contemporanea: fitness, fashion, fiction.

Scritto da: tashtego a 19:54 | link | |