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sabato, 12 agosto 2006
Nota di servizio

Sono stato qualche giorno a Vienna, nell’ambito del mio Personale Programma Pluriennale di Visione dell’Arte Occidentale, che mi porta – per puro piascere - nei più importanti musei d’Europa e d’America.
A Vienna ho visto (rivisto dopo trent’anni) cose intense, talvolta meravigliose. Dopo averli disprezzati a lungo, ora adoro i musei, le grandi collezioni, che torno a visitare ciclicamente. Me ne mancano alcune.
Tra queste la National Gallery di Washington, l’Hermitage di Pietroburgo, e poi Dresda, Monaco, eccetera: mi serviranno dei soldi.
 
Adesso mi butto nel Dodecanneso per i riti acquatici annuali e torno i primi giorni di settembre.
A meno di esaltanti novità tecnologiche sopravvenute quest’anno, nell’isola dove vado, connettersi è molto difficile.
Dunque non prevedo ulteriori commenti prima del ritorno.
Rinnovo auguri di buona estate.
Godetevela, se potete.

Scritto da: tashtego a 20:53 | link | |

venerdì, 04 agosto 2006
Sessant'anni di guerra

Sessant’anni di pace, annidato nel ventre dell’Occidente, nel cuore di un paese non molto civile, ma pur sempre tra i più ricchi della Terra.
Così ho vissuto la mia vita fino ad ora.
Una fortuna pazzesca, se pensi a tutte le generazioni che mi hanno preceduto e a quante sono quelle che, nella storia umana, possono dire lo stesso.
Verso la fine degli anni cinquanta, dove già posso collocare lampi di memoria, e poi per molti anni a seguire, ci fu questa sensazione di vivere a ridosso di un totem storico immenso e nero, la Guerra Mondiale.
Non la Guerra, ma la Guerra Mondiale.
Nell’aggettivo Mondiale c’era tutta l’immensità e drammaticità e ampiezza e bellezza dell’Evento dal quale eravamo appena scampati.
Ma io no.
Io ero nato nell’anno della pace, quel mitico 1945 in cui tutto sembrò sciogliersi e tornare nell’alveo di uno scorrere normale delle cose umane, coi vinti che dimessamente raccattavano già le macerie dei loro paesi distrutti.
Noi abbiamo vinto la guerra, vero?
No, rispondeva mio padre, l’abbiamo persa.
Ah...
Qualche anno più tardi provava a raccontarmi, a spiegare com’era stato possibile che noi si fosse fatta la Guerra dalla parte dei Nazisti, gli stessi Nazisti che all’inizio dei Sessanta erano già un’icona del male assoluto, servita in tutte le salse da decine e decine di film.
Io ho combattuto a fianco dei tedeschi – non diceva “nazisti”, solo “tedeschi” – finché me l’ha chiesto il mio Paese, senza farmi troppe domande, finché l’Ottosettembre, in Sardegna, qualcuno non mi sparò un paio di raffiche in carlinga dall’aeroporto dove sarei dovuto atterrare: erano i tedeschi infuriati per l’Armistizio: cercai un’altra pista fuori mano, atterrai, feci il pieno di benzina, me ne andai a Palma di Maiorca e ciao. A Palma fui internato, ma tutti i giorni potevo uscire e lavorare: mi misi a fare quello che sapevo fare, lo scultore. Scolpivo decorazioni e bassorilievi per le ville dei ricchi, guadagnavo bene. La mattina andavo al mercato a comprare il pesce che mi serviva da modello, lo componevo ad arte e lo riproducevo con la creta. Poi facevo lo stampo di gesso.
Tre anni di Guerra come Pilota, che ancora nell’armadio c’era il casco di cuoio liso dalle avventure e il giubbotto imbottito col collo di agnello, e come vai a finire? Scendi dall’aereo e cosa diventi? Un decoratore, capisci?
Cos’era accaduto in quei tre anni? Affiorava ogni tanto qualche nome: Tripoli, Bengasi, Rodi, Atene, Alghero. Qualche foto piccolissima di lui con la testa rasata, in divisa da ufficiale, pantaloni corti, camicia a mezze maniche, che accarezza un cane sotto una palma, che va a cavallo sulla sabbia, che ride con un tizio vestito da beduino, di lui nella carlinga della aereo, ai comandi, col volantino in mano, di lui nero sotto il sole, con gli occhi in ombra, che sorride davanti a una tenda.
Fotografie di aeroplani e di gruppi di aviatori in posa sotto le ali, in tuta di volo, con le cinghie del paracadute ancora allacciate, che sorridono all’obbiettivo. Eccoti qui, hai la sigaretta in bocca. Sembri felice.
Chi sono questi? Tuoi amici?
Ogni tanto allora buttava lì qualche nome di quelli che avevano volato con lui, cognomi. Diceva che erano quasi tutti morti. Che lui era vivo per miracolo. Diceva che era sempre stato certo che sarebbe morto in guerra. Aggiungeva che da un certo momento in poi quell’idea gli aveva regalato un senso di pace con se stesso, di libertà, di sperdimento.
Oggi morirò di sicuro.
Oggi non tornerò indietro.
 
Dunque nemmeno un’ora di guerra si è sovrapposta alla mia prima esistenza.
Settembre 1945: la Guerra Mondiale era finita e cominciava ad essere raccontata.
Una narrazione incessante, che si svolgeva inesorabilmente nella sola direzione adulto-bambino, che sgorgava improvvisamente e naturalmente dalla bocca di tutti gli adulti di allora, perché ogni adulto aveva a modo suo e secondo destino vissuto la sua guerra.
I padri che avevano combattuto, le madri e in genere le donne, che erano scappate sotto le bombe, che si erano arrangiate, che erano sfollate, eccetera, e avevano essenzialmente protetto i figli piccoli, le case, le cose.
Ero decisamente caduto di qua dello spartiacque che divideva la guerra dalla pace.
Vivevo nelle pianure della pace e mi potevo godere la narrazione della guerra sentendomi da un’altra parte, in un’altro mondo avviato verso un futuro dolce, di prosperità, ma questo era prima della Guerra Fredda, quando subentrò in tutti noi la paura della Bomba, la certezza che se scoppiava la Terza, sarebbe stata l’Ultima.
Frammenti di narrazioni cupe e avventurose che non riuscivamo, noi bambini, a collegare tra loro in un tutto coerente, perché nessuno aveva la voglia di spiegarci perbene come fossero andate le cose e il perché, per esempio, Noi prima si stava da una parte e poi dall’altra.
Mio padre aveva combattuto nei cieli di tutto il Mediterraneo e del Nordafrica e per questo ai miei occhi non era umano, ma in tutto e per tutto, divino. E quando poi negli anni successivi mi portava con lui a vedere film americani di guerra aerea, lo sentivo dire cose divine da dio dei cieli, come “mah il P51 Mustang, se proprio lo vuoi sapere, era un bel polmone”.
Il Mustang, l’aereo da caccia che allora mi piaceva di più, era “un bel polmone”!
Ripetevo questa frase ai miei amici quando parlavamo di aerei: il North American P51 Mustang “era un bel polmone”, eh.
Parlare di aerei era una cosa che noi ragazzini facevamo nei primi anni Cinquanta.
Si parlava di aerei perché le automobili praticamente non c’erano.
Ma qualcuno preferiva i carri armati, i cannoni.
Gli oggetti tecnologici che affascinano ovunque tutti i bambini maschi, all’epoca erano le armi, più qualche modello di “escavatore”.
Le ruspe, che all’epoca si chiamavano ufficialmente “escavatori” o “scavatrici”, avrebbero presto invaso e sconvolto il paesaggio nel quale vivevamo, riempiendolo di fango e mucchi di terra smossa dove poi sono arrivate migliaia di case.
Il regno della pace vera, senza alcun tipo di cingolato militare o civile, fu breve: più o meno una decina d’anni.
 
Sessant’anni di pace, e viverli tutti, sono una bella botta di culo.
Ma quella che chiamiamo “pace” non fu altro che una forma terrificante di guerra intestina, silenziosa e strisciante, fatte salve le bombe nelle piazze e sui treni e qualche raffica di mitra sparata apertamente, ogni tanto.
In un periodo storico durante il quale le nostre forze armate non hanno combattuto contro nessuno, se si eccettuano limitate partecipazioni a missioni militari all’estero, si è svolta la feroce & sanguinosa, guerra tra le classi, ma non solo.
Sono stati sessant’anni di guerra “tutti contro tutti”, che dura ancora, quella degli interessi individuali per l’accaparramento di potere e risorse, per la conquista di posizioni dominanti.
Questa è stata la mia esperienza di pace, ma solo da un paio di decenni mi sono davvero accorto dell’inestinguibilità della guerra, dell’impossibilità di sradicarla da, si può dire, ogni istante di Storia Umana, da ogni centimetro quadrato di terreno, dall’attitudine di ogni creatura vivente.
Invece di questi sessant’anni di pace finta (passati a stringere il culo che qualcuno non ci buttasse in testa un’atomica), avrei preferito partecipare a qualche anno di guerra vera, avrei preferito scavalcare le vette emozionali e auto-conoscitive dell’esperienza bellica, piuttosto che trascinarmi per tutto questo tempo nelle pianure della falsa pace senza imparare a difendermi dall’aggressione più prevedibile e banale, ma soprattutto senza venire a sapere nulla su di me e su cosa sarei stato capace di fare.
Parto domani e sto via per un po'. A voi una buona estate.

Scritto da: tashtego a 16:05 | link | |

mercoledì, 02 agosto 2006
Ancora (in breve) sull'esattezza

Mario in un commento al precedente post sull’esattezza dichiara quanto segue:
“E' pur vero che queste asimmetrie, queste storture di pareti e di canti e fili di fabbricati, sono legate alla proprietà dei fondi, delle terre e corrispondenti a certe sinuosità o anfratti del terreno, ma rendono, per me questi insiemi di abitazioni più "umani", intendo dire, più corrispondenti alla vera natura (e non alla pretesa) dell'uomo che è variabile, effimera, stramba...
L'uomo rinascimentale ebbe la pretesa (chiamiamola anche presunzione) di raddrizzar la natura, ordinarla, e così dominarla...”
, ecc.
Sono in totale disaccordo con questa concezione.
Non lo affermo per polemica.
La geometria è un prodotto, uno dei primi e più evidenti, del lento affermarsi del Principio di Ragione a fronte del caos naturale.
Quando l’uomo assume il controllo geometrico del suo spazio vitale e comincia ad utilizzare un sistema di segni autonomo e riconoscibile rispetto ai paesaggi e alle forme che si danno come naturali, conquista molto di più di un “preteso raddrizzamento” della natura, conquista, come dicono anche i manuali delle scuole medie consapevolezza di se stesso, come un dato distinto da quello naturale.
Ma c’è molto di più: l’uso della precisione geometrica nei manufatti costituisce l’avvento del formato digitale nella costruzione della forma, vale a dire della forma trasmissibile mediante semplici istruzioni verbo-visive.
Per esempio, bastava scrivere che si voleva un quadrato di tot metri di lato, che quell’istruzione poteva essere compresa da chiunque, in qualunque luogo, possedesse lo stesso sistema di misura e la nozione di “quadrato”. 
Se ho una sfera in una mano e un sasso nell’altra, posso dire di avere una mano digitale e una analogica.
Perché qualcuno possa ottenere quella stessa sfera, basterà fornirne materiale e raggio.
Ma provate a dare istruzioni verbo visive per riprodurre in formato digitale la forma esatta del sasso e vi accorgerete che è, allo stato attuale delle nostre capacità, praticamente impossibile.
Dovrete usare un formato analogico, cioè fare un calco del sasso.
Di quel sasso, così “naturale” “effimero” e “strambo” non siamo capaci di esprimere matematicamente la forma.
Non disponiamo di un linguaggio simbolico capace di farci comprendere e restituirci la conformazione, cioè la forma naturale.
Sono convinto che l’umanità stia lasciando il Rinascimento.
Ma non sta lasciando la forma per tornare alla conformazione, alla “spontaneità” del Medioevo.
Stiamo lasciando il Rinascimento, perché stiamo transitando verso una sensibilità estetica antiprospettica e caotica.
Ma soprattutto perché cominciamo a disporre degli strumenti adatti per digitalizzare con una certa esattezza la forma naturale.
A questo punto la geometria può diventare, invece che una necessità, un optional.
Ma qui mi manca ancora una definizione passabile del termine esattezza.

Scritto da: tashtego a 17:44 | link | |

martedì, 01 agosto 2006
Primo (vago) appunto sull'esattezza

I luoghi, li vedi sulle carte e le planimetrie, quasi sempre sono disarticolati, quasi sempre c’è una tensione verso la forma, verso la geometria, che non riesce ad esprimersi appieno, a realizzarsi compiutamente.
Vedi questi accenni di una struttura mancata, figure geometriche che vorrebbero essere regolari, quadrati-cerchi-rettangoli, ma quasi mai ci riescono.
Vedi aggregazioni di oggetti, spazi vuoti, edifici, manufatti di ogni tipo che ti sembrano sempre a cavallo tra natura e ragione, tra progetto e fenomeno, tra ratio e bios.
La città e quasi tutte le iniziative umane di trasformazione fisica sono così.
Persino quello che consideri il più puro tra gli edifici, il Tempio Dorico, è così.
Persino il Partenone è il risultato di compromessi e patteggiamenti, pare, tra realtà fattuale e realtà percepita.
Persino l’Acropoli, soprattutto la sacra Acropoli di Atene, è costituita da un insieme di oggetti posti tra loro in relazione pressoché empirica, quasi casuale.
 
Metti una mappa, rappresentata in scala di uno a cinquemila, quando vedi bene sia la forma del territorio che quella dei manufatti.
Ci sono dai campi appoderati, vedi i segni delle recinzioni, i confini di proprietà, le strade e i sentieri e vedi questi cascinali, questi gruppi di due o tre edifici, vedi presìdi umani che attorno avevano tutto lo spazio che volevano per disporsi secondo un principio di ragione,  e che invece sembrano buttai lì e raggruppati a caso, come dopo un lancio di dadi.
C’è una corte che ha una forma che si avvicina al quadrato, ma non è quadrata.
Ci sono due edifici che sembrano paralleli tra loro: in realtà non sono paralleli, ma appena un po’ obliqui.
I muri di una casa sembrano tra loro ortogonali, ma in realtà quello è un angolo di 86 gradi, uno più uno meno.
 
Perché mai le cose che facciamo, gli oggetti che produciamo e usiamo, gli edifici che costruiamo, dovrebbero seguire un principio di regolarità e geometria? E perché mai a questo principio dovrebbe far seguito un principio esecutivo basato sull’esattezza? Non si tratta forse di astrazioni concretamente irraggiungibili? Non è forse vero che, per esempio, un quadrato perfetto non è realizzabile, perché semplicemente non può esistere? A cosa servono allineamenti & regolarità di figura?
Le risposte a tutte queste domande, molto sensate, non ce l’ho.
O meglio.
Rispondere significherebbe scrivere un poderoso trattato su natura e funzioni dell’artificio umano.
O forse significherebbe costruire una Teoria generale degli oggetti, e al momento non mi sento preparato al compito.
Esistono molte ragioni funzionali ed estetiche per optare per la geometria, ma ne cito solo una, che purtroppo suona un po’ metafisica: per distinguersi dal caos naturale e combatterlo.
Cioè in pratica, per affermare la forza della forma in un Universo nel quale regna, quasi incontrastata, la conformazione.
 
Perché, anche oggi nel farsi della città e dell’ambiente contemporaneo, persiste questo deficit di geometria?
Perché rileviamo una tensione verso l’Esattezza, che quasi mai è capace di esprimersi pienamente?
Perché, nell’artificio umano, c’è così poco bisogno di netta contrapposizione al caos naturale?
Perché il Principio di Esattezza viene onorato così di rado?
Perché i luoghi dove viviamo, o dove veniamo a trovarci, risultano sempre così imprecisi, raffazzonati, casuali?
Perché quasi tutto quello che vediamo presenta i sintomi di una volontà, di un pensiero, di un’azione, insomma di un processo costitutivo, che hanno complessivamente mancato il bersaglio?
Perché la geometria resta tuttora appannaggio di un ultramondo platonico?
Cosa si oppone al suo pieno manifestarsi?
 
Subito mi si presentano almeno due ragioni di tutto quello che ho appena esposto.
La prima, la più facile e la più banale, ma non per questo meno vera, è che l’esattezza richiede, pensiero, lavoro, applicazione e mestiere, cioè in ultima analisi richiede dispendio di energie, attenzione, costi.
La seconda, meno ovvia, è che esiste una differenza sostanziale tra progetto e fenomeno: sono convinto che i luoghi siano un prodotto molto più fenomenico che progettuale.
La volontà progettuale qualora vi sia presente, anche in misura rilevante, incontra sempre un buon numero d’interferenze, d’ostacoli capaci, se non di annullarla del tutto, certo di introdurvi contraddizioni, difficoltà, inesattezze, opacità.
L’esattezza smagliante & cartesiana della geometria, deformata, appunto, dall’opacità complessiva della vita, dei soldi, della fatica del lavoro umano, dell’incertezza, della furbizia, dell’inadempienza, dell’incapacità, eccetera.
Ma affermare che il prodursi dell’ambiente umano, quindi dei luoghi come entità riconoscibili e abitabili, è un fenomeno, significa riconoscerlo come il prodotto di interessi molteplici, spesso contrastanti, talvolta concomitanti ma più spesso diacronici, fatalmente contraddittori & antagonisti.
Il conflitto tra le diverse iniziative che si manifestano sul territorio nel tempo e tra queste e, quando c’è, il complesso di norme che regola gli insediamenti, che dovrebbe garantire ordine e alcune prestazioni basiche di abitabilità, lo vedi bene nell’irregolarità e nell’apparente casualità del risultato.
Così lo scenario della città finisce per somigliare a quello che resta su un campo di battaglia alla fine del conflitto: una quantità di oggetti eterogenei disposti sul terreno così come ve li ha deposti la forza caotica dell’azione conflittuale: un luogo dove non si vede chi ha vinto e chi a ha perso, ma solo le conseguenze dello scontro.
Difficilmente la città contemporanea somiglia a qualcosa di diverso da un mucchio casuale di scorie e, anche quando c’è la possibilità che si affermi con chiarezza un qualsivoglia principio di geometria e d’ordine, ecco che intervengono le istanze di linguaggio dell’architettura odierna, che spesso puntano a rappresentare il caos piuttosto che a distinguersene, che perseguono il disordine e la contraddizione per metterli, per così dire, in scena.
E ciò perché l’estetica del caos si porta molto.
Tutto questo potrebbe costituire un segno concreto che forse stiamo definitivamente uscendo dal Rinascimento.   

Scritto da: tashtego a 17:08 | link | |