E comunque.
Ieri verso le sei e mezza del pomeriggio in coda sulla Flaminia direzione Roma all’altezza più o meno dello svincolo col Grande Raccordo Anulare – dove si amplia con lavori titanici il vecchio manufatto e si raddoppia un ponte un tempo riparo, sotto l’impalcato de metallo di un bell’azzurro, di tutto un popolo cartonato di senza-tetto (che adesso sarà finito a svernare su chissà quali greti, sotto chissà quali ponti, in mezzo a quali canneti lerci e distese periferiche di sterpi e fango e terre di nessuno, cappi di svincolo) – tutt’intorno un’intaso di automobili pazienti (nel loro esserci volgare come segno della mente di chi le conduceva) e mucchi di calcestruzzo demolito, coi ferri attorcigliati, come capelli che spuntano da pezzi grigi di torrone, e erbacce, e new jersey giganteschi che reggono la botta minimo di un tir a sei assi e reti di plastica arancione di quelle che vedi a recingere cantieri, mentre sull’altra riva del fiume un milione di storni si precipitano a piombo, si direbbe giocando, dentro i fogliami del greto, un falco, ignorandoli e ignorando tutto il resto, cioè il deprimente paesaggio infra-strutturale umano con automobili, si tiene sospeso a circa trenta metri dal suolo sopra chissà cosa che lo interessa, muovendo le ali in un certo modo perché non c’è vento e settembre oggi in campagna (e ieri) dava il meglio di sé.
Mentre oggi pensavo a questo falco sullo svincolo, ero sul Viadotto della Magliana - manufatto cui va tutta la mia stima, non perché sia bello o ben fatto (che anzi è brutto e mal fatto), ma perché tutti i giorni mi solleva poeticamente da terra, mi fa volare sopra i canneti e la valle del fetido fiume (di nuovo) mentre l’EUR e più lontano i Colli si stagliano contro il cielo del mattino – quando entra nel mio campo visivo, appena sotto il bordo della visiera del casco sotto il quale sto già sudando, una sagoma in volo che pare un grosso trampoliere ed in effetti potrebbe essere un airone che segue il fiume, volando pigro e soddisfatto di sé (devo stare attento ad osservarlo che è così che ci si ammazza in moto) e quando il Viadotto piega verso nord, parallelo al fiume praticamente lo raggiungo e do gas e quasi lo supero, l’airone, che anche lui sembra fottersene, nella falcata lenta e quasi liquida delle ali, del mondo degli uomini che sotto di lui, vanno stupidamente al lavoro.
Scritto da: tashtego a
16:01 | link |
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Interessante leggere e sentire di quei politisci che dichiarano in piena serenità che L’eutanasia è da escludersi.
“Da escludersi”.
E si vede che palesemente del problema in sé non gli frega nulla.
Si vede bene che si tratta di un riflesso condizionato dall’area di consenso che li mantiene lì, nel posto di potere e privilegio per il quale hanno tanto lavorato e lottato e leccato culi e prevaricato concorrenti - e adesso non vorrete mica che mandino tutto a puttane per una cosetta così, tipo consentire a un essere umano, che non può/vuole più vivere, di andarsene in pace e senza soffrire.
Specialmente da un ex radicale come Rutelli ti aspetteresti almeno un soprassalto della vecchia sensibilità laica per i diritti civili, se non fosse ormai un involucro che racchiude un totale nulla politico, culturale, progettuale, ideologico et, se la parola non fosse percepita dai più come un gridolino pornografico, “ideale”.
In questo ha bravi compagni di strada nei nada de nada y nada D’alema, Veltroni, Prodi, puri “lavori in pelle”, e nei rifondaroli, tralasciando di nominare altri contenitori di segatura come i dipietro-mastella-diliberto-pecoraroscanio-eccetera.
Nessuno che abbia il coraggio, meglio sarebbe dire “la voglia”, visto che la convenienza è da escludere (ma è davvero così?), di affermare che l’eutanasia è un diritto civile per il quale vale la pena di fare una battaglia che vada fino in fondo, sulla quale giocarsi il proprio futuro politico.
Per strappare una legge umana, moderna e appunto civile, a chi ritiene si debba imporre a tutti l’idea che la vita è cosa di dio, che lui la da o la toglie, eccetera.
L’orrenda disgustosa maggioranza cattolica - ridotta a sventolare un’etica che essa stessa ha ridotto ad un ammasso di frammenti che non fa comodo trasgredire – che ci impone e ci detta le regole della vita e della morte, che ci dice come quando e perché dobbiamo morire, violando brutalmente oscenamente l’intimità vitale del rapporto che ciascuno di noi intrattiene col proprio essere carne.
Scritto da: tashtego a
14:57 | link |
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Scendo dal treno che forse è ancora estate e mi metto in fila per il taxi che già si sente arrivare l’autunno, mentre un tizio che puzza molto ottiene rapidamente monete dagli astanti, perchè si allontani in fretta.
Modena.
Hai subito quattro percezioni precise, ma non per questo devi subito prenderle per buone.
La prima è una sensazione di pianura che ti arriva dalle molte bici parcheggiate in appositi stalli davanti alla stazione.
Poi dal taxi hai la percezione dei mattoni, ovunque.
Poi sbirciando nei negozi ancora illuminati vedi i soldi.
Dalla pulizia delle strade, dai cigli ben connessi tra loro dei marciapiedi, dalle insegne dei negozi tutte molto discrete, dalle vaste aree pedonalizzate, vedi un ottimo grado di convivenza civile nel rispetto della norma.
Poi guardando una cartina della città vedi la tradizione democratica nei nomi delle piazze e delle strade.
La stessa orgogliosa memoria che in seguito vedi in tutti quei ritratti di persone morte combattendo la guerra partigiana affissi in tre grandi pannelli alla base del campanile del Duomo.
Di più non capisci nella stanchezza e nella pioggia di una metà settembre troppo fredda e umida e triste, che arriva come una mannaia a stroncarti la memoria ancora fresca dell’estate, che ancora la pelle ti si squama e la melanina ti macchia la camicia.
Il colpo di grazia, quello che ti stronca e ti fa piegare docile la schiena al ritmo di voga della galera d’inverno, sarà poi il ripristino dell’Ora Legale.
Al Festival di Filosofia si ciancia di humanitas secondo due o tre fondamentali modalità.
Quella di tradizione filosofica in senso stretto, cioè inutile, attardata in linguaggi di derivazione ancora metafisica, e tuttavia supponente, della quale non può fregarmi di meno.
Poi ci sono i sociologi, alcuni dei quali francesi - col loro modo francese di costruire il discorso e di maneggiare i concetti, che fa di un’accurata e lucidamente perseguita imprecisione dei significati la leva principale per innescare la da me odiata evocazione delle immagini – che mandano in sollucchero le masse accalcate dei credenti, dei giovani seduti per terra, delle professoresse di filosofia, il ceto medio riflessivo, insomma, di cui faccio pienamente parte.
Poi ci sono gli scienziati, gli unici che varrebbe la pena di ascoltare, assieme ai pochi giuristi, se solo si riuscisse ad entrare in qualcuno dei luoghi dove puoi vederli in carne ed ossa o proiettati su uno schermo.
In Piazza Grande, dove c’è il maxi schermo, piove a dirotto e non è cosa.
Mi dicono che i discorsi scientifici sull’umano abbiano trovato qualche fiera obiezione nel pubblico, alle quali Edoardo Boncinelli, per esempio, pare abbia tenuto testa con ironica non-chalance: “francamente cosa sia l’anima non lo so”.
Penso allora a quel sondaggio pubblicato sui giornali che ci dice della convinzione dei più che anche gli animali abbiano l’anima, che non bastava la nostra, obbligatoria per legge.
Ma non è per il Festival della Filosofia che sono qui.
Sono qui per girellare e curiosare nei negozi, per visitare monumenti, per starmene in albergo a guardare la tv steso sul letto, per dormire, leggiucchiare.
Sono qui per uscire la sera a cena con A. e poi per vedere qualche mostra.
E poi per visitare il Duomo.
Scritto da: tashtego a
08:25 | link |
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La meta-Italia degli spot.
Farci caso.
Gli spot pubblicitari che si vedono in televisione, da tempo non sono più ambientati nel Paese reale.
Fino a poco tempo fa era l’America lo sfondo privilegiato dalla pubblicità.
Ancora oggi gode di un certo prestigio, ma la si vede con minore frequenza.
Va molto la Spagna, anzi la Catalogna che di recente ha preso sempre più quota.
Ma non mancano ambienti urbani francesi.
Ora come sfondo sta prevalendo un generico ambiente urbano occidentale, molto moderno, ma in equilibrio con l’Antico e con la Natura.
In questo ultra-mondo si lavora nella Modernità, si abita e ci si nutre secondo Tradizione e si vive il tempo libero nella Natura.
Nella pubblicità gli opposti invece di confliggere, magicamente si conciliano.
Salvo poche eccezioni – si tratta di solito di spot ambientati in un Sud d’Italia super convenzionale e pomodoresco e mozzarellesco popolato di bellone sensuali & sudaticce in sotto-veste alla contr’ora – il Paese non si mostra, non può, non ci riesce, si vergogna di se stesso.
Il Paese sotto sotto si fa schifo e dato che basta un particolare insignificante per identificare un ambiente italiano, allora li girano all’estero, ma in paesi per così dire affini, quelli che più facilmente riescono ad incarnare il nostro super-Io: Francia e Spagna.
Scritto da: tashtego a
23:10 | link |
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Sabato sera, in campagna, questa creatura si è presentata sul tavolo dove stavo preparando le bistecche per la brace. Mi osservava. Si è fatta fotografare in tutte le pose.
Scritto da: tashtego a
14:23 | link |
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Oggi tutti scrivono dell’Attacco alle Torri.
Tremila persone sono morte bruciate o schiacciate dalle macerie o sfracellate al suolo, impastandosi per sempre con i resti dei due monoliti.
L’essenzialità volumetrica che, finché non arrivavi abbastanza vicino, appariva priva di connotazioni ulteriori e così solidamente cartesiana, assorbì come burro l’impatto dei due aerei.
La solidità polita e lucente dell’acciaio e del vetro apparve all’improvviso come una menzogna: le torri sono di burro.
Poi durante il crollo un’altra rivelazione: le torri erano di polvere e carta impastate assieme.
Quando il collasso è compiuto e la polvere diradata, ancora una sorpresa: tutto qui?
Gli immensi monoliti sono tutti qui?
Sono solo queste le macerie dei due edifici più grandi e alti del mondo?
Alla fine le scavatrici portano via il tutto, scaricandolo dentro i camion a grandi cucchiaiate. Cemento, vetro, acciaio, plastica, legno, carta e carne umana, tutto mescolato assieme.
Si trovano in tutto circa ventimila resti umani.
Per tremila vittime.
Una media di circa sette pezzi per ogni individuo.
Per ogni persona morta lì dentro.
L’orrore istantaneo e di massa si manifesta come in un naufragio: chi è fortunato, chi intuisce per primo il da farsi, chi agisce in base a percezioni più precise, chi semplicemente è magari più robusto, si salva, questione di attimi.
Vidi i crolli in diretta televisiva.
Ero solo in casa nel primo pomeriggio.
Colpiva subito l’azzurro del cielo di New York, l’assenza di vento che faceva salire il fumo praticamente in verticale.
Non credevo ai miei occhi e come tutti pensai (e poi dissi) Sembra un film.
Sembra un film, pensai.
La mente abituata alla fiction catastrofica non concepiva l’inconcepibile: stava accadendo veramente, ma non si sapeva come e cosa.
Qualcuno poi mandò in onda la sequenza del secondo aereo che si immergeva nella seconda torre e si vide la palla di fuoco che fuoriusciva dalla facciata opposta e un motore dell’aereo che precipitava nella piazza.
La gente esitava e poi si gettava nel vuoto.
Venivano giù senza agitarsi, in strane pose estatiche, come pupazzi.
Forse erano già morti, o svenuti dalla paura: ma credo di no, credo che la soglia del terrore l’avessero già varcata da un po’ e non avessero già più paura di morire e adesso fossero assorti nei cazzi loro.
Probabilmente si stavano rivedendo l’eterno film della loro vita, attimo per attimo.
Credo che il tempo per loro si sia fermato, nel senso di suddiviso in una serie infinita di attimi.
Credo che ancora stiano cadendo, che per quanto li riguarda precipiteranno per sempre.
Scritto da: tashtego a
19:14 | link |
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Arrivo sul terrazzo delizioso del bar, per prendere un caffè di moka, al mattino.
Subito mi immobilizzo in piedi all’ascolto di Time after time, suonata da Miles Davis.
Per quanto ci possa essere piaciuta la musica di Mingus e Monk, per quanto ci possa aver interessato e a volte infastidito Charlie Parker, per quanto ci possa aver intrattenuto e fatto letteralmente godere gente come Dave Brubek e all’opposto, Stan Getz, gente addirittura come Jimmy Smith, gruppi come il Modern Jazz Quartett, come i Jazz Messengers e Art Blakey, classici come Cannonball Adderley, Budd Powell, Lee Morgan e il grande Sonny Rollins, per quanto ci possano aver attratto e successivamente respinto musicisti cerebrali come Sun Ra e Roland Kirk, e poi come Ornette Coleman e Faroah Sanders, e poi come Eric Dolphy, Archie Shepp, per quanto possa essere diventata importante, in un certo momento della nostra vita, la musica di Keith Jarrett, tuttavia nessuno, dico nessuno, ha suonato come John coltrane e come Miles Davis, nessuno come loro è riuscito a riempire, con naturalezza e senza un solo sorriso di troppo, l’intero Secondo Novecento.
Nessuno come loro, ciascuno a suo modo e per il suo verso, è giunto al “cuore del problema” (nel modo diretto di Coltrane o secondo le spirali concentriche di Miles), senza probabilmente avere coscienza di quale fosse e di dove si trovasse.
Il problema, per la musica cosiddetta jazz, probabilmente consisteva nella sua intrinseca natura auto-distruttiva, nella sua necessità, per esistere, di bruciare e consumarsi in un rapido processo di progressivo auto annientamento.
Di fatto la stagione jazzistica del Secondo Dopoguerra si chiude, a mio parere, alla fine dei Sessanta: dura sì e no trent’anni, bruciando intesamente.
Ciò che si era suonato il giorno prima, la notte prima, non poteva (doveva) essere ripetuto, era una cosa persa in quei modi, in quelle emozioni, in quella fase, in quel luogo e in quel momento.
Non si trattava del naturale consumo dei linguaggi che c’è in ogni forma d’arte, e quindi anche nel jazz, ma di un consumo folle di se stessi e del proprio modo di suonare, si trattava di ricerca allo stato puro i cui risultati si concretizzavano in una sequenza di dischi, ma che poteva essere davvero colta solo nell’istante del suo farsi, nell’attimo vitale in cui si produceva et per così dire materializzava in una vitale vibrazione dell’aria. Cioè live, come si dice in inglese.
Questa caratteristica del jazz l’hanno condivisa, magari solo per un certo tempo, molti musicisti. Immagino che quando l’attimo del sentire coincide con quello del produrre, ciò implichi che l’emozione, cioè il sentire, sia già, nel momento in cui sgorga dalla fonte mentale del musicista, musica.
Cos’hanno Miles e Coltrane che gli altri non hanno?
Non so, hanno la speciale capacità (tecnica?) di esprimere limpidamente, intensamente, in modo essenziale e pulito (direi innocente se non si trattasse di grandissimi virtuosi dediti anima e corpo al loro strumento) quel sentire musica nel momento in cui sgorga dal loro cervello, in modo da farcene appropriare in modo diverso ogni volta che, non senza sforzo, li ascoltiamo.
Potrei dire che loro sentivano il Secolo più di altri, potrei dire che furono capaci di costituirne parte della spina dorsale sonora, potrei dire che dai loro strumenti, più che da quelli degli altri, prese forma un particolare mood del vivere nelle grandi metropoli d’occidente, che ancora oggi ci appartiene.
Quindi potrei dire che la profondità della loro ricerca, non ostanti ovvie e potenti implicazioni col radicalismo politico afro-americano, li mise in grado di dirci qualcosa, metti, sul nostro tornare a casa in un vagone della metro, la sera dopo il lavoro.
Potrei fare degli esempi, certamente, ma chi conosce la loro musica sa di cosa parlo.
La sterminata città occidentale, di notte: da lì si levano le voci di John e Miles, che ancora oggi sorprendentemente ci parlano.
Quando per caso riconosciamo qualche loro nota inconfondibile, nei rumori e nelle musiche che costantemente ci giungono all’orecchio, quando ci arrestiamo nell’ascolto, qualsiasi cosa stiamo facendo, e diciamo ma questo è Miles, questo è Coltrane.
Scritto da: tashtego a
18:11 | link |
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Penso di volere/dovere fornire qualche precisazione sul senso (meglio forse sentimento) del mare a Giovanna, cara mia amica.
Ecco:
Il sentimento del mare arriva di colpo quando ragazzino mi affaccio per la prima volta sul balcone al quinto piano di una palazzina che si affaccia sul porto della città tirrenica di A.
Questo primo atto del protendermi sul mare lo compio senza pensarci nei primi giorni di giugno di un’estate imprecisata della fine degli anni Cinquanta.
È una specie di shock percettivo che mi lascia senza fiato.
È tardo pomeriggio. Odori e colori mai provati.
Prima di allora avevo visto il mare raramente se si eccettua una lontana estate infantile, passata su una spiaggia, della quale ricordo poco: solo onde, mare verde, grigio.
Qui c’è solo azzurro intensissimo, la sensazione di una superficie liscia, sferica che sembra arrestarsi sul limitare di un orizzonte netto, una linea precisa più scura che sembra tracciata con accurata precisione, oltre la quale si leva il profilo della mitica Montagna.
L’acqua ha una qualità superficiale diversa, striature che capisco quasi subito essere di vento, aree zigrinate dall’aria: sono troppo lontano per capire di cosa si tratti davvero, per apprezzare la natura di quell’acqua diversa.
L’aria è blu come l’acqua e sa intensamente di mare, cioè porta con se due o tre sentori forti, alcuni dei quali al limite del disgusto.
L’odore di pesce corrotto che emana dalle attrezzature dei pescherecci e da tutto il porto sottostante.
L’odore di pece e di ferro cotto e di legno segato, di grasso, del cantiere navale che occupa l’area della darsena.
L’odore d’alga e d’acqua salata che il vento porta ovunque.
L’odore di bagnasciuga, di cemento incrostato, di ruggine all’ultimo stadio, di molluschi in lotta per sopravvivere nell’aria.
Con gli anni capirò che queste essenze non sono le stesse che compongono l’odore esaltante di mare aperto, sono solo i sentori miseri del domestico conflitto terra-mare nel porto di una cittadina del Tirreno, ma quest’attimo di stupefazione percettiva porta con sé una sterminata e indefinibile promessa (poi mantenuta oltre ogni aspettativa) di godimento.
È in quegli istanti iniziali che si forma nella mia mente l’embrione di quello che oggi chiamo il sentimento del mare, come una specie di senso specifico in cui si mescolano Acqua ed Estate, in un unico concetto non-dicibile, non davvero esprimibile se non per evocazione di immagini e di sensorialità basiche.
Quell’embrione crescerà e si perfezionerà negli anni a venire, arricchendosi di connotazioni di ogni tipo, ma sempre legate all’Aria, all’Acqua e all’Estate.
Al Mediterraneo.
È il paradigma dell’esistenza invernale che improvvisamente si rovescia nel suo contrario.
Via i vestiti, si vivrà per quattro mesi in costume, senza scarpe, senza lavarsi ché per questo c’è il mare.
Per tutto il tempo dell’Estate, niente sarà davvero asciutto, tutto saprà di umido e di salso, sarà impossibile disfarsi davvero della sabbia attaccata ai talloni o di quella che resterà all’inguine, tra il costume e le cosce.
Via ogni orario, mangiare a qualsiasi ora, fare tardi la notte, svegliarsi all’una del pomeriggio, quando s’alza la brezza buona per la vela.
Tutto diventa improvvisamente facoltativo, nessun obbligo scolastico, si dimentica come si scrive il proprio nome.
Si mangeranno supplì in spiaggia e a casa mozzarella affumicata, frittate con le zucchine e pomodori spaccati, spaghetti rappresi, che ci attendono sotto un piatto sino alle quattro del pomeriggio.
Insalate di riso, pomodori al riso bruschettati dal forno, zucchine ripiene, parmigiana di melanzane. Acqua minerale frizzante, anche se “fa male”.
La mancanza del Padre rimasto in città al lavoro, si fa sentire nell’aumento complessivo del tasso quotidiano di piacere, nella caduta rovinosa del Dover Essere secondo le Sue aspettative sostituito dall’Essere Come Si Vuole della tolleranza materna.
Il Padre percepisce che l’Estate lavora contro di lui e cerca di opporsi, ma invano.
Ogni lunedì mattina è costretto a ripartire, perde ogni controllo sulla situazione.
Non c’è, dunque non conta.
Il sentimento del mare prende subito il sopravvento.
Lui non sa cosa sia, non l’ha mai provato.
Ha vissuto un’altro tempo rispetto al nostro, un’altra Storia infinitamente più povera e severa e pericolosa.
Questo forse gli dà fastidio, ma non ne è abbastanza consapevole per provare invidia o per cercare di capire.
Lui crede ci sia continuità tra la sua Storia, il suo Tempo, e il nostro.
E compie in questo modo il suo errore più grave.
Negli anni che seguiranno il sentimento del mare si arricchirà di storia balneare fino a doversi staccare dalla spiaggia, da quella spiaggia e da quei luoghi, fino a distinguersi da quelle attrezzerie dove l’essere giovani rischia di ristagnare, fossilizzarsi e spegnersi.
Occorrerà allontanarsi per ricostituirlo altrove su altre basi e con altri materiali, dentro paesaggi più aperti e solitari e basici.
Più violenti, imperiosi, essenziali e maturi.
Più misteriosi, vitali.
Occorrerà organizzarsi per tutti i nuovi faticosi ritorni che si renderanno necessari a riaccenderlo ogni anno, per decenni.
Tuttavia bastano ancora oggi le note, anche solo accennate, metti di Senza fine, per provocarmi una piccola catastrofe emotiva, legata a quel primo balneare sentimento del mare dal quale non sono mai riuscito davvero a dividermi.
Scritto da: tashtego a
18:44 | link |
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Mentre la nave esce dalla baia di Halki finisce che noi saliamo sul ponte deserto. La schiena al riparo contro una parete di acciaio smaltata di bianco, sediamo su sedili di plastica, talmente sporchi che occorre prima passarci sopra un kleenex, mentre la vista si apre tutta intera verso poppa.
C’è vento e fa un po’ freddo, ma da lì si può osservare bene il sole che cala all’orizzonte, cedendo tutto il rosso al cielo al mare alla tettoia lercia di eternit blu che sovrasta il ponte inferiore, ma anche al profilo di Halki, sempre più lontana e le lontanissime scogliere bianche della costa sud di Rodi.
La Cornaros si inoltra decisa nel braccio di mare che separa Halki dalla prossima isola, Karpathos. Basta alzarsi e andare verso prua, percorrendo il ponte dipinto di verde - viscido di umidità che nella luce radente mostra inaspettate, ma non tanto, ondulazioni e irregolarità - per vederla già stagliarsi sempre più viola nella luce calante di occidente.
Andare da poppa a prua di una nave percorrendo una specie di lungo ballatoio aperto sul mare, la murata alla tua sinistra e tutta la nave sulla destra, con oblò e ogni tanto una porta che si richiude a molla, che per aprirla devi fare forza, le scialuppe appese dipinte di arancio, i contenitori di giubbotti di salvataggio come lunghi sedili dove ogni tanto qualcuno dorme, verricelli e meccanismi a motore, coperti di strati e strati di vernice che tu pensi non possano funzionare: se qualcosa va storto non funzioneranno mai, bisogna procurarsi un giubbotto e lanciarsi in mare, l’acqua è calda si dura una notte intera, anche più: misuriamo l’intera nave con i passi, la sacra nave bianca e vecchia e sporca che ci salva dalle acque e che anche stanotte non ci tradirà.
Quanto manca? Un’ora? Due ore? Il vento che arriva da occidente lo conosco bene ed è sempre più forte. Su quel lato del ponte non si può stare. Dalla murata arriva un pulviscolo marino denso di sale, che mi infradicia e copre subito le lenti degli occhiali. Tutto improvvisamente si opacizza. Lecco con cura le lenti per evitare che si righino col sale, prima di asciugarle col kleenex, che rimetto in tasca: non me la sento di gettarlo via, in mare: è troppo bianco in mezzo a tutto quel viola.
La Cornaros è ormai vecchia, questo si vede bene. Mani su mani di vernice bianca e verde stese su usura e ruggine. Non ha l’aspetto di una nave mediterranea, com’era un tempo per la Canaris e ancor più per la Panormitis. Questa qui è tutta chiusa, compatta, massiccia, quadrata. Un tempo ha fatto servizio in Scandinavia, sul Baltico, è costruita per quei mari. La Canaris era stata italiana. Ceduta come debito di guerra nel 1945, era ancora in servizio verso la seconda metà degli anni settanta. Aveva un altro disegno, era snella, con grandi aperture inclinate in avanti a conferire eleganza e senso della velocità, ma infinitamente più lenta di questi anziani e potenti traghetti scandinavi, venuti a invecchiare e probabilmente a morire in climi più miti.
Un’isola che scompare lentamente, a poppa, e una che progressivamente si precisa sempre di più, a prua. In mezzo, come un ponte, questa nave investita in pieno dal vento di nord ovest e il sole ormai tramontato che lascia un chiarore rosso, giallo, viola, a sfinirsi lungamente sulla linea sfumata d’orizzonte. Di Halki immersa nella foschia si vede ormai solo il profilo della montagna, contro il cielo più chiaro. Rodi sulla destra è praticamente scomparsa, la Cornaros è in mare aperto. Se da questo punto metti la prua a nord-nord ovest, arrivi dritto in Tessaglia senza incontrare terra sul tuo cammino. È una sorta di canale ininterrotto che fa alzare l’onda molto più che altrove, in Egeo. Nelle notti di buriana la Panormitis non vi si avventurava. Restava nella baia di Halki, al sicuro, e allora si dormiva tranquilli sul ponte, disturbati solo dalle continue ripartenze dei compressori dei frigoriferi.
Sto ritornando, ancora una volta.
Mi afferra di nuovo il senso del mare.
A prua il vento ti butta quasi a terra, non si vede quasi nulla. Gli occhi abbagliati dal neon delle lampade di poppa, percepiscono solo gli oggetti bianchi, il profilo semicircolare della murata. Alta dietro di noi, la vetrata lunga e obliqua della plancia lascia intravedere sagome umane che chiacchierano e fumano, nella luce rossa degli strumenti di timoneria. Due strani oggetti simmetrici che emergono per un paio di metri dalla coperta e ci fanno da riparo. Man mano che la luce del cielo diminuisce le stelle si fanno sempre più brillanti e nette, stagliandosi una per una. Dritte di prua le luci del villaggio. Non dovrebbe vedersi il faro, già da un pezzo? Dov’è il fanale di Thalassopunta? Ancora si percepisce la linea delle montagne di Karpathos. Da dove la vedi abbassarsi il vento si precipita a mare con potenza raddoppiata, la spuma che si alza ad ogni lunga raffica arriva polverizzata fin quassù. Ecco i lampi del fanale, umiliati dai nuovi lampioni installati lungo il battuto di cemento che segue tutto l’arco della spiaggia. Potenza verdastra del neon che di notte si sparge sul mare, per chilometri, interferendo persino con le stelle.
A parte i riflessi lontani delle luci del villaggio e dei lampi del faro, che adesso, debolmente, si vede, l’acqua è sparita nel buio e la nave sembra immobile, sembra navigare nell’aria, senza il minimo movimento laterale o longitudinale dello scafo. Solo l’acqua nebulizzata che i refoli ci sbattono in faccia, denota la presenza del mare sotto di noi.
All’opposto sopra la nostra testa l’Universo si va sempre più popolando di stelle, molto luminose e ben in evidenza nel buio, ciascuna ritagliata per bene lungo i suoi contorni. Il lucore ad occidente è scomparso del tutto, restano da vedere solo tre cose: il cielo, le luci del villaggio lontano a prua, e, voltandosi verso l’alto, le luci rosse degli strumenti sulle facce di chi sta lavorando, lassù in plancia.
Ma improvvisamente in cielo, quasi in verticale sopra il villaggio viene giù un oggetto rosso e veloce, lasciando una scia che pare di fumo. Una striatura del cielo che dura un istante, che dubiti di avere davvero osservato, che ti fa esclamare “L’hai visto? L’hai visto il meteorite? Hai visto la stella cadente?”. Sì, le due o tre ombre nel buio attorno a noi l’hanno vista, e qualcuno ha detto forte: “Wow! A falling star!” Esprimere di corsa un desiderio. Quale? Cosa desidero?
Odore d’isola nell’aria, ormai.
Qui la terra ti saluta così, con raffiche selvagge di vento che scendono giù per i canaloni delle montagne e si avvitano in acqua.
Il senso del mare mi ha ripreso, non mi lascia.
Scritto da: tashtego a
10:10 | link |
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