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martedì, 31 ottobre 2006
Il sapore dell'unicorno

macelleria_1
De-animalizzare, geometrizzare, ridurre a standard, tipizzare, de-strutturare, trasformare organismi, fino a poche ore prima vivi e pensanti, in una serie diversificata di porzioni ormai quasi completamente esangui e del tutto fuori contesto.
Se non fosse per alcuni tagli che mantengono sinistri riferimenti alla struttura anatomica di un corpo – spalla, stinco, fra-costa, eccetera – o per quei pezzi ancora organicamente riconoscibili, come la lingua, la carne sembra roba coltivata in laboratorio, prodotta in serra e non invece in luoghi di morte e sangue come il mattatoio.
Bovini e suini e ridotti ad astrazioni.
Mentre gli animali più piccoli, come gli ovini i polli i conigli, atrocemente dissanguati decorticati eviscerati mutilati e appesi a ganci (come gli umani ridotti a trofei di caccia dall’alieno dello splendido Predator), mentre qualche goccia ancora cola dai loro musi, quando ce l’hanno, mantengono un vago rapporto con l’animale che fu vivente.
Le teste d’abbacchio rosse, gli occhi semisferici, vitrei, allucinati, i denti ovini che digrignano, quel po’ di sangue lì intorno, nel bianco dell’espositore frigorifero.
Se solo gli unicorni fossero buoni da mangiare.
Che sapore aveva un trilobite?
Senta a me, questo è quello che je ce vole: ‘na bella lombatina co’ npo’ d’insalatina e pe’ stasera st’apposto.

Scritto da: tashtego a 15:58 | link | |

domenica, 29 ottobre 2006
Un supporto per prosciutti

Ecco di nuovo in ascensore quell’odore forte di prosciutto rancido.
È il rotweiler del quinto piano. Ha la testa grossa come quella di un bufalo, stessa forma e stesso colore, stessa espressione. Ha il corpo cilindrico, nerastro. Peserà un quintale. Puzza intollerabilmente.
“È buonissimo” dice la padrona che lo porta qui intorno a mollare enormi sghece, pantagrueliche pisciate giallastre che si spandono sull’asfalto del marciapiede ad attirare altri cani, altre pisciate, altre cacate.
Sarà buonissimo, però quando li incontro lei lo tira a sé con uno strattone del guinzaglio, come per distrarlo o tenerlo sotto controllo, mentre penso che se quello si incazza non lo tiene nessuno, altro che padrona e guinzaglio, quello mi frantuma le vertebre cervicali come si fa con gli ossi di pollo quando hai il trinciapollo.
Questi sono appartamenti tutti uguali, una settantina di metri quadrati, due stanze da letto, soggiorno bagno, cucina sgabuzzino, dove la tiene la bestia? Come farà con quella puzza? Perché non la lava?
Alla scala accanto ci abita una che invece ha un enorme alano che letteralmente mi terrorizza incontrandolo sul marciapiedi. È alto un metro e venti, la faccia da calamaro fradicio, da psicopatico terminale: come fanno a convivere in uno spazio così ristretto?
 
In questo condominio, come in tutti i condominii italiani e forse del mondo, il problema è tutto racchiuso nel titolo di quel vecchio libro americano di analisi "transazionale" – l’ho trovato pure menzionato, come libro burino, in Tempesta di ghiaccio di Rick Moody, per dire – di Thomas Harris, Io sono ok, tu sei ok, che ho visto recentemente ripubblicato.
Se non ricordo male la tesi del libro è la seguente.
Al cospetto degli altri noi abbiamo tre fondamentali modalità relazionali:
1)      io sono ok, tu non sei ok;
2)      tu sei ok, io non sono ok;
3)      io sono ok, tu sei ok.
Insomma, incontrandosi per le scale, in ascensore, ci si domanda:
1)      io, sono meglio di te?
2)      tu, sei meglio di me?
3)      posso ammettere che tu sia un mio eguale?
La nostra massima e istintiva preoccupazione è subito quella di difendere e preservare la nostra identità di rango: che ognuno stia al suo posto.
La padrona del rotweiler palesemente non mi considerava al suo stesso livello, era atteggiata a darsi un tono, o forse aveva il problema dell’io sono ok, eccetera. Voglio dire che non era rilassata, non riusciva a dire tranquillamente quelle due o tre banalità che servono a superare l’imbarazzo di trenta, quaranta secondi di ascensore in comune (se c’è il bufalo io in ascensore con lei non ci metto piede, e nemmeno ci sarebbe posto, puzza a parte). Un giorno, per restare sul tema iniziale, entrava in ascensore con un marchingegno de legno che lì per lì, chissà perché, mi ricordava uno di quei dispositivi per togliersi gli stivali. Così gliel’ho detto. E lei si è offesa, sembrava convinta che la prendessi in giro. Poi ho capito che invece quell’affare serviva per tenere incastrati i prosciutti in posizione di taglio. Forse ledevo il rango che con me si era sempre attribuita, fatto sta che adesso in quei settanta metri quadri non solo immaginavo la puzza del cane, ma anche quella del prosciuttone.
Io sono ok, ma tu, col tuo rotolo mordace di grasso rancido e col tuo prosciutto da tagliare a mano, non sei ok, pensavo. Mentre lei probabilmente pensava lui è ok io, con questo supporto per prosciutti in braccio, non sono ok. In quell’attimo ho percepito tra noi una perfetta complementarità transazionale, ho sentito che lei considerava fortemente danneggiata la sua aristocraticità nei miei confronti, che si sentiva improvvisamente smascherata e sotto-messa, che in un misterioso istante le parti si erano rovesciate, che grazie al supporto per prosciutti avevo preso il sopravvento di rango, che potevo fare di lei ciò che volevo: misteri dell’identità sociale umana. L’ascensore ha fatto plin, le porte si sono aperte al quinto e ciao.

Scritto da: tashtego a 09:02 | link | |

venerdì, 27 ottobre 2006
Da questo momento...

...e per un po' di tempo, questo blog è chiuso ai commenti, non essendo il titolare capace di bloccare le incursioni dell'onanista Massimo, che lascia qui le sue masturbazioni (in senso letterale) incoraggiato dalla casalinga insoddisfatta Pispa. Saluti e grazie a tutti voi.

Scritto da: tashtego a 17:34 | link | |

sabato, 21 ottobre 2006
A wonderful future

Oggi a Roma lo scirocco ti rosica quello che resta della convinzione che anche tu, dopo tutto, sei legittimato ad esistere.
Veltroni ha detto in tv che “il futuro è magnifico”, mentre nel presente un treno della linea Metro A entrava nel culo di quello davanti e un gruppo di stronzi detti “divi del cinema” sfilavano a turno su pavimentazioni mochettate de rosso, a riprova che il mondo è suo, che quello è il cinema e quella è la metropolitana e questa è Roma.
Non si facciano polemiche, si proclami il lutto cittadino, si volga ogni attenzione in emozione: questa, signori, è la post politica e voi non potete farci niente: non si interrompe con stupide obiezioni la magnificenza del futuro che avanza.
Sull’Aurelia un manifesto dell’UDC dice testuale “NOI VOGLIAMO SOLO SICUREZZE”.
Si vedeva da lontano, sopra l’insegna scatolare PANORAMA (in rosso), un’insegna più grande e più in alto, che recitava EURONICS (in grigio e bianco), quindi ho messo la prua del motorino sulla corsia di uscita dall’Aurelia e subito ho trovato il solito parcheggione steso placido su un mare di marmette di cemento ad incastro, pieno zeppo di automobili, e ho pensato “qui e adesso, io sto bene”.
Il mio televisore avrà minimo vent’anni, si vede viola, non reagisce a nessun telecomando, dunque devo cambiarlo.
Sulla destra un non-edificio – nel senso che si vede solo una superficie liscia, colorata confusamente, con due porte – sorregge un’altra immensa scritta: GIOTTO (in giallo).
C’è pure questo, andiamo prima qui, così confrontiamo prezzi e modelli, propongo, ma occorre capire quale delle due porte al non-edificio è quella d’accesso.
Dentro non c’è nessuno, i soliti televisori in funzione che trasmettono due sole cose, un video della sorella di Michael Jackson e sequenze del film L’era glaciale.
Batterie di frigoriferi altissimi, parterre di lavatrisci, di fornetti a micro-onde, due o tre commessi sparuti tristi palesemente de-motivati causa precariato, vestiti con corpetti giallini, li devi inseguire, tirare per la manica, placcare, perchè alla fine con un profondo sospiro ti rispondano “sì... dica”.
Il dato evidente è che in fatto di televisori siamo ad una svolta tecnologica triforcuta: il tubo catodico si vede meglio dei cristalli liquidi (immaginarsi un cristallo liquido) e non costa praticamente un cazzo, ma non ha futuro, mentre il plasma si vede benissimo ma costa tantissimo ed è grossissimo. In mezzo i cristalli liquidi, fichetti, ma che si vedono così così.
Uscire ed arrivare da EURONICS comporta, come disce la guardia giurata con giubbetto anti-proiettile, farsi quattro passi lungo l’Aurelia, che è un’autostrada a quattro corsie.
Ma lo spiazzo di asfalto anti-stante EURONICS è ancora più desolante.
Questo invece è un edificio-edificio, una specie di palazzetto dello sport inutilmente alto, con voltone a crociera, struttura in vista de metallo dipinto di grigio, musica a palla e sostanzialmente la stessa atmosfera triste e de-motivata che regnava dentro GIOTTO: cambiano solo i grembiulini dei precari-commessi.
Se non fosse per gli alto-parlanti che diffondono Go west, dei Pet shop boys, fuggirei.
Esco dopo mezz’ora con solo una bustina de plastica: dentro ci sono due confezioni di testine per lo spazzolino Braun e sei pile Duracell.
Alla cassa mi avevano dato la precedenza perché avevo i soldi spicci e loro non avevano resto per quelli davanti a me.

Scritto da: tashtego a 14:30 | link | |

venerdì, 20 ottobre 2006
Piranesi odiava Roma?

Chi vive a Roma sa di cosa si parla quando si dice Antico.
Antico, sostantivo, con l’iniziale maiuscola, ad indicare, come fanno gli storisci dell’Arte (A maiuscola, certo), la categoria degli oggetti incombenti che provengono dal passato greco-romano e che hanno condizionato la Storia dell’Occidente (e non solo) per il loro essere percepiti, sempre e comunque, come modelli superiori e inarrivabili, come oggetti intoccabili anche quando, palesemente sono ormai ridotti un cumulo di meste, repellenti e anti-igieniche rovine.
Gli addetti al parco cadaveri che secondo questa mentalità si è formato nel corso dei secoli e che strozza e soffoca ancora il presente di Roma nella sua necessità di costruirsi ciò che le serve nel futuro, di dispiegarsi nel contemporaneo invece che piagarsi di antico, si chiamano archeologi, coloro che sanno dell’Antico e conseguentemente lo venerano come prima fonte del loro sostentamento materiale.
James Joyce ha scritto da qualche parte che Roma lo faceva pensare a qualcuno che si faccia “pagare per mostrarti il cadavere di sua nonna”.
Ed è esattamente quello che accade.
(Warhol disse che “Roma è quello che succede quando non si butta via niente”).
C’è qualcosa di malato nelle città che, come Roma, celebrano in continuazione se stesse, che si nutrono di una supposta supremazia, di un accumulo soverchio di storia.
Qui si sente dire spesso una frase fatidica e assolutamente non vera, che suona più o meno così: “aò, ma dove la trovi una città così bella?”.
Perché in un enunciato del genere, oltre alla banalità, percepisco soprattutto provincialismo?
Che Roma abbia alcune particolarità che la rendono unica non è negabile, ma col tempo mi sono convinto che ogni posto, luogo, città, villaggio, eccetera, è per un motivo o per l’altro, unico.
Ai tempi in cui vi operava Piranesi (veneziano) la sua unicità, benché vacillante sotto il peso di una decadenza incipiente che tuttora dura, ancora in qualche modo teneva, e Piranesi ne ricavava di che mangiare ritraendola in vedute a stampa grandi e piccole da vendere sciolte ai turisti et pellegrini.
Tra le particolarità di queste stampe c’è che lo spazio della città vi appare dilatato e deformato. Immagino che lo scopo di ciò fosse il supportare al meglio la memoria di grandezza che sarebbe restata a lungo nella mente del visitatore, e con la quale probabilmente il visitatore conviveva già all’atto della partenza per Roma, cioè prima ancora di vederla.
Il mito di un luogo agisce sul luogo stesso, dove ne andiamo a cercare conferma e, puntualmente, la troviamo.
Amo Piranesi perché sono convinto che sia il più grande e il più consapevole artista del Settecento Europeo, ma anche perché credo che, al fondo, odiasse “Roma e le sue rovine” come le odio io.   

Scritto da: tashtego a 10:02 | link | |

giovedì, 19 ottobre 2006
La doppia disperazione di Piranesi.

La doppia disperazione di Piranesi
Percepire il tempo
Sprofondato nel nero
Dell’inchiostro
Oggetti giganteschi
Persi nell’ombra
Fitta del trascorso
L’Antico erto
Come una minaccia
Che splende sull’umano
Barcolla irriducibile
E lede il divenire
Fino a farlo rovina
Fino a sottrargli
L'alba del futuro.

Scritto da: tashtego a 11:33 | link | |

martedì, 17 ottobre 2006
Piranesi-2

DSCN2277A riprova di quanto dicevasi in un post precedente sulla natura del segno piranesiano, si noti l'estremo ordine di questo tratteggio, fotografato appositamente per voi da una stampa in mio possesso tratta da le Antichità romane che raffigura una veduta fantastica delle fondamenta della Mole Adriana.

Ma per i Capricci, le Carceri e altre serie consimili, il segno è completamente diverso, meno rigoroso, più nervoso, spesso incrociato.

Scritto da: tashtego a 16:34 | link | |

Impurità

Sono convinto che nella faccenda Saviano-Gomorra-Camorra (SGC) – mi scuso per la brutalità sintetica della definizione e della sigla – si manifestano tutte, dico tutte, le ambiguità e le contraddizioni che oggi (come ieri?) si annidano nel raggruppamento realtà/informazione/comunicazione/narrazione/denuncia.
In questo caso ciò che si presenta in apparenza come una limpida operazione di “denuncia” del sistema economico e di potere camorristico, contiene in realtà parecchie di quelle che potremmo definire a rigore come impurità, legate, per esempio alla modalità narrativa di fatti di sangue e alla presentazioni di dati fattuali e afferenti il brodo di cultura locale, tesa a catturare il lettore ed a emozionarlo, cioè in definitiva, ad intrattenerlo con “l’altro da sé criminale”.
Così come impurità si potranno individuare nella scarsa evidenza delle fonti da cui si attingono i fatti narrati.
Senza tralasciare l’ambiguità dell’evento mediatico in corso, che vede Saviano minacciato dalla camorra da un lato, mentre dall’altro il successo commerciale del suo libro si implementa per ciò stesso in modo esponenziale.
Qualcuno potrebbe citare Bogart e dire: “sono i media, bellezza, e tu non puoi farci niente” e avrebbe ragione.
È una catena causale.
Il modo (coraggioso) in cui il libro è costruito e la materia criminale e oscura di cui tratta, ne produce il successo editoriale.
Il successo editoriale produce l’effetto di riportare alla ribalta dell’attenzione pubblica il fenomeno camorristisco napoletano.
L’attenzione pubblica protegge sulle prime Saviano ma allo stesso tempo aumenta ulteriormente il pericolo che corre, producendo indirettamente un effetto intimidazione che non si può sottovalutare.
Inizia un effetto mediatico a ping pong, con grossa ricaduta sull’entità delle vendite, che salgono e che sicuramente produrranno un genere letterario (che in realtà già esiste) e schiere di imitatori pronti a denunciare “il marcio della nostra società”.
Ma l’aumento delle vendite e il battage producono a loro volta, non solo l’intrattenimento del Grande Ripieno, ma anche il rafforzamento dell’effetto “de denuncia” del libro, rendendolo più efficace e potenziando le probabilità di una vendetta di camorra.
Il bene e il male, il sangue e i soldi, stanno anche dalla parte di qua (esiste una “parte di qua”?) del mondo criminale di cui trattasi, le impurità si intrecciano con coraggio e limpidezza della denuncia.
Non ostante ciò, a tutti i costi, si protegga Saviano.

Scritto da: tashtego a 14:14 | link | |

domenica, 15 ottobre 2006
Mosche

Ti ronzano addosso
E prudono in faccia
Poco reattive
Le mosche in autunno
Camminano lente
Nell’aria calda del corpo
Che sale dal collo
Aperto della camicia
Si aggrappano a te
Sembrano dire
Teniamoci stretti
Non voglio morire

Scritto da: tashtego a 14:02 | link | |

sabato, 14 ottobre 2006
Il valore delle testimonianze

Uccidere i testimoni.
Annullarne fisicamente e definitivamente la voce.
Minacciarli perché ritrattino o si tacciano, si occupino d’altro.
Questa è la tecnica classica di annullamento e/o intimidazione delle rare voci non anestetizzate che si levano dal Grande Ripieno e provano a narrargli l’altro da sé, anche se sarebbe meglio dire “ciò che gli è necessario e complementare”.
Si possono fare tutti i discorsi che si vogliono sul tema dell’arte “di impegno”, intesa come non unicamente fine a se stessa, non esclusivamente dedita al risultato estetico, ma portatrice di messaggi precisi sulle condizioni del mondo, o di una sua porzione, qui e adesso.
Si può dire che in fondo si tratta pur sempre di intrattenimento, se ne può denunciare l’ambiguità “di genere”, eccetera, e tuttavia il suo valore non solo resta, ma spesso raggiunge picchi altissimi di qualità specifica, come accade, per esempio, per La battaglia di Algeri di Pontecorvo (morto ieri).
D’altra parte, per il Grande Ripieno sociale di cui facciamo parte, tutto è intrattenimento, tutto serve a distrarci, magari, come nel caso di Gomorra, attraverso l’indignazione e l’ira, dalla vita di merda di massa che conduciamo.
Tuttavia ciò non toglie nulla al valore delle vere testimonianze, alla loro capacità di installarsi non solo nella memoria, ma nell’immaginario di alcune menti e di agire nel tempo sulle coscienze.
Gomorra vende perché la materia di cui narra è allo stesso tempo repulsiva e affascinante e perché a leggerlo non si può che ammirare il coraggio di Saviano.
Ma meno male che vende, dico io.
E chissenefrega se Calvino manifestava dubbi e diffidenze verso la “letteratura di impegno”.

Scritto da: tashtego a 20:05 | link | |