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martedì, 28 novembre 2006
Requiem per gli amici persi

Una sequenza di amicizie cominciate e restate lì, a denudarsi lentamente, a scarnificarsi di ogni polpa affettiva, di ogni vero motivo di esistere, terminate di colpo oppure piano piano nel non vedersi, nello smettere di confidarsi, di comunicare, di informarsi e infine di sentirsi e poi l’incontro magari fortuito dove si rivela tutto il fastidio e l’imbarazzo di essere lì, uno al cospetto dell’altro, sapendo tutta la storia senza dirla mai, che delle amicizie perse ci si vergogna come per il tradimento di un’idea o militanza, come nella guerra partigiana quando si smetteva di combattere e ci si rifugiava altrove e lo vedi, l’imbarazzo, quando dici a qualcuno: ma quel tuo amico, come si chiamava? che fine ha fatto? lo vedi ancora?
È finita la militanza contro l’indifferenza che vedevamo negli adulti, finita la lotta comune che conducevamo con la nostra amicizia contro la loro fetida disillusione, contro il sarcasmo di quell’indifferenza sfinita e acida nei riguardi di tutto, contro quel loro non credere a niente che si pensava mai ci avrebbe toccato se fossimo restati uniti ad ogni costo, se avessimo condiviso ogni cosa, fino alla fine, facendoglielo vedere noi il modo nuovo di vivere-pensare-agire-condividere, persino di lavorare.
Ambedue lì, dove si sono incontrati per caso, amici ex amici, senza nessuna dichiarazione ufficiale di non-amicizia, senza che sia comparsa alcuna scritta The End, senza nessun tradimento o inimicizia, ma solo un pensiero: che ci fai tu qui? che cazzo vuoi ancora? perché non te ne stai fuori dai coglioni, nello spicchio di memoria che ti ho riservato in attesa di svanire anche da quello? perché ti intrufoli, anche per un solo istante nella mia vita di adesso? non lo vedi che le cose sono cambiate, che non sono quello di un tempo, che i territori che abbiamo percorso assieme e che ci parevano non-prescindibili, oggi sono solo deserta periferia del main stream del passato?
Ciascuno pensa dell’altro: ehi tu, ghost, non ti vergogni di esistere ancora? perché non resti nella vita precedente quando pensavamo di essere amici e non sapevamo che presto non ce ne sarebbe più fregato un cazzo l’uno dell’altro? quando era impensabile che non ci saremmo mai più visti, quando andavamo al cinema tutte le sere verso le undici, inseguendo film in sale periferiche, stipati in quattro dentro una cinquecento piena di fumo, lanciata a tavoletta per le strade di una città che a quel tempo di notte si svuotava.
A quel tempo la città e la notte erano il territorio dell’amicizia e delle sigarette, non come adesso con questo mare inutile di stronzi sempre in giro, che chissà cosa ci avranno da fare.

Scritto da: tashtego a 23:35 | link | |

lunedì, 27 novembre 2006
Una botta d'invidia

Sabato sera a cena in casa di amici assistevo a quello che chiamerei lo spettacolo dell’amicizia in atto: due persone di sesso maschile in età non più verde, amici “da sempre”, che motteggiavano con palese affetto reciproco, pianificando un viaggio in medio oriente che avrebbero fatto loro due da soli, cioè senza mogli né figli, né altri amici.
Noi commensali apprendevamo che questa di viaggiare assieme è loro vecchia consuetudine e ascoltavamo il racconto a due voci delle vicende di altri viaggi, in Russia e altrove.
Da tutto questo, a parte il Beaujolais non particolarmente buono che già mi bruciava nello stomaco*, emanava per me un senso diffuso di dolcezza che mi rimbalzava nella mente sotto forma di invidia per questi due, vale a dire di invidia per la loro amicizia, che appariva così semplice, pura, riposante e soprattutto vera.
Sono stato a pensarci l’intera domenica: se mi avessero chiesto delle mie amicizie cosa avrei potuto dire? Quale amico avrei potuto esibire?
Una settimana fa, a pranzo con un vecchio “amico”, cioè con una persona che conosco e frequento da molto tempo, mi sono sorpreso mentre dicevo: << L’amicizia non esiste, perché non regge mai o quasi mai alle due prove fondamentali, quella dell’amore e quella dell’interesse. L’amicizia regge solo in campo neutro, che è il territorio dove l’abbiamo confinata: riunioni conviviali, vacanze, funerali, matrimoni, battesimi, cinema, teatro, eccetera. Ma appena si presenta un conflitto erotico o di soldi, tutte le amicizie si sfasciano. La stessa malattia costituisce una prova ardua alla quale facilmente soccombono. O almeno questa è la mia esperienza >>.
La persona che mi stava di fronte mi rispondeva sensatamente: <<Se non abbiamo mai visto qualcosa, non vuol dire che quel qualcosa non esista>>.
 
A quali prove era stata davvero sottoposta l’amicizia che dava spettacolo di sé a quella cena di sabato sera?
E come definire il termine “amicizia”?
In prima approssimazione, direi che l’amicizia è quando due persone decidono di rovesciare le normali modalità relazionali esterne per costruire consensualmente un recinto di internità comune, da abitare assieme con reciproca soddisfazione.
Se nei normali rapporti umani vigono l’interesse, il tornaconto, l’indifferenza reciproca - e qualsiasi comportamento non conforme ai suddetti principi è quanto meno strano [nessuno ti regala nulla, nessuno fa nulla per nulla, nessuno dice nulla di sé, nessuno si fida di nessuno, a nessuno frega un cazzo di nessuno, al di là di una generica pietas di specie del tutto superficiale, che già se gli sporchi i sedili di sangue ti lasciano a morire sull’asfalto, che già se gli chiedi un favore di troppo te lo fanno pesare (e io non sono da meno)...] -, la relazione amicale è (dovrebbe essere) completamente disinteressata, intima, fiduciaria, affettiva e scaturisce (dovrebbe scaturire) dal puro piacere dello stare assieme.
Già così sembra una cosa rara, tuttavia di amicizia si parla molto, il termine “amico” si usa molto, anche quando non c’entra nulla, anche quando è contro-intuitivo, osceno.
Come quando un tuo inter-locutore, di lavoro e non, cambia tono, diventa confidenziale e cerca di stabilire una modalità amicale, proponendoti un altro terreno relazionale dove valgono altre leggi, un terreno sacro dove riti e significati si capovolgono, ma che in quel momento ti appare come una caricatura blasfema dell’amicizia.
È una cosa complessa da dirsi, perché le relazioni cui dobbiamo tutti i giorni volenti o nolenti sottoporci sono sempre ritualizzate e difficili: luoghi di sofferenza autentica, silenziosa, reciproca, luoghi di tortura dell’umano sull’umano dove si gioca la partita della prevalenza, quando non della prevaricazione.
Mi domando se al di là di alcune amicizie infantili, assolutamente pure ma di breve durata, io sia mai riuscito a stabilire un vero rapporto di amicizia, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, nella ricchezza e nella povertà, con qualcuno.
Le mie amicizie sono sempre svanite, evaporate, oppure hanno trovato uno scoglio e si sono raffreddate, quando non si sono volte in ostilità, talvolta in disprezzo e delusione.
Oppure, ed è il caso più frequente, sono rimaste lì, in un limbo di cose irrisolte, senza diventare niente di significativo, ma senza per questo morire: così ci si sente e ci si invita a cena e quando ci si incontra, magari per caso, ci si scambiano affettuosità e baci e abbracci e poi dopo un po’ si dice ciao. Ciao & ciao, ci vediamo presto, eh?.
 
*N.B. il vino francese o lo paghi una tombola, oppure, a parità di prezzo, è decisamente inferiore al nostro.

Scritto da: tashtego a 14:53 | link | |

sabato, 25 novembre 2006
Appunti sull'eclissi del colore

L’altro giorno dicevo dell’andare in metropolitana a Roma e dicevo dell’assenza di colore che entrando in una vettura si nota subito nell’abbigliamento della gente.
Dicevo della predominanza del nero, del blu scuro, del beige e dell’azzurro stinto dei tessuti denim.
Un po’ di colore ogni tanto compare, questa estate si è vista qualche tinta pastello, qualche rosa confetto (brutto) e verde pistacchio (brutto), senza che si sia davvero affermato alcun nuovo paradigma cromatico capace di imporsi alle masse.
Pesino la pubbliscità, di solito così prodiga di colori, tende a smorzare la veste cromatica e a preferire tinte acide, cattive.
Perché da così tanto tempo abbiamo abolito i colori?
Come mai li abbiamo espunti dal nostro abbigliamento usuale?
Siamo stati noi (come io credo) a deciderlo oppure esiste qualcuno che lo ha deciso per noi?
E in ogni caso, perché?
L’ultima vera ondata di colore che ha investito l’ambiente umano occidentale risale agli anni sessanta e settanta, con le culture hippy e psichedelica, quando nel mondo giovanile dominava il canone della mansuetudine, dell’uscita utopica dalla società industriale e del libero amore.
I “cattivi” (teppisti, fascisti, preti, borghesi) erano neri o grigi o beige, mentre chi si identificava con i “buoni” si copriva di colore, conferendolo ad oggetti e dispositivi che normalmente ne facevano a meno: The yellow submarine.
A quei tempi colorare un oggetto, di per sé aggressivo come un’arma, era un gesto politico, significava ridicolizzarlo, ridurlo all’umano disinnescando il potenziale di violenza che contiene.
Semplifico.
Il colore servì pure alla femminilizzazione del maschio, alla destrutturazione dei modelli virili post bellici e patriarcali e fu rifiutato – tranne naturalmente il “rosso comunista” – dai movimenti rivoluzionari giovanili che non escludevano affatto la violenza e di conseguenza escludevano di abbigliarsi in modo colorato.
I colori prevalenti del comunismo rivoluzionario – si vedano le avanguardie russe – erano il rosso e il nero.
Insomma il colore è pieno di significati e cominciò a sparire, se non ricordo male, intorno alla metà degli anni Ottanta, per non ricomparire più fino ad oggi, che se ne vede una timida ripresa.
Il rapporto uomo-colore è sempre stato complesso: il non-colore della borghesia nascente, coi suoi valori protestanti, contro il colore sgargiante e parossistico delle aristocrazie corrotte et morenti; il non-colore della Riforma contro gli sfarzi cromatici della Chiesa di Roma (corrotta), eccetera.
Il non colore della povertà e della severità, contro il colore dell’agio e del potere.
Oggi tutti sanno che un manager non può andare ad una seduta di consiglio di amministrazione in un completo giallo o rosso, perché non lo farebbero entrare, anzi lo licenzierebbero: il colore, molto sorvegliato, è consentito solo per un accessorio, la cravatta, anch’essa praticamente obbligatoria.
Oggi nessuno ci obbligherebbe a fare a meno dei colori, eppure.
La mia tesi, tutta da dimostrare, è che col così detto riflusso degli anni Ottanta siano tornati in auge modelli umani che nei due decenni precedenti avevano subito un andamento al ribasso, senza però mai estinguersi.
I “cattivi” di prima hanno ripreso fiato, l’uomo si è maschilizzato, la donna si è mignottizzata, l’aggressività, vera o solo messa in scena, è ri-diventata sexy, la ricchezza è tornata ad essere modello e scopo di miliardi di esistenze, i ruoli sessuali trovano sicuro riferimento nel porno che è diventato oggetto di culto e di consumo di massa .
I capelli un tempo lunghi sono spariti dai crani maschili e sono ricomparsi pizzi fascistici che si credeva esistessero ormai solo allo stato fossile: tutti i parafernalia dei vecchi ruoli sessuali pre-Sessanta hanno ripreso fiato, schiacciando il colore nell’angolo, soffocandolo, sopprimendolo.
I fascismi avevano fatto lo stesso: erano restati solo il nero, il bruno, un po’ di rosso, un po’ di bianco.
Con questo non dico che sia tornato il fascismo, ma un certo mood fascistico sì, eccome.

Scritto da: tashtego a 09:43 | link | |

martedì, 21 novembre 2006
La vita altrui

Gli uomini, le donne, che vedi al lavoro, metti sul ciglio della strada, oppure a scavare trincee; quelli che si calano nei tombini; quelli che riparano il collettore idrico rotto e li vedi nell’acqua fino a notte inoltrata; quelli che guidano il treno in metropolitana; quelli che asfaltano strade e quelli che dipingono strisce pedonali di notte; quelli che lavano lunghe file di macchine in stivaloni di gomma; quelli che servono dal ferramenta, travolti dalla noia; quelli che li vedi in piedi nel cesto della gru a venti metri d'altezza, che riparano gronde; quelli che ti guardano la macchina in garage chiusi tutta la notte nel gabbiotto di vetro con la tv e la stufetta elettrica; quelli che scaricano & caricano incessantemente cose da camion e furgoni; quelli che portano plichi in ciclomotore e che spesso hanno sessant’anni, la faccia provata; quelli che fanno lo stesso lavoro per le poste; le donne che lavano i bagni, puliscono uffici, coi loro carrelli attrezzati e quando tu arrivi loro hanno finito da un pezzo e le vedi nel loro stanzino a fumare prima di andarsene; le ragazze alle casse dei super-mercati e quelle che riempiono gli scaffali di merce; la donna che lava le scale al mattino; la donna grassa tutto il giorno dietro il bancone del bar qui sotto; Armando che è dalle cinque di stamattina che è in edicola; William, che viene da me due volte la settimana, a pulire, stirare; quelli dentro il camion della spazzatura, che di notte svuotano i cassonetti uno ad uno, con attenzione, guardando nel monitor.
Tutti quei milioni di umani che immagini persi nei cantieri e nelle fabbriche, oppure nei campi a raccogliere frutta, ortaggi, a faticare giorno dopo giorno, per decenni, mettendoci il corpo, non solo la mente, usando il corpo come una macchina versatile per quello che hanno imparato a fargli fare, utilizzando l'energia tratta dal cibo che hanno mangiato la sera prima, talvolta rischiando la vita.

Scritto da: tashtego a 11:28 | link | |

sabato, 18 novembre 2006
Quando prendi la metro a Roma (Il matrimonio di Tom)

Stamani, dopo un tè e un successivo caffè, dopo una scansione del mio pc riavviato in modalità provvisoria, alla ricerca dei virus da cui è invaso - secondo le istruzioni del mio amico GR che è talmente bravo con i computer (e non solo) da risultare ai miei occhi come una semi-divinità -, e dopo aver constatato che un vecchio termosifone nel soggiorno perdeva acqua che gocciolava su un mucchio di riviste, vecchie anch’esse di almeno un decennio, ma forse di più – al punto che per la prima volta ho pensato: adesso chiamo uno e mi vendo tutte le centinaia di riviste di architettura che mi infestano la casa e l’esistenza - e dopo aver arrangiato le cose in modo da arrestare il danno, non senza la perdita (con un segreto senso di liberazione parziale) di quattro o cinque numeri di Casabella, dopo tutto questo e dopo aver fatto le cose che si fanno in bagno la mattina, compresa la barba che quando è lunghetta mi da un’aria decisa da disperato, sono uscito con A., rinunciando ad andare in campagna per paura di restare coinvolto nel mostruoso ingorgo che si sarà creato a causa del matrimonio di Tom Cruise, perché Bracciano è lì, da quelle parti.
L’idraulico nel suo negozio l’ho trovato ingrassato che armeggiava con un paio di cellulari e il computer aperto su un sito misterioso de cellulari che si chiama “3” (scritto in modo che non sai se dire barocco e spichedelico) – gente con una vera passione per i cellulari, che capisco per un idraulico sono strumento de lavoro indispensabile – e gli ho detto del mio termosifone e ci siamo attardati a ragionare di misure, per capire quale nuovo apparecchio poteva starci, anche se ben presto giravamo a vuoto, senza che quello che dicevamo mordesse almeno un po’ sulle nostre menti e le nostre coscienze, ansiosi di tornare lui in internet io alla mia passeggiata-con-scopo.
Lo scopo della passeggiata era raggiungere il numero 40 di via Leone IV, dove stando ad internet si sarebbe situata una rivendita di cuscini anatomisci in lattisce marca Tempur, dei quali sono da tempo innamorato. Ed effettivamente lì c’è un negoziaccio di reti-materassi-cuscini, uno di quei tipici posti dove non entri mai, dei quali non guardi mai le vetrine – e anzi allunghi il passo per l’aura di squallore che emanano per un bel raggio sul marciapiede - finché non hai un problema o di rete o di materasso o di cuscino, e dentro era deserto e c’era un manzo annoiato con una copia del giornale più fetido che esiste dopo Libero, e cioè de Il Tempo di Roma, ripiegata sul suo tavolinetto-con-cassa. Dopo essermi sdraiato su un materasso in esposizione, con diversi modelli di cuscino Tempur avvolti in bustone di plastica sotto la testa ed essermi sentito a disagio mentre entrava gente e mi vedeva lì steso a provare cuscini come se dormissi, ne ho comprato uno a centoeuro con la sensazione che me ne avessero fregati almeno venti, sul vero prezzo di quel cuscino.
Uscimmo presto di lì con l’altro scopo di arrivare da Feltrinelli dove avrei voluto comprarmi almeno un libro di Antonio Pennacchi di cui ho apprezzato i racconti di Shaw 150, se, una volta lì non me lo fossi scordato completamente e non avessi acquistato invece l’ultimo libro de Ballard, Regno a venire, con la copertina sfregiata da ben due etichette adesive: NOVITA’! e Sconto 20%.
Dopo tutto questo e dopo l’acquisto dei giornali e di una mezza pagnotta di pane di Terni, senza sale, che ci dura fino a domani, e dopo aver acquistato a un tabacchi un blocchetto di biglietti della metro, ci siamo avviati alla stazione Ottaviano della Linea A, per prendere un treno direzione Battistini.
Quando prendi la metro a Roma, vedi quanto siamo brutti e tristi, mal vestiti, poveri, depressi.
Senti l’odore di capelli sporchi, di sudore e grasso umani, e vedi l’assenza di futuro nelle facce dei ragazzi, come dei vecchi. Tutti vestiti come se esistessero solo due colori, il nero e il beige, e vedi addosso alla gente la moda andante dei negozzi di abbigliamento di via Ottaviano, e di tutte le vie Ottaviano di Roma, dove molte cose, quasi tutte, stanno a 29,95 euri e il problema non sarebbe il prezzo (se non denotasse una certa nostra povertà generalizzata), ma la forma di quegli abiti, così desolante nella determinazione scrausa a voler apparire sexy e cattiva, nella pre-consunzione fatta in fabbrica, nell’orlo finto liso, nell’usura e nello strappo, dunque nel vissuto, già compresi nel prezzo, nei colori incerti dove prevale il can che scappa, con tutta l’infinita palette Pantone (marchio registrato) a disposizione.
Quando prendi la metro a Roma ti accorgi perché sono importanti Tom e Nicole e perché quando sono in città per girare spot dove arrivano all’improvviso, ultra eleganti, alla riunione di condominio di un casamento del quartiere Testaccio, cioè scendono tra la gente, come cristo risorto, a portare la novella comunitaria di Sky tv, fanno impazzire tutti.
Ti accorgi perché se quell’idiota di Tom descide di sposarsi con rito scientologico, cioè secondo i dettami della religione inventata qualche tempo fà da uno scrittore di fantascienza (con tutto il rispetto per gli scrittori dediti al genere) e decide di farlo - con l’intero mondo a disposizione, proprio dalle nostre parti, proprio a Bracciano doveva andare ad infognarsi, invece che, metti, alle Isole Marchesi - impedendo ad A. e a me di andarcene in campagna nel week end, la gente accorre a applaude e disce ah... e ancora ripete: ah... Come una ragazzina intervistata al TG3 che tragicamente, alla domanda se sia contenta che Tom si sposi, risponde: No, perché dovrebbe sta’ co mme.
Ti accorgi che questa gente brutta e povera, ed io con loro, può avere solo due futuri: con-più-soldi oppure, in alternativa, con-meno-soldi, senza che la qualità vera, cioè politica, della vita che facciamo abbia ormai la minima speranza di cambiare e migliorare nel senso della civiltà e della condivisione di qualcosa che non sia la comune ammirazione per dei fantocci-sorridenti-coi-soldi e per delle donne-vestite-da-mignotte.
Eccetera.
Allora Tom e Nicole, che vanno obbligatoriamente all’Hassler tutti e due, ma in tempi diversi, e si chiudono lassù, nell’empireo vicino a Trinità dei Monti, da dove se vuoi puoi pisciare sull’intera città, danno a tutti l’idea precisa di cosa si dovrebbe essere e di cosa siano il Denaro e il Successo e la Bellezza, come uniche icone che ci sono restate nella vita che valga la pena di sognare.
Così come Walter Veltroni dà precisa idea di sé andando prima a cena con Tom, poi al matrimonio di Tom.

Scritto da: tashtego a 18:01 | link | |

martedì, 14 novembre 2006
I soliti brandelli

Pezzi di carne umana
Su ponte di corvetta
Rossi, intrisi come
Di Amarena Fabbri
Restano impressi
Nei film di John Ford
A largo di Omaha Beach
Gli stessi brandelli d’uomo
Al mercato di Sarajevo
Il telegiornale mostra
Tu vai a cena, ma quello
È sangue e se ne va
In tombini e bocche di lupo
A farsi succo e sostanza
Per topi di fogna
Gli stessi a Gerusalemme
Brandelli assieme
A frammenti di pizza
Ai peperoni, ai quattro formaggi
Stessa forma colore
Sapore sui treni di Atocha
Macchie di carne
A foderare carrozze
Assieme alla vernice
A gomma, sugli orli delle portiere
Scheggiata di vetro
Infrangibile
Tagliata sul filo delle lamiere
Gli stessi brandelli
Nel tube sotto Whitechapel
Gli stessi assieme al cemento
Ventimila frammenti contati
Nel sunto di ferro e di terra
Informe confuso
Di ottanta piani di torri
Portati alla fine
Via dalle ruspe
Gli stessi nei mercati di Baghdad
Gli stessi sparsi nella polvere
Di Gaza dove tutti in piedi
Stanno in attesa di qualcosa
A cui poter dire di sì
Gli stessi brandelli di Beirut
Gli stessi di Bali
Dove un istante prima
Erano ragazzi a cena
Già arrapati per quello
Che volevano fare dopo
Gli stessi a Nassyria
Iwo Jima. Gli stessi
Alla stazione di Bologna
Gli stessi pezzi d’uomo
Di donna saltati per aria
Cucinati dalla Storia
Come straccetti in padella
Geroglifici rossi
Alfabeto della stessa lingua.
(d'ora in poi, con rammarico, i commenti a questo blog saranno consentiti solo ad utenti splinder)

Scritto da: tashtego a 20:55 | link | |

lunedì, 13 novembre 2006
Flags of our fathers

Il mio vicino di poltrona - un tipo magro alto sulla cinquantina con tutti i capelli in testa e una donna vicino che poteva essere sua madre - fiatava brutto assai, che pareva di sniffarsi la cucina di una caserma dopo che si è versato un bottiglione di vino andante sul pavimento e l’hanno asciugato con lo straccio e soprattutto dopo che si sono cucinati pentoloni di lesso argentino surgelato nel ’62 togliendogli i grumi di vermi che nonostante la temperatura proliferavano una generazione dopo l’altra a partire appunto dal primo centro sinistra che abortì poi l’anno dopo.
Questo vicino dava il suo sapore al mio film, cioè al film di Clint Eastwood, Flags of our fathers, che mi stavo vedendo, imprimendo alle mie percezioni visive a alle emozioni che ne scaturivano quel sentore di merda cucinata che gli usciva dalla bocca: e che schifo.
Allo scadere del primo tempo cambiammo posto buttandoci un paio di file davanti per sicurezza: Non può raggiungerci anche lì, diceva A.
E fu allora che il film cambiò e cominciò a sembrarmi più pulito, drammaticamente più pulito e congruo, pure restando nella sostanza un lavoro non riuscito per la troppa carne al fuoco non risolta, per i troppi temi affrontati, per la mancanza come di un’ossatura narrativa, di una spina dorsale del racconto.
Un tempo al cinema si fumava.
La puzza di fumo fumato - assieme al profumo inimitabile del fumo fresco, del virginia che bruciava nelle tue nari dilatate – si stendeva su tutto come una coperta olfattiva, nascondendo l’afrore di umano che indubitabilmente deve aver regnato nelle sale degli anni cinquanta e sessanta e settanta e primi ottanta, attutendo le fiatate di digestione mal avviata che oggi invece ti toccano direttamente certi gangli emozionali nascosti nel cervello e connessi coi centri dell’olfatto, graffiando quindi il modo in cui percepisci il film, facendogli prendere pieghe inaspettate.
(Omissis).

Scritto da: tashtego a 20:07 | link | |

giovedì, 09 novembre 2006
Chiese e moschee

Sull’ultimo numero di Internazionale c’è una foto che illustra le forme dell’erigenda nuova moschea di Beirut, “la più grande del mondo”, pare.

La foto fa pensare e dice molte cose, come spesso (sempre?) fa l’architettura.

Viaggiando qui e là, mai troppo lontano, dopo un po’ mi sono accorto che l’unica religione monoteista che ha pienamente accettato di realizzare nuovi templi secondo moduli linguistici contemporanei è, stranamente, il cristianesimo cattolico.

Certo, nell’architettura dei nuovi edifici di culto cattolico spesso si leggono tensioni non risolte, e si rendono evidenti nostalgie e contraddizioni tra Chiesa e Modernità, ma, nel complesso, l’innovazione sembra da tempo saldamente installata nell’architettura chiesastica.

Invece colpisce come il Cristianesimo Protestante, ma soprattutto il Cristianesimo Ortodosso, abbiano un atteggiamento molto più conservatore, arrivando come nel caso degli ortodossi, ad un vero e proprio canone immutabile, sia per l’architettura degli edifici che per le raffigurazioni sacre.

Qui l’evoluzione della forma sembra arrestarsi a maniere bizantine, totalmente pre-rinascimentali e pre-prospettiche, come se l’Ortodossia non fosse mai davvero riuscita a sottrarsi alle origini medievali.

Il tempio protestante contemporaneo - per quanto ne so e nell’infinita variazione delle varie sette e culti - tende generalmente a adottare una scarna forma gotica, semplici aule prive di connotazioni e di figure sacre. Ma al cinema e in tv ho visto templi protestanti che sembrano auditorium, cinema.

Tuttavia esistono eccezioni, non so quanto numerose e rilevanti: adesso mi viene in mente solo la sede centrale e il tempio della First Unitarian Church, Rochester, New York (USA) di Louis Kahn, magnifico edificio che risale al 1969.

Sempre di Kahn c’è il progetto, bellissimo, della Sinagoga Hurva (1968) che si sarebbe dovuta realizzare a Gerusalemme.

Tra architettura e quell’indefinibile categoria del sentire che chiamano “spiritualità” sembrano correre legami di stretta corrispondenza.

Il progetto della moschea di Beirut ricalca i moduli architettonici turchi definiti da Sinan nel Cinquecento e in particolare somiglia molto alla Moschea blu di Istanbul, a sua volta derivata da Santa Sofia.

Dunque la forma della grande moschea di Beirut deriva da quella di una grande, inimitabile, chiesa cristiana.

L’impianto di molte moschee nel mondo è di derivazione bizantina, ma esistono altre tipologie di moschea completamente originali, tra i quali metterei quella, bellissima, di Cordova e meravigliose moschee iraniane come quelle Isfahan, eccetera.

Ma queste sono divagazioni.

Il punto che mi premere sottolineare è: come mai, a conti fatti, solo la chiesa cattolica è in grado di accettare che i suoi edifici di culto mutino di forma e tipologia seguendo il succedersi nella storia dei linguaggi architettonici?

Come mai, anche nel non piccolo problema della figurazione del sacro la chiesa cattolica ha avuto un comportamento così inclusivo da incamerare consistenti elementi di culture pagane, laiche, aliene e moderniste, senza fare una piega?

Insomma, sembra che la cultura cattolica, al contrario di quella ortodossa e musulmana, sia stata capace di viaggiare in sincrono con la storia dell’Occidente, cioè di rinegoziare, si può dire istante per istante, le proprie istanze politiche, etiche e di fede con un mondo che cambiava in continuazione.

È un discorso molto complicato.

Ammettendo sin da subito, cioè sin dal paradigma evangelico, l’esistenza di un mondo fuori da sé, il mondo “di Cesare”, i cattolici hanno dovuto imparare a conviverci e ad assimilarne parzialmente le istanze, adattandosi.

Certo non sto sostenendo che chiesa e storia siano andate sempre d’amore e d’accordo, anzi: il dato conflittuale non si è mai estinto e oggi lo vediamo bene, ma occorre riconoscere alla chiesa una notevole adattabilità e capacità di assunzione, di assorbimento evolutivo di culture esterne e laiche.

Quando vedo le nuove moschee che si realizzano in Medio Oriente, opere spesso sfarzose et gigantesche, mi cadono le braccia perché vi leggo linguaggi ormai completamente ossificati in un gruppetto di stilemi, gli stessi in uso presso la Walt Disney quando fa quei cartoni tipo Alì Babà.

Questa evidenza rafforzerebbe la tesi della Grandi Crisi d’Identità (GCd’I) del mondo islamico, che non sa rinnovarsi senza rinnegarsi e subirebbe la botta fortissima della penetrazione occidentale reagendo con potenti convulsioni fondamentaliste.

Forse le cose non sono così semplici, ma di solito l’architettura, e in genere l’arte tutta, non mentono mai, e, se c’è crisi, per via più o meno diretta e conscia, puntualmente la denunciano: l’arte non nasconde le contraddizioni, le sottolinea.

Scritto da: tashtego a 11:32 | link | |

martedì, 07 novembre 2006
Un senso come di Preistoria

Vivo in una città antica ma minore, dislocata lungo il bordo inferiore dell’Occidente.
Una città slittata e decaduta da molti secoli da posizioni di preminenza assoluta, quando il resto d’Europa, come scrive Fernand Braudel, rispetto all’Italia era terzo mondo.
Stasera verso le sei era già quasi scuro e sul Viadotto badavo a tenermi a giusta distanza dalle luci di posizione della macchina che mi precedeva – il viadotto è stretto, senza corsia d’emergenza, e il traffico vi scorre sopra come un fluido compresso, veloce, che può travolgerti e maciullarti in un attimo.
Il cielo verso occidente ancora sfumava nel rosso cupo venato di giallo che può pigliare un tramonto di bel tempo autunnale.
Intorno la città appariva lontana sopra gli speroni di tufo e l’impalcato cementizio su cui correvo in moto galleggiava nel buio, quando ho attraversato un profumo buono di legna che brucia nel freddo, segno che da qualche parte, lì sotto, sul greto del fiume, oppure tra le baracche invisibili nei canneti, già si accendevano fuochi a scopo ancestrale di calore, e forse di cucina, da parte dei diseredati che abitano il Viadotto.
Subito mi ha invaso un senso di Preistoria, oppure se vogliamo, di eterno presente.
C’è gente che per esempio è facile alle lacrime, io sono facile al Senso di Preistoria, anche se non so con precisione in cosa consista.
So che mi prende come una commozione per il Passato, una percezione che sotto una vernice leggera, tutto è ancora come nella savana d’Africa tre milioni di anni fa.
Sotto il Viadotto c’è un mondo selvaggio e pre/post-industriale (capannoni in rovina tra le erbacce), pre-moderno, pre-storico, appunto, dove si aggira gente senza nome, della cui vita o morte non importa nulla a nessuno, che lotta ogni giorno per sopravvivere utilizzando i residui di una metropoli anch’essa pre-moderna, sotto il pesante trucco da mignotta terminale.
Un mondo che a sera accende fuochi per scaldarsi e illuminare quel poco spazio intorno alle baracche nelle radure di fango lungo il fiume.

Scritto da: tashtego a 00:25 | link | |

venerdì, 03 novembre 2006
Martedì, a cena

-         Come si chiama quell’attrice che faceva il nano in quel film, quello con Mel Gibson che una volta tanto non mi faceva schifo... Un anno vissuto pericolosamente... si chiama così, mi pare.
-         Mah, lì ti piaceva soprattutto il ruolo di Gibson, molto avventuroso, romantico... pensa che persino Sigourney Weaver che dopo mi è sempre parsa troppo grande e dura e adrenalinica in quel film mi pareva affascinante e sexy...
-         Si ma come si chiama l’attrice che faceva il nano?
-         Hunt, si chiama Helen Hunt...
-         Bravo, Hunt, ma non si chiama Helen...
-         Helen è quella bella, questa si chiama in un altro modo...
-         Il film era ambientato a Giakarta, ai tempi della grande strage di comunisti...
-         Insomma lì quello stronzo di Mel Gibson era affascinante...
-         Che posso mangiare? Mi passate un po’ di quella mozzarella per favore e poi...
-         Qui c’è ancora un carciofo, lo vuoi?
-         Mezzo, magari, grazie... sì, anch’io sopra la mozzarella ci metto l’olio.
-         Un mio amico napoletano, quando me l’ha visto fare a momenti vomitava. Allora io gli ho detto, Guarda che le mozzarelle che mangiamo noi mica sono come le vostre, saporite. Qui il fiordilatte non sa di niente.
-         La mozzarella napoletana è buona ma è troppo grassa...
-         Leggevo questo libro pubblicato da Minimum Fax sulla lavorazione di Apocalypse now, l’ha scritto la moglie di Coppola che si trasferì con lui alle Filippine per tutto il tempo delle riprese... la figlia Sofia aveva quattro anni, andava all’asilo... insomma volevo dire, sapete chi era stato ingaggiato per la parte che poi è stata di Martin Sheen, il capitano Willard, e lavorò per un mese di riprese per poi essere buttato fuori da Coppola? Indovinate: chi poteva essere?
-         Uno che all’epoca era poco conosciuto, come Martin Sheen del resto...
-         Sheen aveva già fatto il film di Malick, La rabbia giovane...
-         Ma no quello l’ha fatto dopo Apocalypse
-         No prima. Hai un Mereghetti?
-         Te lo vado a prendere...
-         Insomma nessuno indovina? Vabbè, ve lo dico io: Harvey Keitel. Le ragioni del suo defenestramento a film cominciato non vengono dette. Il libro sorvola.
-         Ecco qui, Sheen aveva già fatto il film di Malick che è del ’73, mentre Apocalypse è del...? C’era anche Sissy Spacek.
-         Apocalypse è del ’77... No, del ’79. Dunque sì, Sheen non era uno sconosciuto.
-         Mi viene in mente una volta, una sera, una cena coi compagni dei gruppi, parecchi anni fa. Saremo stati una ventina. Si cominciò come al solito, parlando fitto di politica, polemizzando, eccetera. Sai com’è. Ma poi col vino il clima si andò rilassando e si cominciò a parlare di cinema, come stiamo facendo adesso. A cazzeggiare su chi lavorava in quale film e quando. Andammo avanti a parlare così, per ore. Allora pensai che a cena era possibile parlare d’altro, invece che di politica, che era bello discorrere rilassati, che mi sarebbe piaciuto farlo ancora e ancora. Adesso mi rendo conto che praticamente in tutti questi anni non ho fatto altro. E mi va bene così.
-         Si chiama Pace, Civiltà, Occidente...

Scritto da: tashtego a 08:43 | link | |