Scrivevo qui, l’altro giorno, di discariche come depositi temporali.
Combinazione un paio di giorni fa in Nazione Indiana Christian Raimo (non so rendere linkabile una parola) metteva una sua cosa interessante sulle discariche.
Percepisco una specie di rilancio tematico “interiore” e provo ad approfondire.
Giorno dopo giorno e strato dopo strato, per mesi – anni – decenni, accumuliamo rifiuti nelle discariche, milioni di metri cubi di immondizia che colmano intere vallate, talvolta preventivamente ricoperte di un manto impermeabile per evitare che il putridume penetri nella falda acquifera e ci torni a fare visita passando per i rubinetti di casa.
Quando questi siti, dove il dato naturale viene foderato per accogliere mondezza, sono ancora vuoti somigliano a opere di Christo.
Mentre l’estetica dei rifiuti, ripresa e citata in continuazione - di solito in funzione di simbolo negativo et consumistico - da una quantità di artisti e installatori dal pensiero debole, non decolla, non sfonda.
Il più grande difetto del pattume è concettuale ed estetico, prima ancora che ambientale.
Risiede in due caratteristiche sostanziali: la degradazione della forma di ciò che è consumato e la mescolanza di tutto con tutto.
Nei cassonetti vicino a casa mia - dove la raccolta differenziata è più che altro simbolica, visto che per arrivare ai contenitori per vetro, carta e plastica bisogna fare mezzo chilometro in salita – c’è di tutto.
I portelli sono rotti e vengono tenuti aperti da assi di legno, scatole di cartone, eccetera: dentro quelle fauci perennemente spalancate puoi vedere ferri da stiro e fette di pane, televisori sporchi di sugo, persino una carrozzella per disabili ricoperta di abiti dismessi e buste di plastica colme di marciume.
Nella mondezza tutto finisce con tutto, come se il fondamentale lavoro umano di separare le cose le une dalle altre, di costruire oggetti enucleandoli dal caos, dalla materia bruta, disponendoli poi uno sopra l’altro,accanto all’altro, dentro l’altro, l’uno al servizio dell’altro, l’uno a causare l’altro o in reciproca dipendenza e giustificazione, fosse vano o fittizio.
Come se nel mettere ordine nel mondo, introducendovi il concetto di intero e di parte, di uno e di molti, trasformandolo secondo principi matematici e geometrie platoniche - primarie dapprima, poi via via sempre più complesse - ci fosse un imbroglio, una cosa che ci hai creduto ma non era vera, perché il compito nostro non è quello di una specie ordinatrice, ma quello di una specie digestiva che trasforma e impreziosisce sì, ma per poi divorare e distruggere ogni cosa, fino a che non resterà che la lisca male-odorante del pianeta.
Quando tutti questi oggetti e manufatti si mescolano coi resti immondi dei nostri cibi, con le nostre stesse deiezioni e allora dentro le discariche vedi che la materia acquista da lontano il colore del vomito fresco, quando ancora si distinguono pezzi di cibo, le pellecchie mal digerite dei pomodori.
Mentre su tutto regna la cuticola svolazzante dei milioni brandelli di buste di plastica crepitanti nella brezza in arrivo, brezza che spazzolando la superficie del pattume si carica di tutto quel marcio e lo deposita sul primo quartiere abusivo che trova sulla propria strada.
Per ora l’immondizia delle discariche somiglia ad un rigurgito dove ancora sono distinguibili i frammenti di ciò che è stato intero, o addirittura i singoli oggetti e manufatti che prima costituivano il mondo di provenienza di quello stesso pattume.
È proprio la sensazione di questo mondo che muta - dove il vecchio che viene sempre più velocemente sostituito dal nuovo diventa subito introvabile, dove ciò che si perde come per esempio le decine di matite, di paia di forbici, di spillatrici e tempera-matite per citare solo gli oggetti che più di frequente escono dal nostro raggio di azione, svaniscono facendosi alla fine mondezza – e slitta rapido nel pattume, finendo sgretolato nelle discariche, dove strato su strato va a costituire la nostra vera memoria per i posteri.
Tutto quello che oggi mi circonda, questo tavolo, la tastiera, il computer, la quantità di pezzi di carta, la sedia dove siedo, eccetera, tutto finirà prima o poi in discarica.
Quando saremo in grado di trasformare davvero il mondo in cui viviamo in materia escrementizia, grigia come una palla di pongo dove si saranno ormai mescolati tutti i colori, i sapori, gli odori, la materia vivente e quella non vivente, dove ogni individualità chimica si sarà fusa col resto in un composto primario infimo e senza nome, inerte come la morte ultima di ciò che è morto, inerte come la morte elevata a molte potenze; quando discarica dopo discarica saremo riusciti a sostituire il pianeta con una sua immagine fatta di mondezza, allora tutto sarà diventato come il caos primo, pronto per la ri-partenza, per un nuovo ciclo di distruzione.
Greetings.
Scritto da: tashtego a
10:28 | link |
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Cercavo un disco, ormai molto vecchio.
Duke Ellington and John Coltrane del 1962, e lo cerco ancora, anche se non è un disco raro.
Succede sempre così.
Una cosa esiste serenamente nel mio stesso spazio-tempo finché non decido che la voglio possedere, finché non mi do da fare per comprarla: è proprio in quel momento che comincia a fuggire, per poi sparire e ricomparire magari dopo un bel po’ di anni.
Appena vado il libreria per cercare un libro quello finisce, si esaurisce all’istante – abbiamo venduto stamattina l’ultima copia - l’avevamo fino a ieri, pensavo ci fosse, invece l’abbiamo venduta – questo teoricamente è in commercio, ma da noi non ritorna di sicuro. Eccetera.
Mi è successo con molti libri e con molti dischi.
Mi è pure successo, per esempio, coi sandali infradito, una delle più grandi invenzioni umane, che decise di inabissarsi verso la metà degli anni Settanta, per ricomparire nelle vetrine dei negozi – sulle prime a prezzi assurdi – attorno alla fine del secolo scorso.
In tutti quegli anni ne era restato in commercio solo un modello di forma rettangolare, durissimo, con una zigrinatura sadistica incisa sul plantare, che torturava ulteriormente il piede.
Quando i nostri lontani discendenti - se ne avremo e pare proprio che non ne avremo – apriranno campagne di scavo archeologico in quei perfetti depositi temporali che sono le grandi discariche urbane - dove anno dopo anno, ordinatamente, si accumulano i resti della nostra cultura materiale - si chiederanno il perché dell’improvvisa scomparsa degli infradito dagli strati successivi al 1980, senza potersi dare risposta.
Si ipotizzerà come causa un meteorite o qualche altra catastrofe naturale.
Entrare sotto Natale da Ricordi in Via del Corso a Roma non è piacevole e se il giorno prima non avessi ascoltato qualche nota di quel disco librarsi nell’aria della Libreria Croce, non ci metterei piede.
C’è una quantità pazzesca di adolescenti frettolosi, pervasi di allegria natalizia e di sollievo per la non-scuola, un calore terribile, un senso di oppressione dovuto alla totale mancanza di aperture verso l’esterno, al colore nero delle pareti, allo snodarsi del percorso che sembra si inoltri nel ventre di una montagna, eccetera: magari qui ce l’hanno.
Sono già stato alle Messaggerie Musicali,ma senza varcarne la soglia a causa del nereggiare di teste e giacconi che vi si intravedeva dall’ingresso, presidiato da vigilantes molto all’erta, ansiosi solo di beccare un ragazzino con un CD inguattato nelle mutande per avere poi qualcosa da raccontare agli amisci: allora io gl’ho fatto: aò ‘ndo vai? ...allora sai ‘sto stronzetto che me disce?
Gli scaffali del jazz sono poco frequentati, se si eccettua un tizio che sembra avere gli stessi miei gusti e dunque sosta tranquillo in corrispondenza della “C” coprendomi completamente la visuale. Gli faccio “scusi” e dopo un po’ riesco a farlo scostare, ma di poco.
Mi sfilo il giaccone impostomi dal motorino - a sua volta impostomi da questa città percorribile solo su gomma, perché il trasporto pubblico è un inferno di lentezza, sporcizia, inefficienza, arretratezza & trascuratezza, ma soprattutto incompletezza – e sono già in sudore.
Scorro i CD con una mano sola, ché l’altra è occupata a sorreggere il giaccone, ma non trovo il disco che cerco.
Mi sposto alla “H” e cerco Hellington, ma non lo trovo perché è scritto Ellington e infatti lo trovo alla “E”: pochi dischi e quello non c’è.
Sudando ormai come un maiale mi avvicino a una ragazza grassoccia con un cartellino rosso al collo, alta, bruttazza, una faccia sfatta dalla fatica che per pietà quasi quasi non le dico nulla, ma poi me ne frego e le chiedo di quel disco.
E lei fa:
- Ehh? Coltrein? Mai sentito. Come se scrive?
- C – O – L – T – R - A, eccetera.
- Me sa che non ce l’avemo.
- Come no, ce n’è uno scaffale pieno.
- Alla “C”? Dove? Al gezz?
Si avvicina allo scaffale e dopo un po’ dice:
- Ammazza è vero! Ma che è famoso?
- Sì.
- Ah. Io sà, non m’enteresso molto de gezz. Vediamo... no qui non c’è.
- Magari sotto Ellington, forse m’è sfuggito.
- Ellinton? Come se scrive?
Scritto da: tashtego a
15:11 | link |
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C’è una razza di attori, soprattutto francesi, che recita in un certo modo.
Jean Pierre Léaud, Trintignant, Daniel Auteuil, forse Michel Piccoli, e molti altri, hanno in comune la mancanza di enfasi e degli atteggiamenti iper-espressionisti tipici invece della scuola americana, generazione Actor’s Studio, dove regna una sorta di narcisismo nevrotico e prestazionale che ripete stancamente se stesso in un delirio di smorfie e mossette, di quelle che se non le fai non sai recitare.
Quando De Niro fa Toro scatenato restiamo allibiti da tanta verità e alla fine tutta quella capacità mimetica ci dà pure un po’ fastidio, perché la troppa verità, com’è noto, suona falsa e un po’ di straniamento, di sana presa di distanza, un po' di razionale gestione del personaggio non fa male, anzi.
L’"inespressività" di Léaud, o di Trintignant si situa al polo opposto e, se di recente abbiamo visto troppo cinema americano, ci sorprende e ci spiazza, riportandoci ad una messa in scena della cosiddetta realtà come ridotta all’essenziale, invece che affabulata e artefatta.
Se ti sei abituato a cibi pesanti e mantecati la cucina semplice sulle prime di pare insipida, salvo poi, boccone dopo boccone, ri-scoprirne i sapori più autentici e sottili.
Eccetera.
Mastroianni (d’ora in poi, secondo l’uso corrente, solo “Marcello”) apparteneva a questa razza di attori?
Secondo me sì e non è un caso che abbia molto lavorato e vissuto in Francia dove qualcosa ha portato e qualcosa ha preso.
Una sera del dicembre del Settantatré o del Settantaquattro presi un Caravelle che andava a Parigi e sopra c’era Marcello, da solo e con l’aria stanca, che fumava una sigaretta via l’altra, silenzioso.
Al ritiro bagagli dello Charle De Gaulle notai il suo cappotto scuro col bavero rialzato, la sigaretta in bocca, mi venne in mente quella foto famosa di Camus e pensai che si somigliavano.
Marcello per me è stato importante, ha rappresentato l’altra faccia di quello che sembrava esclusivamente il Pianeta Alberto Sordi, come se il mio paese non riuscisse ad identificarsi con nessun altro che con Sordi, come se non ci fosse scampo all’esibizione della mediocrità e della flaccidità etica come virtù.
Senza l’esistenza e la forza di Marcello e di qualcun altro come lui a fare ad anticorpi, sarebbe davvero stato così.
Aveva ragione Nanni Moretti a dare fuori di matto in quel bar di Piazzale Clodio: ve lo meritate, Alberto Sordi.
Sì ce lo meritavamo e ce lo meritiamo anche adesso, perché lì, ad Alberto Sordi eravamo e lì siamo restati, come provano gli ultimi dieci anni di egemonia berlusconiana, vale a dire di un albertosordi vincente, anzi trionfante, invece che perdente.
Ma c’era Marcello e, sia pure in secondo piano rispetto a lui, c’erano Massimo (Girotti) e Gabriele (Ferzetti) dei quali intanto si può dire che ci rappresentarono come uomini, prima ancora che come caratteri italici, che ci fecero riflettere, che ci raccontarono di noi senza consolarci, senza smuovere la nostra parte peggiore, senza indurci all’auto commiserazione e all’auto assoluzione.
Con buona pace dell’orribile Sordi, Marcello era, lui sì, un’immagine attendibile di quello che siamo e però problematica, ambigua, dolente, ironica, intelligente, disincantata, profondamente scontenta di sé eppure ancora stupefatta per il suo stare al mondo, per la complessità stessa del mondo.
Il Marcello de La dolce vita, de Il bell’Antonio, e poi di Allonsanfan e di molti altri film, il Girotti di Ossessione, di Cronaca di un amore, il Ferzetti de L’avventura sono figure che vanno osservate con attenzione, perché, con la loro irresolutezza, l’ambiguità morale, l’amarezza, l’incertezza nell’agire, raccontano molte cose.
Quell’adattabilità slombata, quell’incapacità di innamorarsi, di prendere una posizione, un impegno, di aderire e prendere parte fino in fondo, di credere in qualcosa, quella mancanza di centro del sé, si situano all’opposto delle robuste figure virili proposte negli stessi anni dal cinema americano.
L’auto-percezione di chi ha perso una guerra non è la stessa di chi quella stessa guerra l’ha vinta, ma non è solo questo, naturalmente.
Marcello, Massimo e Gabriele sono il risvolto complesso e potrei dire nobile dell’italiano semplificato, auto-indulgente e corrivo che Alberto Sordi, Gassman, Manfredi (e con qualche differenza, Tognazzi) si sono industriati a proporci e nel quale ci siamo riconosciuti come in uno specchio, non solo assolvendoci allegramente, ma costruendo quella via culturale (niente affatto inevitabile) che ci conduce all’oggi, imboccata poi in massa nei secondi Ottanta.
Nemmeno Marcello, Massimo, Gabriele credono a niente, ma al contrario di quegli altri che sono essenzialmente soddisfatti di sé, loro sono perplessi, stralunati, indecisi e, negli strati meno visibili, dolenti.
Ciò che dobbiamo a Marcello e agli altri come lui è proprio questo essere riuscito a funzionare (parzialmente) da antidoto al trionfo dell’albertosordismo.
Per non parlare del sofialorenismo, come deleterio perbenismo zinnuto cui si sono efficacemente opposte solo alcune sporadiche figure femminili moderne, come Lucia Bosè, Lea Massari, la prima Monica Vitti, e qualche altra.
Scritto da: tashtego a
20:32 | link |
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a) Laici e devoti sembrano concordare almeno su un punto: il concetto di sacralità della vita. Quando si parla di aborto, di eutanasia, di staminali, di fecondazione assistita si dice sempre, da una parte e dall’altra, della sacralità della vita, ma senza specificare mai il significato della formulazione.
b) Per esempio, è implicito che si tratti della vita umana, cioè della sacralità della vita umana. Alla vita animale, al di là di una generica pietas per le specie più vicine a noi, metti i mammiferi, non viene riconosciuta alcuna sacralità. La precisazione non è di poco conto, perché implica una visione dell’umano come specie diversa ed eletta, la cui vita vale infinitamente di più di quella di qualsiasi animale: se dovessimo scegliere tra il sopprimere un bambino o, in cambio, centomila cuccioli di foca non avremmo dubbi.
c) Questa visione accomuna atei e devoti, chiesa e laicato. Oggettivamente è una visione ancora tutta spiritualistica, perché, pur riconoscendo l’animalità dell’umano, tuttavia le conferisce uno status speciale, cioè meno “animale” e più “umano”, salvo poi interrogarsi stupidamente da secoli su cosa mai ci distingua dalle bestie.
d) Domanda senza risposta, o meglio con una risposta sola: niente ci distingue oggettivamente dagli animali, se si eccettuano forse (dico forse) le dimensioni del cervello rispetto al peso corporeo, eccetera. Ma poi man mano che li conosciamo meglio, scopriamo che anche gli animali pensano, che hanno una cultura, che sono pervasi di emozioni, che provano dolore, eccetera. Però la loro morte ci serve, quindi ci fa comodo pensarli come esseri brutali dominati dall’istinto, altra parola senza senso.
e) Dunque la distinzione tra l’umano e l’animale è di natura strumentale, lo status differenziato serve come base per costruire soprattutto un’etica tra umano e umano e consentire il perpetuarsi di una doppia morale che vede la vita animale come inferiore – collocata più in basso rispetto a noi, che siamo a nostra volta più in basso rispetto a qualsiasi dio decidiamo di inventarci – addirittura creata a nostro uso e consumo.
f) Dunque se Piergiorgio Welby fosse stato un cavallo o un cane o un uccello (ma non un pesce o un insetto o un rettile: dei pesci, insetti e rettili non ce ne importa nulla) sarebbe morto da tempo, perché il veterinario (non il medico, che è per gli uomini), vista l’inutilità delle cure, lo avrebbe soppresso per non farlo soffrire.
g) Uccidere un cavallo azzoppato è doloroso ma necessario, soprattutto nell’interesse del cavallo. Questo vale anche per cani e gatti e per tutti gli altri pet che quotidianamente ci trastullano e che non è poi così difficile percepire come creature senzienti. Ma per gli uomini le cose non vanno così. Paradossalmente, la mancanza di sacralità della vita animale in certe circostanze (non sempre, certo: si pensi ai polli di allevamento, ai maiali, ai tacchini, ai visoni, alle mucche, eccetera: si pensi ai mattatoi) si rivela un vantaggio per l’animale, mentre la sacralità della vita umana quando stiamo per morire diventa la nostra prima e vera nemica, diventa una minaccia più tremenda della morte stessa, che in fondo è solo l’avvento della non-vita.
h) “1sa|crà|le, agg.CO che è connesso con la divinità, con la religione e i suoi riti, sacro”. Come si vede il De Mauro on line se la cava con poche parole e molta precisione. La vita umana è sacra in quanto connessa in vari modi con la divinità, anzi essendo essa stessa in qualche modo divina, la sua specificità consistendo nella presenza, “dentro” il corpo, dell’anima, ente indefinibile esclusivamente proprio dell’umano. Come parte divina dell’umano l’anima non ci appartiene e il suo liberarsi dal corpo non è affar nostro, ma di dio: padroni di pensarla in questo modo, ma non di introdurre questo pensiero nelle nostre morti.
i) Sembra strano ma sotto-sotto gran parte dei non credenti, condividendo il concetto di sacralità della vita, condividono questo schema, perpetuandone la tenace installazione nel procedimento del nascere e del morire. L’etica atea, peraltro inesistente, non si è presa mai la briga di provare davvero a definire le basi della morale al di fuori di una concezione religiosa e/o cristiana, sostituendo il concetto di sacralità della vita con quello di rispetto per la persona o se si vuole di sacralità della persona.
j) L’essere persona, individuo senziente dotato di volontà, con una propria biografia, le proprie caratteristiche culturali e genetiche, l’essere nato in un momento della storia del mondo piuttosto che in una altro, le proprie attitudini, capacità, preferenze, paure e ossessioni: questo è quello che veramente conta, questo è ciò che va posto a base di una qualsiasi etica. Nessun a priori sacrale che riguardi anima, vita e morte, può prevalere sulla sacralità della persona e sul suo diritto a vivere e/o morire come più le aggrada, essendo la persona e non altri (men che meno un dio), padrona unica e assoluta della propria vita e del proprio corpo.
k) Ne deriverebbe che la vita umana, in quanto vita, è sacra esattamente come quella di qualsiasi altro animale. Il che equivale a non riconoscerle alcuna divinità, nessuno statuto speciale, astratto e a priori. Il comportamento etico riguarda quindi il concetto di individuo come persona e consiste nel non farle – qui sì cristianamente, ché l’etica cristiana è un prezioso patrimonio al di là e non ostanti i cristiani – nulla di ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Viceversa ogni individuo avrebbe il diritto di respingere legittimamente (questo è meno cristiano ma non meno legittimo) ogni azione altrui che vada in tal senso, avrebbe cioè il diritto di non farsi fare dagli altri niente che gli altri non vorrebbero che fosse fatto a loro.
l) Quindi nessuno, dico nessuno, ha il diritto di interferire, non richiesto, con azioni (o peggio, dettami) nella vita come nella morte altrui, se non per evitare danni ad altri individui. Se la vita è mia, mia sarà anche la morte e mio il diritto di decidere come morire, quando e con l’aiuto di chi, senza che questo comporti danni per chi esegue disposizioni basate sulla mia volontà, senza che nessuno introduca il suo credo e le sue convinzioni nel rapporto tra me e la mia morte.
m)Eccetera.
Scritto da: tashtego a
11:54 | link |
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A Londra, molto più che altrove, capisci che la città - di solito la consideriamo nell’ambito dell’Artificio - è in realtà un fenomeno essenzialmente naturale, che risultanta da un complesso di circostanze avvicendatesi nel tempo, ciascuna contenente un quantum di razionalità e convenienza individuale, ma che sommate l’una all’altra e stratificate le une sulle altre fanno pur sempre natura.
Quello che in effetti prevalentemente vi si produce – a Londra lo vedi bene – non è forma, ma conformazione.
Per forma intendo il risultato di un atto, o di un insieme di atti, intenzionale e cosciente, vale a dire progettuale, teso a costruire razionalmente un oggetto o un insieme di oggetti messi in relazione non casuale tra loro.
Per conformazione intendo qualcosa di ben diverso, vale a dire il risultato di un insieme di forze, di azioni, del tutto casuali o, come accade nella città storica non pianificata, razionali ma tese ciascuna ad un fine particolare.
Aggiungo per completezza che tra le due modalità secondo cui si manifestano - ai nostri occhi – le cose del mondo, si colloca la forma biologica, come risultato di infiniti processi di selezione adattativa, del tutto ciechi, ma in fin dei conti tesi a un unico scopo: la conservazione della vita il più a lungo possibile, e qui sta la non piccola differenza: chiudo subito questo diverticolo darwiniano del ragionamento, perché troppo pericoloso, perché rischia di sviarmi, perché alla fine potrebbero non tornarmi i conti.
Limitandosi, tra le cose non animate - cioè prive di vita ab ovo - la città che costruiamo noi umani è più o meno uguale, come forma, cioè come conformazione, a quegli ammassi di tubuli accumulati e saldati tra loro da certi vermi che usavo da ragazzino per andare a pescare sul molo di una città di mare, detto “innocenziano” da papa Innocenzo XII che lo costruì.
L’orgogliosa città, la nobile “forma urbana” quando viene a lungo lasciata priva di un razionalizzatore, cioè di un datore di forma, finisce per somigliare molto ad un fenomeno caotico o al massimo ad una spugna, ad un ammasso corallino.
È fatta così la città medievale europea, sono così i centri storici di mezzo mondo, prima che arrivasse la mente rinascimentale col suo bisogno di controllo geometrico/prospettico dello spazio: ammassi di case, “pappa edilizia”, grovigli informi di strade e stradine.
L’inafferrabilità della forma di Londra deriva dalla sua non curante caoticità, da questa mancanza palese di struttura, di assi portanti, di geometria, di polarità davvero riconoscibili al di là dei soliti posti noti.
E tuttavia, anche ipotizzando un alto grado di caoticità resta difficile lo stesso capire il perché di certe trecce di strade, che si intersecano sghembe e poi lo fanno ancora e ancora, che iniziano chiamandosi in un modo e poi, per palese sovrapposizione, assumono altri nomi: e non si tratta della stessa strada che cambia toponimo, ma di due strade differenti che finiscono per sembrare un’unica cosa.
Difficile muoversi in questa sorta di maglione più volte sformato, in questo rizoma senza capo né coda, pieno di episodi che puntano all’ordine della geometria ma raramente lo raggiungono in pieno.
La faccenda, al di là delle apparenze, si pone però in altri termini, più complicati: Londra è così per una specie di implicito dettato culturale, raffinato, un po’ contorto e difficile da capire per noi.
La forma di controllo storico sullo spazio urbano di Londra, da un certo momento in poi, vale dire dalla fine del Settecento, più o meno, punta al mantenimento della forma irregolare spontaneamente costituitasi nel tempo e alla sua riproduzione nel nuovo, piuttosto che introdurre grandi elementi ordinatori com’era accaduto a Roma nel Cinquecento e come accadeva nella Parigi di Haussman.
Ciò avviene per la prevalenza, nella cultura britannica d’élite, del gusto per il pittoresco sia per l’ambiente naturale che per l’ambiente urbano.
All’ordine autoritario del controllo prospettico si preferisce il disordine della “spontaneità” degli interventi dei singoli e la loro sovrapposizione/giustapposizione spesso contrastante e casuale.
La legge non scritta, la città non disegnata, la mancanza di un dettato esplicito, la prevalenza della norma empirica, il rispetto dell’usanza: tutto ciò implica adesione individuale piuttosto che osservanza di un dettato emesso dall’alto.
Si ostinano gli inglesi ad installare nei bagni quei loro due rubinetti, uno per l’acqua calda e l’altro per la fredda, che ti consentono, secondo l’uso, di mescolarla nel fondo del lavabo per poi tirarla su con le mani a coppa: una cosa che fa schifo, nella sua non curanza per l’igiene.
Ma così era, dunque così è e così seguiterà ad essere, fine.
Scritto da: tashtego a
10:33 | link |
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Portami qualche disco di jazz, avevo detto a mia sorella che partiva per l’America, dove sarebbe restata un paio di mesi.
Quale?
Non so, vedi tu.
Ritornò con un pacchetto di quattro album, che comprendeva un disco di Jelly Roll Morton, Night in Tunisia di Art Blakey coi Jazz Messengers, un disco che non ricordo (forse di Benny Goodman) e questo qui sotto.
THE MODERN
JAZZ QUARTET
AT MUSIC INN
GUEST ARTIST:
SONNY ROLLINS
Si tratta di un live registrato nell’agosto del 1955 al Music Inn di Lenox, Massachusetts.
Ormai mi è chiaro che mia sorella si dovette far consigliare dal negoziante di dischi, il quale buttò lì qualche titolo tra i suoi preferiti di diverse epoche e paradigmi jazzistici.
Stiamo parlando della fine dei Cinquanta, forse dei primissimi Sessanta.
Quell’uomo – sicuramente era un uomo, perché “le donne odiano il jazz” – quel commesso americano di chissà dove, che non ho mai conosciuto, avrebbe determinato per sempre gran parte dei miei gusti musicali, al punto che l’avvento della musica rock, che è di quegli anni, non riuscì a coinvolgermi più di tanto: mi sembrava un sotto-prodotto del jazz, che peraltro conoscevo praticamente solo attraverso quei quattro dischi e quelli che successivamente mi avrebbe prestato l’amico Antonio, mio coetaneo quasi perfetto e maestro in alcune cose.
Quando altri amici, completamente infatuati del rock prima e poi del pop, durante lunghe sedute pomeridiane in cui tra noi si scambiavano opinioni e album, mi facevano ascoltare i loro dischi, io dicevo: sì, ma senti qui.
E mettevo su Night in Tunisia, magari per dimostrare che l’accentuazione ritmica tipica del rock non era niente di nuovo.
Lì per esempio c’è un assolo pazzesco di Art Blakey che pare avere otto braccia e la padronanza assoluta di uno sterminato parterre di tamburi e campanacci: Ringo Starr, per dire, sarebbe stato al massimo degno di dargli una spolveratina agli strumenti.
Naturalmente dopo un po’ non mi chiesero più di venire, oppure mi dicevano: vieni, ma senza portare i tuoi dischi.
Quindi il jazz rimase per anni una faccenda tra me e il mio amico - e maestro in alcune cose – Antonio, col quale poi cominciammo ad ascoltare Coltrane, man mano che usciva anche da noi.
Quel commesso americano determinò quel tanto di emarginazione che subii in quegli anni a causa di questa dubbiosa adesione alla musica del tempo, che mi pareva povera, elementare e, soprattutto, sentimentale.
Forse la mia avversione per l’esibizione sentimentale e l’enfasi deriva da quei primi dischi di jazz, che tuttavia sono così pieni di emozioni da “funzionare” perfettamente ancora oggi.
Eccetera.
Nei transiti da una vita all’altra avevo perso tutti e quattro questi dischi, che per quanto mi riguarda chiamerei “di fondazione”.
Smarriti, e ciao.
Ma poi col passare degli anni alcuni passaggi di quelle musiche, che praticamente avevo imparato a memoria, cominciarono a ri-affacciarsi alla mente e così l’altro giorno ad un megastore Virgin di Londra ho cercato, trovato e ri-comprato questo cd live del Modern, con Sonny Rollins come guest artist.
Più tardi avrei ascoltato il MJQ dal vivo a Roma, dove suonava ciclicamente nell’Aula Magna dell’Università, contro lo sfondo del grande affresco di Sironi.
Effetto spiazzante vedere quattro neri in smoking, magri, compassati e intenti a trarre suoni dai loro strumenti, mescolarsi alle forme neo-trecentesche, ma intensamente fascistiche, del grande Sironi. Mentre ascoltavi Milt Jackson potevi concentrarti sul blu cobalto di quel cielo, dietro la grande roccia al centro del dipinto.
Una notte di molti anni fa, in Via del Corso, incontrai per caso l'intero quartetto mentre, sempre in smoking, stava tornando all’Hotel Plaza dopo un concerto, con Percy Heath (morto l'altr'anno) che spingeva avanti a sé una grande custodia da contrabbasso munita di una rotellina alla base.
Mi colpì in loro l’aria annoiata e la stanchezza di chi si guadagna la vita suonando, cambiando piazza quasi ogni sera, probabilmente senza guadagnare grandi cifre, ché il jazz non era un gran business, allora. E forse nemmeno adesso.
Non conosco granché della musica di Sonny Rollins, anche se ne conosco e apprezzo la leggenda.
Il primo ed unico disco in mio possesso dove si possano udire note uscire dal suo strumento è questo qui sopra.
Ed è fantastico
Suona solo due pezzi, Bag’s groove e Night in tunisia.
Il suo tenore ha una voce limpidissima, senza una sbavatura, perfettamente intonata e in fondo, come tutto ciò che riguarda il suono, non descrivibile.
Ogni nota è scrupolosamente staccata da quella che la precede e da quella che la segue, ha uno swing compassato ma fermo, indefettibile, senza una sola esitazione: mi rendo conto che potrei andare avanti a commentare per un pezzo, cadendo con tutte le scarpe in quel tipo di scrittura recensiva che, nello sforzo di mettere assieme termini e definizioni che producano un senso non banale e possibilmente sorprendente, costituisce il piatto forte di tanti prosatori.
Ho ascoltato per anni questo disco e adesso che lo ritrovo ne resto soggiogato, mi abbandono ad una qualche commozione, penso a questi musicisti che sono tutti morti.
Ma Rollins è vivo, con barba bianca, suona ancora.
Scritto da: tashtego a
18:31 | link |
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Christian non uccide Bligh.
Questo è il punto.
Il dato è storico, come pure è storico il fatto che gli lasciò portare con sé carte nautiche e sestante, acqua e viveri, come se non sapesse che quello era probabilmente in assoluto uno dei più esperti navigatori esistenti all’epoca.
Christian non se la sente di tradire completamente la propria classe di appartenenza, non se la sente di profanare e negare e azzerare del tutto il ruolo sacrale di Bligh: il comandante di una nave a quel tempo era dio in terra, era un intoccabile.
Christian odia e disprezza Bligh con tutte le sue forze, l’uomo e il suo agire gli danno il voltastomaco, tuttavia rispetta l’aura super-umana che competeva ad ogni comandante e dalla quale, in fin dei conti, anche lui trae il suo potere sulla nave.
Christian non riesce a mettersi completamente, cioè con piena convinzione di mente e di cuore, dalla parte degli oppressi, cioè della ciurma.
Anche lui, in cuor suo, disprezza quei volgari proletari del mare: vuole solo che siano trattati (dominati) umanamente, nel pieno rispetto della loro dignità di uomini.
Christian (il Christian-Brando del film, naturalmente) crede nella persuasione, perciò disapprova il regime di terrore instaurato da Bligh: lui è un dandy e i dandies non cadono mai di stile, in nessuna circostanza e con nessuno.
Ma le rivoluzioni, anche quelle di piccolo formato, se sono tali, cioè se investono dinamiche etico politiche della stessa natura, vale a dire inerenti la presa del potere tramite coercizione fisica e violenza sull’avversario, comportano sempre cadute di stile.
Anzi.
Penso di potermi spingere oltre e dire che il rivoluzionario di professione possiede molte caratteristiche del dandy, come la non curanza di sé, il gusto per la dissipazione, l’interesse ai procedimenti di auto-negazione, per il mescolarsi cool col mare della storia, dei processi vitali e di ribellione, l’attenzione per l’etica e l’estetica del gesto, eccetera.
Forse la vera differenza sta nel fatto che il vero dandy non crede a nulla e agisce solo perchè altrimenti si annoierebbe.
Dunque il dandy si mette dalla parte degli oppressi, non perché creda nella possibilità di un loro effettivo riscatto, ma perché gli sembra la parte migliore con cui stare, in quanto la più decente.
E soprattutto perché gli appare un atto maggiormente contro-intuitivo del mettersi dalla parte del più forte, come gli sarebbe più agevole e naturale fare.
La colpa e la tragedia del primo ufficiale del Bounty consistono in questo rimanere a metà strada, nel non riuscire a scegliere davvero tra oppressi e oppressori per poi condividerne fino in fondo sorte e ruolo.
Lenin, che sarebbe nato solo nel 1870, avrebbe saputo descrivere molto bene e con parole taglienti il ruolo “socialdemocratico” di Christian nella vicenda del Bounty: la sua propensione per la partecipazione invece che per la rivoluzione, per la via democratica invece della presa del potere, inevitabilmente violenta, degli oppressi.
E poi il compito di Fletcher Christian non si sarebbe dovuto limitare alla presa del Bounty.
Sarebbe dovuto andare molto oltre e guidare la costruzione della comunità di Pitcairn secondo criteri non solo di equità sociale, ma addirittura comunitari e utopici: da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Perché no? Quale occasione migliore?
Scritto da: tashtego a
17:14 | link |
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Ciclicamente ridanno in tv Gli ammutinati del Bounty, di Lewis Milestone, del 1962.
Delle tre narrazioni cinematografiche della storia che conosco (L’ammutinamento del Bounty di Frank Lloyd, 1935 e The Bounty, di Roger Donaldson, 1984) tutte a mio parere ottime, questa è quella che preferisco.
Non perché sia la migliore, ma perché quando la vidi la prima volta avevo diciassette anni e colpì la mia immaginazione in modo indelebile.
Da allora sono ritornato più volte sul tema Bounty, approfondendolo un poco.
Si tratta di una delle vicende più appassionanti e per certi versi incredibili di cui abbia mai avuto notizia.
Lo Spate, nella sua magnifica Storia del pacifico in tre volumi, Einaudi 1987, sostiene che al 1979, data della prima edizione dell’opera, la bibliografia sull’Ammutinamento contava 800 titoli.
La vicenda è notissima e ha numerosissimi risvolti significativi: non mi ci dilungo.
Rammento solo che i fatti si svolsero nel 1789, come se la Rivoluzione avesse trovato modo di manifestarsi anche in Gran Bretagna, ma in forma molto ristretta e dall’altra parte del globo. Evidentemente un po’ ovunque i tempi erano maturi, come dicono gli storici.
Devo fare una dichiarazione preliminare: io sono un ammutinato del Bounty.
Voglio dire che ogni volta che vedo uno dei film citati, mi identifico con un ammutinato del Bounty.
Ma non con il capo della rivolta, il primo ufficiale Fletcher Christian, che mi sta un po’ sul cazzo anche se ne comprendo il rovello – sto parlando del Christian del film, modellato dal narcisismo attoriale di Marlon Brando, più che di quello vero, figura molto controversa e per certi versi misteriosa - mi identifico invece con uno qualsiasi dei marinai semplici che presero la nave, metti con Mills (nel film di Milestone è Richard Harris) o con Mc Coy o qualsiasi altro.
Insomma con uno di quelli che si rivoltarono, non tanto contro le angherie di Bligh, ma per cominciare una nuova esistenza come esseri umani pienamente liberi, padroni di sé e del proprio destino, decidendo di finire il loro giorni nell’Emisfero d’acqua, piuttosto che condurre un’esistenza di terra o di mare come forza lavoro sotto-messa, se gli andava bene, o in qualche prigione del regno o sulla forca, se gli andava male.
È di una decina d’anni dopo (1788) la prima deportazione di galeotti nel nuovo Galles del Sud del quale diventò governatore proprio William Bligh (vedi lo splendido La riva fatale di Robert Hugues, Adelphi 1990) e dove dovette affrontare un nuovo ammutinamento, stavolta da parte di gente di terra.
Bligh, che dopo i fatti del bounty non cadde affatto in disgrazia e nel 1801 aveva preso parte con Nelson alla battaglia di Copenaghen, era di una tempra mostruosamente dura e accorta, tipica di coloro cui fu affidato il compito di costruire materialmente l’impero britannico: buttato dagli ammutinati in una scialuppa piena di uomini, con quella navigò per 5.000 miglia nell’Oceano Pacifico, senza perdere neanche un uomo, a parte un poveraccio che fu ucciso dagli indigeni dell’isola di Tofoa, primo ed unico approdo della lancia in tutto il tragitto fino a Timor.
Christian avrebbe dovuto ucciderlo, ma non lo fece.
Non sapeva che una rivoluzione in cammino non ha (non deve avere) pietà per nessuno.
Ancora oggi durante le scene cruciali del film in cui gli ammutinati prendono la nave, mi sorprendo a incitarlo: ammazzalo!
Sulla natura dei rapporti tra Christian e Bligh si è detto di tutto, compresa l’ipotesi che si sia trattato di un conflitto tra omosessuali latenti, o cose del genere.
Christian è sovente descritto come uno psico-labile, un caratteriale facile alla prostrazione, capace di covare ire furibonde, eccetera.
All’epoca Bligh aveva poco più di trentacinque anni (Christian ne aveva 23), quindi non era il vecchio descritto in tutti i film, ma un marinaio nel fiore dell’età.
Ottimi in proposito i diari di Bligh e i documenti del processo (Il viaggio e l’ammutinamento del Bounty, 1787-1790, a cura di F. Marenco, Longanesi 1969).
Dimenticavo un particolare importante per farsi anche una vaga idea di ciò a cui si era temprato Bligh: prima del viaggio del Bounty aveva partecipato come ufficiale al terzo viaggio di James Cook, quello che si concluse con l’uccisione del capitano alle isole Hawaii. Quindi aveva già fatto il giro del mondo a vela, conosceva il Pacifico, sapeva navigarlo ed era già stato a Tahiti.
Sono convinto che fu l’isola di Tahiti il motore della rivolta e la vera protagonista della vicenda.
Voglio dire che se la causa prima fu la durezza di Bligh e le condizioni in cui erano costretti a vivere i marinai dell’epoca, lo scopo vero dell’ammutinamento era tornare a Tahiti e vivere per sempre in quello che allora sembrava, e probabilmente era, il Paradiso Terrestre.
L’impatto della gente del Bounty col mondo come sarebbe potuto essere e non era stato, l’ipotesi apertasi all’improvviso di una vita diversa, non sotto-messa a nessun potere e felice, l’estasi di una natura che appariva benevola e generosa, il clima primaverile, il mare pieno di pesci, il cibo che sembrava pendere dagli alberi.
E poi, cosa più importante, la disponibilità carnale delle tahitiane (sull’isola la gente di Cook aveva diffuso la sifilide, lo stesso Christian pare ne fosse affetto, come la maggior parte dell’equipaggio del Bounty: come dire che Dio non si dimentica mai di noi), l’assenza del concetto di peccato legato ad un atto sessuale, la famiglia aperta, eccetera.
Naturalmente le società oceaniche erano un inferno di taboo (meglio scrivere “taboo”, è più paccuto), tra i quali non c’era però quello sessuale.
Per esempio: alle Hawaii l’intrico di proibizioni era diventato tale che nel 1819 il re Kamehameha II le abolì in blocco, assieme a tutta la religione dei padri (Susanna Moore, Il mito delle Hawaii, Feltrinelli 2004).
La crudeltà di Bligh accentua la percezione di tutto questo, la rende insostenibile: Bligh è ciò che li attende per il resto dei loro giorni, Tahiti è una finestra inaspettata nel continuum della vita da servi che li aspetta, stabilita per loro sin dalla nascita, è una finestra spalancata su un mondo di possibile libertà, anche dal bisogno.
L’isola deserta di Pitcairn dove gli ammutinati finirono i loro giorni era invece un minuscolo scoglio abbastanza desolato, povero di risorse, privo di approdi, relegato in un tratto completamente vuoto di Oceano Pacifico.
Eppure l’Arcangelo l’aveva detto a chiare lettere: niente più Paradiso per nessuno.
A Pitcairn gli ammutinati si scontrarono ferocemente e ripetutamente tra loro, probabilmente per il possesso delle donne e delle poche risorse disponibili.
Ben presto gli indigeni che li avevano accompagnati da Tahiti si rivoltarono per il pessimo trattamento cui erano sottoposti e nel 1794 uccisero un buon numero di bianchi, tra cui Fletcher Christian.
Il mondo autoritario, razzista e classista in cui erano nati e cresciuti quegli uomini si era installato nelle loro menti al punto da vanificare la realizzazione di ogni possibile frammento di utopia.
Neanche la Rivoluzione in formato ridotto del Bounty riuscì a costruire una micro-società nuova, producendo alla lunga la solita merda che tutti ben conosciamo.
Quando nel 1808, dopo quasi vent’anni, furono trovati per caso da una baleniera americana, ne era rimasto solo uno, Adams, più un certo numero di donne e bambini.
Ma cosa sia successo in quei vent’anni non si è mai saputo con certezza.
Scritto da: tashtego a
18:45 | link |
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Se arrivi a Ciampino e prendi il bus da un’euro per Anagnina e pensi me la cavo con due euri invece dei cinquanta che mi ha chiesto il tassista l’altro giorno – messa così, francamente, per un volo low cost è più il cost del taxi che quello del volo, e ti rode un poco – se prendi questo bus pulito e nuovo con sedili rossi, veloce per quanto può consentirlo il groppo perenne sul Raccordo ormai a tre corsie (rivedersi il pezzo di Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, dove parla dell’urbanista ingenuo che allarga a le strade invece di costruire reti di trasporto pubblico efficienti, ma molto ci sarebbe da dire sulla città come cumulo di errori senza fine, a partire da quello fondativo iniziale che è sempre uno sbaglio) che in pochi minuti ti porta là dove comincia la linea A della metro, matematico che finisci in una pozza di piscio umano.
La città eterna ti accoglie col piscio in fondo alle scale di accesso alla stazione Anagnina, subito dopo l’ultimo gradino a scendere.
Tot scale e tot pozze di piscio, una per scala: un lezzo rivoltante e la vergogna per la faccia allibita del turista sceso dal pullman con te che penserà: “cazzo che schifo”.
Che schifo, in questo autunno slombato dal troppo caldo - come avesse una febbriciattola infettiva e maligna che non si decide a passare per far posto ad un po' di gelo, al freddo ventoso e virile di un inverno vero - lo svaporare di piscio rancido nell'aria.
Appena prima che il bus arrivi sullo spiazzo e si fermi sotto pensiline dai pilastri rossi coperte da brandelli di manifesti strappati con tutti quei rifiuti per terra e le solite vaste macchie di grasso delle stazioni dei bus, hai notato sulla destra un grosso spiazzo illuminato a giorno con un palco di musicanti e bancarelle e gente in giro e uno striscione che annuncia una festa di rumeni, forse ieri era una ricorrenza particolare in terra tracia e i traci sono gente tosta dall’occhio freddo che beve.
A ripensarci voglio credere che tutto quel piscio non sia altro che birra trattata, aromatizzata ed espulsa da gagliardi et barbarici metabolismi rumeni che non hanno avuto altri luoghi più decenti e opportuni ove sgravarsene.
Voglio credere questo, mentre ho ancora nelle narici vapore inacidito d’urea, così forte da poterci sviluppare cianografie in macchine appositamente adattate, così forte da scrostare i muri mutandoli in polvere di potassio, da corrodere le cancellate di accesso alle rampe, il klinker stesso del pavimento.
E se fosse altro tipo di piscio e se il fenomeno non si verificasse una tantum, cioè solo allo scoccare della festa rumena, ma fosse invece endemico, potrei meravigliarmi?
No certo, ché da Roma mi aspetto di tutto.
Essere accolti dalla propria città in questo modo è desolante.
Ti innesca nella mente il solito loop di riflessioni negative su quello dovremmo essere al posto di quello che siamo, sulla tua città che ti sembra (ed è) una merda paragonata alla Grande Città Occidentale di provenienza, che può essere metti Londra, come in questo caso, ma anche Parigi o Madrid o Vienna o Berlino o New York a piacere, il risultato non cambia (ma ti dicono pure che per esempio Seul è un fior di città tentacolare con milioni di abitanti, pulitissima che funziona come un orologio...).
Quello che ti fa disperare da quando hai potuto per la prima volta – era il 1960 – confrontare la tua città di provenienza, Roma, con una Grande Capitale Europea, è l’incuria per lo spazio pubblico, la sporcizia, il non finito, la mancanza di manutenzione, lo sfacelo sempre in atto, una sorta di slittamento controllato verso il nulla di cui ogni oggetto sembra dotato ab initio, che non te lo fa mai sembrare nuovo, appena fatto, ma sempre un po’ in usura e già affaticato di esistere al momento della sua entrata in funzione come manufatto pubblico, cioè di tutti.
Il debito storico drammatico di cui soffriamo riguarda il concetto di condivisione, l’incapacità di anche solo concepire la messa in comune di qualcosa, un qualcosa che in tal modo non è più né mio né tuo, ma di entrambi e di tutti gli altri cives come noi: come tale andrebbe curato e mantenuto e rispettato e amato.
(segue, forse)
Scritto da: tashtego a
00:45 | link |
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