Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, ieri ha detto:
“Dobbiamo tener conto delle preoccupazioni del Papa e trovare una sintesi con la Chiesa sui Pacs”.
Ho letto e riletto questa frase perché non credevo ai miei occhi.
In sostanza ha detto che lo Stato italiano, attraverso i suoi rappresentanti politici liberamente eletti, deve mettersi d’accordo col Vaticano in merito ad una legge che riguarda esclusivamente i propri cittadini.
Capisco (ma non approvo) che in materia si possa affermare la necessità di una "sintesi" tra il pensiero laico e quello cattolico, ma affermare che occorre tener conto delle "preoccupazioni del Papa" è davvero troppo.
Non so se si sia reso conto di quello che ha detto, ma credo di sì.
Di Napolitano ho sempre pensato che fosse un flaccido intellettuale e un politico loffio.
Come ce ne sono tanti, certo.
Oggi penso che come Presidente della Repubblica interviene troppo spesso su questioni che non lo riguardano, penso che vuole a tutti i costi essere ricordato come un faro, una guida, un timoniere che guidò l’Italia attraverso anni difficili.
Purtroppo non ne ha la stoffa e lo dimostra la noia che ti attanaglia non appena apre bocca.
Quando era nel PCI lui era il leader dei cosiddetti “miglioristi”, dei quali non ho mai capito il progetto politico, anche se sospetto volessero portare il PCI su posizioni socialiste, forse ad un caldo abbraccio con Craxi.
Poi si defilò, si acquattò su posizioni medie (comunista a chi?), ben sapendo che in questo paese se vuoi avere prestigio devi dire cose medie, mettere a sistema il pensiero medio, quello che non si sbilancia: è così anche per molti commentatori “autorevoli”, ti dicono sempre quello che già sai.
Oggi Napolitano ignora di essere il Presidente di uno stato laico e sovrano, che non deve certo rendere conto al Papa delle sue scelte.
Afferma che si debba trovare un accordo come fu sull’art. 7 della Costituzione, quello del Concordato, dimenticando che questa legge riguarda esclusivamente i cittadini italiani.
Si affaccia allora l’ipotesi, non del tutto gratuita, che, oltre ad essere un flaccido, sia anche un imbecille.
Vale a dire un altro prodotto della “grande scuola” del PCI che dimostra oggi, nei fatti, il dissolvimento intellettuale e culturale di un’intera classe politica, pronta a tutto (meno che a fare politica da posizioni chiare) pur di restare a galla, pur di tenere chiuse le porte a gente più giovane (e probabilmente peggiore).
(Apro ora l’home page di Repubblica e apprendo che anche Prodi vuole l’accordo con la Chiesa!)
Scritto da: tashtego a
14:56 | link |
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Sono in pausa (breve).
disegno di Nicola Pecoraro (http://www.hopaura.org/)
Scritto da: tashtego a
09:04 | link |
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Penso spesso alla mia attuale lontananza dal disegno, simile alla mia attuale lontananza dal mare, dove l’inverno vado di rado.
Il disegno, come il mare, mi manca molto.
Il disegno come lavoro, voglio dire.
Come essenza del lavoro di progettista, di pre-figuratore e propositore di oggetti che dovevano, se tutto fosse andato bene (non succedeva quasi mai), essere costruiti.
Ma per molti anni la costruzione restò un mito e fu così che il disegno, da mezzo espressivo e strumento di comunicazione che sarebbe dovuto essere, divenne scopo e fine in sé.
Rammento quando ancora si disegnava.
Anche oggi si disegna, ma molto meno e in modo diverso.
A quel tempo si disegnava tutto, o quasi, ciò che sarebbe potuto diventare un oggetto reale.
Anche adesso è così, ma a quel tempo il disegno era un’attività che si svolgeva esclusivamente al di qua dello schermo di un computer, nel mondo fisico, dove occorrevano fogli di carta e strumenti appositi, delicati e a volta mal-funzionanti, dove ogni errore andava corretto agguantando la gomma, oppure la lametta.
Ciò che serviva per il mondo fisico si progettava nel mondo fisico.
Non esistevano passaggi virtuali, simulazioni tridimensionali, modellistica in 3D, rendering, disegni in formato vettoriale concepiti “al vero”, cioè a scala 1:1.
Di virtuale c’erano solo gli eventuali quanti di intuizione, che si formavano come bolle di sapone e che subito andavano tradotti in schizzi, per poterli catturare e fissare.
Di virtuale c’era solo l’interno della mente e la sua capacità di elaborazione collegata con quella sorta di plotter semi-automatico che è la mano di chi disegna.
Dall’immaginazione, all’immagine, alla restituzione e alla verifica bidimensionale in scala, al disegno di fattibilità tecnica, alla realizzazione, fino all’oggetto fisico vero e proprio.
Appena “uscite” dalla mente le idee erano costrette a misurarsi con il mondo reale, diffidente e naturalmente restio a realizzarle, senza potersi rifugiare in via preventiva e precauzionale nell’universo virtuale di un computer dove, se ci sai fare, tutto è possibile.
Dunque c’era il disegno fisico.
E per tanto tempo non c’è stata alternativa al disegno fisico, con le sue vere e proprie fatiche, quando nell’ingaggio col foglio di carta occorreva piegarsi sul tavolo, rialzarsi, mettersi e togliersi gli occhiali di continuo, girare attorno al piano di lavoro per disegnare dall’altro lato, inclinare lo stiratore, spostare in continuazione la lampada sull’area di disegno, alzare/abbassare lo sgabello per adattare la seduta alla posizione più adatta in quel momento, girarsi per prendere/depositare qualcosa dalle vaschette del mobiletto servente, cercare costantemente gomma portamine e rapidograph, il compasso, squadre e righelli, il tempera-matite e tutto il resto mentre vagava sul piano del disegno sparendo in continuazione sotto gli altri pezzi di carta che cospargevano il tuo tavolo, gli appunti e gli schizzi di riferimento, che spesso anch’essi sparivano, cadevano sul pavimento, volavano via quando aprivi una finestra.
Ogni strumento richiedeva una sua tecnica specifica, addirittura ogni marca diversa dello stesso strumento andava usata con differenti accortezze: ruotare il portamine mentre si traccia la linea, metter un pezzo di nastro adesivo in corrispondenza del buco del compasso, partire sempre disegnando le linee più sottili, mai usare punte più sottili dello 0.2, usare un profilato di alluminio leggero come righello di appoggio per le prospettive, puntare un chiodo nel punto di fuga, sgommare l’area dove hai grattato la china prima di ripassarci una seconda volta, eccetera.
Infiniti gli accorgimenti, infinita la pazienza della mente e del corpo, delle mani e della spina dorsale, degli occhi.
Lunghissime le giornate passate in studio, le ore di concentrazione estatica sul disegno, pieni di dubbi, ciascuno accudendo a lungo il proprio elaborato, prima di portarlo a compimento (quand’è che un disegno è finito? quand’è che una cosa qualsiasi è finita?), la radio costantemente accesa, fino a sera inoltrata e spesso per tutta notte, quando la stanchezza cominciava darti una specie di lucidità euforica e allora arrivavano le migliori battute, le tazze di caffè, i portacenere colmi di sigarette (siamo sopravvissuti), le dormite sulla poltrona, sfiniti, ma senza poter lasciare il campo prima della consegna.
Questo nella fase finale del lavoro su un progetto.
Ma io volevo scrivere dei primi e degli ultimi schizzi, del disegno abbozzato e rapido come strumento principale di comunicazione, come sommesso e involontario miracolo di “intelligenza veloce”.
Tu parlavi, discutevi con chi lavorava con te e intanto si disegnava attorno a ciò che si stava dicendo.
Le parole servivano al disegno per quello che non riusciva a dire.
Ma il disegno era molto più potente, efficace, convincente, delle parole.
Quello che poteva risultare confuso a parole il disegno poteva dirlo con una chiarezza a volte impressionante.
E mentre si parlava, il cervello non diversamente da quando guidiamo un’automobile, trasmetteva mediante il suo linguaggio, sconosciuto alla coscienza, le istruzioni alla mano che tracciava segni nel momento stesso in cui quegli stessi segni venivano detti dalle labbra.
Tutto qui, in fondo.
Ma l’indipendenza dei due atti, la stessa che consente ad un artista nel suo studio di conversare con un amico mentre esegue un’opera, mi ha sempre sorpreso e mi è sempre piaciuta.
Si disegnava restando nel mondo, mentre oggi chi disegna al computer è una monade silenziosa e solitaria: il procedimento si mangia tutta la percezione e l’attenzione e la comunicazione con l’ambiente circostante.
Tutto nasce e si risolve lì dentro.
Su questa seconda modalità di disegno magari scriverò qualcosa.
Scritto da: tashtego a
08:24 | link |
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Ho provato uno strano rispetto per questa esplosione di odio, così assoluto, intenso, apparentemente insensato da doversene alla fine liberare a tutti costi, sfogandolo in pochi istanti, trasformandolo in sangue che schizza e scorre sul pavimento, in materia cerebrale proiettata sulle pareti, il fuoco, eccetera.
Sto parlando della “Strage di Erba”.
Della quale so poco, perché raramente mi soffermo sulle notizie di cronaca cosiddetta nera (esiste una “cronaca bianca”? di certo c’è una “cronaca rosa”) dove tutto rientra più o meno nelle statistiche della violenza umana: tante rapine, tanti omicidi all’anno, tante violenza carnali, eccetera.
Le notizie di cronaca nera sono non-notizie, raccontano dei frequenti inevitabili collassi cui è soggetta la legge morale dentro di noi, qualora ne esista una, e dicono che alla fine sulle leggi interne vincono le leggi esterne, quelle dello Stato, quelle che se le trasgredisci vai in galera.
Lo so che sto liquidando in quattro parole questioni complesse, ma la tipicità con la quale ricorre la notizia di cronaca è desolante e produce solo un effetto di depressione e noia senza aggiungere nulla alla conoscenza del mondo.
Ammazza la famiglia e poi si uccide.
Ammazza l’amante e poi si uccide.
Uccide il rivale in amore.
Automobilista ucciso per una “banale” lite nel traffico.
Anziano solo & malato si suicida gettandosi nel vuoto.
Tenta una rapina e resta ucciso.
Gioielliere ucciso nel corso di una rapina nell’hinterland milanese.
Trovato cadavere di uomo/donna (decapitato/fatto a pezzi/in avanzato stato di decomposizione) sul greto del Tevere/del Po/di qualsiasi altro fiume.
Eccetera.
La periferia e la nullità territoriale sono il teatro massimo della cronaca nera.
Ma per me c’è un altro aspetto, più grave: tendo all’identificazione coi protagonisti delle gesta di cronaca nera.
Cerco di immaginare cosa si prova a gettarsi dal sesto piano, a morire bruciati in un incidente stradale, ad affondare un coltello dentro il corpo di un uomo. Cosa si prova invece quando un coltello ti penetra tra le costole? E negli istanti che precedono il tuo suicidio coi gas di scarico dell’auto?
Cerco di immaginare la tensione del rapinatore prima della rapina, provo comprensione e solidarietà verso gli uccisori per “futili motivi”, che si lasciano andare all’assassinio durante una lite per un parcheggio, per una sosta in doppia fila.
Mi domando se in determinate circostanze reagirei o no, se fuggirei o affronterei il nemico, se mi mostrerei vile o coraggioso, eccetera.
Cosa farei se tre individui aggredissero una ragazza indifesa sotto i miei occhi? Mi getterei a salvamento nella mischia rischiando di essere malmenato, ucciso? Rischiando una visita di Veltroni al mio letto d’ospedale? Farei finta di niente?
Si leggono spesso articoli indignati per “l’indifferenza” (si tratta davvero di indifferenza?) che so, dei passeggeri della metropolitana di fronte all’aggressione di un singolo/di una donna/di un anziano/di un disabile, come se l’articolista fosse assolutamente sicuro di come lui stesso avrebbe reagito nelle stesse circostanze
Insomma faccio fatica a seguire lo svolgersi quotidiano e tipologico della “banale” violenza umana, della continua uscita dai binari del comportamento civile, la cronaca della rottura del patto di non aggressione che rende praticabile il nostro apparente “stare assieme”.
Però di fronte alla strage di Erba provo una sorta di timore religioso, lo stesso che si prova quando qualcosa di grande e misterioso si dà allo stato puro, senza nulla che davvero ne giustifichi il manifestarsi.
In questo caso si tratta di odio.
Di purissimo furioso spettacolare irresistibile fantastico odio.
Non del Male, ma dell’Odio.
Di un sentimento che quando è pieno, autentico e privo di impurità, quando è serio e professionale, si placa davvero solo col sangue e nel sangue, solo con l’annientamento fisico dell’oggetto di odio.
L’aspetto religioso e misterico della vicenda risiede nel fatto che quell’Odio si sia manifestato in due normalissimi esponenti del Grande Ripieno del mio Paese, cioè della grande classe media che ha sostituito, inglobandole come una grande ameba, quelle che un tempo erano pur state le Classi Sociali.
La classe media che costituisce il Grande Ripieno, di cui faccio parte, è media non tanto nel denaro che possiede, che anzi al suo interno i soldi si distribuiscono in modo molto diverso, ma nell’uniformità, nella banalità e nella strisciante ferocia del percepire gli altri: mai tuoi eguali, ma sempre meglio o peggio di te.
Il Grande Ripieno è medio nella cultura media che lo pervade e che accomuna ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati.
Quotidianamente in questo profondo strato sociale, che si pensa e si vuole protetto e legale, che ha scelto di essere “perbene” e che esibisce il suo perbenismo appena può, cercando di rendere ogni contatto e conversazione un momento di reciproca rassicurazione, si accende, accecante e sublime, la luce dell’odio.
Negli istanti qualunque del tempo, nei luoghi qualunque tra gente qualunque, su una strada qualunque, in un edificio qualunque, nei bar, nelle file alle poste, sui mezzi pubblici e soprattutto nel flusso del traffico di ogni città, brillano violentissimi flash d’odio e subito, o quasi subito, si spengono.
Li riconosco negli altri come li riconosco in me.
Gli sbocchi d’odio sono tutto quello che riesco a percepire di autentico negli esponenti del Grande Ripieno.
Tutto il resto è atteggiamento, controllo, imitazione, educazione, volontà a volte disperata di distinzione (...io non sono come te, come loro...), oppure istintiva sottomissione, oppure è affetto parentale genetico: solo l’odio è autentico.
Io vorrei che tu non esistessi, vorrei annientarti in un istante, vorrei pestarti a morte per quello che hai detto, perché mi stai davanti nella fila, perché il tuo gomito mi preme contro le costole, perché puzzi, perché il tuo fiato sa di fogna, perché sei brutto, perché mi hai sorpassato a destra, perché ti sei preso l’ultima confezione dei miei grissini preferiti dallo scaffale, perché parli a voce alta, perché ci metti una vita a pagare, perché vuoi fare la stessa cosa che voglio fare io nello stesso momento in cui io la voglio fare, perché sosti troppo davanti alla vetrina del negozio di scarpe, perché esisti e trascini le ciabatte nell’appartamento di sopra, perché scoreggi come un mulo per tutta la notte nella tua camera da letto, adiacente e simmetrica alla mia, dalla quale mi separano cinque centimetri di foratino, più due di intonaco per parte.
Per tutto questo e per molti altri “futili motivi” ti staccherei la testa dal busto con un solo colpo della mia katana, ti trapasserei il cranio con il mio coltello da lancio, ti sparerei in bocca, ti trafiggerei con la mia picca, la mia spada, ti brucerei col lanciafiamme montato sul davanti della mia auto, ti abbatterei a colpi di mitraglia oppure, meglio, ti vaporizzerei col mio raggio della morte.
Scritto da: tashtego a
18:26 | link |
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Scritto da: tashtego a
08:23 | link |
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Da un po’ di tempo non vedo più l’uomo nero.
Lo chiamo l’uomo nero perché è un uomo e perché è nero. Di sporcizia.
Ho già scritto qualche riga su di lui, ma meglio ricordare brevemente di chi si tratta.
Il grande Viadotto, detto della Magliana, a Roma, di cui mi servo tutti i giorni per raggiungere e per lasciare l’EUR, attraversa vari paesaggi, tutti più o meno desolati e morti, tutti definibili come casi particolari di quella non-città di cui la città contemporanea sembra non riesca a fare a meno.
La non-città sembra necessaria al prodursi della nostra città, sembra aver sostituito la campagna come termine oppositivo all’artificio urbano, ma non è questo l’argomento dei miei appunti.
Varcando il Fiume in direzione est, il Viadotto si libra su una serie di impianti sportivi, lasciando a nord l’”elegante” Hotel Sheraton, le cui finestre si protendono elegantemente sui rugginosi guard-rail del Grande Manufatto.
Le finestre moderniste, anzi lecorbusieriane, dell’Hotel Sheraton sembrano osservare il Viadotto con un certo ribrezzo, elegantemente e di sguincio, come a voler distogliere lo sguardo da quel delirante fermento di molecole metalliche & gassose.
Da lontano il Vulcano Laziale si staglia su tutto questo come un vesuvio dei poveri, spento ed eroso da troppo tempo, i crateri pieni d’acqua, le pendici coperte di boschi orti et vigne, ma soprattutto di villini e palazzine abusive.
Un complicato sistema di raccordi e rampe - con curve strette che devi conoscere prima di aprire anche solo un po’ la manetta del tuo due-ruote, altrimenti la vita già misera che conduci potrebbe terminare proprio lì, tra la ruggine di quei guard rail sotto lo sguardo indifferente dello Sheraton – lega il viadotto al delirante assetto stradale sotto-stante.
Questo luogo è l’ennesimo eletto a dimostrazione che in urbanistica – analogamente a quanto è successo in politica con gli economisti – c’è stata la presa del potere dell’ingegnere trasportista e svincolista, che ha riempito il territorio di masse stradali serpentiformi e grigiastre, molto fluide, inutilmente fluide, di forma e quantità scriteriata, atte ad aggravare i problemi invece che a risolverli e soprattutto creatrici per eccellenza di spazi di risulta, di non-luoghi da manuale.
Uno di questi non-luoghi (mi passi l’uso di questa frusta definizione, ancora efficace) si chiama Viale del Pattinaggio e consiste proprio in un insieme di raccordi che perimetra quest’area CONI di impianti sportivi. Lungo il marciapiede di Viale del Pattinaggio, a fare da recinzione alle piste e ai campi di gioco c’è una rete metallica e dietro a questa una siepe fitta, credo di vite americana.
Il marciapiede sarà largo al massimo un metro e cinquanta, ma per l’uomo nero sembrava costituisse l’universo intero.
Non so dove dormisse, ma di giorno stava qui, di solito in piedi sul ciglio.
Forse guardava le macchine di passaggio, forse la collina fitta di pini che sorregge il Colosseo Quadrato, forse non guardava niente.
L’uomo nero è (era?) giovane, avrà tra i trenta e i quarant’anni.
I capelli lanosi neri di sporcizia, la faccia rossa, il mento barbuto che quasi gli toccava il naso per via della bocca senza denti, i vestiti talmente laceri da essere quasi nudo.
Per anni ha portato le scarpe aperte davanti come quelle dei clown, ma ultimamente stava a piedi nudi, incurante di tutto.
Negli ultimi tempi teneva un lercio pezzo di cartone da imballo sotto braccio, che usava per sdraiarsi sulla schiena.
Passando in moto lo vedevo sempre più spesso steso sul marciapiede, sempre ad occhi aperti, con le gambe accavallate, una mano sulla fronte, che guardava il cielo.
L’uomo nero appariva in completo isolamento, come se un campo di forza (e di sporcizia) lo separasse dal mondo, assolutamente e completamente solo, completamente assorto in sé, completamente libero (se esistesse la libertà).
Non so dove dormisse né dove mangiasse, ma non appariva emaciato.
La sera appena fa buio le piste di pattinaggio a rotelle vengono illuminate a giorno.
Una spianata di cemento liscio, un sacco di luce, pochissime le persone sulle piste, per lo più ragazze che provano passi e salti, anche brave, belle, ben fatte.
D’inverno la siepe di vite americana perde le foglie, diventa trasparente, e allora vedevi che l’uomo nero si era spostato un po’ più in là, in un punto più vicino alla pista, per osservare le pattinatrici.
L’altro ieri c’era tutta questa luce sulle piste e allora tornando a casa ho voluto fermare il mio due-ruote nel punto dove spesso avevo visto l’uomo nero intento ad osservare.
A parte il rumore delle automobili che in quel punto scalano una marcia, si sentiva solo il sussurro dei pattini sul cemento e c’erano le ragazze solitarie e metafisiche, con i loro culi da pattinatrici, cioè tondi e muscolosi, che compivano evoluzioni come fossero sul ghiaccio.
Scambiavano ogni tanto qualche parola, con l’affanno che gli si condensava nell’aria fredda et umida di fiume.
Alcune di loro facevano piegamenti e stiramenti aggrappate al man-corrente della pista.
A un certo punto una ragazza alta, coi capelli raccolti sulla nuca, ha preso una specie di rincorsa, poi si è voltata in velocità seguitando a pattinare all’indietro, infine ha spiccato un balzo, ruotando almeno due volte in aria e ricadendo morbida, in curva e su un solo piede.
Questo guardava l’uomo nero.
Scritto da: tashtego a
15:11 | link |
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Ieri, durante una riunione di lavoro, mi è venuto in mente all’improvviso un mio compagno di scuola elegantone. Ho cominciato a disegnarlo senza praticamente accorgermene su un blocco di appunti. Per volontà dei miei andavo a scuola dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Lì c’erano i figli del generone romano: professionisti, imprenditori, commercianti, quattrinari. Lì gli allievi erano convinti di aver ereditato il privilegio per diritto di sangue, per superiorità genetica. I disegni che vengono meglio sono quelli che si fanno soprappensiero. Si vedono pure gli appunti, gli scarabocchi.
Scritto da: tashtego a
20:09 | link |
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Les choses de la vie.
Dal basso verso l’alto, oggi indosso:
- un paio di Camper modello pelotas, scamosciate chiare, numero 45, prese da Camper in Piazza di Spagna, con dentro solette ortopediche fatte su misura dalla premiata ditta di podologia dell’esimio prof. Cappelletti sita in Via Germanico, Roma;
- calzini in cotone rosso carminio presi in saldo in un Calzedonia nell’area duty free dell’Aeroporto di Fiumicino;
- pantaloni sformati, e perciò comodissimi, di velluto a coste con pinces color sotto-bosco, taglia 56, marca Emanuel jeans (“quality and durability are guaranted special clothing”) presi da Pitran Taglieforti a via del Gambero in Roma;
- nella tasca sinistra di detti pantaloni ci sono al momento sessantacinque euro fermati da una vecchia molletta metallica, un tempo ricoperta d’argento, che proviene da una mia vita precedente a questa;
- nella tasca destra ci sono alcuni spiccioli sciolti, che non mi va di contare;
- appeso al primo passante destro dei pantaloni, mediante moschettone in alluminio (preso all’IKEA di Bufalotta in Roma: da dove viene il nome “bufalotta”?), c’è un mazzo di chiavi, con annessa penna da 2 giga di memoria, marca Trascend, comperata in uno dei quattro negozi de computer di via Cipro, Roma.
- cintura di vero cuoio con tanto di marchio di garanzia all’interno, con fibbia in acciaio massiccio, semplice, acquistata in Roma, via Porta di Castello, negozio specializzato in accessori per calzature, negoziante gentile, disponibile;
- slip bianchi marca Fruit of the Loom taglia XL, acquistati in confezioni da tre presso negozietto “di fiducia” di Via di Cappellari in Roma: ci vado da vent’anni e non mi riconoscono mai;
- canotta in cotone grigio chiaro, spallina larga, taglia ics elle, marca Cagi, ottima, un regalo;
- camicia Avirex cotone bianco panna con righine sbiadite blu e bottoncini al colletto, taglia XL, acquistata da Banchetti sport Via di Campo Marzio, Roma;
- al polso uno Swatch nero, modello basico, acquistato questa estate a Rodi in negozio specializzato su Socratou, causa morte improvvisa Swatch precedente;
- golf in cotone senza maniche nero, taglia XL preso da Muji molti anni fa a Londra, ottima qualità, ottima riuscita, prezzo modico;
- giacca color “qualcosa di verdognolo e inglese che scappa”, chest 117 - medium, modello COLLEZIONE, made in China, presa un mese fa dal Marks & Spencer che sta dalle parti di Liverpool Street Station, Londra;
- al collo sciarpa nera di cotone, regalata;
- giaccone di struttura polimaterica complessa, imbottito et impermeabile, color tabacco, con collo felpato in nero e cappuccio incorporato, molto comodo, taglia XXL, marca Aigle, comprato nel negozio Aigle di Via del Vantaggio in Roma, vicino a L’aventure, quello dei fumetti francesi;
- sul naso un paio di occhiali, lenti multi-focali con montatura di plastica trasparente, marca Ottica Vogue, comprati da Ottica Vogue, Via dei Gracchi in Roma, dietro il mercato orto-frutticolo;
- nella tasca sinistra del giaccone ci sono: un bonnet nero di lana mortaccina preso dal marocchino del mercato settimanale di Campagnano di Roma; un pacchetto di gomme da masticare (marchigegno in cartone con chiusura a scatto: ingegnosissimo, anzi geniale) marca Daygum Protex (con Xilitolo), acquistato al supermercato GS (“dove il pieno costa meno”) di Piazzale degli Eroi in Roma; un pacchetto incominciato di fazzolettini di carta marca Tempo, acquistati nello stesso supermercato;
- nella tasca destra del giaccone ci sono: un telefono cellulare marca Nokia, modello 2100, tastiera consunta, acquistato parecchi anni fa in negoziaccio di elettronica di Via Candia in Roma, ma ho cambiato il carter da poco acquistandolo in negozietto presso Piazza Risorgimento, sempre a Roma;mazzo chiavi motorino Honda SH150, blu ovviamente, acquistato a rate un paio d’anni fa da Velosud, in Via dei Gracchi, Roma, il venditore antipatico; scatolina rotonda di liquirizie marca Tabù (“e... vivrai di più!”) modello ancestrale risalente ai primi Cinquanta, con apertura a rotazione;
- poi nella tasca interna della giacca altre cose, il portafoglio Eastpak, nero, con apertura di velcro, eccetera;
- nell’altra tasca dell’Eagle l’agenda Quo Vadis modello Rigiro, altri occhiali, eccetera.
In somma.
Ciascuno di noi si porta addosso tracce corpose di un’intera civiltà tecnica.
Scritto da: tashtego a
20:07 | link |
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Grizzly man, di Werner Herzog & una domenica pomeriggio estenuata e piovosa, come estrema stupida coda di feste natalizie troppo lunghe: perfetto cocktail per tornarsene poi a casa saturi di una cupezza che ancora oggi dura.
Sapevo che era un film tosto, ma non immaginavo quanto.
Soprattutto non lo immaginavo come un film sulla disperazione, anzi sulle disperazioni umane e animali.
Timothy Treadwell è quello che si dice un disadattato, un loser biondo e di bell’aspetto che un tempo ha bevuto molto, si è drogato e ha provato, senza riuscirci, a farsi strada nello show business.
È anche un environmentalist, un ambientalista esaltato e ingenuo.
Herzog non dice quasi nulla sul percorso che porta quest’uomo alla scelta di passare 13 estati consecutive, quasi sempre da solo, nel parco nazionale di Katmai, in Alaska, pieno di grizzly, il modello di orso più pericoloso.
Il film lo mostra quando la sua scelta è già compiuta, cioè la scelta di dare, come si dice, un senso alla propria vita stando con gli orsi, “mettendosi dalla loro parte”, cercando di “diventare uno di loro”, di accudirli e difenderli.
Cosa lui facesse in inverno, come si finanziasse ogni anno due o tre mesi in Alaska, non lo sappiamo.
Sappiamo che usa una video-camera per riprendere gli orsi e riprendere se stesso mentre farnetica in continuazione su quello che sta facendo, sulla nobiltà della sua missione, sulla purezza della natura non-contaminata a confronto con il mondo degli uomini cinico e corrotto, sul suo amore per gli orsi, sul pericolo costante del contatto giornaliero con uno degli animali più pericolosi che esistano.
A base del film c’è la gran quantità di materiale, talvolta molto bello, girato da Treadwell.
La vicenda di Treadwell termina nell’ottobre 2003 quando lui e Amie, la sua ragazza, finiscono fatti a pezzi e poi divorati da un orso.
La sofferenza del film sta in una serie di cose che tu vedi in Treadwell - perché Herzog te le dice e te le mostra - a fronte della sua palese non consapevolezza di sé, di cosa sta facendo e perché.
È un meccanismo di suspense hitchcockiano: tu, come spettatore, sai ciò che sta accadendo e sta per accadere, ma il personaggio del film non lo sa.
Tu sai che probabilmente Treadwell sta compensando i suoi brucianti fallimenti – non molto diversi da quelli che subiamo tutti – inventandosi un ruolo, non richiesto e dannoso, di difensore degli orsi, ma lui sembra non accorgersene.
Tu sai che mentre ti dice di quanto è bello quel posto, di quanto sta bene lì e di quanto ama gli orsi, proprio un orso sta per farlo a pezzi.
Ma lui, benché mostri grande coraggio e parli continuamente del pericolo che lo sovrasta, tutto sommato non se lo aspetta.
A te sembra un cretino invasato che ripete le stesse cose per tutto il film, a te sembra un vanesio che sotto la bandana si aggiusta i biondi capelli a caschetto davanti alla video-camera mentre alle sue spalle c’è un orso enorme che ne potrebbe fare un solo boccone, a te sembra un pazzo scriteriato che con la sua idea di natura sta sbagliando tutto, ma lui si sente un eroe e lo dice più volte.
Soffri perché vedi che Treadwell, nel suo andare tra gli orsi con la video-camera, nel suo approssimativo modo di “studiarli”, nel suo vestire (intorno c’è il nulla assoluto) alla californiana, ti sembra falso, ti sembra ancora tutto dentro la logica dello spettacolo, dove evidentemente lui sta cercando, non consapevolmente, di rientrare con un altro ruolo, quello dell’ambientalista mediatico.
Soffri durante le interviste ai suoi amici ambientalisti per l’idea nevrotica di natura che mostrano di avere, come di un luogo di pace, serenità, innocenza primigenia, mentre, come sottolinea Herzog, è solo un luogo di violenza, sopraffazione, morte.
Lo schermo mostra il faccione di un grizzly coi suoi occhietti freddi e assenti in primo piano, mentre la voce fuori campo di Herzog si domanda: cos’altro è questo animale se non una stupida e feroce massa di carne perennemente affamata, che se non trova cibo ammazza e divora i suoi simili e i suoi stessi piccoli? cosa possiamo aspettarci da uno così? di potergli diventare “amici”?
In realtà concetti come “ferocia”, “violenza”, “sopraffazione” eccetera hanno senso e corso solo tra gli umani, non tra le bestie, non nel mondo naturale non-umano, alieno per definizione da qualsiasi forma di etica, anche se alcuni di noi ce la vogliono vedere a tutti i costi.
Ci sembrano etiche, per esempio, le cure parentali tra gli animali - che per quanto possano sembrarci (ed essere) affettuose, sono solo compulsione genetica – perché consideriamo etica la corrente d’affetto umano mamma-figlio e viceversa, dimenticando che anche per gli umani è etico solo ciò che riguarda la possibilità di scelta, il libro arbitrio, mentre l’amor di mamma (e di papà) è pura coazione biologica.
Tendiamo a considerare un animale che non ti aggredisce, che non ti morsica, che non ti uccide, come un animale buono – non si preoccupi, non morde, è buonissimo – mentre siamo solo autorizzati a constatare che quell’animale finora non l’ha fatto e in fondo anche sulla bontà di un umano non possiamo dire molto di più.
Treadwell sembra sapere queste cose e allo stesso tempo sembra averle dimenticate: sembra sincero quando dice all’obbiettivo della sua video-camera che è “molto pericoloso”, poi però si avvicina troppo agli orsi, addirittura li tocca, quando tutti sanno che non si tocca un grizzly.
Pagando a caro prezzo Treadwell, coi suoi tristissimi amici environmentalists, incarnano sotto forma di nevrosi - nel caso di Timothy, di ossessione, il Problema della Natura, così come si è venuto delineando negli ultimi due secoli per la società industriale e urbana d’Occidente.
Problema che forse si può riassumere nella crisi dei concetti classico-occidentali connessi con la Natura:
come qualcosa di selvaggio fuori dell’Umano, soggetto ad altre leggi;
come qualcosa creato da un dio al nostro servizio;
come qualcosa di pericoloso ma incolpevole in quanto innocente;
come vita senz’anima;
come qualcosa cui bisogna “ritornare”;
come qualcosa di in sé perfetto con cui meglio non interferire;
come risorsa non esauribile da sfruttare ad libitum;
eccetera.
Raramente si incontra la semplice affermazione che la Natura siamo noi, che le nostre città sono Natura, esattamente come lo sono i formicai e gli alveari, come lo è una macchina, un televisore, un computer, eccetera: insomma che a rigore di logica nulla si dà fuori della Natura.
Treadwell “torna” dagli orsi, si considera un esterno che ri-entra nei ranghi naturali, ri-trovandovi la pace e la saggezza perdute con l’uscita dall’Eden, dove il leone e la tigre erano buoni amici dell’uomo nel quale riconoscevano la loro stessa innocenza.
Treadwell muore in nome di qualcosa che è tutto nella sua testa, si fa fare a brani in nome di un fantasma di purezza che vede aleggiare in quelle che in realtà sono solo brughiere, popolate da bruti pelosi disperati anch’essi di vivere lì e ossessionati dalla necessità di mangiare.
Ma nella sua testa, come nella nostra, c’è un mito potente che ci aspetta al varco col quale in un futuro non lontano dovremo ancora una volta rifare i conti.
Scritto da: tashtego a
19:54 | link |
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Una volta una persona che si chiama Lodovico mi ha raccontato di un suo viaggio in India.
Diceva.
Appena esci dall’aeroporto di Calcutta ti viene incontro una frotta di ragazzini che ti chiedono soldi. Sono talmente malmessi e sorridenti che metti le mani in tasca e in pratica gli dai tutte le monete che hai. Poi ti accorgi che ovunque ci sono questi ragazzini che chiedono soldi. Per strada c’è la gente senza casa, famiglie intere che dormono lì, sul marciapiede, malati e moribondi compresi. Tu non ci puoi credere, ti vengono le lacrime agli occhi e dai soldi a destra e a manca. Dopo qualche giorno cominci ad abituarti e dai meno soldi, solo a quelli messi peggio. Passa qualche altro giorno e hai smesso di fare l’elemosina, tutta quella gente sul marciapiedi comincia romperti le scatole, i bambini che ti si affollano attorno vorresti prenderli a calci in culo. Tempo una settimana e li predi davvero a calci in culo, scansi col piede il disperato senza casa nel quale sei inciampato e magari gli dici “levati dal cazzo!” La situazione non è diversa dal primo giorno, ma il tuo modo di percepirla sì.
Chiamo questo percorso la Sindrome di Calcutta. Esso consiste nel rivestire progressivamente il proprio cuore di una fodera di indifferenza a fronte di una situazione che non puoi modificare, ma forse solo alleviare per una porzione infinitesima.
Col tempo mi sono convinto che la Sindrome di Calcutta caratterizza l’intera nostra esistenza: da giovani, cioè appena usciti dall’aeroporto siamo aperti al mondo, pronti a partecipare ai suoi travagli e de sinistra, mentre alla fine del viaggio, se il viaggio è stato abbastanza lungo, siamo chiusi, indifferenti, incarogniti e de destra.
È un esito fisiologico?
Col passare degli anni ho potuto osservare i miei coetanei mentre, ciascuno a suo modo e da posizioni diverse, si “spostavano a destra”.
E non posso negare di averlo fatto anch’io.
Insomma, sembra che anche nel corso della vita di ciascuno di noi ci sia una sorta di “tempo occidentale”, come lo chiama Joseph Conrad, quando descrive le condizioni atmosferiche tipiche dell’Atlantico settentrionale dove il vento spira prevalentemente da occidente verso oriente, da sinistra verso destra della carta geografica e praticamente si può navigare solo in una direzione.
Si nasce a sinistra e si muore a destra, o comunque più a destra delle condizioni di partenza.
Anche chi da giovane è un destro, di solito lo sarà nell’ala sinistra (vale a dire in quella più generosa e attenta al “sociale”) della destra.
Pochi, che io sappia, i casi di navigazione controvento.
“Il politico” dell’esistenza umana è come il pelo del gatto, puoi pettinarlo solo in un senso.
Perché? Di cosa si tratta? Vediamo.
Si passa da una iniziale stima per il disordine ad un progressivo bisogno, quasi fisiologico, di ordine.
Si passa da un senso di solidarietà e da un fervoroso interesse per gli umili e gli oppressi ad una progressiva indifferenza per la loro sorte e per quella del mondo.
Si passa dalla militanza in formazioni politiche estremiste alla progressiva adesione a forze sempre più moderate.
Si passa dal disinteresse per il denaro ad un progressivo attaccamento per soldi e roba.
Si passa dalla stima per la marginalità ad una progressiva voglia di carriera e potere e di comando.
Si passa da un atteggiamento di esplorazione e apertura sociale ad una progressiva chiusura, al silenzio e al disinteresse per gli altri, per l’incontro, la conversazione, lo scambio e soprattutto per le vicende altrui.
Si passa da un iniziale atteggiamento pacifista e non violento all’indifferenza per il continuo prodursi di eventi bellici: “che si scannino pure, io che ci posso fare?”
Quelli che dicono che “i vecchi sono cattivi”, credo si riferiscano a tutto questo.
Non so perché accada, ma ho constatato che accade, soprattutto agli umani di sesso maschile.
È come se all’inizio fossimo fatti di una sostanza buona e saporita, fresca, che poi piano piano subisce un fenomeno di degradazione e va a male.
Il passaggio dalla generosità all’egoismo avviene in momenti diversi a seconda dell’individuo e di quanto è stata forte la sua adesione giovanile alla “sinistra”.
Il fenomeno di solito presenta scatti, salti di qualità e momenti di instronzimento improvviso, di presa di coscienza che non te ne frega nulla, che ti interessa altro, che vuoi soldi e potere e che il resto si fotta, perché non dipende da te, non è mai dipeso da te, ormai lo sai e quelli che lo pensano ancora ti danno sui nervi, ti sembrano degli imbecilli attardati che credono ancora alle favole, giovani compresi.
Diventa così, per esempio, il nobile liberale Fulvio Imbriani, interpretato da Mastroianni in Allonsanfan (fratelli Taviani, 1974), colto nel momento di passaggio dalle posizioni rivoluzionarie iniziali alla successiva fase di incarognimento, cioè quando capisce che ormai nella vita gli interessa altro dalla rivoluzione.
Esistono eccezioni, anche rilevanti, a quello che descrivo come un quasi inevitabile trend vitale, ma generalmente è proprio così: il vento soffia, chissà perché, in una sola direzione.
Scritto da: tashtego a
19:38 | link |
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