Osservo in un trailer porno una poveraccia alle prese con un cazzo nero, enorme.
Si dà da fare, è palese che sta lavorando.
Anche il suo invisibile partner – si vede solo il cazzo – sta lavorando, ma almeno è eccitato, perché quel cazzo appare in piena erezione.
Quanti litri di sangue ad alta pressione serviranno per mantenerlo in quello stato?
E quante atmosfere di pressione?
Una grossa mano nera sta armeggiando lungo quel cazzo in cerca di un orgasmo.
E' a due millimetri dalla faccia della ragazza che affetta una gioia, una curiosità talmente false e disperate che chiunque, anche un consumato e cinico attore porno, la farebbe rialzare, le direbbe: i soldi te li diamo lo stesso, copriti, vattene a casa e chiudiamola qui.
Lei ha uno strano tatuaggio, di quel genere che si definisce tribale, al centro del petto, tra due tette desolate e già un po’ stanche di lottare contro la forza gravitazionale di questo pianeta.
Anche le tette, come la ragazza, sembrano non desiderare altro che riposare.
Ma l’attore porno, il cui muscolo cardiaco starà facendo un bello sforzo per tenere sollevato quell’attrezzo, non ci pensa neppure a risparmiarla, cerca una bella spruzzata di sperma che arriva subito dopo – oh God! dice lui con voce di caverna e sospira.
Lei apre la bocca con un atteggiamento che vorrebbe essere voglioso, ma che ricorda quello di chi apre la bocca dal dentista.
Nel copione ci dev’essere un facial, perché lui, dopo il primo zampillo di questo sperma denso di negro in salute, indirizza la mira più in alto, a colpire occhi e naso e fronte.
I secondo schizzo colpisce la ragazza proprio in un occhio, spandendosi poi in diagonale sulla sua fronte e incollandosi più in alto, alla radice dei capelli.
Lei per un attimo si ritrae facendo una smorfia di fastidio, l’unica cosa vera che riesca ad esprimere il suo volto, per poi gettarsi di nuovo su quel cazzo di estraneo slinguazzandolo come un sorbetto e cercando di farci credere che le piaccia.
Di nuovo la voce di caverna pronuncia un oh God!
Poi la ragazza guarda in macchina, sorride, raccoglie con un dito qualche goccia che le è rimasta sul mento e se lo infila in bocca affettando un risucchio di degustazione.
È contenta che sia finita, davvero.
Dio, evocato due volte, osserva quell’atto primario e così basicamente religioso dalla sua postazione al Centro dell’Universo, nel punto di origine del Big Bang, che ad averci un telescopio capace di arrivare a quindici miliardi di anni luce di distanza, lo vedresti lì, seduto alla consolle.
Se ne compiace profondamente: quei due saranno un giorno al suo fianco nel Regno dei cieli.
Scritto da: tashtego a
08:50 | link |
|
Per me i Quattro Elementi fondamentali, non sono Aria Acqua Terra Fuoco.
Cioè, non solo.
Per me i quattro Elementi Fondamentali e primari del mondo, dai quali dipende la qualità della percezione del resto, cioè del Tutto, sono Vino Olio Pane Caffè.
Se è soddisfatta una prima condizione fondante della realtà che consiste nella qualità di Vino Olio Pane Caffè, tutto ciò che di positivo sia eventualmente contenuto in qualsivoglia situazione, può anche manifestarsi ed essere accolto.
Altrimenti no.
Al contrario, quando le cose vanno storte, quando mi sembra che un deo mi abbia preso a mal-volere, quando pare che si accanisca nel farmi del male, eccetera, cerco rifugio e consolazione nella qualità di Vino Olio Pane Caffè.
Perché lì esistono le condizioni adatte per la vita.
Posso concedere che non sia sempre necessaria una concomitanza qualitativa dei Quattro Elementi, ma almeno uno di essi deve essere buono, meglio se due.
Devo anche ammettere che per me non tutti i Quattro Elementi pesano allo stesso modo.
Primo viene il sacro Pane, senza il quale nulla può essere davvero mangiato se non in condizioni di fortuna.
Dev’essere fresco, abbondante, di buona qualità.
L’ideale assoluto è il Pane Francese (Pane Francese in Francia, non il pane “de tipo francese” da noi, non la “baguette” ripassata al forno del super-mercato), perché è vicino alla Perfezione dell’Essere, stato che raggiunge e mantiene per poche ore ogni giorno.
Nell’arco di quel poco tempo, quello che serve per portarselo a casa e mangiarlo, il Pane Francese costituisce esempio probante di come qualcosa possa toccare la coincidenza tra manifestazione fisica accidentale e transeunte e la corrispondente Idea platonica, divenendo il paradigma di se stesso, cioè il PANE nella sua forma più alta.
Non sto parlando del “tipo di pane preferito”, o del pane “che ci piasce”.
Sto parlando del PANE come luogo in cui la panità si inscrive, si soddisfa e si esaurisce, del PANE come punto di arrivo di una cultura millenaria.
Il fenomeno dura qualche ora, poi anche il Pane Francese decade al rango di qualsiasi altra non-perfetta e corrotta forma della materia.
Solo per il suo Pane, la Francia andrebbe amata e onorata.
Troppe voci invece attorno alla qualità del vino, ogni bottiglia recensita come un romanzo, usando allo stremo le ultime parole ricercate rimaste nella lingua che fu dei nostri stupidi padri.
Del vino posso dire solo quello che non mi piace, come quando sa di acido fenico, oppure di limatura di ferro, polvere di alluminio, oppure “di tappo”, oppure quando mi fa male, anche se spesso mi fa male anche quello che mi piace.
Anch’io come i recensori di vino, sono costretto a definire un sapore usando un altro sapore/odore in una catena circolare e infinita dove nessun colore o sentore o profumo può dirsi realmente condiviso e dunque definibile una volta per tutte: il rosso è rubino, profumo fruttato, il retrogusto è di ciliegia, lampone, menta.
Va bene, ma di cosa sa il lampone? Di retrogusto di vino?
Per rendere “oggettivo” almeno il colore si potrebbe adottare una scala esadecimale di identificazione, come la Pantone, ma nessuno ci pensa, tutti dediti come sono all’arzigogolo di parole senza senso che compone la scheda di un vino.
Il vino è un composto alcolico su cui abbiamo costruito una cultura, ma le ragioni della sua esistenza e della sua fortuna stanno in definitiva tutte lì, in quei tredici o quattordici gradi percentuali di alcol che contiene.
Essenzialmente resta un dispositivo prezioso di benessere e dimenticanza, al pari della cannabis, capace di fluidificare i rapporti tra gli uomini, di rendere le donne più disponibili all’accoppiamento, eccetera.
Quando ne bevo troppo – capita molto di rado perché in me odio e temo l’ubriachezza – mi capita di non riconoscermi allo specchio se per caso vado in bagno.
L’olio e il caffè sono sostanze più semplici, per essere buone devono sapere rispettivamente “di olio” e “di caffè”, cioè devono anch’esse somigliare il più possibile alle rispettive Idee platoniche, ma certamente non mancano i recensori dell’olio e del caffè che si arrabattano anche loro nella solita foresta di metafore e rimandi senza fine.
“Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”: sanno anche i ragazzini che l’ha detto Archimede (quello di Siracusa, non quello di Disney).
Nelle recensioni dei vini, come in quelle dell’olio e del caffè, si sente molto la mancanza di un punto d’appoggio, di un termine dal referente stabile e condiviso, come il Metro di Parigi, su cui fondare la misurazione di qualità, che altrimenti resta un fluttuante capriccio linguistico da intenditori, resta un elenco il più possibile bizzarro di quello che loro ci vedono, ci sentono, un pavoneggiamento da intenditori.
Meglio allora tornare alla basicità semplice e onesta del pane, che viene recensito di rado.
La baguette, certo.
E poi le varie pagnotte nostre, più o meno tonde, oblunghe, “casarecce”, col sale e senza sale, di grano duro, farina “00”.
Oppure il pane “arabo”, quello “indiano” che ormai ti propongono anche nelle panetterie crausette di quartiere.
All’Isola c’è un forno a legna d’uso comune dove ogni famiglia cuoce il suo pane.
Sono pagnottone rotonde, scure, pesantissime, crosta dura e mollica densa.
Durano una settimana, ma le puoi mangiare con piacere fino al terzo giorno, poi diventano difficili da trangugiare.
Il massimo della bontà lo raggiungono la sera stessa del giorno della cottura, quando si sono ben raffreddate, ma restano ancora croccanti.
Allora è fantastico, alle sei del pomeriggio dopo una giornata di puro stordimento marino, strapparne un pezzo da una fetta e immergerlo in una crema di fave, o di melanzane, aspersa di un filo verde di olio locale, guarnita con una foglia di basilico, più spesso una spruzzata di origano, di timo.
Oppure usare quel pane divino per adagiarvi un filetto che ti sei estratto da un’acciuga salata del posto, di quelle che vengono conservate in barile sotto sale per tutto l’inverno, intere e con la lisca, che devi sapere come lavorartele.
Puoi accompagnare il tutto con un bicchiere di birra Mythos da 33cl.
C’è stato un tempo quando appresso ci fumavo una sigaretta, mentre guardavo Capo Agrea diventare prima viola, poi blu.
Scritto da: tashtego a
22:40 | link |
|
Quando stavo bene
che dormivo pancia–sotto,
negli anni che potevo restare a collo torto
per una notte intera
senza sentire male.
Quando stavo bene, dico,
sedevo (mi piaceva)
su sedie di plastica fisso a guardare l’orizzonte
come un’idea assoluta (quell’aria inaudita).
Quando stavo bene
spandevo fumo dalle labbra, dal naso,
nello spazio credevo si potesse parlare all’infinito,
curvare la schiena quanto si voleva.
Quando stavo bene
mi amavo come corpo,
mi carezzavo il petto d’estate,
i muscoli
contratti a fare massa plastica
e pensavo: sei bono.
Quando stavo bene
leggevo ancora Conrad,
mi arredavo un futuro finto,
da beachcomber.
Quando ancora stavo bene
non era come adesso,
anche adesso sto bene,
ma di meno.
Non ero,
come adesso,
un guardiano del fuoco
immerso nel silenzio.
Scritto da: tashtego a
15:45 | link |
|
Quando stavo bene che dormivo pancia–sotto, negli anni che potevo restare a collo torto per una notte intera senza sentire male.
Quando stavo bene, dico, sedevo (mi piaceva) su sedie di plastica fisso a guardare l’orizzonte come un’idea assoluta in quell’aria inaudita.
Quando stavo bene spandevo fumo dalle labbra, dal naso, nello spazio credevo si potesse parlare all’infinito, curvare la schiena quanto si voleva.
Quando stavo bene mi amavo come corpo, mi carezzavo il petto d’estate, i muscoli contratti a fare massa plastica e pensavo: sei bono.
Quando stavo bene leggevo ancora Conrad, mi arredavo un futuro finto, da beachcomber.
Quando ancora stavo bene non era come adesso, anche adesso sto bene, ma di meno.
Non ero, come adesso, un guardiano del fuoco immerso nel silenzio.
Scritto da: tashtego a
08:34 | link |
|
Quando stavo bene
Che dormivo pancia–sotto
Negli anni che potevo
Restare a collo torto
Per una notte intera
Senza sentire male.
Quando stavo bene, dico
Sedevo (mi piaceva)
Su sedie di plastica
Fisso a guardare l’orizzonte
Come un’idea assoluta
In quell’aria inaudita.
Quando stavo bene
Spandevo fumo dalle labbra
Dal naso, nello spazio
Credevo si potesse
Parlare all’infinito
Curvare la schiena
Quanto si voleva.
Quando stavo bene
Mi amavo come corpo
Mi carezzavo il petto
D’estate, i muscoli contratti
A fare massa plastica
E pensavo: sei bono.
Quando stavo bene
Leggevo ancora Conrad
Mi arredavo un futuro
Finto, da beachcomber.
Quando ancora stavo bene
Non era come adesso
Anche adesso sto bene
Ma di meno.
Non ero come adesso
Un guardiano del fuoco
Immerso nel silenzio.
Scritto da: tashtego a
18:01 | link |
|
Scritto da: tashtego a
09:47 | link |
|
Scritto da: tashtego a
18:32 | link |
|
La porta dell’appartamento si spalanca – Ciao e ciao, come stai, ti trovo bene ah che c’è qui? Non dovevi disturbarti. Non l’ho ancora assaggiato, ma il vinaio mi dice che è buono, non so. Ti piace il pinot nero? Sta fermo Pampurio. Maaax! Come sei cresciuto! Che hai lì? Cosa vuoi che abbia? Il GameBoy... Pampy lo riconosci Max? eccome se lo riconosce... guarda come scodinzola – e subito il pianerottolo si riempie di aria domestica calda e covata, piena di questo profumo di cucinato fresco, di roba al forno, una fiatata d’accoglienza, amicizia, affetto, antichi e forse puri. Il cane scodinzola frenetico, scuote il posteriore uggiola salta, scatta qua e là per poi tornare indietro, lecca la faccia del bambino – Ahhh... smettila Pampy, stai a cuccia! – la padrona lo richiama per riattizzarlo subito dopo, chiedendogli se si ricorda di Max. Pampurio pare proprio che se ne ricordi, sembra felice, nel modo irresponsabile dei cani, quando li vedi raggianti in quella maniera umile e svagata e capisci che non gliene può fregare di meno, che il suo affetto è canino, compulsivo, genetico. - Te lo ricordi Pampurio, quest’estate era un cucciolo... certo come crescono i pastori. Niente paura, non ti fa niente... puoi carezzarlo, lo vedi come scodinzola? - Antipasti in ciotoline quadrate giapponesi, bianche e nere. Olive. Un traminer molto freddo, buonissimo. Pezzettini di pane abbrustolito. I divani disposti ad elle, comodi, le poltrone, la stanza illuminata dai colori forti di due tappeti caucasici, la serenità infusa da un Fine Settimana che si stende praticamente ai loro piedi, intero, disponibile, consenziente. Lampade a stelo. Un paio di acquerelli alle pareti – Questi sono nuovi? Sì li abbiamo presi un paio di mesi fa, a Genova. Belli no? Sono di Mattotti... conosci? L’illustratore... oltre ai fumetti e alle copertine dei libri fa cosa bellissime su carta... vedi? Costano ancora poco, per fortuna. Max ha già mangiato, possiamo sparecchiare il suo posto? – Il tavolo rotondo in una specie di nicchia vicino alla porta finestra che da sul terrazzo, una lampada Frisby che pende proprio al centro – Che bello qui, accogliente. Questa lampada sopra il tavolo è perfetta: come diceva quell’arredatrice? Fa “focus”, ecco. – Il vino che prende aria nella caraffa al centro tavola è proprio “rosso rubino” come dice l’etichetta e si staglia sulla tovaglia candida apparecchiata con attenzione, forse troppa per dei vecchi amici, amici di quelli che ti ci senti sempre a tuo agio, ai quali non devi dimostrare niente, amici che sanno chi sei e forse ti vogliono bene per questo. Sempre in queste considerazioni devi metterci un “forse”, perché si va verso i cinquanta e se avessi premesso un forse a molte tue deduzioni, complessivamente ti sarebbe andata meglio. La vellutata di zucchine con dadini di pane biscottato, composta di melanzane fritte e foglie di menta, un filo d’olio, verde su verde su verde su verde. È buonissima. Mentre Max e Pampurio giocano sul tappeto e Max ride mentre il cane ogni tanto fa un verso di gioia – Mattotti è quello che sta per esempio sulla copertina di Romanzo criminale... Ah ho capito chi è: fece manifesti per l’Estate romana, mi pare. Sì, ma è uno importante: sono anni che fa cose per il New Yorker, si può dire che è diventato famoso prima all’estero che da noi. Succede sempre così, guarda Paolo Conte, Fuksas... Ma anche Renzo Piano, Cattelan, Fo... È il segno sicuro del paese di provincia, dove tutto quello che ti può piacere deve venire da fuori... Anche se magari il genio in questione è il tuo vicino di casa, quello per te rimane un nulla se prima non rimbalza a New York, o a Parigi, o a Londra... Essì: però poi a quel punto... cioè una volta rimbalzato... allora diventa una divinità non più discutibile, un Maestro Totale e si fa fare tutto a lui. - L’abbacchio al forno con patate arrosto, semplice e sano, ma perfetto. Il cane smette per un attimo di rotolarsi e attratto dal profumo si avvicina ai commensali, prova a mettere loro la testa in grembo in segno di umile richiesta di un boccone, i padroni lo sgridano, ma lasciano fare, torna a giocare con Max, ma poi si interrompe di nuovo, si infila sotto la tavola, si struscia contro le loro gambe, le donne ridacchiano perché Pampurio sbava loro sulle gambe, sul collo del piede, lo scacciano con piccoli calci, il padrone si alza, lo agguanta per il collare, lo tira via di lì, lo trascina lontano, minaccia di chiuderlo fuori, sul terrazzo.
Il cane spiana le orecchie, si accuccia sul tappeto, lontano dalla tavola. Max, si è seduto sul divano, ha sfoderato il Game Boy, si è assorto nel gioco. La madre gli ha ordinato di togliere quella musichetta ossessiva perché disturba. Lui se l’è fatto dire tre volte prima di eseguire e non l’ha fatto se non dopo una minaccia di sequestro. Max non fa nulla alla prima volta che gli viene chiesto. Servono almeno tre intimazioni. Poi si stufa e accende il televisore. Di nuovo, stavolta è il padre, gli viene ordinato di spegnere per tre volte. Il padre deve fare l’atto di alzarsi da tavola, per essere obbedito. I padroni di casa osservano in silenzio, dal loro sguardo si può capire che stanno pensando: se fosse figlio mio. Ma non hanno figli. Non sanno cosa vuol dire l’ingaggio con un figlio, la contrapposizione continua, il bisogno di tregua. Per ultimo il gelato, la coppa della panna – Max vieni a prendere il gelato! – Lui se ne sta semisdraiato sul divano col cane accanto, tiene il broncio, fa finta di non aver sentito. Pampurio invece ha drizzato le orecchie, è sceso rapido sul tappeto, si è girato verso Max con aria interrogativa – tu non vieni? – poi si è diretto verso i commensali, la bava alla bocca. Max alla fine si è deciso e ha ottenuto la sua coppa. Se la mangia in santa pace seduto su una sedia. Pampurio resta a bocca asciutta. Gli si siede davanti, lo fissa, un filo di bava che cola sul pavimento, sguardo attento e orecchie dritte a captare ogni minimo indizio del possibile arrivo di un po’ di gelato per lui. Max, manco lo guarda. Finito il gelato gli adulti restano a tavola per il caffè, per chiacchierare e fumare. Il bambino e il cane riprendono a rotolarsi sul tappeto. Intorno alle dieci un grido fortissimo emesso come a bocca chiusa, fa voltare tutti dalla loro parte. Max è spalle a terra. Pampurio gli ha addentato la faccia e la trattiene tra le mascelle tirando e scuotendo la testa per strappare. In un istante riescono a toglierglielo di sotto, il sangue scorre sul tappeto.
Epilogo.
Il bambino se l’è cavata con qualche decina di punti e ha salvato l’occhio.
Il cane è stato abbattuto.
(Molto liberamente ispirato ad un fatto realmente accaduto)
Scritto da: tashtego a
15:47 | link |
|
Ieri pomeriggio parcheggiavo la macchina all’estremità di via dell’Acqua Bullicante, verso via Casilina.
Parcheggio precario e fuori dalle regole, come tutti gli altri lì intorno.
A. voleva ascoltare la presentazione di una ricerca sulle vicende resistenziali di Tor-Pignattara, borgata romana dove è vissuta a lungo e dalla quale ha costruito l’ottica con la quale ancora oggi guarda il mondo.
Questo forse è quello che si chiama senso d’appartenenza, cioè il considerare esterno a sé ciò che è esterno al luogo dove si è nati e cresciuti, dove si è presa confidenza con le cose, dove il luoghi e gli oggetti ti sono diventati da subito amici o nemici.
Da parte mia soffro di una visione mazzino-centrica del mondo, vale a dire che considero Piazza Mazzini (Roma Nord), dove sono nato e cresciuto, il Centro dell’Universo o, più semplicemente Casa Mia, anche se non ci vivo più da almeno trent’anni.
Lì il sistema degli oggetti che pure, come tutto il resto, si muove impercettibilmente verso l’ignoto è parte della mia “identità” non ostanti le continue mutazioni.
La mia “identità” esigerebbe che nel quartiere dove sono cresciuto nulla cambi e tutto resti com’era.
Cosa che naturalmente non accade.
Entrando nel Bar Vanni, costruito già molti anni fa nel luogo della parrocchia che frequentavo, proprio di fronte alla scuola Col di Lana dove ho fatto le medie e vicinissimo alla E. Pistelli dove ho fatto le elementari, non posso fare a meno di guardare il banco dei gelati e pensare che lì, in quella porzione di spazio, c’era una delle porte di quel campetto.
Per A. questo senso di appartenenza è generato da Tor-Pignattara dove torna, anche lei, regolarmente.
Tuttavia la sala del municipio locale, dove si teneva la manifestazione – triste, rimbombante, angusta, senza forma e giallina – era già piena.
Un immenso groppo sulla Tangenziale Est ci aveva costretto ad una lunga deviazione, ad un ritardo marcato.
Non c’era più posto a sedere, e io non sopporto assistere a spettacoli, presentazioni, film, eccetera, in piedi: mens sana in corpore assiso, è il mio motto.
Non c’è cultura, né svago, senza un concomitante agio fisico, senza comfort.
Non mi andava di stare lì tutto il tempo appoggiato al muro, bilanciando il peso non indifferente del mio corpo ora su un piede ora sull’altro, spostando in continuazione l’asse della spina dorsale, eccetera.
Quindi sono uscito a fare due passi lì intorno.
Sono posti che non conosco, ma subito ho percepito – come ogni volta che giro per le periferie – che Roma è grande, sconosciuta e complessa, che non è riducibile ad ogni possibile idea tu te ne sia fatta, qualsiasi essa sia.
Quel tratto di Casilina - le rotaie del trenino per Grotte Celoni che corrono al centro interrotte dalle strisce pedonali - aveva a quell’ora i marciapiedi pieni di gente e di bancarelle di ogni tipo, le corsie intasate di automobili, i negozi tutti in fila, un po’ tristi, ma vitali.
Facevano eccezione quei buchetti cinesi, mezzo-vuoti con quattro ramici capetti di abbigliamento appesi ai muri nudi, di cui è piena Roma, che tu non riesci a capire come cazzo facciano a tirare avanti, anche se c’è sempre qualcuno che dice che sono solo “attività di copertura”: ok, ma de che? E in che senso “di copertura”?
Ci sono posti di questa città provinciale - tutta dedita ad una modalità relazionale classista, valutativa e de paese, dove percepisci continuamente un sistema di segnali del tipo “tu non sei come me, io sono meglio di te”, oppure “cazzo, tu sei meglio di me, sei più elegante, più bello, più ricco: invidia” che normalmente non vedi nelle città europee che hanno assorbito la modernità nella profondità del loro tessuto sociale – ci sono luoghi, dicevo, dove intorno a te c’è una maggiore eguaglianza, dove molte sono le facce non italiche e non europee che vedi in giro, semplici facce umane intente a vivere invece che ad atteggiarsi.
Facce non-romanesche, non-provinciali, nel senso di non-convinte di trovarsi nella scittà più bella der monno, e caput mundi e sempiterna, eccetera, ché la bellezza di una città è fatta di molte cose, ma soprattutto della gente che la abita: si veda Berlino ad esempio.
Con gli anni sono arrivato a odiare pienamente Roma e la sua nullità periferica, il suo classismo, l’incapacità di emanare alcunché, di produrre il nuovo in una forma qualsiasi.
Città dove non accade più nulla dalla seconda metà dei Settanta in poi, se non nell’eterno Struscio Nazionale che almeno qui non ti aspetteresti.
Roma dedita al culto di sé, della propria “bellezza” e antichità, contenta di esibire quelle tristi rovine nere, inutili, ossificate, inabitabili, recintate, scarnificate e separate dal tessuto urbano vivo che un tempo le ricopriva e nutriva di esistenza, dando loro – forse – un senso.
Fin da piccoli i nostri padri romani, orgogliosi dell’immensa frittella di merda in espansione dove vivevano, davanti a queste muraglie orride coperte di erbacce, circondate di rifiuti e gatti dagli occhi pieni di pus, ci hanno insegnato a distinguere l’opus reticulatum dall’opus incertum, mentre pensavamo “ah sì? e chiccazzosenefrega dove lo metti?” senza poterlo dire.
Roma coi suoi airisc-pubbe e i cinema murtisala e le pizzerie e i locali de giezz dove si ripete, anche bene, anche con gusto, musica già suonata milioni di volte.
Basta, mi fermo qui, ché di invettive contro Roma se ne trovano già molte.
Tuttavia questa asimmetria con cui la città guarda al passato e al futuro è troppo tragicamente evidente per passarci sopra.
L’erma di Giano bifronte normalmente possiede due facce uguali ed opposte, orientate secondo la freccia del tempo, ma a Roma la faccia rivolta al passato, col tempo è diventata ipertrofica, mentre lo sguardo su futuro è affidato ad una testina disseccata, mummificata, quasi timorosa di esistere.
La Città Morta la vince su quella viva, la condiziona appena può e dove può, ne ritarda la nascita e la crescita, ha i suoi sacerdoti, le sue vestali, le sua caste.
A Roma “l’uomo moderno” può percepire il trascorrere, ma non viene confortato da un ragionevole divenire.
Deve piuttosto accontentarsi di un ragionevole ristagno, ornato di qualche scrauso e attardato “evento culturale” che serve ad alimentare l’illusione di essere ancora al Centro dell’Universo.
Probabilmente tutto il paese è in queste condizioni.
Volevo scrivere del super-mercato Auchan, ma non ci sono riuscito.
Scritto da: tashtego a
14:52 | link |
|