La parola scritta, benché in qualche caso venda ancora molto, è da tempo sub-ordinata alla narrazione audio-visiva, cioè a cinema e televisione.
Questo è un dato storico, indipendente da qualsiasi eventuale degradazione para berlusconiana della società.
Sub-ordinata significa due o tre cose.
La prima è che la parola narrante, quando ha seguito e successo presso il pubblico, non resta tale a lungo, ma si trasforma in narrazione audio-visiva, cioè filmica e/o televisiva.
Questa trasformazione non è neutra, non è semplicemente qualcosa che segue l’opera scritta.
Il film ha un potente feedback sul libro, romanzo o racconto, da cui proviene.
Questa lesione di ritorno agisce in due modi.
Pre-costituisce lo scenario, prevenendo il lavoro immaginativo di chi ancora deve leggere il libro fornendogli immagini pre-fabbricate al posto di quelle che invece il suo cervello, direttamente stimolato dalla parola scritta, dovrebbe produrre da solo, e che sono diverse da individuo a individuo.
Il film produce una lettura per così dire univoca e ufficiale del libro e la innesta nei cervelli: è un fenomeno molto importante e profondo che agisce nel senso dell’omologazione dell’immaginario.
Questo lavoro lo fa anche su chi ha già letto il libro e magari ce l’ha installato nella memoria in un certo modo, il suo modo, da molti anni.
Tu ti leggi Il grande Gatsby e ti fai un’idea di Gatsby e di Daisy e dei luoghi del romanzo, finché non arrivano Redford e Mia Farrow che, dopo tutto il tempo in cui il romanzo è vissuto nella tua mente nella forma in cui questa ha voluto/potuto/dovuto costruirlo, disinstallano la tua forma per introdurvi la loro.
Questo vale anche per grandi film tratti da romanzi, come Il gattopardo, perché l’immagine è in sé molto più potente della parola, di qualsiasi parola.
È il modo in cui agisce la forma audio-visiva che si impronta su una precedente forma scritta: de-potenzia la parola su cui si è costruita e la schiaccia a vantaggio di immagini e suoni.
L’altro effetto è che, per quanto il lettore sia robusto e preparato, tende a ridurre il libro ad una sorta di sceneggiatura del film che viene mentalmente confrontata in continuazione col film.
Non solo: la mente, là dove trova nel testo le rotaie già costruite su cui ha viaggiato il film, tende a velocizzare la lettura, diminuendo l’attenzione e soprattutto sospendendo l’attività immaginativa.
Come dicevo: se il libro col tempo ha prodotto tante versioni immaginate quanti sono stati i suoi lettori, dopo il film ne esiste una sola versione.
Questa è una forma di omologazione.
Scritto da: tashtego a
14:40 | link |
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Cianciare di politica e di cose dell’attuale, nel senso dell’accadere événementiel quotidiano, cioè di quello che solo un anno dopo è già storia e non fai nemmeno in tempo ad accorgertene perché non ti pareva poi così rilevante, è una tentazione cui bisogna resistere per dedicarsi con più profitto a ciò che appare più radicato e di durata più lunga.
In particolare mi ossessiona l’ambiente dove vivo, il trend modernista nel quale si è svolta interamente la mia vita nella finestra spazio temporale che mi è toccata in sorte, vale a dire in un posto chiamato Italia dalla metà del Secolo Ventesimo fino ad oggi.
So di essere vissuto in una particolare fase di sviluppo dell’ambiente umano dominata dall’ipertorfia della città e delle strutture di comunicazione, dalla vittoria della spazio dilatato, destrutturato, residuale, dalla caduta del senso di appartenenza ad un luogo e dunque del concetto stesso di luogo come unicum facente parte di un sistema spaziale di riferimento per una comunità insediata.
Alla dialettica urbana tra unicum e continuum (cioè tra monumento/spazio monumentale e tessuto) si è sostituito un continuum largamente indifferenziato in cui regna l’uniformità, l’incuria dei particolari e soprattutto lo spreco del suolo, ridotto – da connettivo che era - principalmente a sfrido, a scarto di produzione tra un manufatto e l’altro.
Non so se sia mai stato trattato organicamente, ma qui e là nel pensiero di molti autori emerge il tema del crescente consumismo territoriale, come una delle caratteristiche principali del nostro modo di costruire l’ambiente umano.
Apprendiamo tutto ciò non soltanto dai libri, ma anche dalla differenza di qualità/quantità osservabile tra lo spazio contemporaneo e lo spazio delle città precedenti, vale a dire dei brandelli di città storica che ancora conserviamo annidati nei nuclei delle nostre metropoli.
Lo spazio storico di fatto non ci appartiene più, ci è sempre più estraneo, ce ne allontaniamo sempre di più, man mano che aumenta il nostro livello di gradimento verso di esso, man mano che ai nostri occhi ne aumenta la bellezza, ma mano che lo costringiamo in un limbo senza tempo dove non può, né rinnovarsi, né invecchiare e morire, ma solo mantenersi in uno stato artificiale di vetustà simile a quello dei mobili antichi di cui il restauratore bada a non asportare la patina.
Nella città storica, l’ipertrofia crescente della venustas prevale sull’utilitas al punto tale da trasformare i nostri centri antichi in altrettanti parchi a tema, dove si va per rilassarsi, per sedurre qualcuno, per svagarsi il fine settimana, raramente per necessità o per lavoro.
Porzioni di città costretta a forza nella sua antichità, dove chi ancora vive punta ad andarsene e chi ci lavora vi lascia ormai solo le sedi di rappresentanza.
Lì si trova ancora lo spazio formato, racchiuso, compresso, pervaso dai preziosi segnali estetico-autoritari di poteri ormai scomparsi, strutturato secondo modalità sintattiche come l’ipotassi (ormai poco comprensibili per la città democratica, dedica invece alla paratassi), con i suoi bravi spazi principali cui si sottomettono gli spazi sub-ordinati, dove gli episodi edilizi rilevanti sono costruiti secondo vecchie leggi compositive come la simmetria bilaterale, la gerarchia fronte-retro, una progressione narrativa verso l’alto, dall’incipit basamentale alla conclusione del coronamento, eccetera.
Lo spazio contemporaneo nasce dalla “democraticità” normativa invece che dalla volontà/necessità del potere di mettersi in scena, e ne risente.
Non proviamo certo nostalgia per quei poteri capaci di improntare di sé parti intere di città, ma ci manca la città che erano capaci di produrre, come fosse la conchiglia bellissima che solo un mollusco velenoso sa costruire.
Ora ci aggiriamo in questa nostra città del nulla che non è davvero né modernista né democratica.
Non è modernista, perchè del progetto modernista ha buttato via tutti quei principi, quelle regole, quei modelli, che potevano garantirne la riuscita, ma che intralciavano il libero agire della speculazione sul territorio.
La città contemporanea si è però impadronita dei cascami di quell’utopia, volgendola a proprio vantaggio e spolpandola di ogni istanza iniziale di riforma, riducendola a norma debole, deformabile, continuamente rivedibile, negoziabile.
Non è democratica perchè è solo la città dei nuovi poteri, la città dei dominanti di oggi, di quelli che con una certa discrezione (ma non poi troppa, perché nessuno più gli si oppone) cambiano le regole ogni volta che ne hanno bisogno, mentre gli altri, i normali, vi devono sotto-stare, pena essere considerati “abusivi” per poi, ma solo in un secondo tempo, essere perdonati (condonati).
I potenti di oggi non hanno bisogno dell’abusivismo, perché possono cambiare la norma, possono trasformare il loro specifico e localizzato interesse in politica, in atto di governo.
Ci aggiriamo tra le macerie del contrasto tra interesse privato e interesse pubblico, dove il secondo ha avuto sempre la peggio e ad ogni sconfitta, ad ogni crearsi di un precedente, ad ogni nuovo paradigma di violazione, ha ceduto sempre più terreno, presentandosi ulteriormente indebolito allo scontro/incontro successivo.
Ogni battaglia finisce ben presto in negoziazione e questa trascolora prima in collusione e in compromissione, poi in servizio e in sudditanza: la città che ne deriva nasce morta, slombata, dissanguata non solo di ogni immaginazione e bellezza, ma anche solo di quei due o tre semplici principi di qualità prestazionale che potrebbe possedere.
La forma cede ovunque alla conformazione, la città non è più da molto tempo un progetto, ma solo un fenomeno vanamente inseguito da forma e riforma, ambedue destinate al fallimento già all’atto della formulazione delle rispettive istanze, cui tutti all’inizio sembrano assentire perché sanno che dopo, all’atto pratico, ciascuno farà come più gli aggrada et conviene.
Allora in molti si aggrappano all’antico, alla città storica come “Parco della bellezza”, in pochi restano a sperare nell’instaurazione del moderno, ma la maggioranza se ne infischia e prosegue nel perseguimento dei propri scopi.
A ciascuno il suo, a tutti noi la loro (la nostra) città.
Scritto da: tashtego a
22:25 | link |
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Scritto da: tashtego a
08:08 | link |
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A seguito del post precedente, che concerne la politica di Ratzinger sulle unioni di fatto, si è prodotta una catena di commenti sul tema della liceità dell’aborto, come se i due temi fossero anche minimamente accostabili.
La questione dell’aborto legalizzato è d’altra natura, non riguarda la libera scelta sessuale e di vita di due esseri umani adulti, ma la liceità o meno dell’interruzione del processo biologico di costruzione di un nuovo essere umano.
L’aborto non attiene ai costumi degli umani in vita, ma riguarda la scelta vita/non-vita dell’embrione ai primi stadi dello sviluppo.
Qui le convinzioni giocano un ruolo determinante, perchè producono un giudizio etico talmente rilevante e ultimativo (assassinio/non-assassinio) da implicare una divaricazione completa e non conciliabile.
In altre parole se l’assassinio è proibito dalla legge umana, basta riuscire a definire assassinio (a provare che è un assassinio) l’interruzione di gravidanza, per ottenerne automaticamente l’interdizione.
Ritengo che in questa materia la chiesa si dimostri coerente e che la condanna dei credenti sia inevitabile: se l’anima è un afflato che pervade l’umano sin dal primo nano-secondo d’esistenza dell’embrione (cioè sin dalla prima elementare moltiplicazione delle due cellule fondative), allora l’interruzione dello sviluppo dell’embrione è assassinio e va respinta.
Ma l’anima ha un difetto: non se ne può provare scientificamente l’esistenza.
Si può solo dire che l’embrione è “vivo” esattamente come si può dirlo di qualsiasi altro essere vivente, metti un pollo o un embrione di pollo.
Chi non crede nell’afflato divino afferma che occorre spostare il discorso sul concetto di persona e dunque di stabilire cos’è una persona e quando si può dire che il feto sia diventato una persona.
Qualcuno afferma che la sola interruzione del procedimento naturale di (ri)produzione, cioè di una catena causale che porta dall’atto della copula all’evento della nascita sia già di per sé un crimine.
Coerentemente con ciò la chiesa condanna qualsiasi contraccettivo, compresa la pratica del coitus interruptus: la catena causale, iniziata magari con uno sguardo, un bacio, non si può interrompere e fuori della sanzione sacramentale del matrimonio non si può nemmeno innescare.
Si noti come nel pensiero cattolico, a partire dall’affermazione della sacralità della vita umana, tutto in qualche modo si tiene in modo consequenziale.
La cosa ha aspetti grotteschi: il libero arbitrio cessa nell’istante stesso in cui un pene viene introdotto nella vagina: da quel momento in poi, qualsiasi atto contrario alla fecondazione dell’ovulo è un peccato contro-natura: ma di cosa si tratta se il copulante si ritira prima dell’eiaculazione?
Come si vede la catena causale può ritenersi iniziata in qualsiasi momento del contatto donna-uomo, volendo anche in una iniziale stretta di mano, in un pensiero lascivo, eccetera.
Non procedo oltre per manifesta incompetenza in materia di sacralità.
Personalmente – ma è solo un’opinione personale – ritengo che la vita umana in linea di principio non sia più sacra di quella di un pollo, mentre la persona umana (vale a dire un essere umano formato e senziente) è inviolabile, ma non saprei dire quando un feto si possa cominciare a considerarlo persona.
Mentre del concetto di interruzione della catena causale non mi sfuggono le contraddizioni logiche.
(Uso la parola inviolabile in riferimento ad un sistema etico, il nostro, quello in cui mi sono formato e nel quale ho trascorso in piena convinzione, la mia esistenza. Ciò significa che non uso la parola inviolabile in senso assoluto, ma relativo alla sola mia cultura: da relativista pressoché puro, per me la parola assoluto non ha significato).
Quindi, in linea di principio e per insufficienza di prove, non sono né pro, né contro l’aborto.
Tuttavia, per motivi assolutamente ovvi ed evidenti, sono contro la piaga dell’aborto clandestino.
Quindi sono favorevole all’aborto legalizzato nelle condizioni previste dalle norme.
Per ora il mio contributo al dibattito non può andare più in là di così.
Scritto da: tashtego a
15:27 | link |
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Volevo buttare giù due appunti in merito a qualcosa che davvero non capisco dell’attuale politica di papa Ratzinger.
Voglio farlo a prescindere dal fatto che quell’uomo è a capo di un’organizzazione religiosa molto potente e dal fatto che nutro una forte avversione per tutto ciò che è religione, di qualsiasi genere sia.
Voglio provare ad essere, come si dice, “obbiettivo” e “moderato”, contro la mia stessa natura.
Allora vediamo:
- Per la religione cattolica il matrimonio, vale a dire l’unione sessuale di due individui di sesso diverso, è sancito e certificato direttamente da dio, quindi è definito un sacramento ed è formalmente celebrato, dopo adeguata preparazione (non al matrimonio, ma al catechismo), dall’autorità religiosa locale.
- Lo Stato da parte sua provvede a sancire le unioni non-religiose, riconoscendo de facto quelle religiose, ma senza che la chiesa gli ricambi il favore: per i devoti di Ratzinger chi si sposa in municipio non si è sposato.
- Non ostante questa palese a-simmetria di comportamento finora le cose hanno marciato lo stesso: chi si sposa in municipio se ne frega se la chiesa riconosce o no la sua unione.
- Ora accade che, a seguito di palesi e generalizzati cambiamenti del costume nelle società occidentali, lo stato si trovi nella necessità di dover riconoscere le unioni considerate finora di tipo eterodosso, cioè non necessariamente tra soggetti eterosessuali, non necessariamente a scopo procreativo.
- In sostanza lo Stato, che per definizione è a-confessionale e che si muove – si deve muovere – in uno spazio laico, vale a dire dove alcuni diritti sono riconosciuti e garantiti per tutti, prende atto dei cambiamenti e provvede di conseguenza, a prescindere da ciò che ne possono pensare i credenti di ogni fede.
- Dunque i credenti di ogni fede vedono garantite le loro unioni, a prescindere da quelle che lo Stato garantisce per gli altri, quelli che condividono con i primi lo stato di umani, senza condividerne il credo: il cattolico, il musulmano, il protestante, il seguace di Wakantanka, potranno perseguire la propria idea di matrimonio e di famiglia a prescindere da ciò che riconosce lo Stato per le persone di altre tendenze, convinzioni e credo.
- Questa si chiama SOCIETÀ PLURALISTA e, al contrario di altre forme di società, si caratterizza per ammettere al suo interno la coesistenza delle diversità, di tutte le diversità: culturali, politiche, etniche, sessuali, religiose, eccetera.
- Qui arriva il primo punto cruciale: per partecipare e godere dei diritti di una società pluralista, occorra che ciascun individuo riconosca l’esistenza dello spazio laico, vale a dire che rinunci all’eventuale natura totalizzante del proprio credo per far posto ad un’area neutra dove valgono solo i diritti degli individui, compreso quello di avere un credo totalizzante.
- Occorre quindi che il credente pluralista si riconosca laico, dove essere laici non significa come pensano i più, essere agnostici, non credenti o atei, significa invece riconoscere la validità di uno spazio di valori condivisi e difenderlo: in altre parole significa credere nella bontà della società pluralista, oltre alla bontà del proprio credo individuale.
- In fondo non è difficile da capire e manco da praticare. Tuttavia non è quello che accade per i cattolici italiani guidati, prima da Woytila e poi più marcatamente da Ratzinger, verso una politica che, andando ben al di là della normale esternazione delle proprie convinzioni, si spinge fino ad influenzare pesantemente la politica dello Stato nello spazio laico.
- Dunque il credente cattolico, cui nessuno impedisce di perseguire i propri fini secondo le proprie convinzioni, si spinge (in una società dove la sua influenza è già molto marcata, al punto che nelle aule scolastiche, spazio laico per antonomasia et definizione, campeggia l’icona massima della sua religione) fino a prefigurare una società dove agli altri sia impedito di praticare e perseguire le loro: chi non crede o crede a modo suo, dovrebbe uniformare forzatamente il proprio comportamento all’ortodossia cattolica ratzingeriana.
- Che razza di fede è questa che vuole imporsi con le leggi? Che razza di teologo è questo bavarese-con-le-occhiaie, se pensadi stendere ope legis (influenzando apertamente i suoi uomini in parlamento: come se Chirac si appellasse ai parlamentari italiani di simpatie francesi per non far passare le leggi che non gli piacciono) su un’intera società la propria idea di unione sessuale, di famiglia, facendola passare otre tutto, per naturale?
- Che male ci sarebbe se la chiesa dicesse, come ha sempre fatto, che riconosce solo le unioni sacramentali consentendo però l’esistenza di unioni diverse e non sacramentali, senza vederle come una minaccia per la famiglia cattolica?
- Dov’è la minaccia? Perché questo scontro, questa resa dei conti? Chissà se Ratzinger è in grado di comprendere che lo Stato semplicemente non può accettare una pressione del genere?
Scritto da: tashtego a
15:48 | link |
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Il marciapiede davanti al portone di casa, voglio dire della tua casa, è molto importante. Da lì dipende la prima visione delle cose esterne che ti accoglie al mattino, ovunque tu vada. Lasci le cose interne e domestiche, sulle quali hai ancora un qualche controllo, ti butti in strada e così quel pezzo di marciapiede antisante l’ingresso del condominio è la prima cosa che vedi tutti i giorni, è la città che ti accoglie, lo spazio pubblico e condiviso che ti dice subito dove vivi, ti ripete i dati fondamentali della cultura in cui sei immerso: il sistema degli oggetti interni v/s quello degli oggetti esterni.
Qui sotto, subito noti la sporcizia, in forma di quattro sostanze principali: materia escrementizia, materia cartacea, materia plastica, polvere & il fango rappreso. Su una superficie asfaltata piena di crepe e rappezzi e buchi e buchetti, sbavature, avvallamenti che quando piove diventano pozze, stai innanzi tutto attento alle deiezione canine, perché sai che la cacca, una volta pestata da una suola di vibram, può essere devastante. Su una fascia di marciapiede larga si e no un paio di metri troneggiano cacate sesquipedali, enormi ziggurat giallicci deposti con cura et concentrazione soprattutto da due enormi cani: un vecchio rotweiler con la testa grossa come un contenitore di scarponi da sci che puzza di prosciutto rancido e un enorme alano biancastro del portone accanto, alle cui cacate e pisciate da mulo sovrintende religiosamente una donna brutta e sciatta, che sembra più spaventata di me di averci in casa quella bestia tremenda, coi suoi due occhi smorti che ricordano le tartine all’ostrica del bar Antonini. Ma adesso che ci penso questo alano mi fissa con occhi da architeuthis, da calamaro gigante: forse il kraken di Melville aveva occhi così. Uno sguardo assassino e irresponsabile, totalmente privo di logica, senza traccia di qualsivoglia etica, sia pure animale. Ho paura dei cani da sempre e proprio per colpa di un alano che mi perseguitava quando ero piccolo. A queste cacate di prima grandezza, si aggiungono gli stronzottoli duri dei vari cani e canetti della zona, bastardelli nervosi che se ne vanno al guinzaglio di persone in debito di affetto, spesso due a due, annusando merdacce, ma soprattutto le gore di piscia fresca lasciate dai loro co-specifici negli angoli e nelle rientranze (volute dall’architetto che ideò questo stabile) tra le cartacce e la sporcizia che vi si accumula.
L’alano ama soprattutto lasciare i suoi ziggurat davanti a un negozione di mobili finto-antichi, voglio dire con gore di finta sporcizia e cacce di mosca artigianali imitate con buona tecnica, ma vuoi mettere le cacche di mosca vere, che sono tutta un’altra cosa. Questo negozione le cui vetrine (assieme a quelle di un altro negozione di ferro battuto lì accanto) devo ignorare con cura per evitare di cominciare troppo male la giornata, in occasione dello scorso natale ha ricoperto il marciapiede antistante con una sorta di moquette rossa, inchiodata all’asfalto, che ancora non viene rimossa e che riceve tutte le mattine la sua dose massiccia di merda canina. Ma niente paura perché ci pensa la commessa – piccola, triste, simpatica, raggiante per una recente maternità, con la quale ci salutiamo complici da anni – la quale di buon’ora subito dopo aver aperto le serrande prende uno spazzolone e toglie tutto con l’acqua: per fortuna la merda è solubile.
Tutte le sante mattine questa donna, uscendo di casa, sa che per prima cosa le toccherà togliere quella merda.
Questo sarebbe niente – si fa per dire – se il marciapiede, già naturalmente disposto in discesa, non fosse pieno come dicevo di buche e rappezzi di asfalto & cemento, di pali e paline segnaletiche e pubblicitarie, se non fosse bordato da dispositivi cosiddetti para-pedonali, vale a dire da transenne tubolari giallo canarino, profondamente confitte subito prima del cordolo in travertino, lungo la fila di macchine parcheggiate in divieto di fermata cui viene inflitta all’incirca una multa l’anno.
Queste transenne furono installate quando la mano pubblica operò l’allargamento della sede stradale, con raddoppio del sotto-passo in fondo alla discesa, per consentire alle automobili di raggiungere, per un tratto di strada in curva di tre-quattrocento metri, velocità dell’ordine dei cento chilometri all’ora, una specie di sgambata per fare un po’ sfogare quei poveracci che stanno in fila da ore a monte di qui, sapendo benissimo quello che li aspetta più avanti. Nel corso di queste accelerate, ogni tanto qualcuno va diritto invece di curvare, colpisce il marciapiede sparti-traffico, spesso ribaltandosi e ivi abbattendo i tabelloni pubblicitari, anch’essi abusivi, grossi come un appartamento e installati a circa un metro e ottanta di altezza – MONDO CONVENIENZA, MARZO IL MESE DELLA CONVENIENZA - sicché attraversando la strada (sconsigliabile per gente non esperta) occorre fare attenzione a non sbatterci la testa.
Dicevo delle transenne per arrivare a dire che molte ne sono state segate - con frullino munito di disco al carborundum – dai negozianti di cui sopra, cui dava fastidio questa fila di dispositivi d’inibizione in un punto dove peraltro solo un pazzo suicida proverebbe ad attraversare la strada.
Si vedono bene i tubi tagliati a filo marciapiede riempiti ormai fino all’orlo di zella metropolitana a testimoniare, oltre che del conflitto pubblico/privato, dell’incuria e dell’indifferenza per tutto ciò che è pubblico e condiviso, che può degradare fino all’inverosimile, senza che nessuno ne provi un qualche vero disagio.
In fondo si potrebbe trattare solo di una manifestazione, locale e romana, una delle infinite di questo genere, di quello che Rem Koolhaas chiama junkspace.
“Se lo space-junk (spazzatura spaziale) sono i detriti umani che ingombrano l’universo, il junk-space (spazio spazzatura) è il residuo che l’umanità lascia sul pianeta. Il prodotto costruito della modernizzazione non è l’architettura moderna ma il Junkspace”. R. Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, pag.63.
Ma non è solo questo, perché siamo a Roma, Italy, c’è un Paese intero, tutt’intorno, di cui questo marciapiede non è che il pallido specchio.
Scritto da: tashtego a
11:11 | link |
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Il primo bancomat era di quelli interni, con la fessura per metterci la carta e farti aprire la porta.
Una volta entrato in questo tipo di bancomat ti capita di udire una voce femminile che ti dà il benvenuto e poi dice cose che non ascolti su certe convenienze di quella data banca, una voce da segreteria telefonica, di quelle che possono anche annunciarti la fine del mondo, ma lo fanno sempre con la stessa tonalità: ALLE ORE 18 CI SARÀ IL GIUDIZIO UNIVERSALE enunciava la voce, però maschile, in quel vecchio film di De Sica nel 1961.
La porta, com’era molto probabile che accadesse, non si apriva, così ho deciso di spostarmi un po’ più in là dove, svoltato l’angolo accanto ad un grande et fornitissimo ferramenta, dove hai bisogno del numeretto per parlare coi commessi, c’è una banca con un altro bancomat che ogni tanto funziona.
Lì ho atteso un bel po’ che una persona davanti a me, tutta vestita di beige, finisse di acquistare una società alle Bahamas, oppure vendesse azioni sulla piazza di Shangai o di Hong Kong, visto il tempo che ci stava mettendo.
Quando questo tizio – anche la faccia è beige - alla fine se ne va guardandosi attorno con l’aria un po’ preoccupata di chi lascia il bancomat (ma vedo che sotto sotto è soddisfatto della sua transazione inter-continentale), inizio il mio prelievo cercando di vedere cosa c’è scritto sullo schermo opacizzato dagli sputi, dalla polvere, dal riflesso del palazzo di fronte, ma già assai fioco di suo.
Ho appena digitato il codice super-segreto, che percepisco un’ombra alle mia spalle.
Sto per voltarmi quando una voce femminile mi chiede qualcosa che non capisco.
Poi mi giro e vedo una donna anziana con la faccia gialla che mi dice “Io abito qui, più su... ha capito?”.
Le rispondo una cosa tipo “Signora di cosa ha bisogno?”
“Che strada è questa?” risponde, e capisco che non ci sta tanto con la testa.
Ma mentre penso questo vedo che ha grossi denti caprini, gli incisivi tenuti assieme da piccole staffe di acciaio e la sua bocca è come piena d’erba, erba masticata, sminuzzata, che si accumula agli angoli delle labbra, è incastrata tra i denti, li ha macchiati di verde.
Provo una repulsione drammatica e immediata per questa persona, mi giro verso il bancomat che mi chiede di scegliere tra un menù di possibili operazioni, mi volto ancora verso di lei che ha cominciato a scusarsi.
Mi guarda con apprensione, capisce l’effetto che mi fa, comincia a ritrarsi, sembra si vergogni.
Si allontana camminando all’indietro, senza smettere di dire: “Scusi, scusi. Sa mi sono confusa... non mi serve niente, buonasera e scusi...”.
Scritto da: tashtego a
17:39 | link |
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Scritto da: tashtego a
19:47 | link |
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Il post denominato Spot, concernente il mio libro (Francesco Pecoraro, Dove credi di andare, Mondadori 2007, 16.50 euro), non è più visibile.
Né commentabile.
Nell’ultimo mese ho capito un po’ di cose.
Tra queste c’è che il contatto autore – lettore è bene sia inesistente o ridotto al minimo.
Così come è sbagliato apporre la foto dell’autore nel risvolto di copertina di un libro.
Il libro è in libreria.
Chi vuole se lo compra e se lo legge: quello che eventualmente ne può pensare non è nell’interesse immediato di chi l’ha scritto.
Saluto gli anonimi gentil-uomini/donne che mi hanno prestato la loro attenzione.
Scritto da: tashtego a
07:54 | link |
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Ho bisogno di un’oretta per dire che oggi il Viadotto dava il meglio di sé.
Una coda lunga due o tre chilometri, con moto che sfrecciavano negli interstizi tra una macchina e l’altra, ambulanze in avvicinamento da tutte le direzioni, con una sovrapposizione drammatica dei rispettivi effetti doppler, producevano senso di panico e voglia di essere altrove.
Gipponi scuri o metallizzati, autobus dell’ATAC e tutto il resto imbottigliato in una striscia di poco meno di dieci metri di larghezza, racchiusa tra i soliti guardrail usurati, sfranti, e sospesa sopra un paesaggio di baracche e mondezze, sfascia-carrozze, vecchie fabbriche aruzzonite.
Due donne si prendevano a male parole in piedi sulla rampa di immissione da via Newton, c’era un motorino a terra, nessuna delle due si era fatta male, quello era solo un episodio nell’episodio.
La causa di tutto quel casino risiedeva in un incidente più serio sull’altro senso di marcia, con tanto di auto-gru che provocava in noi la frenesia di frenare per vedere cosa era successo, casomai ci fossero da ammirare morti e sangue, non si sa mai.
Il nervoso si tagliava però col coltello.
A quell’ora si percepiva l’aria stranita di tutti i convenuti sul Viadotto, perché nessuno - dico proprio nessuno, ne sono certo - di quelli che cercavano di percorrerlo attorno alle nove del mattino voleva essere lì.
Nessuno, ripeto, aveva scelto di esserci per soddisfazione e/o sfizio personali: tutti vi erano costretti.
Era un convegno di renitenti, la città li aveva convocati questa mattina come ogni altra mattina di mobilitazione quotidiana di massa, offrendogli il Viadotto come unico, o quasi, spazio di movimento dalla zona A alla zona B dell’immensa frittella scriteriata di case che la costituiscono, offrendogli reddito in cambio di sofferenza, alienazione, noia, radio private.
Mi tocca usare la parola alienazione per indicare il senso d’estraneità e di non aderenza di ciascuno col suo fare quotidiano, la mancanza di relazione diretta con la vita cosiddetta privata e le sue “necessità”, per indicare la riduzione della vita a tempo libero e del lavoro a lurida lotta per la sopraffazione reciproca, per arraffare una fettina ulteriore di reddito e poter così nutrire di cazzate ulteriori la vita-tempo libero, coi gipponi neri/blu/argentati sul Viadotto (oppure BMW, Lancia giganti, Alfa Romeo grosse come cetacei) che non sono altro che il risultato visibile ed esibito di questa competizione silenziosa e feroce, quotidiana, astratta, senza sangue né ferite visibili, tranne in quei momenti speciali, quando qualcuno si mette ad ammazzare e sgozzare, a sparare sulla folla, a sterminare la propria famiglia per poi farsi fuori, quando qualcuno si butta giù dalla finestra, magari dal terzo piano e non muore subito, ma campa settimane in agonia coi tubi che – sia pure nel rispetto di una palese volontà di morte – tuttavia non si possono staccare, perché un’Autorità Superiore (che basterebbe uno sputo ad abbattere) lo vieta.
Molti di quelli in macchina-gippone-autobus-camion-moto-motorino-furgone-ambulanza ascoltavano stamani radio private. Queste radio private - che si udivano dei finestrini semiaperti per il caldo ormai post-primaverile - dicevano della partita giocata ieri sera dalla Roma contro il Lione, di quel gol annullato frutto di due colpi di testa al volo, del gol di Mancini che ha freddato sul posto un difensore con una serie talmente veloce di finte che quello è andato in confusione e ha rinunciato, come per dire se proprio vuoi fare gol fallo e facciamola finita e quando Mancini ha capito questo, cioè che il difensore gli dava carta bianca, ha toccato di esterno sinistro e si è disimpegnato con eleganza speciale, poi ha toccato una seconda volta, non so se di sinistro o di destro, e ha messo dentro.
Non mi piace l’enfasi calcistica (e non me ne fotte niente del calcio come di quasi ogni altra cosa), ma devo dire che, se in tutto quel casino di macchine ferme, di ossido di carbonio e sirene di ambulanze, i convenuti potevano dire di avere qualcosa in comune, quel qualcosa non poteva essere che la memoria di quella danza.
Scritto da: tashtego a
11:26 | link |
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