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giovedì, 26 aprile 2007
Gli addominali di Leonida

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Si è detto che Alain Delon recitava con le sole sopracciglia.
Ieri sera ho visto un film in cui gli attori recitano prevalentemente con gli addominali.
Si intitola 300 e narra a modo suo della battaglia delle Termopili.
Vado quasi sempre a vedermeli, i film molto digitali: avevo letto che 300 è stato interamente realizzato in studio con attori che recitavano contro uno sfondo azzurro.
Devo dire, per inciso, che nessuno sinora riesce ad eguagliare la bellezza e il nitore digitale dei film di Peter Jackson, tipo il Signore degli anelli e ancor più King kong.
Da questo punto di vista 300 non è il massimo, anzi.
Però possiede una sorta di (quasi) incrollabile coerenza formale nel presentarsi come un fumetto, una cosa a metà tra il cartoon e il film, che le opere di Jackson non hanno: tornerò su quel “quasi”.
Nel digitale di Jackson sembra prevalere lo scopo realistico, anzi super-realistico, nella definizione sia dei dettagli che dell’immagine, mentre sul film di Zack Snyder si stende una specie di patina uniforme che attutisce e omogeneizza i particolari, puntando all’effetto di insieme.
Il film funziona male proprio nelle scene in cui non riesce a aderire in pieno al progetto visivo che si propone, cioè quando difetta di invenzione e non bastano le immagini contrastate e i colori virati per reggere il tono generale.
Tuttavia, poi, non ostante ci si sorprenda spesso per quello che si vede sullo schermo – e non ostante il rumore assordante della colonna sonora, fatta di rombi e schiocchi e musiche tonitruanti – è proprio l’invenzione, molto spesso, a mancare, soprattutto nelle acconciature, nell’interpretazione della figura guerriero greco, in certe sciatterie come nella realizzazione delle finte rocce (Jackson per King kong fa fare numerosi calchi di rocce vere per poterle riprodurre con realismo ed efficacia), della città e della casa di Sparta, eccetera, dove vedi una prassi hollywoodiana che si pensava estinta, che non vedi più manco nelle serie televisive sull’impero romano.
Aggiungo che su questo film è facile ironizzare, anche se non si può fare a meno di ammirarne alcuni passaggi.
E poi c’è la questione centrale.
300 è un film (quasi) integralmente fascista, vedere per credere: tornerò anche su questo “quasi”.
È fascista non ostante vi si cianci continuamente di libertà e democrazia, ma la cosa che più colpisce è che è intenzionalmente un film “di propaganda imperialista”, come un tempo si sarebbe detto.
In confronto a 300, Berretti verdi (1968), di, e con, John Wayne, è un film della sinistra antagonista.
A dilungarsi ci si potrebbe perdere un bel po’ di tempo sulla trama e sui simboli e sull’ideologia della lotta e della morte eroica, sulla necessità di temprarsi fin da piccoli (mio padre mi costringeva a lavarmi tutte le mattine con l’acqua fredda, a torso nudo, nella vasca) per far fronte al nemico, ché un nemico c’è e ci sarà sempre.
Al nemico non viene concessa nessuna umanità: Serse è un alieno preso di sana pianta da altri film, come il tiranno para-egizio di Stargate (il saccheggio iconografico post-modernista operato da 300 è notevole e fa riflettere su ciò che è, o non è, entrato a far parte dell’immaginario dell’intero pianeta), integralmente non umano e completamente corrotto, che comanda schiere di mostri col turbante e/o una strana maschera che sembra provenire dal teatro giapponese.
Serse è palesemente l’oriente musulmano, dove l’umanità di declina nella deformità, oltre che nell’oppressione e nella schiavitù: “come potete permettere ad una donna di parlare in un consesso maschile?” dice più o meno un ambasciatore persiano.
La donna spartana è – falso storico tra le migliaia del film – molto emancipata: in questo il fascismo di 300 si adatta alle esigenze del messaggio anti-islamico, anti-arabo, anti-orientale di cui il film è portatore.
La cosa interessante è la completezza della metafora.
Un’America/Sparta come unico vero baluardo dell’Occidente: nel film ci sono anche gli europei, impersonati da guerrieri arcadi, alleati di Sparta,che si uniscono alle schiere di Leonida contro Serse e che tuttavia sono un po’ indecisi e mollaccioni, soprattutto non addestrati a fare la guerra sin da piccoli, tanto che alla fine, vista l’ineluttabilità della sconfitta, se ne vanno lasciando i nostri Spartani/Marines a morire da soli per la libertà.
Che altro hanno fatto gli europei in Irak?
Il film dice all’America: l’Europa è intimamente corrotta, non ci si facciano illusioni, al momento decisivo resteremo sempre soli, prepariamoci.
Ecco questi spartani muscolati e perennemente nudi, con gli addominali super sviluppati e sottolineati da molto ombretto, ultra-uomini senza paura, gli unici che sappiano fare la guerra, davanti ai quali le orde formicolanti di Serse non ce la fanno, se non col tradimento.
Mi fermo qui, ma le notazioni da scrivere sarebbero ancora molte.
**** = da non mancare.

Scritto da: tashtego a 11:51 | link | |

mercoledì, 25 aprile 2007
Le uova della vespa

Ammettiamo una cosa.
Ammettiamo che la nostra cosiddetta coscienza si trovi sul limitare tra mondo esterno e mondo interno, appesa al sacco di pelle sensibile che funge da limes illusorio tra ciò che siamo e ciò che percepiamo.
Ammettiamo di considerare mondo interno quella sorta di discarica del mondo esterno che si produce incessantemente dalla percezione che abbiamo di quest’ultimo e che col tempo si accumula, strato dopo strato, producendo appesantimento, dolore e una continua fermentazione mentale, non sempre controllabile.
Ammettiamo dunque che il mondo interno sia fatto delle scorie non eliminabili, non dimenticabili, non metabolizzabili, che ci lascia dentro il mondo esterno.
Se ammettiamo questo possiamo allora affermare che dalla qualità del mondo esterno dipende quella del mondo interno, perché quanto migliore sarà la qualità del deposito di scorie mentali, tanto più sereno (si fa per dire) potrà essere lo stato della nostra coscienza.
Se la nostra mente è una sorta di immondezzaio dell’esperienza che ci capita di compiere, migliore sarà l’esperienza e meno corrotta sarà la sua discarica.
Dunque, dicendola alla grossa, la qualità dell’esperienza marca di sé la mente.
Con riferimento al post precedente - Forma mentis e forma urbis - mi soffermo qui sulla sola qualità dell’esperienza spaziale et visiva, tralasciando la ben più importante qualità dell’esperienza relazionale con altri umani che di solito risulta ben più devastante e definitiva.
Ma dal momento in cui non ci si aspetta più nulla dai nostri simili e si tira la saracinesca di quella sorta di speranzoso negozio su strada che apriamo sin dall’infanzia - nella illusoria certezza che qualcuno entrerà e comprerà qualcosa di noi, qualcosa che abbiamo apparecchiato in vetrina – allora il mondo fisico comincia a prevalere su quello relazionale: quello che vediamo diventa determinante per l’eventuale residuo piacere di esistere che siamo riusciti a conservare.
Allora il limes, la pelle – intesa come apparato di cellule adattate alla percezione, che forma occhi, mucose nasali, sensori del gusto, del calore, delle vibrazioni dell’aria, eccetera – diventa fondamentale per quello che ci dice, per la pressione che sopporta dall’esterno, cioè da un mondo carico di errori.
Qualcuno potrebbe obiettare che, circondati di orrori come siamo, gli errori potremmo metterli in secondo piano.
Ma per me, creatura vivente annidata come un parassita nel grembo della civiltà occidentale, non è così.
L’orrore esiste e alla fine ne facciamo quasi sempre esperienza, ma di solito si vede poco: in fotografia, nei rottami di un incidente in autostrada, nella corsia di un ospedale, e in qualche altra occasione.
L’orrore lo considero un caso limite dell’errore, una sorta di continuazione dell’errore con altri mezzi, incluso l’errore di cui è intriso il mondo, come caotica e terrificante catena di sopraffazioni.
 
Non riesco a dimenticare quella specie di vespa che deposita le uova nel corpo della coccinella, immobilizzandola ma lasciandola in vita, finché le uova non si schiudono e le larve possono mangiarsi la coccinella da dentro fino a pieno sviluppo e alla morte della coccinella.
 
Ma occorre tralasciare anche l’errore/orrore strutturale della realtà naturale - di cui per qualcuno sarebbe responsabile un dio, però pensato come buono, con evidente non curanza delle contraddizioni che provoca una tale visione – per concentrarsi sull’errore umano e, nell’ambito di questo, sugli errori meno evidenti, gli errori light, le cui conseguenze sono meno immediatamente percepibili.
È questo il tipo di errore che mi provoca la sofferenza maggiore: niente di metafisico, di tragico.
Sto parlando dell’errore come inesattezza e sciatteria, sto parlando essenzialmente del mal-concepito e del mal-fatto, sto parlando dell’imprecisione, di cose che sembrano voler raggiungere un certo stato di forma, senza riuscirci per pura nolontà.
Sto parlando del tombino ostruito da anni sotto casa, delle crepe sul marciapiede, delle infinite occasioni mancate di esercizio di una progettualità razionale, elegante, con la quale trovarsi d’accordo.
Sto parlando dell’infinita stupidità dell’ambiente urbano che mi circonda, delle cose che non combaciano per mancanza di semplice coordinamento, delle innumerevoli soluzioni, tutte sbagliate, dello stesso semplice problema in posti diversi, dell’abitudine di massa alla barbarie dell’uso dell’automobile come mezzo di trasporto cittadino (le strade che vengono continuamente ampliate e iper-svincolate, ma restano perennemente intasate da un popolo di esibizionisti in gippone, al quale il trasporto pubblico appare come una diminutio sociale).
Sto dicendo di tutto ciò che indica spreco, che comprova la corsa forsennata di massa verso il nulla, dell’oblio di ogni ragionevolezza e di ogni evidenza, come se il massacro del pianeta e delle sue risorse fosse problema altrui, come se riguardasse altre genti e altri mondi e non noi, qui, adesso.
Inesattezza e approssimazione sono figlie dello spreco, del dis-valore di ciò che è solido e permanente e ben fatto, in nome di ciò che è costruito per durare poco e dunque di solito è brutto e mal fatto.
È una non-curanza di massa verso la qualità che si è espansa fino ad investire manufatti per i quali solidità, durata, razionalità, bellezza avrebbero ancora un senso persino nella società dei consumi.
Tutto quello che vedo sembra abbia fretta di farsi monnezza, sembra scalpitare sulla soglia che divide un oggetto dal suo pattume, dal suo successivo e definitivo stato di obliterazione e degrado.
Pochi gli oggetti che splendono di novità e intelligenza, che esibiscono una qualche astuzia della forma, che godono di un’inutilmente longeva solidità pre-contemporaneista.
Tutto questo, ed altro ancora su cui non mi dilungo, produce quella sensazione costante di pressione proveniente dall’errore esterno, una cosa che preme sull’epidermide, che invade la vista, che ferisce le mucose olfattive, fino a penetrare nella cosiddetta coscienza per depositandovi le proprie larve, le stesse che alla lunga ti rosicchiano dall’interno. 

Scritto da: tashtego a 07:40 | link | |

venerdì, 20 aprile 2007
Forma urbis & forma mentis

PIAZZA MAZZINISono nato in un quartiere geometrico di Roma, proprio nel centro (che si vede nella foto), e lì sono vissuto in diverse case sino all’età di ventisei anni.

Più tardi, incapace di staccarmene, ci sono tornato a vivere per qualche anno, fino ad una separazione che ormai mi pare definitiva.

Crescere nella geometria e nel controllo prospettico della forma urbis credo abbia avuto serie conseguenze sulla mia forma mentis e sul modo di percepire il resto della città e del mondo.

La mia ossessione per la geometria, ma soprattutto per l’esattezza, probabilmente viene da lì.

Da piccolo uscivo raramente dal mio quartiere e quando lo facevo era con mio padre, in macchina.

Allora dai finestrini vedevo qualcosa che non potevo approvare: fuori da Piazza Mazzini la città era una specie di caos, sia al centro che in periferia.

Non capivo perché si dovesse sempre dire della bellezza di “Roma vecchia” che a me appariva invece come una pappa senza senso di casette ammucchiate l’una sull’altra, interrotta da slarghi inaspettati, da pozze di luce su cui incombevano chiesacce nere di sporco, dai cornicioni curvilinei, anche quelli ammucchiati uno sull’altro.

Della periferia mi stupiva lo sfasciume e la continua mescolanza degli oggetti, la presenza di enormi caseggiati e di casette, di sterminati baraccamenti, gli sterri, le ferrovie, i cantieri gli stradoni appena fatti, polverosi, le file interminabili di pali e fili elettrici intrecciati come una specie di cesta che ricopriva certe zone, i ruderi, anch’essi neri di sporco.

Mi feci l’idea che fuori dal mio quartiere il mondo fosse un caos di confusione, sciatteria, inesattezza.

Le cose fuori di lì apparivano senza capo né coda, senza nulla che avesse un ruolo nemmeno lontanamente paragonabile a quello della Grande Piazza Centrale del mio quartiere, dispensatrice di Forma e Regolarità, alla quale tutti gli altri spazi lì intorno mi apparivano logicamente sottomessi.

Non riuscivo a capire perchè mi si dicesse della bellezza metti di Piazza Navona, che a me sembrava invece una cosa incompiuta e mal riuscita, piena di storture e irregolarità che forse sarebbe stato meglio correggere invece di deliziarsene.

Senza parlare dell’avversione che sviluppai per l’archeologia e per ogni tipo di reperto e rudere: saranno anche cose antico-romane, pensavo, ma perché dobbiamo tenercele a tutti i costi, se ormai sono ridotte così male e non possono più servirci a nulla?

Perché dobbiamo tenerci queste fosse immonde piene di gatti, erbacce, rifiuti, solo perché le hanno costruite gli antichi romani?

Non mi rendevo conto che nella mia testa si stava costruendo quella che poi, a distanza di molti anni, ho sentito definire acutamente come “visione mazzino-centrica del mondo”: il mondo visto da Piazza Mazzini.

Così come non sapevo che la stessa sindrome stava colpendo molti tra i miei coetanei nati lì, nel piccolo regno delle strade larghe e della regolarità: un imprinting spaziale, che avrebbe marcato tutti noi per il resto della vita.

Oggi mi sembra di sapere che l’ordine del tessuto di una città, quando c’è ed è percepibile, può paragonarsi alla struttura di un testo e si sa che testo e tessuto hanno lo stesso etimo, textum, intreccio.

Nel mio quartiere di nascita domina la composizione ipotattica, perché quasi tutte le strade e gli edifici sotto stanno alla dominanza dello spazio centrale, dove, secondo il modello della Parigi di Hausmann, tutto converge.

Ma più in là, allontanandosi dalla forza gravitazionale di questo centro, vuoto e disutile se non come generatore di forma, ci trovi aree paratattiche, dove regna una maglia regolare e gli isolati si allineano uno via l’altro, come in un elenco.

Non so dove, nel mio quartiere di nascita, si potrebbe affermare che il tessuto si declina secondo un sistema di relazioni riconducibile alla forma sintattica del discorso, cioè capace di produrre significato, né saprei dire quando e dove la forma della città produca da sola (cioè unicamente in virtù della propria struttura) significato, né in quale lingua parli, né di quale significato possa trattarsi.

Oggi vivo la lontananza da questi luoghi con una certa sofferenza, come una sorta di espulsione definitiva dall’eden delle certezze in cui ero cresciuto, con la casa di famiglia che pareva un fortilizio inespugnabile ormai venduta da anni, la famiglia dispersa, i genitori scomparsi e smarriti in un lontano cimitero a palazzine dove regna lo stesso disordine insensato della città esterna, la sofferenza del vivere nella privazione della logica geometrica, nell’inesattezza diffusa, alla quale tutti, qui fuori, sembrano abituati.

Appena posso torno a Piazza Mazzini, cammino le strade, i marciapiedi larghi, trovo le cose cambiate, ma molto poco: ogni volta è una specie di approdo necessario alla chiarezza perduta, nel tentativo di ritrovare, anche solo per qualche ora, conforto nella coincidenza tra forma mentis e forma urbis.

Beati quelli che hanno potuto restare a vivere qui.

(Questo appunto si è costruito prendendo spunto dal bellissimo post di Lumicino, intitolato Non c’è vita fuori delle mura, che trovate qui: http://lumicino.splinder.com/.) 

Scritto da: tashtego a 10:46 | link | |

lunedì, 16 aprile 2007
Singolarità urbane

Venerdì l’avevo investita con l’Esseacca.
Fortuna, andavo piano.
Oggi era di nuovo lì, ragazzino in collo, gonna nuova, lunga, nera.
Calzini bianchi, ciabatte.
I capelli sempre più sporchi e desolanti, il volto invecchiato prima del tempo, i lineamenti sgradevoli, lo sguardo vigile di chi è abituato a cogliere ogni occasione che si presenta e però distaccato come se non gliene potesse fregare di meno di tutto questo accadere di piccoli fatti urbani.
Tuttavia immagino che questa donna si nutra quotidianamente (in senso proprio) di questi fatti, come molti di quelli che sono più o meno costretti a questo tipo di vita.
Un semaforo è una risorsa, è un punto di singolarità, un luogo di accumulazione di umani-con-reddito cui si può provare a togliere qualche soldo.
Nessuno di quelli attorno a me sembra abbia voglia di dare, ma questa donna a fine giornata qualcosa deve pur ritrovarsi in tasca, se no non starebbe qui a respirarsi i gas di scarico dell’olimpica.
Da un po’ di tempo osservo con più attenzione i luoghi urbani dell’accattonaggio e quelli dello scambio minuto e abusivo, dei neri e cinesi con tappetino, come singolarità, punti di accumulo di materiale umano, di ingorgo e ristagno momentaneo nel flusso degli spostamenti quotidiani dove si appostano, si può dire, questi dragatori di spiccioli.
Luoghi dove il movimento si arresta o si fa più lento consentendo allo sguardo della moltitudine di posarsi su persone che chiedono soldi e su oggetti in vendita.
Su tanta gente che passa, qualcuno dà, molti si fermano e comprano, soprattutto donne.
Attorno a questo tipo di singolarità (i semafori, certo, ma anche certe fermate della metro, le stazioni, gli spazi a grande flusso turistico, i dintorni dei mercati, i grandi assi commerciali pieni di negozi che generano commercio ambulante, abusivo e non, eccetera) si produce in pochissimo tempo un effetto souk che, una volta raggiunta la massa critica, pare esplodere in modo esponenziale, trasformando l’intera area limitrofa in qualcosa di molto diverso da quello che poteva essere solo dieci anni fa.
Takeaway etnici, cinesi ed arabi, pizza a taglio, posti telefonici per tutto il mondo, decine di bancarelle, bar-caffè che si espandono in strada e mettono su tendoni riscaldati, gelaterie che fanno coni giganteschi al prezzo di uno normale, negozi di telefonia cellulare e di elettronica, fiorai aperti ventiquattro ore su ventiquattro presidiati da ragazzi bangla che non sanno una parola d’italiano, spedizionieri e gestori di internet point e mail box, lavanderie a gettone, negoziacci di abbigliamento con le ultime novità della moda di strada, ristoranti cinesi, pizzerie economiche, persino arcaici venditori di granite e cocco, eccetera.
Luoghi di sporcizia cronica con i marciapiedi lordi di gomma da masticare schiacciata, macchie di unto, subito fortemente usurati da una troppa presenza umana alla quale non erano preparati, cronicamente congestionati e saturi di rifiuti, con il bordo strada occupato in permanenza da due tipi di oggetti: vecchi furgoni (spesso anche abitati) pieni di merce e cassonetti sgangherati.
In mezzo a tutto questo, mi colpiscono quei grossi banchi di biancheria femminile circondati da una massa di donne che rovista nei mucchi di capi, quei perizomi leopardati tesi su intelaiature circolari di fil di ferro, le camicie da notte, i reggiseni rosa carne di taglia immensa, le guepière di tutti i colori, i bustini sado-maso, sottovesti.
Le donne che rovistano lì in mezzo hanno di solito un aspetto dimesso, raramente sono belle, l’aria stanca e masticata di chi non se la passa molto bene, di chi ha lavorato tutto il giorno da qualche parte o a casa, eppure le vedi serie mentre valutano l’acquisto di un perizoma: rosso fuoco, il triangolo sul davanti in tessuto trasparente con un ciuffo di piume di struzzo, pure rosso, e la scritta viola, ricamata in corsivo, Pussy.
E percepisci che la vita di tutta questa gente si impasta insieme e frigge, sprizzando umori nel chiuso delle stanze delle città, riproducendosi in forme inattese nel rimescolio generale che caratterizza questi decenni, anch’essi inaspettati. 

Scritto da: tashtego a 17:59 | link | |

sabato, 14 aprile 2007
Modernismo dei pesci

fish_Ricciola
Quei pesci argentei, pesci da velocità e da corsa, lisci & affusolati, oppure piatti, pelagici, pieni di forza.
Nessun animale è così bello, così totalmente vitale, così integralmente aggressivo e tuttavia così fisiologicamente impregnato di sgomento esistenziale.
Ogni azione vitale di questi pesci avviene in velocità, l’atto di mangiare e quello di fuggire li compiono allo stesso modo, guizzando.
Un guizzo è un movimento che non vedi perché è troppo rapido.
Lo intuisci, ne percepisci il lampo, il riflesso lucido del sole sulle scaglie dell’animale.
Il guizzo si situa tra due stati percepibili, il prima e il dopo, ma avviene in un tempuscolo troppo breve per poterne vedere il durante e affermare di averlo osservato mentre si compiva.
Un guizzo lo puoi pre-vedere, oppure puoi dire che il pesce ha guizzato, ma quasi mai di un pesce argenteo in acqua libera puoi dire “sta guizzando”.
Un pesce di questo tipo è sostanzialmente un fascio affusolato di muscoli attorno ad una colonna vertebrale, munito di testa, coda e pinne: less is more, anche in questo caso.
Centinaia di milioni di anni, milioni di generazioni di pesci, un albero intricato di speciazioni, tutto per arrivare all’essenziale, cioè a qualcosa cui tu pensi non si possa aggiungere o togliere nulla.
Modernità e bellezza, la forma che aderisce alla funzione producendo un’armonia ineluttabile.
La bellezza come percezione inconscia di un processo evolutivo portato a compimento, anche se la parola compimento in questo caso non ha il minimo senso.
(Tutti sanno che invece i processi evolutivi sono ciechi ed hanno un senso valutabile solo a posteriori alla luce del rapporto ambiente/adattamento).
Se sono molti milioni di anni che questi organismi vivono, senza peso, nell’acqua, molti di più di quelli a cui si fa risalire l’uscita dall’acqua del primo pesce che ha generato tutto quello che sul pianeta possiede due/quattro zampe, allora è logico che siano più belli ed essenziali di tutto ciò che si muove sulla terra.
Metallici, più freddi, più forti e muscolati, disegnati solo dai filetti fluidi di H2O in cui nuotano da una quantità di tempo inconcepibile.
Tuttavia, chi come me li conosce per averli frequentati e cacciati nel corso di molti anni, sa che queste piccole perfette creature sub-acquee sono piene di curiosità, sono ingenue o astute, esperte o alle prime armi nel mestiere di sopravvivere, e soprattutto sono dotate di intelligenza.
Muscoli pinnuti coperti di squame, che scoppiano di gelida energia, ma tormentati, come noi forse più di noi, da emozioni e percezioni.
Come i nostri, i loro cervelli vanno immaginati, nudi, sulla terrificante linea di confine tra esterno e interno, a ricevere colpi da ambedue le direzioni.
So di loro e di questa tenaglia che li stringe, come stringe gli umani e molti altri animali, perché per anni li ho inseguiti sott’acqua e ne ho uccisi molti, spesso inutilmente.
Incontrandoli, prima se ne vedeva la perplessità, poi la curiosità, poi la paura che li faceva fuggire, poi lo sgomento quando si accorgevano di aver sbagliato la manovra di disimpegno, di avermi sotto-valutato, di essersi andati ad infilare in un buco per sentirsi al sicuro e invece proprio lì li potevo letteralmente inchiodare, trapassare con la freccia, straziarli per poi appenderli al gancio del pallone, dove avrebbero agonizzato per qualche ora.
Ma il più delle volte la loro fuga riusciva, si produceva velocissimo il guizzo di cui dicevo, e tanti saluti.
Sparivano verso il blu profondo, diventavano rapidamente sagome grigie prima di confondersi col mare di quelle mattine, quando all’alba ci tuffavamo dal caicco che andava a salpare reti lungo la falesia.
Più tardi sarebbe passato a riprenderci e i pesci catturati avrebbero finito di vivere boccheggiando sulle tavole del ponte. 

Scritto da: tashtego a 10:37 | link | |

venerdì, 13 aprile 2007
Tutto questo un’ora e mezza fa.

Spunta all’improvviso davanti alla sagoma chiara del furgone fermo in fila, guarda da un’altra parte, ha un bambino biondo in braccio, ha una lunga gonna jeans, capelli di stoppa neri, opachi, è magra, brutta e povera, una zingara forse, vedo tutte queste cose, capisco che si sta aggirando tra queste macchine ferme al semaforo chiedendo soldi – soldi, mangiare – penso tutto questo all’istante nell'interstizio tra il furgone e il marciapiede, mentre freno per quanto posso e mi esce un grido molto forte - oh! – non sono veloce, ma l’Esseacca non si ferma del tutto, la prendo in pieno sull’anca destra, cade a terra di schiena dopo una mezza rotazione, tiene il bambino stretto a sé, lo protegge, sono terrorizzato, lei è pallida, si rialza subito, sale sul marciapiede, si siede sulla soglia di una vetrina, parcheggio l’Esseacca, vado verso di lei – si è fatta male? – fa segno di no col capo, tremo, il bambino piange, lei dice che le si è rotta la gonna, sotto porta un pigiama a disegnini, forse a fiori, giallino – chiamo l’ambulanza? – lei dice - no, io fatta niente, solo bambino spaventato – le chiedo che posso fare per lei, nella mia testa penso fulminemente meno male non si è fatta niente manco il bambino sono assicurato potevamo farci male ma non è successo non è successo non è successo che devo fare? le devo dare dei soldi? - è sicura che non si è fatta niente? - lei risponde – niente, solo bambino spaventato, tu da soldi per comprare gonna, vado comprare gonna – tiro fuori cinquanta euro e glieli metto in mano croccanti di bancomat, li prende e sul viso le si accende come un lampo di soddisfazione, si alza ancora pallida, si tocca il fianco, il ragazzino avrà un anno piange con la faccia contro il petto della madre, magra, con questi capelli aridi, la faccia piena di rughe da sbattimento, allungo il braccio verso la testa del bambino, ha i capelli rasati, lo accarezzo, sento la testa ispida sotto il palmo della mano, vorrei consolarlo, mi percepisco buono e soprattutto fortunato non è successo niente non è successo niente la donna resta lì in piedi, imbambolata, penso che avrà un livido e magari dolore, cerco di consolarmi pensando che forse si è fatta la giornata, ancora tremo, rimetto in moto l’Esseacca, riparto piano tenendo la destra, prendendo fiato, verso il Viadotto.

Scritto da: tashtego a 10:43 | link | |

mercoledì, 11 aprile 2007
Appunto per un'invettiva

Strana questa sensazione anacronistica di battaglia ultimativa, una specie di Lepanto dove si scontrerebbero atei contro credenti, gay contro familisti traditional, laici contro democristiani, per la conquista di un territorio dove, se vincono i laici, si afferma quello che ad occhio e croce chiamerei un nuovo paradigma etico (sia pure molto modesto et moderato) e, se invece vincono i cattolici, non solo si inchioda una società intera, in tutta la sua complessità e poli-etnicità, su norme di etica civile che potevano andare negli anni Cinquanta, ma si sancisce l’egemonia della Chiesa di Roma su ogni questione di rilevanza etico-politica.
Dopo quasi un secolo e mezzo di storia il Paese è ancora piantato lì, come un mulo nel fango, recalcitrante a riconoscere la complessità policulturale de facto delle società contemporanee e incapace di riconoscere la diversità, pena la morte per asfissia o, peggio, lo scatenarsi di conflitti sempre più aperti, pericolosi, medievalizzanti.
“La storia non si ripete, ma fa rima”, ha scritto da qualche parte Mark Twain.
Ed è proprio questa la sensazione avvilente di quelli che hanno la mia età e che credevano che alcuni ostacoli verso il progresso civile il Paese li avesse bene o male superati, e speravano che si procedesse oltre.
E invece no. Le eterne questioni eccole ancora tutte lì, allineate a fare muro, sostenute dai puntelli dei credenti, ma soprattutto dalla cultura dominate nel paese, ancora angusta, provinciale, egemonizzata dalla versione piccolo borghese del cattolicesimo, tutta impedimenti e divieti e restaurazioni, ma sotto sotto bestialmente porcella.
La stessa cultura, lontanissima dai traguardi conquistati negli anni Sessanta e Settanta, che si trasmette per osmosi alle giovani generazioni, quelle che si riprendono in classe mentre ridono col cazzo in mano, ma non vogliono il matrimonio "pe' i froci".
A seguito di non ricordo più quale evento elettorale, mi pare Il Manifesto se ne uscì con un famoso titolo NON MORIREMO DEMOCRISTIANI!
Alcuni oggi dicono che si trattava di una formulazione ottimista.
Eccoci ancora qui, con quei quattro “laici” rimasti che contendono ai preti lo spazio mentale di un paese di zombie.
Intendo la porzione residua che ancora non è occupata dall'immaginario porno-televisivo.

Scritto da: tashtego a 16:02 | link | |

venerdì, 06 aprile 2007
Dio è nei dettagli?

“Il buon Dio alberga nel dettaglio”.
Pare che all’origine di questo aforisma, molto detto, molto citato, ci sia Aby Warburg.
Così almeno afferma Alcor: (http://lalucedimizar.splinder.com/).
Tutte le volte che l'ho letto, oppure l’ho udito, ho sempre istintivamente pensato: ahh, com’è vero!
Perché è proprio quel tipo di affermazioni che a tutta prima ti sembrano misteriosamente non contestabili.
E non solo: sembrano spalancare territori concettuali che prima ti erano ignoti.
Allora ti capita di volerlo ripetere, ti sembra di trovare l’occasione che viene a cecio e lo ridici e vedi che fa buona impressione, che pure agli altri pare una cosa profonda.
Ma poi una volta, magari mentre aspetti in fila al semaforo, ci ripensi su e finalmente ti chiedi: che cazzo vuol dire?
Tuttavia la domanda più insidiosa, come la seconda onda degli tsunami, arriva subito dopo: che cos’è un dettaglio?
Il Devoto-Oli dice: “circostanza minuta, ma non sempre trascurabile”.
“Circostanza minuta”?
Il De Mauro on line è ancora più generico e impreciso.
Voci di dizionario che rimandano ad altre voci, forse all’infinito.
Il Devoto ne da una definizione, come dire, situazionale (mio orrido neologismo) che può riferirsi propriamente ad una narrazione, ad un programma, un evento, una notizia, eccetera, ma meno propriamente ad un oggetto, una figura, un’opera d’arte, un’architettura, una macchina.
Riferita ad una cosa, o a un complesso di cose materiali, piuttosto che a un evento, la parola dettaglio ha probabilmente un significato diverso.
In particolare, se la cosa di cui trattasi è frutto d’intenzione progettuale, quale che sia, il dettaglio è spesso legato ad una “soluzione di” (dettaglio).
Non ricordo quale famoso conoscitore d’arte descriveva il suo metodo di attribuzione di un quadro come un’analisi accurata delle soluzioni di dettaglio: un pittore dipinge le orecchie delle sue figure sempre allo stesso modo, diceva, ed è lì che lo riconosci più facilmente.
Molti artisti si servono di soluzioni di dettaglio tipologiche: l’inessenziale come problema di routine: un certo modo di fare le dita dei piedi, per dire, un certo modo di dipingere il riflesso della luce sulle unghie, le mani, le dita, eccetera.
Naturalmente possiamo parlare di dettaglio solo per rapporto ad un insieme più grande, talvolta (ma non sempre) più complesso.
Quando qualcuno ti dice una cosa tipo “saltiamo i dettagli andiamo all’essenziale” tu capisci che di quel qualcosa ne vuole parlare, o sentir parlare, "per grandi linee", magari al solo scopo di farsene un’idea alla grossa.
Ma si può davvero affermare che in un oggetto, un’opera, una narrazione, una macchina, i dettagli sono non-essenziali?
Il dettaglio spesso è indispensabile alla resa percettiva dell’insieme.
Spesso è tramite la complessità, l’astuzia, della soluzione di dettaglio, che si riesce a definire con precisione l’insieme.
L’architettura moderna, per esempio, punta sovente a costruirsi per immagini essenziali e quando ci riesce è perchè prevede dettagli di grande complessità: anzi si può affermare che quanto maggiore è l’essenzialità che si vuole raggiungere tanto più il dettaglio risulta difficile.
Per questo, qualcuno (non ricordo chi) ha affermato che “in architettura non esistono questioni di dettaglio”: il dettaglio architettonico, non solo non è tralasciabile, ma non si può delegare a qualcun altro, che ci pensi lui.
Un’altra questione legata al concetto di dettaglio è quella del grado di risoluzione secondo cui percepiamo un’immagine, un oggetto, una narrazione, un ragionamento, un edificio, un affresco, una mappa, eccetera.
È un problema che si pone nei due sensi, cioè vale anche per chi fa, oltre che per chi percepisce.
Con quale grado di definizione decido di narrare una storia? Dipingere un affresco? Progettare un edificio? Stampare una foto? Sviluppare un ragionamento?
Questa estate a Vienna, lo sciagurato ascensore che, devastando lo spazio del capolavoro di Fischer von Erlach, mi portava fino alla sommità della cupola della Karlskirche, svelava la rozza approssimazione secondo cui sono dipinti affreschi che andrebbero di norma percepiti da cinquanta metri più in basso: lì la definizione del dettaglio è funzione della distanza.
Si dice che Michelangelo mentre dipingeva la volta della Sistina, fu costretto a smontare temporaneamente le impalcature per consentire lo svolgersi di non so quale cerimonia.
In questo modo ebbe la possibilità di osservare il proprio lavoro dalla distanza giusta e immediatamente si accorse che stava sbagliando il grado di risoluzione delle storie della Genesi: troppi dettagli, che, da quella distanza si confondevano.
Rimontato il tutto dette un’impostazione diversa all’intero ciclo, diminuendo drasticamente i dettagli e modificando il modo di dipingere.
Ma molto spesso il grado di risoluzione è una scelta di stile: tralascio i dettagli perché punto a mostrare altro, perchè mi interessa una scala diversa: molta arte del secondo Ottocento e gran parte di quella del Novecento punta ad una selezione e spesso all’abolizione dei dettagli.
Monet sintetizza i dettagli di un’immagine, non solo perché non gli interessa restituirli, ma soprattutto perché gli sarebbero di intralcio nella propria ricerca, che concerne essenzialmente il modo in cui percepiamo il mondo attraverso la luce, piuttosto che il modo in cui è effettivamente fatto.
En passant: molti artisti sanno che aggiungere dettagli, descrivere il soggetto nei particolari più minimi, sottrae realtà alla figurazione invece di aumentarla: la sensazione di realtà, ammesso che interessi, si ottiene mediante una giusta capacità di sintesi del dettaglio, di compromesso tra la fattualità visiva e il concetto di ciò che vediamo, che di solito pre-esiste.  
Una teoria generale del dettaglio si potrebbe costruire a partire dal seguente enunciato.
Qualsivoglia configurazione (o pre-figurazione) - che non si presenti come non-divisibile in sotto configurazioni - comporta la presenza di elementi di dettaglio, che possono definirsi tali non in base al loro grado di trascurabilità rispetto all’insieme, ma in base alla scala degli oggetti cui appartengono e/o alla natura dei problemi che sono chiamati a risolvere perché la configurazione stessa possa esistere.
Allora perché (il buon) Dio sarebbe nei dettagli?
Qual è il significato di questa affermazione?
Sta nella “perfezione” del creato che si rileva nel microscopico?
Oppure?
Perché ogni proposizione contenente la parola “Dio”, ai miei occhi perde significato per il solo fatto di contenerla?

Scritto da: tashtego a 14:12 | link | |

mercoledì, 04 aprile 2007
Restare ancorati a Rothko

rothko-untitled_blue_yellow_green_on_red-1954 
Ieri sera su History Channel, Simon Shama discettava in modo un po’ enfatico su Mark Rothko e sulla nota vicenda delle tele che gli commissionò Philip Johnson (e non Mies Van der Rohe, come sosteneva Shama) per il ristorante Four Seasons, al piano terra del Seagram Building de New York.
Tra le molte parole che elargisce (il problema del linguaggio degli storici dell’arte si fa sentire pure nella cultura anglo-sassone) Shama dice una cosa che mi ha colpito.
Dice che lui, che avrà più o meno la mia età, negli anni Sessanta non si accorse dell’arte di Rothko perché abbagliato dalla Pop art.
E aggiunge che un giorno visitando la Tate, dove c’era una stanza completamente dedicata alle opere dipinte per il Four seasons (adesso sono alla Tate Modern), ebbe una specie di rivelazione, una sorta di trance mistica.
Credo sia vero che presso il pubblico vasto, soprattutto i giovani di allora, la Pop Art abbia fatto velo sull’Espressionismo astratto (Rothko rifiutava questa definizione), che invece stava vivendo la sua stagione forse più matura e feconda (in Italia c’era il grandissimo Afro Basaldella).
La Pop Art ha sbaragliato, oscurato, influenzato ogni altra scuola o corrente, occupando gran parte della scena internazionale e producendo sommovimenti anche in altre discipline, come l’architettura.
Tuttavia, dietro al chiassoso paravento del pop lavoravano gli artisti della generazione precedente e tra essi Rothko, di cui ci saremmo innamorati più tardi, ad un’età più consona a recepirne la poesia.
Ieri sera provavo fastidio per l’enfasi di Shama, ma allo stesso tempo mi chiedevo: come si può parlare senza enfasi dell’opera di Rothko? quali parole usare? quali categorie?
Mi rendo conto che appena provo solo a pensarci, anch’io mi ritrovo a fiottare enfasi.
Per esempio, queste sono le prime due parole che mi viene da pronunciare: Stupore & Piacere.
Rothko desiderava che le sue opere fossero osservate molto da vicino (40 centimetri di distanza, diceva), in modo che lo spettatore ne avesse il campo visivo completamente ingombro e che perciò si sentisse immerso nei suoi colori, o meglio nella sua pittura.
Ci ho provato più volte, ma con me non funziona.
Sono miope (Rothko era molto miope) e a quaranta centimetri con le lenti non riesco a mettere a fuoco: se le tolgo devo avvicinarmi di più e, oltre ad essere troppo vicino, faccio suonare gli allarmi.
Dunque preferisco osservare le sue opere, di solito molto grandi, a distanza normale.
E da lì provo Stupore & Piacere.
Tento di spiegarmi.
Se fissi il centro di una di quelle grandi partizioni cromatiche, se muovi lo sguardo all’interno di ciascun campo omogeneo di pittura, dove chiamo omogeneo qualcosa in realtà di molto complesso, costituito di stesure e velature e stratificazioni di tinte diversificate (mediante una pennellata istintuale, ma sapientissima e molto sorvegliata), senza avvicinarti ai bordi, dopo un po’ il colore sembra che provi a risucchiarti, stordendoti, intossicandoti: da qui la parola Stupore.
Ma se ti avvicini all’area di confine tra le varie partizioni, dove i colori reagiscono l’uno con l’altro implementandosi e potenziandosi a vicenda e lo fanno in modo inaspettato e magico, allora cominci a provare una sensazione di consenso simile a quella che ti procura una sequenza di accordi musicali particolarmente ben riuscita, quando ti costringe a fare di sì con la testa: da qui la parola Piacere.
Mi sembra che in Rothko raramente sia la visione di insieme quella che conta davvero.
È invece importante il percorso visivo che si può compiere sulla superficie del quadro – questo Shama lo sa bene guidando la macchina da presa – come fosse un territorio di incantamento cromatico con le sue zone uniformi, asperità, singolarità, dove la pittura in quanto tale non si fa mai dimenticare, ma anzi, gioca il ruolo principale nella produzione sia di Stupore che di Piacere.
Per pittura intendo la pittura, cioè l’atto, il “gesto tecnico” di stendere colore su un supporto mediante un pennello, dove vedi come si è mossa la mano dell’artista, ma solo quando lui, come Rothko, desidera che tu lo veda. 
Tutto questo per arrivare a dire che allora è bene che quelli come me restino ancorati a Rothko e a quelli come lui.
Meglio che me ne stia presso questa pittura senza seriamente cercare altro che possa sostituirla, facendone una specie di casa mentale dove posso tornare dopo ogni incursione in territori diversi, magari più “attuali”, oppure dopo aver visitato una mostra di arte antica, metti del Seicento, quando quello che vedo magari mi piace enormemente, vorrei mangiarlo, ma non mi appartiene, perché una porzione del senso che contiene mi sfugge fatalmente.
Allora penso a Rothko e alla sua “semplicità” contemporanea e ritrovo ogni volta una sensazione di appartenenza che mi sembra indispensabile e più vera.

Scritto da: tashtego a 00:15 | link | |

lunedì, 02 aprile 2007
Avendoci le energie limitate

Da questo momento e per un tempo indeterminato, questo blog rimarrà chiuso ai commenti.
È la seconda o la terza volta che sono costretto a farlo.
Il motivo è che, per quanto cerchi di rimanere indifferente alla qualità dei commenti che ricevo, ne resto lo stesso come lesionato.
Dunque per auto-salvaguardia e contro il mio stesso desiderio di mantenere aperto un territorio di scambio con quelli che eventualmente mi leggano, devo chiudere.
Ho già scritto qui che se fai il blogger puro e sei pronto ad una sorta di ingaggio quotidiano con chi puoi incontrare nel web, cioè se hai tempo ed energie da dedicare alla rete, la scarsa qualità, la volgarità, l’arroganza, l’incomprensione, eccetera, che vi sono praticamente la regola (le tue comprese), possono anche apparirti stimolanti, come una specie di addestramento.
Ma se ti sembra di essere transitato in un’altra fase della tua attività con la tastiera, se ti sei messo a scrivere cose destinate allo spazio esterno alla rete, allora hai bisogno delle tue energie per poterlo fare e per il web finiscono per restarne poche.
Parlo di energie emotive, certo, ma anche di risorse fisiche, come l’attenzione, la concentrazione, la messa a fuoco delle pupille sul piano opalescente dello schermo, che non mi è sempre agevole.
Gettare via questo sforzo per lettori distratti ed estemporanei forse non fa più per me.
Così come è sbagliato, per chi ha scritto qualcosa, esporsi in permanenza ai commenti dei lettori.
Dunque per ora i commenti restano chiusi.

Scritto da: tashtego a 23:06 | link | |