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mercoledì, 27 giugno 2007
Racconto dei coltelli da lancio

 Stanotte di nuovo un sogno di umiliazione. Di nuovo una serie di risvegli, uno ogni ora, con la gola secca, il naso chiuso, il non-respiro, il soffocamento di qualcosa che mi pende in gola, come una tenda, l’acqua a grandi sorsi, il doversi alzare per la piscia provocata dalla bevuta del risveglio precedente: alle due e mezza, alle tre e mezza, alle quattro e mezza.

E così via, nel sudore che irrancidisce tra la testa e il cuscino, lo stesso che forma quella disgustosa gora gialla che vedo al mattino quando tiro su la serranda e il rumore della strada sottostante diventa più forte.

Gli umiliatori del sogno, gente che nemmeno conosco, si limitavano a denigrarmi con sorrisetti di compatimento, mi chiedevano di scostarmi che loro dovevano passare, mi dicevano senti per favore non lo vedi che dobbiamo parlare, senti per favore ti levi di torno? Senti, già te ne vai?

Ad ogni risveglio pensavo va bene sono solo sogni, quindi sogniamo qualcos’altro, una spiaggia tropicale, sogniamo di essere dispersi su un’isola deserta e di avere il problema di andare via di lì, il problema di costruire un’imbarcazione, una zattera di tronchi: come segare i tronchi? Quali attrezzi posso concedermi? Robinson alla fin fine aveva pure un fucile, De Foe gliela aveva fatta facile, mettendogli in mano ogni tipo di attrezzo.

Ma niente da fare: ricadevo subito in qualche sogno di merda, dove qualcuno più forte e ricco e fortunato di me esercitava il suo potere, mi umiliava, mi schiacciava.

Alla fine ho lanciato due coltelli e li ho presi uno in fronte, mentre all’altro gli ho trapassato la gola, spezzandogli in due il tratto cervicale e recidendogli il midollo. Il primo è andato giù di schianto, come un ciocco di legno. Il secondo rantolava cercando di respirare e mi guardava con gli occhi a palla.

Bello.

settembre 2005

Scritto da: tashtego a 09:44 | link | |

martedì, 26 giugno 2007
Nomen omen

Che il capo della polizia si chiami Manganelli è buffo quanto un idraulico che si chiami Tubi.

In una vecchia storia di Topolino – quando Topolino era de destra e faceva praticamente il poliziotto e aveva perfino la pistola, mi pare un revolver, e collaborava col commisario Basettoni – c’è un idraulico malandrino che si chiama appunto “sig. Tubi”.

Manganelli - in molti avranno detto “nomen omen” – si siede tranquillo sulla poltrona di colui di cui è stato il vice, uomo che in una democrazia degna di questo nome, sarebbe dovuto saltare il 23 luglio del 2001, cioè il giorno dopo i fatti del G8 di Genova, assieme al ministro dell’interno di allora.

Invece se n’è rimasto tranquillo al suo posto per altri sei anni, non ostante esistano tonnellate di nastri e di pellicola impressionati dalle gesta dei suoi poliziotti.

Non voglio riferirmi alla morte di Carlo Giuliani, non voglio entrare nelle dinamiche di un evento che, con la sua gravità, ha paradossalmente fatto velo all’inaudita e generalizzata violenza della polizia durante quei tre giorni.

Tutti abbiamo visto in televisione le centinaia di persone inermi cui è stata spaccata la testa a freddo, donne e anziani bastonati mentre erano a terra e cercavano di ripararsi dai colpi, ragazzi massacrati con metodo scientifico alla scuola Diaz, eccetera.

Nulla, nemmeno le violenze dei così detti black blok, poteva giustificare una ferocia del genere.

La spiegazione, secondo me è un’altra: era la sensazione dei poliziotti – del tutto esatta - di avere nella destra al potere e in un vice presidente del consiglio di formazione fascista, la garanzia di una copertura politica totale e dunque di una totale impunità.

Un’amica poliziotta, presente anche a Genova in quei giorni, mi scriveva di come nelle caserme di polizia si facesse sovente e apertamente il saluto romano, “tanto ormai al governo ci siamo noi”, aveva sentito dire.

Era dunque giusto che Di Gennaro se ne andasse, se non altro per far capire a polizia e carabinieri che l’impunità non esiste – non dovrebbe esistere – neanche per loro.

L’altra sera in televisione si poteva ascoltare Luciano Violante – di cui mi stupisce sempre la totale banalità/imbecillità di ogni parola proferita, su qualsiasi argomento - elogiare De Gennaro perché bravo poliziotto anti-mafia, senza che riuscisse a capire che non è di quello che si tratta, ma delle garanzie democratiche di tutti (tranquillamente calpestate).

Non ho pre-concetti negativi nei confronti di polizia e carabinieri, ma questo eterno e strisciante fascismo del braccio armato dello Stato è sintomo del veleno che impregna la cultura del potere qui da noi.

È un veleno che, se fossi uno psicanalista e per fortuna non lo sono, potrei definire come libido della sopraffazione.

Com’è noto, lo Stato possiede (per delega? oppure “per definizione”?) il monopolio della forza, vale a dire che ha facoltà di esercitare la violenza a garanzia del rispetto delle regole e della sicurezza di tutti.

Questa violenza dello Stato ha tante modalità e aspetti, alcuni dei quali del tutto oscuri, altri totalmente legittimi - nel senso di consentiti, in mancanza di possibili rimedi diversi -, altri ancora del tutto arbitrari, perché basati sulla pura libido di cui sopra.

Se lo Stato Italiano, a regime democratico, consente ad un individuo, armato e addestrato e stipendiato, di sciogliere ogni freno d’inibizione e di abbandonarsi in suo nome ad ogni sorta di violenza senza subire per questo alcuna conseguenza, allora vuol dire che da noi è l’idea stessa di Stato democratico che è fradicia, perché non contiene in sé anti-corpi capaci di contrastare la libido della sopraffazione.

La paura e l’adorazione del potere dei governati è complementare all’esercizio arbitrario della sopraffazione da parte dei governanti e del loro braccio secolare e con essa va a formare il pacchetto Stato.

Questa è roba antica: avete notato che molti di noi hanno paura di sorpassare le macchine della polizia, anche quando vanno lente ed è consentito?

Scritto da: tashtego a 11:06 | link | |

giovedì, 21 giugno 2007
Come comprare libri per non-leggerli

Non riesco più a leggere: né il giornale, né libri e neppure riviste.

Per quanto riguarda l’informazione, la mia non-lettura (neppure il telegiornale riesco a vederlo tutto: cambio canale sulle notizie dove compaiono Fassino e Prodi e D’Alema e Berlusconi e Fini e Veltroni, eccetera, ma anche sulle notizie riguardanti la guerra civile a Gaza, per esempio, o la bomba quotidiana in Irak che fa di solito un’ottantina di morti, ma nessuno ti dice mai chi le mette e nemmeno il perchè di tutto quel sangue) probabilmente è dovuta a una specie sordo fastidio fisico che mi procurano le notizie sullo stato politico, economico, ambientale del Pianeta e del mio Paese.

Per quanto riguarda i libri di narrativa la situazione sembra più grave.

Non riesco ad entrarci, a seguirne il filo, ad accettarne da subito quelli che possono apparirmi difetti, ma non gravi al punto di farti buttare un libro dalla finestra.

Oppure li smetto perché mi piacciono troppo, perché mi destabilizzano come scrivente, mi insinuano dubbi, mi influenzano, scoprono le mia magagne.

Oppure mi riconosco in qualche personaggio messo in scena e la cosa non mi piace.

Ci sono libri le cui prime pagine mi sono sembrate bellissime che giacciono da mesi & anni sotto altri libri, oppure libri che a tutta prima mi hanno dato una sensazione sgradevole, ma dove mi sono voluto a tutti i costi inoltrare, come Manituana, per esempio (sono arrivato a pagina 192), per poi mollare la presa di colpo e lasciarlo lì.

Ci sono i libri scritti da persone che mi sono care, di cui non riesco a leggere, in nessun modo, nemmeno un rigo, e non so bene perché, oppure lo so: è per via della trepidazione-preoccupazione che mi procura l’eventualità che non mi piacciano.

Pile di romanzi e racconti semplicemente non-letti – perché seguito a comprarne, naturalmente – si accumulano ovunque.

Ce n’è una stabile sul tavolo da pranzo e basta scostarla di poco per trovare lo spazio dove apparecchiare la sera con quelle tovagliette che chiamano “americane” e mangiare.

Ma non si tratta solo di libri miei: quella pila ospita i libri che A. porta a casa e che parcheggia lì.

Libri non-letti stazionano sopra e sotto il tavolo basso del soggiorno – a rovistare là in mezzo si fanno strane scoperte: e questo chi l’ha comprato? Ah, io no, questo l’hai comprato tu. Me lo ricorderei. Eccetera. - sul comò in camera da letto, sui vari mobili e mobiletti della mia più che modesta abitazione, riempiono ormai dimenticati gli scaffali delle librerie, anche di quelle Ikea comprate di recente per far fronte al fenomeno e subito travolte dalle mie non-letture.

Perché seguito a comprali?

Perché non smetto e comincio a leggere i libri che già ho e che non ho mai aperto?

Non so rispondere.

So solo che se desidero comprare un libro – i libri regalati non li prendo nemmeno in considerazione, non sono libri, sono oggetti estranei che non mi riguardano, per i quali non ho dovuto sborsare denaro e per pensare di leggerlo, un libro, debbo essermelo cercato e comprato da solo – quel desiderio ci mette un po’ ad estinguersi, di solito qualche mese.

Difficile quindi che prima o poi non lo compri.

Nemmeno so come scelgo le mie non-letture, ma difficilmente resisto ad una bella copertina tutta colorata: in particolare mi seduce una collana economica Mondadori – forse gli Oscar o i nuovi Oscar – che fa copertine smaglianti molto, molto, pop.

Essendo schiavo del senso della vista per me è importantissimo il libro come oggetto, la qualità della stampa – che per esempio nella suddetta collana delude - , la bellezza di un’immagine in copertina, persino la sensazione tattile che provo prendendolo in mano (mi piacciono le lettere in rilievo, ho gusti burini).

Ho smesso quasi del tutto, invece, di provare il rispetto pre-concetto di un tempo per case editrici-feticcio, come Einaudi, Bompiani, Adelphi, ma una certa reverenza per Einaudi ancora la provo, anche se ormai non mi sentirei di dire più che è garanzia di qualità. E poi sta cambiando in peggio la grafica di tutte le sue collane e non si sa perché.

Ho provato amori smodati per alcune collane, come quella scientifica di Bollati Boringhieri, per le edizioni Quodlibet, Derive Approdi, mi piacciono i libri di Castelvecchi, ma non ne compro mai uno, tranne quelli di Labranca. Mi piacciono le edizioni Guanda, ho amato, ma è passata, le edizioni E/O. Non riesco più a comprare un libro Feltrinelli perché ormai, come oggetti, sono davvero brutti: provavo un vero feticismo per una loro vecchia collana con copertina lucida e rigida, senza immagini ma violentemente colorata, dove uscirono per la prima volta i libri di Garcia Marquez e quelli di Henry Miller, per capirsi.

Mentre mi piacciono assai i tipi di Codice e anche i titoli, ma costano davvero molto. Mi piacciono i libri della Minimum Fax, bellissime le copertine, interessanti e talvolta rari i titoli. Non mi piacciono le edizioni Fandango, troppo mosce e troppo uniformi: le fa tutte Toccafondo, che è un bravo artista, ma non se ne può più. Le edizioni Rizzoli mi paiono del tutto anonime e non identificabili, mentre provo una vera avversione per la Newton-Compton.

Odio i libroni strenna e quelli della Electa, mi piacciono le edizioni Bruno Mondadori. Mi piacciono quei regesti di immagini, quei corposi cataloghi iconografici che fa la Taschen, mentre mi sorprendono sempre i prezzi bassisimi dei libri Skira.

Alcuni libri li comprerei solo per via della copertina di Mattotti, mentre mi repelle – anche se molto bravo et raffinato – il lavoro di Scarabottolo, che rende tutti i libri gnè gnè.

Il più grande disegnatore italiano, inteso come mano e senso del segno, è Tullio Pericoli, ma fa poche copertine e forse è giusto così. Però il suo Robinson pubblicato da Adelphi - ancora si trova in qualche edicola - è un libro meraviglioso.

In genere mi piacciono le edizioni tascabili, i libri che non si danno arie di contenere chissà cosa e tuttavia sono consci del loro essere libri da leggere, piuttosto che prodotti da consumare, alla Wilbur Smith.

Potrei andare avanti un pezzo.

Scritto da: tashtego a 12:30 | link | |

martedì, 19 giugno 2007
Che noia il calcio.

Due cose mi rompono del calcio, da sempre.

La simulazione.

E l’esultanza.

Simula il fallo il giocatore. Si torce sull’erba, si mette le mani in faccia causa dolore insostenibile, si rotola un po’ a destra e un po’ a sinistra. Poi si rovescia a faccia in giù. Forse si vergogna. Se l’arbitro non concede, i suoi compagni allargano le braccia, gli corrono incontro, costernati, increduli. Scongiurano. Spergiurano. Fallo. La punizione. Il rigore. L’allenatore si sbraccia, urla. Entra in campo, poi arretra, lo tengono. Reggetemi sennò faccio sfracelli. Checcifrega se è tutto finto, se nessuno l’ha toccato, quello lì. Il tifoso sa e tace. I tifosi dell’altra squadra fischiano. La sceneggiata si allarga all’intero stadio, passa per le telecamere, entra nei commenti dei giornalisti, nelle case. C’era. Non c’era, si è buttato, guarda.

Il giocatore ha segnato, esulta. Egli non è contento, e nemmeno felice. È pazzo di felicità, è fuori di sé dalla gioia. Dedica er gol alla creatura sua, si ciuccia il dito, culla un pupo invisibile, cade in ginocchio sull’erba, manda baci, urla, salta, corre a zig zag, lancia il pugno in aria con gesto rivoluzionario. Talvolta, raramente, fa il saluto romano. I compagni lo inseguono, lo abbracciano, si sbaciucchiano tutti sudati, si aspirano gli afrori corporali reciproci. Checcifrega se noi, così maschi pieni di letterine e vallette, ci stiamo comportando un po’ da froci: è gol! Gol! L’allenatore c’ha un’età e rischia l’infarto: gol. Tutto lo stadio esulta: gol! Come se non fosse il loro mestiere, quello di fare gol. Come se non fossero pagati per farne. Come se un falegname esultasse come un pazzo ogni volta che finisce un tavolo. Esulto! Ho fatto un tavolo! Lo dedico alla creatura mia, a mimoje!

Oggi sui giornali Capello e Cannavaro esultano, ballano sopra quello che sembra un groviglio di giocatori a terra che si abbracciano e mischiano i loro umori, sudazze, salive.

Hanno vinto, capisci?

Scritto da: tashtego a 14:39 | link | |

lunedì, 18 giugno 2007
Sala d'aspetto

SALA D

Per quanto possa sembrare incredibile, questa è la sala d'attesa di un medico. Mentre aspettavo il mio turno mi sono a lungo interrogato sul significato del quadro. Ho capito solo che non è a soggetto religioso. 

Scritto da: tashtego a 11:05 | link | |

venerdì, 15 giugno 2007
Nature via nurture

Hanno liberato Erich Priebke, l’ex nazista coinvolto nell’organizzazione e nell’esecuzione della strage delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Ha 93 anni.

Leggo che oggi su un muro nei pressi di Castro Pretorio, a Roma, è stata osservata la seguente scritta: “Bentornato capitano Priebke”.

Quel quartiere è sempre stato pieno di fascisti e su quei muri è comparso anche di peggio.

Sono passati quasi cinquant’anni dai fatti connessi con l’attentato di via Rasella.

Mi sono sempre domandato se realmente esista un momento, nella vita di un essere umano, oltre il quale non è più punibile per le colpe commesse.

Passata una certa età si diventa una sorta di fossili viventi, residui di una storia ormai trascorsa, la nostra cultura di riferimento ha perso ogni valore corrente.

Se è vero che ci mettiamo sette anni per cambiare interamente le cellule del nostro corpo, a 93 anni siamo diventati una cosa completamente diversa da ciò che eravamo a trenta.

Anche la memoria che abbiamo della nostra vita sembra riguardarci sempre di meno e assomiglia sempre di più alla storia di un’altra persona, di qualcuno diverso da noi, cioè da quello che in seguito siamo diventati, trasformandoci ancora e ancora.

Gli atti che un uomo ha commesso cinquant’anni fa è come se non appartenessero più al nostro mondo e andrebbero valutati nella capsula temporale cui appartengono.

In questo caso si tratta di un contesto bellico, all’interno del quale c’è un sotto-contesto di conflitto occupante-occupato e, dentro a questo, c’è la guerra civile italiana.

Priebke era un’SS, un uomo cresciuto all’interno della cultura nazista, cui aveva aderito entusiasticamente, come molti della sua generazione, anzi come l’intero popolo tedesco di allora. Pare appurato che quello che siamo e, in parziale conseguenza, quello che facciamo, sia frutto per metà di determinazione genetica e per l’altra metà di determinazione culturale.

Vale a dire che ciò che siamo lo dobbiamo in parte ai caratteri che ereditiamo e in parte all’ambiente culturale, storico, sociale in cui siamo vissuti e viviamo: un testo come Il gene agile di Matt Ridley (Adelphi 2005) - che in inglese si intitola Nature via nurture: Genes, Experience, and What Makes Us Human – tratta per esteso ciò di cui sto parlando.

Stretti tra natura e cultura, credo che quello che pomposamente chiamiamo “libero arbitrio”, abbia in realtà uno spazio molto ristretto, se non inesistente, così come è probabilmente un’illusione pensarci come “individui” perché di veramente “individuale” abbiamo (per fortuna) molto poco.

Però non entro in questo genere di questioni, anche se le reputo centrali.

Così come non voglio entrare nel merito della colpa di Priebke, già di per sé molto spinoso – se stai servendo nelle forze speciali di uno Stato criminale, che è anche quello dove sei nato e cresciuto, sei per ciò stesso anche tu un criminale, indipendentemente dai tuoi atti concreti, oppure no? se sei all’interno della catena di comando tramite la quale tale Stato perpetra i suoi crimini, che margine di manovra, diniego, disobbedienza possiedi? eccetera – anche se credo che quelli come lui, una volta catturati entro un ragionevole lasso di tempo, andavano soltanto e semplicemente fucilati, come si fosse ancora in guerra.

Mi riferisco solo all’opportunità di punirlo, imprigionandolo a distanza di così tanto tempo, come fosse la stessa persona del 1944.

Ammetto inoltre di aver sempre provato un certo disagio di fronte alla definizione di atti violenti contro civili inermi come “crimini di guerra”: non dovremmo allora imprigionare chi bombardò Dresda e Amburgo? E tutti gli Italiani che compirono atti del genere nelle metti in Etiopia? E il napalm in Vietnam? Non hanno ragione allora quelli che affermano che la giustizia del vincitore funziona a senso unico?

Non bastava processare Priebke e poi lasciarlo libero, qualsiasi fosse il verdetto?

Scritto da: tashtego a 14:12 | link | |

giovedì, 14 giugno 2007
P(a)esaggio classico

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Scritto da: tashtego a 20:23 | link | |

mercoledì, 13 giugno 2007
Il Gazzettino

http://gazzettino.quinordest.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Main&Codice=3408356&Data=2007-6-11&Pagina=20

Scritto da: tashtego a 19:43 | link | |

lunedì, 11 giugno 2007
I will die

IWillDie

L’aeroporto Marco Polo regala atterraggi poetici. Alzi lo sguardo al finestrino e vedi una confusione qui e là geometrica di terre e di acqua, fiumi e canali che non riesci ad identificare, poi in lontananza ti sembra di vedere Chioggia.

Ti aspetti Venezia, che appare alla fine sulla destra quando l’aereo è già in piena discesa.

Di nuovo ti colpisce, come ogni volta, la sua singolarità evolutiva: città come sfida e contro-intuizione, salvamento dalle acque, isolamento, difesa, sopravvivenza, paradosso.

E però città-città, se mai ve ne fu una.

Ogni volta ci metto un po’ a ricordarmi che i canali non sono strade allagate, ma appunto canali, geografia, tracciati idrici pre-esistenti cui la città si è adattata assumendo quella non-forma, vale a dire quella sua conformazione caratteristica dove la geometria è poca, dove il controllo prospettico dello spazio è raro, dove nessun principio ordinatore punta ad imporsi sull’opportunità assoluta di venire a patti con le acque e con il soma che lì assume il Mondo.

 

Non visitavo la Biennale dai tempi della Via Novissima, nell’Ottanta, quando per la prima volta fu utilizzato lo spazio delle Corderie dell’Arsenale.

Ieri la città era il solito delirio di caldo e turismo, ma il vaporino della linea 1 era semivuoto.

Le immense navi da crociera ancorate al Tronchetto, grandi come un quartiere di Venezia, alte più delle cupole di San Marco, davano esatta l’idea della pressione fisica che si esercita sulla città da tutto il mondo.

Più tardi, dalla fermata Arsenale vedevi queste navi salpare e andar via sotto il controllo dei rimorchiatori, mentre attraversavano il Bacino di San Marco per la delizia dei croceristi, che nereggiavano affacciati alla murata e scattavano l’ultima foto, rigorosamente col flash non ostanti la luce e la distanza.

Oggetti nautici di tali dimensioni mettono fuori scala tutto il resto, compresa la Salute, il Redentore, palazzo Ducale, eccetera.

Tutto era di colpo diventato scenografia di se stesso, falsificato dalla violenza dell’irruzione turistica al suo stadio finale, quando cioè il mega-albergo con piscina (più di una) dove risiedi coincide con il tuo mezzo di trasporto e si inserisce in ogni paesaggio, schiacciandolo.

Fossi il sindaco di Venezia, fossi l’autorità delle acque, proibirei a queste navi di percorrere il bacino di San Marco, le costringerei a passare all’esterno di San Giorgio.

E però mi si obbietterebbe che la mia è una posizione anti-storica, di vana resistenza al divenire ineluttabile delle cose.

Il divenire delle cose prevede l’omologazione del pianeta e la riduzione di ogni singolarità a citazione di se stessa, scenografia, parco a tema.

Quello che sta accadendo per Venezia, vale anche per le Dolomiti, per Amsterdam come per lo Yosemite Park, per Ushuaia come per Marrakech.

Non è lontano il momento in cui potremo constatare l’eliminazione d’ogni differenza di potenziale tra punti e luoghi tra loro diversi, in un complessivo e planetario appiattimento della loco-diversità. Alla fine, di tutte le sostanze mescolate tra loro ne risulterà solo una, della quale si intuisce già il puzzo, lo stesso che può emanare una massa di turisti su un vaporino che percorre il Canal Grande.

L’impero non muove più solo i suoi eserciti, ma anche le sue masse, cui fornisce un limitato sovrappiù che consente loro, a determinate condizioni e senza dover compiere il minimo sforzo (neppure linguistico), di ammirare la messa in scena della diversità, dell’estraneità culturale, dell’esotico, in condizioni di totale protezione.

Il che equivale a non viaggiare, a non apprendere, a non prendere il minimo contatto con il luogo e l’oggetto della visita.

Che questa non suoni come una giaculatoria no-global: sono pro-global, caldeggio l’eliminazione delle identità e delle appartenenze, perché sono tra le fonti di conflitto più stupide e frequenti. Lasciamo che le genti si mescolino: però tutto ha un prezzo e questo qui è salato.

 

Quindi percorriamo l’intera manica delle Corderie suddivisa in una sequenza di camere e sezioni senza che se ne possa cogliere, come accadeva un tempo, la straordinaria unità spaziale e contemporaneamente l’antica funzione di opificio delle gomene.

Procediamo cercando di amministrare negli occhi e nel cervello la quantità di informazioni visive con cui veniamo in contatto.

Nomi di artisti subito dimenticati, prevalenza di un concettualismo che si direbbe buonista nella denuncia di violenza, guerra, fame e malattie.

Denuncia spesso inutile perché troppo ingenua, ma soprattutto troppo spesso impoetica.

La cosiddetta “verità dell’arte”, se esiste, è senz’altro diversa dalla verità politica, o da quella scientifica.

Da tempo la fotografia e gli strumenti artistici tradizionali, come il disegno e la pittura, si mescolano al video tape, alla scultura, al ready made, all’uso del suono e della musica, della voce umana, alle tecniche più impensate.

Anche qui è lo stesso, il che provoca un continuo sballottamento e affaticamento del visitatore, che per esempio deve ogni volta capire da dove provenga quel determinato suono, a quale immagine vada eventualmente abbinato, se l’autore di una serie di disegni sia anche, com’è senz’altro possibile, l’autore di una serie di fotografie lì accanto, eccetera.

E poi c’è una quantità di quelle che chiamerei le stanze nere, dove entri timoroso e cieco, magari inciampando nelle gambe di qualcuno seduto a terra, e te ne resti all’impiedi per qualche minuto a guardare un video del quale non capisci una ceppa, che forse è bellissimo, ma tu non lo saprai mai, perché richiederebbe tempo, una poltrona, aria condizionata, forse un bicchiere di birra.

Non c’è solo arte qui dentro, c’è anche il tuo corpo affaticato, il caldo, i tuoi piedi che camminano già da ore, i calzini che stringono alle caviglie, il tuo desiderio di andare via.

 

Alla fine del percorso troviamo questo stanzone diviso a metà in senso longitudinale, coperto a capriate come tutto il resto, dove fa fresco e ci sono lunghe panche.

Ci sediamo per riposare prima di affrontare la luce e il calore delle darsene dell’Arsenale e andare a cercare da mangiare.

Sulla parete di fronte quattro schermi accostati dove vengono proiettate le immagini di un video.

Sulle prime lo guardo distrattamente, sembrano le solite bizzarrie indecifrabili che qui sono ovunque.

Sono primi piani di uomini e donne di tutte le età, che dicono qualcosa che non capisco.

Alcune facce sono orientali e parlano in cinese.

Poi di fronte a me un ragazzo guardando in macchina dice: JE VAI MOURIR.

Sullo schermo a fianco un’altro volto pronuncia le seguenti parole: I WILL DIE.

Deduco che anche i cinesi dicano la stessa cosa.

Alla fine realizzo che tutte queste persone stanno dichiarando davanti alla videocamera che dovranno morire.

Maschi, femmine, giovani e vecchi, sani e malati, affermano questa verità ovvia e sconvolgente, mentre l’obbiettivo li scruta da vicino, cercandone (spesso trovandolo) lo sgomento.

Alcuni affettano distacco, altri scherzano, fanno smorfie, altri ancora sono serissimi e usano un filo di voce, pochi sono quelli davvero impassibili, mentre colpiscono i più vecchi (qualcuno è vecchissimo e palesemente malato) per la consapevolezza e la rassegnazione con cui fanno la loro dichiarazione, sempre la stessa, obbligatoria per tutti: IO DEVO MORIRE.

Uno o due secondi per ciascuno: IO DEVO MORIRE.

Restiamo un bel pezzo soli nella penombra, seduti su una panca dove volevamo solo riposare, a guardare il susseguirsi di quei volti e della stessa frase in tre lingue diverse, affascinati dalla banale profondità di questa misteriosa dichiarazione, IO DEVO MORIRE, che sembra contenere il nocciolo dell’intera Questione.

Alla fine, trovata la forza di alzarci di nuovo, leggiamo sulla parete il nome dell’autore e il titolo dell’opera: Yang Zhenzhong (China), I will die, 2000.

Scritto da: tashtego a 16:07 | link | |

giovedì, 07 giugno 2007
Il cazzone*

Vedo sempre questo tizio quando vado a mangiare al bar. Siede al tavolino all’aperto, prende il sole, si guarda intorno. Forse è un attore porno. Forse no. Gli dedico questi versi.

 

Il cazzone sta seduto

Col gessato nerboruto

Palestrato

Il cazzone un po’ scosciato

Sta seduto basettone

Il cazzone sta abbronzato

La camicia sbottonata

Pettorali incatenati

Depilati

Sta seduto lampadato

Con il pacco bene in vista

Luma attorno senza sosta

Il cazzone siede, attende

L’occasione per l’arnese

Mangia un piatto di caprese

Parla un poco

L’altro manzo non lo ascolta

C’è una donna leopardata

Che è passata

Era quella l’occasione?

Il cazzone non ci pensa

E contempla dal di dentro

La sua essenza.

 

 

* Nel film La città delle donne, 1980, Fellini si inventa il personaggio di Sante Katzone interpretato da Ettore Manni, figura triste di seduttore. 

Scritto da: tashtego a 10:10 | link | |