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lunedì, 30 luglio 2007
Imprinting infantili

La prima volta che ascoltai il Koln concert fu verso la fine dei Settanta, a Milano, in casa di amici. Rimasi vittima di una specie di “shock da riconoscimento”, com'è stata definita la sensazione di chi si trova al cospetto di qualcosa di cui, senza saperlo, era in segreta attesa. Un vinile ECM del Settantacinque con copertina bianca e foto, doppio. Le prime quattro note sono ancora oggi semplicemente pazzesche: tan tin tan tan.

Leggevo delle condizioni in cui si svolse il concerto, di un Jarrett febbricitante, del suono inusuale dello strumento che gli avevano fatto trovare, del fatto che non ci fosse modo di cambiarlo prima dello spettacolo, dello stato di quasi-trance di Jarrett, eccetera. In più di trent’anni sono milioni le copie vendute in tutto il mondo.

Non so quanto abbiano venduto nello stesso arco di tempo dischi come Kind of blue di Davis, o A love supreme, di Coltrane, ma è probabile che nessun disco jazz, né prima né dopo abbia venduto tanto.

Il Koln concert me lo regalò un amico che l’aveva a sua volta avuto in regalo, ma essendo un cultore di musica classica, non sapeva cosa farsene. Lo portavo nel bagaglio dei vari spostamenti di quegli anni, per me molto difficili. Quando in una delle mie varie residenze provvisorie, dove di solito qualcuno mi ospitava, trovavo un “impianto” tiravo fuori il disco e lo ascoltavo. Esprimeva con esattezza il mio stato d’animo. Finché une delle persone che in quegli anni, mi ospitò, vedendomi metterlo in borsa mentre lasciavo la sua casa, non mi disse: pensavo che me lo regalassi. Glielo regalai.

Subito dopo lo ri-comprai in cassetta, assieme ad un walkman Sony di colore rosso, autoreverse. Comprai il walkman per ascoltare Jarrett. Presi anche una cassetta con una Wassermusik di Hendel e una Sherazade di Rimsky Korsakov. Alternavo queste musiche in cuffia. Poi presi anche le Sacre du printemps di Stravinsky, per ascoltare quelle sei note iniziali di flauto.

Al Sacre sono legato per via bizzarra e illeggittima: Fantasia di Walt Disney, che è del 1940. In quel film, che vidi da molto piccolo, c’è una strana lettura della musica di Stravinsky tutta imperniata sul tema della nascita della terra e poi della vita fino all’estinzione dei dinosauri causa desertificazione del pianeta. Per me le Sacre è rimasti indissolubilmente legato a quelle immagini. Ogni volta che mi capita di ascoltarlo mi viene subito in mente il triceratopo in difficoltà, che alla fine schianta al suolo e muore. Lo stesso vale per gli altri brani contenuti in Fantasia. Un imprinting infantile indelebile, così come indelebili sono la difficoltà e il dolore cui è legato il Koln concert.

Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno si rivolterà nella tomba.

Oggi l’emozione di un tempo per fortuna è svanita, il Koln è diventato solo un ottimo pezzo di musica.

Sulla “o” di “Koln” ci va la dieresi, certo.

Scritto da: tashtego a 15:03 | link | |

venerdì, 27 luglio 2007
In margine agli addominali di Leonida

poster_300-03

Ieri, come sorprendente et tardiva conferma della mia tesi, a commento del post del 26 aprile 2007, Gli addominali di Leonida - che maldestramente riferiva del film 300, definendolo il primo film integralmente/intimamente/completamente fascista che avessi mai visto - ho trovato il testo, molto interessante, che riporto qui sotto. Lo riproduco il più fedelmente possibile, dopo un po’ di editing, resosi necessario per la trascuratezza con cui era stato battuto. Chi vuole può trovare l’originale in calce al post.

 

"IL SIMBOLO DEL SACRIFICIO VOLONTARIO AL DOVERE, QUESTO È IL SIMBOLO DELLE TERMOPILI, DELL'EDUCAZIONE SPARTANA, COME QUELLA ROMANA, O DEI SIOUX, O DEGLI APACHE, SI DEVE FARE SERENAMENTE QUELLO CHE È DA UOMO, LA SCONFITTA NEL SACRIFICIO È LA VITTORIA VERSO SE STESSI.

IN GRECIA DOPO LE TERMOPILI CI FU MARATONA, MENTRE IN EUROPA NEL ‘45, DOPO BERLINO, NON C’È STATA LA VITTORIA PER L'EUROPA E PER L'ORDINE COSMICO CHE È INTRINSECO DI SPIRITUALITÀ E SACRALITÀ E NON DESPIRITUALIZZATO, COME IL MORENTE OCCIDENTE.

IL DOVERE DEL SACRIFICIO È IL SIGNIFICATO DELLA LOTTA PER L'ORDINE COSMICO, DA SPARTA A BERLINO, ALLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, UNA RESISTENZA PER L'EUROPA.

LA GRANDE PATRIA SPIRITUALE DI TUTTI NON DOVEVA MORIRE, L'IO PICCOLO SÌ.

L'IMPORTANTE È CHE DOPO LA GRANDE DIFESA E DISFATTA, I GIOVANI DI OGGI SI SENTANO CONTINUATORI DI QUEL FILO D'EROI CHE NON SI DEVE SPEZZARE MAI.

I NOSTRI AVI CI GUARDANO.

IL FILO PER ME È SPARTA, BERLINO ‘45, ASPETTIAMO LA NOSTRA MARATONA, GLI AMERICANI RESTANO L'OCCIDENTE MALATO IL BARBARO CHE AVANZA SULLA TRADIZIONE."

 

Aggiungo che qualche settimana fa, a Roma, erano comparsi manifesti di una della tante formazioni giovanili di super-destra, di totale identificazione politica ed adesione entusiastica allo spirito di quel film. Peccato non averli fotografati.

 

Scritto da: tashtego a 13:05 | link | |

giovedì, 26 luglio 2007
Family killers

Il dodici maggio duemilasette si svolse a Roma, in piazza Sangiovanni il family day, da qualcuno dei suoi sostenitori più snob ri-battezzato dies familiae.

Trattavasi di una strana manifestazione, durante la quale si perorò una strana causa, quella così-detta “della famiglia” contro oscure minacce provenienti da non si sa quale forza politica, quale provvedimento legislativo teso a smontarla e/o de-legittimarla.

Nella sostanza, si voleva protestare contro il presunto prossimo varo di un disegno di legge che prevedeva un tenue riconoscimento per le coppie di fatto, etero od omo che fossero.

Il presunto prossimo varo di quella timidissima legge non c’è stato, né suppongo ci sarà mai, cioè non da parte di questa maggioranza, non per iniziativa di questo così-detto centro-sinistra.

Durante il family day, peraltro pieno raso di preti e monache, si cianciò di “sacralità del vincolo”, di “centralità della famiglia”, della sua non-sostituibilità come elemento primo, posto a base della società, eccetera.

Non ritorno sulla questione.

Il fatto è che praticamente ogni giorno leggo di efferati fatti di sangue che avvengono in ambito famigliare.

Da La Repubblica di ieri:

 

Dramma della gelosia a Catania
sgozza la moglie davanti ai figli

Prima ha accoltellato la consorte, poi ha tentato il suicidio

CATANIA - Sgozza la moglie davanti ai figli e poi tenta di togliersi la vita. Un operaio di 54 anni, Alfio Giuseppe Fresta, ha ucciso, con più colpi di coltello, la coniuge, Rosaria Morra, di 48 anni, casalinga. L'uomo ha poi tentato il suicidio ferendosi all'addome con la stessa arma. La tragedia è avvenuta nella loro casa in contrada Dagala del Re di Santa Venerina (Catania). nell'abitazione c'erano i quattro figli minorenni della coppia.

 

Questa volta i quattro figli sono stati risparmiati, ma di solito non è così: l’altro giorno in Francia un padre ha fatto fuori tre figli.

In America, il giorno prima o quello dopo, era successo un’altro fatto del genere.

In Italia sono cose che succedono tutti i giorni, in nuclei famigliari “insospettabili” e “per bene”.

Credo che le “morti da famiglia” siano più numerose di quelle da incidenti sul lavoro, che pure sono moltissime (segno inequivocabile di una gagliarda sinistra al governo).

Di sicuro, come ho letto tempo fa, gli omicidi consumati in famiglia sono più numerosi di quelli più propriamente criminali.

Cioè si ammazza di più tra le quattro sacre mura domestiche che in ambiti malavitosi, più o meno organizzati.

Quindi, se si pone un problema di “sicurezza dei cittadini”, questo si pone come problema interno & domestico, piuttosto che come problema esterno e urbano/metropolitano.

Stando ai dati, coloro che dicono “non si può più uscire di casa per paura di essere aggrediti”, dovrebbero più ragionevolmente avere paura di tornare a casa, dove potrebbero trovare un famigliare pronto col coltello, oppure la doppietta, o le sole mani nude, che li sta aspettando per farli fuori (di solito con qualche ragione).

Statisticamente è più probabile: "signora mia, non si può più tornare a casa per paura di essere aggrediti". 

Scritto da: tashtego a 08:25 | link | |

martedì, 24 luglio 2007
Cambiamo il nostro modo di morire

Leggo che è morto Giovanni Nuvoli, aveva smesso di nutrirsi dal 16 luglio

Qualcuno ha visto in quali condizioni si era ridotto?

Era malato di sclerosi laterale amiotrofica, che porta progressivamente alla paralisi totale, anche dei muscoli della deglutizione e della parola.

Leggo che aveva espresso un’umanissima & semplice volontà: "voglio morire senza soffrire, addormentato".

Chi di noi, anche senza versare nelle sue terribili condizioni, non vorrebbe lo stesso?

Bene, la volontà di Giovanni non è stata rispettata, fondamentalmente perché la Chiesa cattolica, ce lo vietava e glielo vietava.

È stato un caso, come quello di Welby, di tortura indiretta, vale a dire di omessa interruzione di sofferenza.

La morte di Nuvoli – e di moltissimi come lui - ce l’hanno sulla coscienza i torturatori come Ratzinger e i suoi accoliti, religiosi e laici, preti e credenti e politici.

Ce l’hanno sulla coscienza anche i non-credenti (ma anche lui “sente” l’esigenza del trascendente) alla Bertinotti, alla D’Alema, che per puro calcolo di auto-conservazione politica non propongono una legge che cambi il nostro modo di morire.

Vogliono che noi tutti si muoia secondo il loro dettato, soffrendo sino all’ultimo, scongiurando i medici che ci aiutino a farla finita, umiliandoci terrorizzati di fronte ai loro ministri di fede, genuflettendoci ai piedi di questa casta secolare di privilegiati assassini perché chiuda un occhio se qualcuno stacca un tubo, ma solo dopo averci somministrato i sacramenti.

Scritto da: tashtego a 14:29 | link | |

lunedì, 23 luglio 2007
Rivoli carsici

Foro-Italico_Giotto_1Roma, Foro Italico, Accademia di Educazione Fisica, 1928 (credo), architetto Enrico Del Debbio. Tracce giottesche nell'architettura del Regime.

giotto_la rinuncia di s.francesco_ assisi_bas_sup_1297-99

Giotto, La rinuncia di S. Francesco, Assisi, Basilica Superiore, 1297-99

Scritto da: tashtego a 22:59 | link | |

Squartamenti

bacon_1La disperazione del suino porchettato si vede tutta nella posa che l’imbalsamatore fa assumere al volto dell’animale, a bocca spalancata con dentro il solito limone, gli occhi vuoti e semichiusi, strizzati come di qualcuno che pianga.

Il colore della pelle di porchetta è preciso a quello delle mummie egizie, un bruno scurito di forno o di balsami segreti, non importa.

La porchetta mi risulta sia un pezzo di animale lasciato il più possibile intero e però sezionato come una mucca in formalina di Damien Hirts, solo che quella non si mangia.

Siamo abituati ai cadaveri degli animali mangerecci, alla testa di abbacchio scorticata gli occhi proiettati fuori dalle orbite e il sangue che ancora cola dalle narici, al coniglio che pende dal gancio in macelleria, le galline spennate la pelle gialliccia la testa adagiata sull’acciaio smaltato bianco, gli occhi chiusi come in obitorio, alla testa di maiale intera che sorride tetra dalla vetrina del butcher di Londra, le zampe tagliate esposte a ludibrio gastrico, hmm lo stinco quanto mi piasce, lo zampetto, il cotechino, la salsiccia, la vescica, il fegatello retato con foglia di alloro, le lingue bovine sradicate affettate, la mucosa dello stomaco tagliata quadra, accatastata a fogli che sembrano di feltro giallo, salsicce appese in festoni, dimentiche di essere intestino svuotato e farcito con carne dell’animale titolare.

In pescheria giace stecchita puzzolente una porzione più o meno vasta (a seconda di quanto è buona la pescheria) della bio-diversità marina che nemmeno percepiamo più come insieme di animali, ma solo come cibo, senza soffermarci mai sulla complessità e bellezza e direi perfezione (se la parola avesse senso) di queste creature inerti, gli occhi opacizzati, sezionate affettate infilzate a tocchetti su spiedini pre-confezionati, molluschi ammassati vivi in retine etichettate, che muoiono lentamente.

Ri-penso ai grandi maiali squartati esposti all’aperto, come cariatidi, aperti le zampe divaricate il ventre svuotato dei visceri a guardia dell’ingresso di una norcineria di Anzio, sotto Natale, alle teste di capra arrostite intere che vedi nelle vetrine di certi locali di Istanbul, o di Atene, ancora infilzate negli spiedi, anche queste a bocca spalancata, limone, orbite vuote.

Scritto da: tashtego a 10:51 | link | |

Scala, sedia

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Scritto da: tashtego a 00:13 | link | |

domenica, 22 luglio 2007
La mummia del suino

Ieri al mercato del paese verso mezzogiorno ci saranno stati trentacinque gradi. Gli ambulanti stavano lì per la firma di presenza, e alcuni già rassettavano e piegavano e mettevano via la merce per andarsene, i clienti se n’erano fuggiti al mare, oppure restavano a casa dietro le persiane, discinti. Questo mercato ha quattro tipi di banchi: abbigliamento nuovo e usato, casalinghi, alimentari, piante.

Al centro c’è un venditore di salami e prosciutti rancidi, baccalà compromesso, pecorini colanti sugna, aringhe mummificate, e una quantità di roba maialesca secca, che a me quando la guardo mi fa senso: su ogni cosa domina un porchettone puzzolente con orbite vuote sotto le ciglia bionde e lunghissime, la bocca aperta che urla la solita sua disperazione, postuma e silenziosa.

La graveolenza che emana dal banco delle sugne & pesce secco, unico e solo, marca di sé tutta la percezione del mercato, determinando il tono mentale del visitatore.

L’odore è molto importante, sempre.

Mi è capitato di vedere film vicino a qualcuno che puzzava in modo tale da modificarmi completamente in negativo il senso di alcune scene, alle quali involontariamente associavo quell’afrore.

Allo stesso modo osservare un banco di biancheria per primati umani, già di per sé un po’ scrausa e pecoreccia, avendo nelle nari odore di pecorino et baccalà non è una bella esperienza: ti si spara nella mente un’evocazione involontaria della più bieca corporalità, della quale faresti a meno, soprattutto nella calura.

In questo mercato settimanale, in gran parte gestito da slavi e cinesi et mori di altra misteriosa origine, ma anche da laziali doc - con tanto de parlata che a Roma si chiama “burina”, ma che è la stessa (va bene, somiglia), anche a detta di filologi coi contro-cazzi, per esempio dell’Anonimo estensore della Cronica dei fatti di Cola di Rienzo (questa parlata mi viene naturale e quanno che mes’attacca non riesco più a levarmela, al punto che la mia donna si allontana stufa, come se puzzassi io pure di un baccalà linguistico: se vuoi parlare in questo modo parla da solo) – non si urla, nessuno più urla e decanta.

È silenzioso, appartato, assolato, in discesa, con montagne di vestiti usati, dove trovo camicie e magliette curiose, come l’ultima regalata a mio figlio dove si declama la necessità di prendere atto dell’esistenza dei black cow boys and cow girls.

Quando sono lì, devo comprare qualcosa, non posso farne a meno, perché tutto costa pochissimo, anche oggetti palesemente di buona fattura et tecnologia, roba di pregio, come forbici, pentole, accendini super astuti, oppure che mi sembrano utili, come i pantaloncini corti con l’elastico, blu, come si portavano al mare negli anni Cinquanta assieme ad un altro accessorio che non è ancora ri-comparso sulla scena internazionale: gli zoccoli de legno, con fascia di cuoio.

Si aprono altri scenari e files, che subito richiudo.

Scritto da: tashtego a 18:07 | link | |

martedì, 17 luglio 2007
Essere astice

Lobster_NSRW

Phylum: Arthropoda

Subphylum: Crustacea

Class: Malacostraca

Order: Decapoda

Infraorder: Astacidea

Family: Nephropidae

In inglese si chiama lobster, che viene comunemente tradotto con aragosta, ma in realtà questa bestia, da noi abbastanza rara, in italiano si chiama astice.

Dunque il libro di David Foster Wallace, invece di Considera l’aragosta (Einaudi, 2006), dovrebbe intitolarsi Considera l’astice. Dettagli per amanti dei dettagli.

Sabato mattina in pescheria di questi astici ce n’era una vasca piena, accanto alla porta. Presi il numeretto e mentre aspettavo il turno (caratteristica esasperante della società di massa è che tutti fanno le stesse cose, tipo andare in pescheria, nello stesso momento) ebbi modo di osservarli con attenzione e una certa partecipazione emotiva.

L’astice, messo in una vasca con altri astici, pare si comporti come gli scorpioni – anche gli scorpioni sono artropodi, come peraltro i ragni – che si aggrediscono tra loro uccidendosi, finché non ne resta un solo esemplare: “ne resterà uno solo”.

Per questo motivo e per evitare pericolose pinzate tutte quelle bestie avevano le chele strette da un elastico: chi glieli aveva applicati e con quale tecnica? Aveva usato un guanto di maglia di ferro? Domande senza risposta, a meno di non conoscere a menadito la filiera che porta l’astice dal fondo del mare fino a portata delle nostre dita e pentole.

Non potendosi fare a pezzi a vicenda, i miei astici, alcuni dei quali molto grossi, se ne stavano immobili uno sopra l’altro in una trentina di centimetri d’acqua.

Si capiva che erano vivi dai movimenti impercettibili di quella piccola foresta di antennine e chele e altra roba indecifrabile che hanno intorno alla “bocca” e che, come quella dei granchi è veramente complessa (e faccio fatica a comprendere come mai animali così sapientemente essenziali, selezionati si potrebbe dire “per levare”, posseggano bocche incasinatissime).

Il dorso dell’astice più grosso quasi emergeva dall’acqua della vasca e io non resistetti: dandogli colpetti sul testone con le nocche lo si induceva a sollevare lentamente l’antenna sinistra dall’acqua, ma solo la sinistra.

È stato a quel punto che ho appreso una cosa che avrei da tempo dovuto sapere, e cioè che l’astice ha chele asimmetriche come dimensioni e specializzate come funzioni: la chela sinistra, più grossa, serve a spaccare, schiacciare, frantumare mentre quella destra serve a tagliare, tranciare, recidere.

Come se noi possedessimo un martello (uno schiaccianoci? una morsa?) al posto della mano sinistra e una specie di trinciapolli al posto di quella destra: la nostra civiltà e la nostra cultura sarebbero oggi molto diverse, forse migliori.

Nella figura qui sopra le funzioni delle chele sono invertite. Si vede che l’astice europeo è diverso da quello americano. Il nostro taglia con la destra e schiaccia con la sinistra, quello di Wallace il contrario.

Tutti questi astici ammucchiati uno sopra l’altro, non solo non potevano aggredirsi, ma apparentemente nemmeno socializzavano, chiuso ciascuno nel suo carapace, ciascuno con una sua visione del mondo, autonomamente costruita e condivisa con nessun altro.

Forse ogni astice nella vasca (uno era morto, diventato più verde, l’avevano tirato fuori dall’acqua e messo su una specie di traversa e un bambino dice al padre quello è morto e il padre dice no è vivo non vedi che si muove, ma quello non si muoveva affatto, era proprio morto e ancora una volta dovevo assistere impotente – mi capita spesso – allo spettacolo di un padre che dice cazzate al figliolo, instradandolo al suo stesso pressappochismo, insegnandogli la genericità e l’imprecisione, cioè in definitiva la stupidità: bisognerebbe strappare i bimbi ai padri per affidarne l’educazione ad un computer) si vedeva come una cosa completamente a sé e non come membro della specie degli astici, suoi simili.

Poi pensai che gli astici, visto che si ri-producono in gran numero, in qualche modo scopano anche loro, però non riesco ad immaginare concretamente come e sulla base di quali impulsi, vista la loro carne così opportunamente incapsulata e protetta da ogni contatto, appunto, carnale.

Da molto tempo mi sono convinto che avere un carapace porta alla lunga ad un’importante conseguenza, per così dire interiore: una totale autonomia dell’essere e un’indifferenza tetragona al mondo, davvero invidiabili.

Basta osservare il comportamento della forma di vita completamente opposta a questa, il polpo.

Il polpo non possiede alcun tipo di protezione né di struttura, interna o esterna che sia, vive si direbbe al di fuori di se stesso, in un continuo brivido mimetico, con una tattilità, un’adattabilità, una sensualità e un’intelligenza davvero troppo esasperate, per non meritare anch’esse il nostro massimo rispetto: esistere come tutta-carne, come una modalità di vita tutta contrazione, muco, rilasciamento e mimesi, dev’essere sconvolgente. Ci si astenga dal cibarsene, per favore.

Invece questi mezzi corazzati qui, così ben fatti, ammirevolmente semplici, eppure straordinariamente complessi e soprattutto antichi, molto più antichi della nostra specie e di tutte le specie che camminano all’asciutto, hanno barattato l’esterno e i suoi stimoli, con la serenità di un interno, forse intellettualmente un po’ tozzo, senza un briciolo di sensibilità e di etica. In pratica la perfezione. Ma poi come possiamo sapere noi, nella nostra rozzezza di specie primitiva, cosa vuol dire essere astice?

 

Scritto da: tashtego a 10:28 | link | |

mercoledì, 11 luglio 2007
Storia di a-gei

L’avvocato abitava sul nostro stesso pianerottolo, assieme alla madre e al padre. L’incontravo spesso sulle scale al mattino quando andavo a scuola, talvolta in ascensore, ma più raramente, perché era uno sportivo e si faceva volentieri tre piani a piedi. Occorreva salutarlo come da prassi e obbligo formale potentemente inculcatomi da autorità superiori: sulle scale non si fischia non si canta si saluta e si cede il passo, sempre. L’avvocato e suo padre mandavano avanti un affermato studio legale nei dintorni, avevano la puzza sotto il naso e al saluto rispondevano con sufficienza et diffidenza. Anche, anzi soprattutto, un ragazzino percepisce queste cose. A casa venivano chiamati l’avvocato senior e l’avvocato junior, in pratica a-esse e a-gei. Perfetti rappresentanti del Generone, vestivano sempre di scuro, sempre in giacca e cravatta, a-gei usciva con passo elastico e veloce, con una borsa di pelle sotto il braccio, sorpassandomi regolarmente mentre vi avviavo con tristizia a prendere l’autobus per andare a scuola. Mai più di buongiorno-buonasera, nemmeno con i miei. Se ci fosse metti finito il sale, oppure lo zucchero, mai e poi mai avremmo pensato di andare a chiederlo a loro.

Da un certo momento in poi si cominciò ad incontrare a-esse molto raramente e sempre accompagnato da qualcuno, da a-gei o da una badante. Poi morì e fu fatto il classico FGR (Funerale-da-Generone-Romano), suppongo, perché questo si evinceva da alcuni tipici indizi. Anche queste cose un ragazzino le percepisce. A-gei seguitava apparentemente la sua vita normale, mai lo vedevi con una ragazza, ma era sempre inappuntabile e altezzoso come sempre. La madre non si vide mai più. Poi cominciai ad incontrarlo in momenti della giornata non usuali. Frequentavo l’università e andavo e venivo a tutte le ore. Tornava a casa metti alle undici, quando io uscivo. Oppure usciva verso le sei del pomeriggio. Sempre in completo scuro, ma spesso, sempre più spesso, anzi, non si metteva la cravatta. Non rispondeva più al saluto e ormai prendeva sempre l’ascensore. Quando lasciai la casa dei miei, a-gei era ormai andato di testa: lo incontravi a tutte le ore, sempre più trasandato, fumava in continuazione, parlava da solo, lo sguardo fisso, i capelli arruffati, invecchiato di dieci anni in poco tempo. I suoi occhi si erano come rimpiccioliti e gli si erano formate molte rughe ondulate sulla fronte, il colore della pelle era grigio, e aveva nere occhiaie sulle guance, diventate flaccide. Era ancora molto giovane, ma sembrava decrepito, camminava sempre più lentamente, con la testa incassata sulle spalle, come se temesse di ricevere una tegola da un momento all’altro: un tracollo. Non andava da nessuna parte, si fermava sul marciapiede di fronte e restava lì ore all’impiedi, fumando decine di sigarette. L’ultima volta che lo vidi - ero andato a trovare i miei poco prima che vendessero quella casa: l’avevo supposta un fortilizio indistruttibile, oltre che un bene inalienabile – l’avvocato junior era in canotta, bretelle, ciabatte e fumava con mani tremanti. Quando attraversò la strada vidi che aveva una larga chiazza di merda sul retro dei pantaloni.

Questo era a proposito di vite perse.

Scritto da: tashtego a 18:05 | link | |