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Non è stato facile decidere di venire fin qui e poi farlo davvero.
È stato come uscire dal troppo pieno d’occidente per ritrovarsi in un troppo vuoto, anzi, meglio, in un “non ancora troppo pieno”, ma in via di riempimento e omologazione.
Questo è il completamento tardivo del progetto di Pietro Primo, mi dico.
Dopo c’è stata la parentesi sovietica. E che parentesi.
Pietro voleva fare della Russia un paese europeo e Pietroburgo era il perno di questo progetto, in antitesi con Mosca: questa è la macro-lettura corrente di questa città, del perchè esiste nella sua subito evidente assurdità, nella sua bellezza ampia e stranita da una luce che ti aspettavi diversa, ma non sapevi quanto e come lo fosse.
Così come sapevi di una città estesa, ma non immaginavi questa dilatazione di spazi.
Qui la parola “boreale” acquista improvvisamente il senso e la poesia di una condizione insediativa, dunque umana e d’esistenza, davvero diversa da quella che conosciamo noi sul mediterraneo, dove tutto è più stabile e regolare, dove le stagioni non sono eventi esistenziali così importanti, dove la notte e il giorno cambiano di poco il loro rapporto reciproco e non si soverchiano fino al punto da annientarsi e annullarsi alternativamente, fino alle giornate tutta-notte, a quelle tutto-giorno, vale a dire tutta luce, e che luce.
Verso le otto, le nove di sera - quando esci la prima volta per andare a mangiare e svolti a sinistra alla fine della Pushkinskaia - trovi il sole tranquillamente installato sull’asse della prospettiva Nevskij, basso ma ancora caldo e smagliante, come da noi d’estate alle quattro del pomeriggio.
La luce e il calore ti investono come un vento e se non ci fosse quest’aria fresca che viene giù dal Baltico assieme al tramonto lunghissimo – ma i tramonti qui non sono rossi, sono giallo aranciato, sembrano più puri, il sole è come una stella che semplicemente finisce dietro un altro corpo celeste, invece di agonizzare drammaticamente e morire ogni volta - ti sembrerebbe di stare in una camera di emissione di raggi HIV, di quelle a pagamento.
Aria acqua granito, certo.
Ma la città ti si propone subito, prepotente, soprattutto nella forma umana.
Gambe crude di femmine russe, lunghe nude diritte bellissime, regolarmente intrampolate su scarpe minimali dai tacchi altissimi, ricevono questa luce radente che le carezza le scalda e sopra tutto ne disegna il volume nello spazio.
Non ti aspettavi tanta bellezza così ovviamente esibita, minigonne plissée, top scollati, occhi lunghi dallo sguardo alieno, fisso ma attento a ciò che accade nell’immediato intorno, occhi del colore delle piscine, oppure di un verde chiaro e trasparente, non dicibile.
Si sapeva delle donne russe e della loro bellezza, ma altra cosa è osservarne dal vivo la frequenza quasi inesorabile: i marciapiedi della Nevskij sono molto larghi, eppure a quest’ora brulicano di ragazze giovanissime che si muovono seminude a passo svelto e falcato, da sole o a coppie, talvolta con un ragazzo.
È una sequenza acustica continua di tacchi a spillo che colpiscono il granito.
Questa l’entrée, sul tardi, a Pietroburgo, giusto in tempo per osservare la lunghezza di questi crepuscoli, che durano fin quasi a mezzanotte, la città piena di gente come di giorno.
Pensi subito che tutti questi giovani sono cresciuti in epoca post comunista, della quale sembrano non voler sapere nulla. Pensi che vogliono solo vivere, viversi il futuro.
Ma non bisogna fidarsi delle prime impressioni, e nemmeno delle seconde, quando non si sanno nemmeno decifrare le insegne dei negozi.
Chissà qual è l’indicazione di USCITA, di ENTRATA: l’alfabeto cirillico ha più o meno trentadue lettere stranissime e contro-intuitive, alcune graficamente molto belle, ma troppe da ricordare.
La sensazione è che l’alfabeto cirillico sia stata la prima cortina di ferro istituitasi tra mondo slavo e mondo occidentale.
Hai voglia a costruire città neo-classiche e barocche, a tracciare immensi tridenti urbani, lo scoglio alfabetico resta ed è potentemente esclusivo, stabilisce un primo basico di qua, un iniziale di là: una volta caduta Costantinopoli, si interrompono i legami col Mediterraneo bizantino-ortodosso e
Questo lo sai e lo senti, perchè è una cosa che si sente ancora.
Al Museo Russo ri-scopri una verità semplice e tuttavia sempre sconvolgente:
Ti chiedi come sia stato possibile il mantenimento di una tale paratia culturale per così tanto tempo e quale potere abbia avuto interesse alla sua esistenza.
Poi, dopo due secoli di apertura, la nuova chiusura, che dura per tutto il Novecento e ancora permane: diversa, certo, ma pur sempre separante.
Aria fresca dicevo, e limpidissima, un cielo blu carico, anche a mezzogiorno, una luce stranissima, violenta, calda, obliqua, stratosferica.
Quando arrivi a vedere
Pensi che ci vuole veramente niente per farla tracimare dal suo invaso.
Poi in un museo vedi una specie di diorama dipinto ad olio della città durante una famosa inondazione (quella del Cavaliere di bronzo di Puskin?) e ti vengono i brividi, perché è una visione che ti fa freddo solo a guardarla, e desolazione.Che noia l’anti-politica, quasi più noia della politica.
Gruppi di cittadini, incapaci di vedere nella crisi della politica (in cosa consiste esattamente? qualcuno sa dirlo con precisione, al di là della solita accozzaglia di impressioni?) la loro stessa crisi, la nostra profondissima crisi culturale, se la prendono con ciò che ritengono essere l’altro da sé (i politici attuali), mentre si tratta solo dei nostri alter ego che siedono in Parlamento.
E il Parlamento stesso è solo un avatar del Paese.
Gruppi di cittadini dunque vogliono rompere lo specchio che riflette la loro stessa immagine, senza saper dire con esattezza con cosa, anzi con chi, vogliano sostituirlo.
Facendo finta di non sapere che quella che chiamano l’anti-politica è solo politica, che niente sfugge alla politica, che la politica non ha alternative.
O meglio ce l’ha e sono di solito varie forme di conflitto aperto, violento.
Quando Beppe Grillo urla “a che servono i partiti?” non è che mi venga la pelle d’oca, come accade a qualcuno, però un filo di nausea sì.
Io apprezzavo il Grillo comico, voglio dire l’uomo capace di comunicare e porgere il contenuto di alcune sue analisi, spesso interessante e sovente libero, in forma brillante e paradossale, cioè facendo ridere, sorridere, eccetera.
Quel Grillo lì serviva.
Ma adesso a che ci serve uno che riduce tutto il lavoro che ha fatto sin qui – l’uomo ha avuto del coraggio – a quattro stupidi slogan anti-politici, a domande come “a che servono i partiti?”.
Girerei dunque a grillo la stessa domanda: a che ci servi tu, adesso?
A che serve che ti metta a starnazzare in piazza le solite vecchie banalità da scompartimento ferroviario?
Era a questo a cui puntava l’uomo di spettacolo un tempo arguto, intelligente, coraggioso, bravo?
Deve sempre finire tutto in merda?
Non ti accorgi, oh Grillo, che tu, come tutti noi, sei solo materiale uscito dallo stessa catena produttiva da cui escono i politici contro i quali starnazzi?
Chi oggi se la sente davvero di prendere le distanze dal proprio Paese?
Chi se la sente onestamente di dire: chi io? io con quella roba non c’entro!
Non credo al “degrado antropologico” che sarebbe iniziato nei primi anni Ottanta, non ci credo affatto.
Cioè non credo che ad un certo momento, per motivi misteriosi, le società occidentali abbiano cominciato ad essere qualcosa di diverso, abbiano iniziato un processo di trasformazione così radicale.
Credo piuttosto che la società post-solidale nasca, sì per motivi strutturali come la fine della centralità della fabbrica, ma sono convinto che la maggior parte del lavoro l’abbiano compiuto due fenomeni concomitanti: la pressione dell’ideologia liberal-consumista in ogni angolo mediatico occidentale e il fallimento conclamato dei regimi comunisti.
L’intervento di Zygmunt Bauman al Festival di Modena (L’ideologia senza ideali, su
Non è ovviamente un caso che questa pressione ideologica, ormai vincente in quasi tutte le menti, come sanno bene i politici più sensibili & furbi, punti ad una completa americanizzazione del pianeta, al regno del Pensiero Unico, del Modello Unico.
Il martellamento ideologico è stato costante, fortissimo, pervasivo, ed è avvenuto per decenni soprattutto attraverso la fiction: migliaia di film e telefilm di provenienza americana che ribadivano, per anni ed anni, sempre più sottilmente ed abilmente lo stesso messaggio: la vita è competizione, è giusto che sia così e vinca il migliore.
Tutto questo confezionato dai vincenti per convincere i perdenti della propria responsabilità e colpevolezza nel determinarsi della loro condizione di sfruttati e di sottomessi.
È in atto la costruzione di un solo immenso inferno planetario, teatro della competizione globale del tutti-contro-tutti: i più deboli si fottano, se ti sfruttano è colpa tua e se non ti fai ricco, caro mio, sei solo un coglione.
...i commenti di questo blog sono, per l'ennesima volta, disabilitati. Se ne varrà la pena proseguirò a scrivere facendone a meno. Se no amen.

restando seduto per anni nel patio
il vento mi spazzola il cranio
*
se chiudo gli occhi e poi mi ritiro
ancor più all'interno di me
finisce sicuro che dormo
*
l'aereo che scoppia nel cielo
sbalestra all'inizio
ma poi rassegnato
al dato sicuro che muoio
mi rilasso, mi annoio
*
mi sogno, un domani,
servito da schiavi nubiani
*
aspetto seduto nel patio
fumando con gusto celtiques
bevendo sorsate di vino
aspetto che giunga qualcuno
mettiamo un vicino
che dica t'invito per cena
così che io risponda
di no
*
la vita trascorsa
mi preme alle spalle
come la gente
in un bus puzzolente
*
per quanto potente
l'incanto marino
di queste memorie
lucide d'acqua
con gli anni si secca
e lascia soltanto
scoperto un telaio:
salato
*
qualcuno mi pare ha chiarito
che questo trionfo d'azzurro
più volte si sia prosciugato:
foreste cresciute sul fondo
e prati per i bisonti:
di questa teoria ereticale
andrebbe bruciato l'autore
Ieri mangiavo da solo e pensavo che quella pasta fredda al tonno mi sarebbe restata sullo stomaco ed è ciò che poi è regolarmente avvenuto. Previsione facile.
Poi dal tavolo vicino al mio coglievo brani di conversazione.
Si parlava di assistenza sanitaria, del costo pazzesco di una dose di una certa medicina.
Ho sentito pronunciare la parola seimila euro, ma non capivo se il malato in questione avesse o no usufruito dell’assistenza pubblica, per pagarselo.
Mentre la pasta fredda mi si accumulava alla bocca dello stomaco - per quanto provassi a farla scendere con sorsate d’acqua anch’esse gelate, lì restava - pensavo a una cosa letta su Internazionale della settimana scorsa, che il sistema sanitario italiano è il secondo al mondo, come qualità, dopo quello francese.
La stima è dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che pone il sistema USA dopo il trentacinquesimo posto, mi pare.
Fatico a credere a quello che ho letto, benché l’abbia scritto un non italiano (non ricordo chi).
Sono diventato di colpo pieno di orgoglio per il mio Paese, altrimenti da me considerato, da buon italiano quale sono, di merda.
Pensavo poi al nuovo film di Michael Moore sulla sanità americana, al fatto che molti milioni (avevo letto cinquanta milioni? mi ricordo bene?) di americani sono completamente privi di assistenza sanitaria.
Persone che, se si ammalano, semplicemente se ne tornano a casa e ciccia, come va, va.
La pasta fredda era troppa, ma avevo appetito e dunque proseguivo nella mia tattica suicida di seguitare ad ingerirne, mentre pensavo: se sei un cittadino americano e metti ti trovi sotto attacco da parte di qualche Nemico, tipo terroristi, comunisti, socialisti, criminali in genere, eccetera, lo Stato degli USA ti difenderà come può, e una volta difeso non ti verrà a chiedere il conto per le prestazioni dell’esercito o della polizia, o dei servizi speciali e segreti, della CIA, dell’FBI. Tutto sarà gratis, cioè compreso nel prezzo di essere cittadino USA.
Però se sono bacilli a metterti sotto attacco, oppure è un virus il Nemico, o è un cancro, nessuno ti difenderà, e se lo faranno, ti chiederanno il conto e nessuno ti curerà se non sei in grado di pagarlo o di fartelo pagare da un’assicurazione.
Se sei in salute i tuoi diritti di cittadino ad essere difeso dallo Stato sono validi.
In malattia no.
Ti attacchi, come si dice.
Ormai avevo finito la pasta fredda e avevo attaccato il melone scoprendo che i pezzi provenivano da due frutti diversi, uno troppo dolce e uno troppo poco.
Allora ho pensato che se una società non difende ogni singolo membro da qualsiasi nemico attenti alla sua vita, se non aiuta i più deboli a cavarsela, se non puoi contarci quando sei nei guai, nella sfortuna e nella malattia, quando da solo non ce la fai, allora, mi chiedevo, a che cazzo serve quella società?

Vivrei di salmone (ma non come un salmone).
Mangerei salmone a pranzo cena e colazione.
Mi è venuta la passione del salmone. Forse è il mercurio che provoca dipendenza, fatto sta che per esempio stamattina alle nove e mezza ho fatto fatica nell’impedire a me stesso di ordinare un tramezzino al salmone assieme al caffé, un tramezzino appena appena scottato sulla piastra, buonissimo. Salmone affumicato e/o fresco, svedese norvegese danese dell’Alaska o russo, canadese, oppure acchiappato dai giapponesi, che in mare acchiappano tutto e si mangiano tutto quello che si muove, a tutti i costi e con ogni mezzo e non è che i giapponesi siano pochi, sono metti un cento milioni, hanno soldi e mezzi diabolici e distruggono più loro di tutti gli noi altri messi assieme. Salmone selvaggio o d’allevamento, giovane o vecchio, rosso rosa marroncino. Salmone.
Sono appassionato di documentari sugli orsi, perché a un certo punto ti mostrano sempre l’acchiappanza del salmone nel torrente, la destrezza di questi bestioni con gli occhietti piccoli, che diresti completamente imbecilli, mentre si tuffano immergendosi in apnea, quando non riescono ad artigliarli all’impiedi sullo scoglio con quelle zampate precise, gli unghioni terrificanti con cui spellano quelle povere bestie e se le mangiano vive.
Non ostante sia contrario alla violenza e alla sopraffazione naturali, mi viene lo stesso l’acquolina in bocca, perché quei salmoni sono troppo appetitosi e paccuti anche per uno, come me, che punta alla ri-valutazione dei pesci come creature viventi invece che come cibo, che si sforza di mostrare come anche loro abbiano un volto.
Anche i documentari sui salmoni, altrettanto numerosi di quelli sugli orsi, anzi un tempo molto più numerosi, mostrano le stesse cose, però dall’ottica del salmone.
Essere salmoni non è proprio una fortuna. Anche a prescindere dall’essere appetitosi, anche espungendo la piaga dell’orso che ti aspetta alla cascata, anche abolendo la lampreda che ti aspetta alla foce del fiume per attaccartisi addosso e mangiucchiarti ogni giorno un po’, essere salmone è proprio un casino, per quanto mi ricordo.
Col salmone la fantasia del Supremo Criminale Reggitore dell’Universo (SCRU) si è sbizzarrita.
Per il salmone SCRU ha pensato un’esistenza così concepita: nasci nelle acque chiare di un torrente di montagna, senza conoscere né mamma né papà – e questa è l’unica nota positiva dell’intera faccenda – vieni trascinato a valle da piccolo fino al mare, dove passi tre anni più o meno decenti, sempre che vivere nell’inferno naturale del mare possa avere momenti decenti, arrivato alla maturità sessuale senti un impulso irresistibile che ti fa mettere in viaggio verso il tuo torrente natio dove, dopo aver risalito la corrente sin quasi alla sorgente - e a meno degli orsi - , potrai farti una sola epica scopata, che in pratica consisterà in un lungo brivido squassante con emissione di sperma nell’acqua, dopo la quale schiatterai lentamente e inesorabilmente, non senza prima, se sei maschio, essere diventato tutto rosso ed aver subito la deformazione del cranio in un ghigno amaro, terribile e permanente.
Non ostanti la solidarietà e la tenerezza che provo per i salmoni, io vivrei di salmone, di uova di salmone, filetti di salmone, pasta al salmone, eccetera: se penso a quest’estate, Pietroburgo, che al ristorante ti portavano come antipasto questi pancake morbidi e calducci assieme a burro e uova di salmone, da consumarsi col bicchierino di vodka ghiacciata, osservando ragazze bellissime, in minigonna plissé, con lunghe gambe nude, ben fatte, e tacchi altissimi, camminare svelte sui marciapiedi della Prospettiva Nevskj, mi viene in mente il concetto di istante perfetto, cui va aggiunto un sole caldo e radente ancora nell’aria fresca delle dieci di sera, che allunga le ombre, carezzava seni e cosce, luce che penetrava nelle uova di salmone come fossero perle d’ambra.
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1) L’esistenza nostra, così implicata nel biologico da non farci davvero percepire l’orrore della vita che deve nutrirsi di altra vita, all’infinito.
2) L’etica, religiosa et civile, così radicalmente anti-naturale da rigettare, se applicate alla società umana, le fondamenta della vita sulla terra - violenza, sopraffazione, morte –, che tuttavia resta completamente, o quasi, indifferente rispetto al destino animale, a quello che facciamo agli animali.
3) Osservare un pesce squarciato e spellato vivo, che viene fatto a brani mentre ancora si dibatte, non ci fa né caldo né freddo.
4) La religione cristiana (ma per l’Islam è più o meno la stessa cosa) che si ostina ad attribuire al suo dio infinita bontà, non ostante la totale evidenza del contrario si manifesti praticamente ad ogni passo che facciamo sulla superficie di questo pianeta.
5) Letto da qualche parte di recente: “ci sono due tipi di ateo, quello che non crede in dio e quello che considera dio un suo nemico personale”. Io sono del secondo tipo.
6) Non si fanno quasi più documentari su orsi e su salmoni.
7) La bellezza abbacinante delle ragazze russe, o meglio delle ragazze di Leningr... ops, di Pietroburgo.
8) Eccetera.
In rete le cose interessanti, poche come sono poche ovunque, ti arrivano sempre assieme ad un sacco di roba di seconda scelta, perché chi commenta spesso la butta lì, alla cazzo & mannaggia solo per dare fastidio, per marcare presenza, perché gli girano, perché si annoia, eccetera.
Non perché il post che sta commentando gli ha veramente dato spunto per qualche riflessione, che magari richiedeva uno sforzo di formalizzazione, il tempo di buttarla giù e magari correggerla più volte, la voglia vera di rilanciare un argomento, di contestare una tesi, magari di darti del coglione, ma per bene, con pensiero & passione.
L’unico dovere morale di chi scrive è l’accuratezza della scrittura, ha detto mi pare Ezra Pound.
E allora qual è l’unico dovere di chi commenta?
Non sarà per caso lo stesso?
Non sarà che l’unico dovere di chi commenta è l’accuratezza del commento?
E magari il rispetto per chi conduce il blog, fornendo materiali quasi ogni giorno, facendo uno sforzo non sempre piccolo?
Se la cosa può interessare, io porto avanti questo blog per vari motivi, oltre quello di essere letto:
1) allenamento di scrittura;
2) urgenza di scrittura su argomenti vari & eventuali;
3) uso della scrittura come mezzo per pensare, in modo il più ordinato possibile;
4) inter-locuzione con eventuali lettori, che qui hanno comunque facoltà di commentare (negli ultimi tempi molti blog hanno chiuso i commenti e sono nato nuovi blog senza commenti).
Ma se ottengo quasi solo commenti da treno o da ascensore, del tipo “ah com’è vero”, oppure pernacchi, poesiole porno, pispolate e altra roba dello stesso livello, mi domando checcazzo ci scrivo a fare, qui.
Ci sono dei giorni, in cui magari sei depresso più del solito, che quei commenti ti danno orrendamente fastidio, perché ti sembra sporchino lo sforzo che hai fatto per buttare giù qualcosa che avesse un senso e farlo bene, cioè con cura, sintassi, ritmo.
E ciò per il rispetto che porti a te stesso e a chi ti legge, che non vuole pavoneggiamenti, sciatteria, pressappochismo, scemenza.
Per un principio che ha guidato, per quanto possibile, tutta la mia esistenza fin qui: se una cosa non puoi farla bene, allora è meglio che non la fai.
Tutto questo comporta uno sforzo che forse non mi sento più di fare con la stessa frequenza di prima.
E allora sto pensando ad un blog di sole immagini, per esempio.
(Se poi alcuni dei frequentatori di questo blog vogliono aprirsi un forum lo facciano pure, ma per favore non usino questo luogo come succedaneo di un forum).
Ho deciso di occuparmi di questo blog in modo meno assiduo, perché le energie necessarie a portarlo avanti mi servono per altre cose.
Inoltre ho chiuso provvisoriamente i commenti e ciò a causa di un senso di desolazione provato al ritorno dalle vacanze, quando ho trovato più di cento interventi, quasi tutti inutili, o insultanti.
Mi sono detto: chi me lo fa fare?
Ho la sensazione che l’era dei blog si avvii al tramonto, che l’euforia provocata dalle nuove modalità inter-attive del web, dalla facilità di contatto e di intervento, si stia esaurendo, mentre cresce la consapevolezza dell’importanza della rete per il futuro dei sistemi democratici.
Insomma il web perde fascino nella modalità privata e ne acquista in quella pubblica.
Mi viene in mente un frammento di Corrado Guzzanti su You Tube (non so mettere qui il collegamento) in cui, dopo aver descritto le meraviglie di una tecnologia che ci consente di connetterci “in un nano-secondo” metti con un aborigeno australiano, si domanda: “aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo di’?”
Scorrendo tutti quei commenti insensati mi sono chiesto anch’io: ma alla fine, io e voi, che parliamo a fare?
Sono anni che ci frequentiamo in rete, se avessimo avuto qualcosa da dirci già ce la saremmo detta.
O no?