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John Isaacs, Are we not the same you and I, 2004
strón|zo
s.m., agg.
CO
1 s.m., escremento solido di forma cilindrica
2a s.m., fig., volg., persona stupida o spregevole, spec. come insulto: piantarla alla vigilia delle nozze, che s.!; anche scherz.: dai, non fare lo s.!; anche agg.: un ragazzo s.
2b agg., volg., di atteggiamento, discorso o sim., stupido o spregevole: ragionamenti stronzi, comportamento s.
Al super-mercato ho visto in vendita un mucchietto di copie di un libro che si intitola Il metodo antistronzi, di un certo .
Pare sia un grande successo.
I libri con la parola stronzo nel titolo vanno di moda, si vendono bene.
Forse la gente vuole finalmente sapere qualcosa di più sulla stronzaggine.
Secondo me si illude, perché stronzo è tutto ciò che ha a che fare con la specie umana e massa di stronzi è solo un altro modo per dire umanità.
Non ho consultato altri dizionari, ma come si vede già dalla voce del De Mauro on line la definizione di cosa sia è chiara, mentre non è affatto soddisfacente quella di chi sia uno stronzo.
Una persona stupida non è detto che sia anche uno/a stronzo/a, lo stesso si può affermare per la persona spregevole.
La definizione di stronzo è complessa, il concetto è sottilissimo, multiforme, sfaccettato, multi-uso.
Molti di noi sono o sono stati degli stronzi, hanno fatto gli stronzi, si sono comportati o si comporteranno da stronzi.
La stronzaggine non risparmia nessuno, questo lo sanno tutti (tranne gli stronzi).
Ma chi è uno stronzo?
Come dobbiamo comportarci per essere considerati stronzi?
Io se ci penso trovo subito qualche episodio in cui ci ho fatto una plateale figura da stronzo, mentre mi è più difficile individuare la stronzaggine dei miei comportamenti privati, perché è una sorta di costante universale (la chiameremo “Costante S”) che va moltiplicata per quasi tutto ciò che faccio & dico.
Parecchi anni fa entrai in una vineria e chiesi un vino bianco “un po’ champanisé”.
Il vinaio mi guardò con indifferenza, dicendo che non aveva capito la domanda.
Ripetei che volevo una bottiglia di bianco “un po’ champanisé”.
Allora lui, spietato, tacque per qualche istante, osservandomi con attenzione, come si fa all’apparizione dello steronzo, poi disse: vordì che lo vole un po’ frizzantino?
Quella per me resta un’indelebile figura da stronzo.
Sono sicuro di averne fatte di molto peggiori, ma quella, chissà perché, mi brucia ancora.
Mi volevo atteggiare ad esperto usando parole che pensavo da “intenditore” de vini, cosa che non sono, e dunque facendo inevitabilmente una figura da stronzo.
Questo perché stronzo è soprattutto colui che vuol sembrare quello che non è, senza però minimamente riuscirci.
Stronzo è anche colui che ogni parola che dice serve in un modo o nell’altro e in qualsiasi situazione a metterlo in buona luce.
Per esempio esistono autori che scrivono libri al solo scopo di pavoneggiarsi con il lettore.
È stronzo chiunque mostri di pensare cose come: “io so’ io e voi nun siete un cazzo” (Belli).
Sottolineo la parola mostrare, perché un pensiero da stronzo non fa di me uno stronzo: stronzi si è solo in ciò che esprimiamo in modo palese.
Saper riconoscere i pensieri da stronzi per accantonarli, evitando che si trasformino in parole e/o atti, è lavoro incessante e faticoso, ma necessario.
La figura dello stronzo arriva tutte le volte che fai finta di sapere cose che non sai.
Stronzo è chi per esempio approfitta delle debolezze e delle minorità altrui, per trarne vantaggio, per prevalere, per togliersi lo sfizio di vessare.
Ciascuno di noi è stronzo nel momento stesso in cui compatisce qualcuno.
Come pure stronzo è colui che ti fa capire di considerarsi diverso da te, quello che si sente su un altro piano e si vede, quello che lui è oltre.
È stronzo chiunque approfitti della sua posizione di potere per infierire inutilmente, per generare inutile tensione e sofferenza in color che non possono reagire.
Le gerarchie di ogni tipo, presenti in ogni tipo di ordinamento, soprattutto le gerarchie sociali, generano ogni tipo di stronzaggine, rendendo automaticamente stronzo anche chi di suo non sarebbe particolarmente portato ad esserlo.
È in questo senso che affermo che umanità e stronzaggine sono sinonimi.
Dall’universo umano emana una sorta di radiazione di fondo, sul tipo della radiazione cosmica scoperta da Hubble, solo che questa qui è fatta di stronzaggine.
Mi spingerei ad affermare che l’istante in cui homo habilis divenne homo sapiens fu caratterizzato dalla comparsa, in forma primitiva e preistorica, della prima, preziosa, stronzaggine.
Da homo habilis a homo stronzus.
Per questo i bambini, nella loro innocenza umana primaria, sono assolutamente, integralmente e felicemente stronzi: disprezzano e infieriscono sui più deboli, si vantano in continuazione, sono schifosamente egoisti e ingrati, approfittano di ogni nostra debolezza per trarne vantaggi, possiedono un senso della gerarchia sociale fortissimo, si lasciano andare ad ogni forma di esibizionismo, di capriccio, senza alcun rispetto per nulla e nessuno.
Nasciamo completamente stronzi e l’educazione dovrebbe proprio servire a questo, cioè a trasformare i bambini dal formato stronzus, molto primitivo e di origine genetica (di cui non hanno colpa), nel formato sapiens, di origine culturale, cioè in individui capaci di tenere sotto controllo la loro stronzaggine naturale.
Dovrebbe, certo.

Era difficile ieri guardare verso il cielo mentre si era sul Viadotto.
Rischiavo di stamparmi contro la macchina davanti.
Ma due grossi uccelli stavano sorvolandoci a bassa quota, neri contro il cielo verso oriente, che a quell’ora del mattino è sempre bianco di luce.
Erano cormorani, che, come al solito, facevano una gran fatica a volare, inerpicandosi nell’aria come ciclisti in salita.
Si capiva che non gli andava di stare lassù, che gli costava fatica, il collo stirato in avanti, le ali che apparivano non del tutto efficienti, sbagliate già dal progetto.
Quella dei cormorani sembra una specie che sia lì-lì per decidere di smettere di volare, per potersi dedicare solo all’acqua, al nuoto sub-acqueo e alla pesca.
Dunque, come mi capita ogni volta che posso osservarli, mi veniva da pensare che quelle sono ali in transito sulla lunga strada per diventare pinne.
Una specie di uccelli arrivati al capolinea come animali volanti, che in mancanza di ostacoli si innalzano a non più di cinquanta centimetri dall’acqua e compiono traiettorie le più brevi possibili: da qui a lì e poi di nuovo in acqua.
Quindi ieri mattina, qualsiasi fosse il motivo che spingeva quei due cormorani a librarsi così in alto sulla fiumana di traffico del Viadotto, doveva essere un motivo molto valido.
Ma quale poteva essere?
Non lo saprò mai, come non saprò mai come riescono ad acchiappare pesci nuotando in apnea nella fanga giallastra del Tevere, che possiede la trasparenza di un cappuccino chiaro.
Forse hanno speciali organi di senso, capaci di vedere un pesce anche se è immerso in quel lattice di colibatteri.
Anni fa, all’Isola, qualcuno aveva trovato un giovane cormorano ammalato, o ferito, non so, e l’aveva portato al centro ecologico del villaggio per farlo curare: se ne stava lì, all’impiedi, in mezzo ad umani curvi su di lui, senza mostrare paura.
Era piccolo e sembrava molto fragile, il becco, disegnato con cura, possedeva un gancio apicale dall’aria molto efficiente, la membrana tra le dita delle zampe era quasi trasparente.

La camera digitale può guardare un sole così senza bruciarsi la rètina.
Nell’immagine fotografica l’impressione di accecamento resta, tuttavia la foto non emette più luce di quanta ne emetta il colore bianco dello schermo del pc.

L’altro giorno alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna mi sono imbattuto per l’ennesima volta ne Il sole di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che è del 1904 ed è un quadro assolutamente stupefacente per tecnica e resa poetica.
Anche qui l’effetto accecamento è evidente.
Pellizza analizza la radiazione luminosa, si può dire raggio per raggio, con migliaia di finissime pennellate radiali dei colori dell’iride.
Lo chiameresti virtuosismo se, osservando l’opera, nella tua mente non si attivassero furiosamente i neuroni che conservano l’informazione alba, assieme alla memoria di tutte le albe della tua vita, di cui riesci quasi a percepire il profumo.
Dipendesse da me, quest’opera la intitolerei L’odore dell’alba.

Non sono adatto, né preparato, ai discorsi generali sull’arte, ma dopo la mostra di Rothko a Roma, butto giù lo stesso un paio di appunti.
“L’arte, in sé, è quel luogo eternamente muto di cui si può eternamente parlare”.
Cosa significa questa proposizione e perché mi suona così centrata?
Perché De Kooning può affermare che l’arte cosiddetta visiva è muta?
Perché, molto semplicemente, è proprio così: il mutismo risiede nell’assenza di parole, nell’uso di una forma di comunicazione esclusivamente visiva.
Questo è vero in senso proprio per la pittura, per esempio.
Ma l’affermazione di De Kooning si può legittimamente allargare fino ad un livello metaforico che può comprendere qualsiasi forma di lavoro artistico: l’arte è muta perché non è tenuta a spiegarsi, a giustificarsi, a fornire dati su di sé, ma punta solo ad esprimersi, con i mezzi che le sono di volta in volta propri, lasciando parole e commento alla non-arte.
La non-arte può/deve dilungarsi, discutere, dubitare, comparare, teorizzare, diffidare, ammirare, analizzare con minuzia, magari con intelligenza, all’infinito.
Per l’arte niente di tutto questo.
L’arte può solo darsi nuda e cruda, eternamente indifesa, per quello che è.
Una volta prodotta, l’unica scelta che le rimane è quella di mostrarsi o di non mostrarsi, di restare nascosta oppure di esibirsi, nel senso puro e semplice di farsi vedere, cioè di sottoporsi allo sguardo della non-arte, di chiederne il giudizio e/o di subirlo, un giudizio inevitabilmente formulato in una successiva emissione di parole, scritte/dette.
Una volta mostratasi, la cosa quasi peggiore che può accadere all’arte, di per sé muta, è di cadere nel silenzio, cioè di non suscitare parole.
Il silenzio è quasi peggiore dell’aperta derisione, ma per un artista la derisione resta la ferita più dolorosa, la più pericolosa, perché può letteralmente annientarlo.
Una storia degli annientati dall’arte sarebbe molto più lunga e complessa della storia degli accettati, cioè di quelli che sono riusciti a rendersi visibili, a suscitare parole.
Una volta prodotta – nel caso della pittura, una volta dipinta – l’opera se ne può restare nello studio dell’artista, girata verso il muro, oppure uscire nuda allo scoperto e domandare il giudizio.
Nell’uscire allo scoperto, la debolezza, l’indifesa nudità, dell’arte diviene tendenzialmente totale ed è questo il motivo per cui cerca in ogni modo di prevenire e difendersi dalle aggressioni, a sua volta attaccando, intimidendo l’osservatore, costruendosi un carapace di enigmaticità, di non-comprensibilità, spesso assoluta, spesso volutamente cercata e perseguita, al punto che per l’arte contemporanea l’ermeticità è diventata una specie di condanna all’auto-segregazione, una rinuncia quasi di statuto a comunicare coi molti, preferendo i pochi e i complici.
Sono le prime cose che impara il giovane artista contemporaneo: mai farsi sorprendere a scorrazzare nel senso, ma sempre mostrarsi spostato e deragliato rispetto ad ogni possibile interpretazione, in modo che il discorso, l’”eterno parlare” dell’arte, possa risultare mai pienamente vero e mai pienamente falso.
In questo modo l’ambiguità dell’arte consente di esistere all’ambiguità fondamentale del discorso critico, cui conviene quasi sempre la forma oracolare, che ha bisogno a sua volta di interpretazione.
Così il gioco degli specchi si chiude, il parlare eterno riflette il mutismo dell’opera, si nutre del suo enigma per costruire figure prestigiose di interpretatori, che passano tutta la loro esistenza intellettuale attestati in quella terra di nessuno che si frappone tra l’arte e noi, spazio che non hanno nessun reale interesse a colmare, ammesso che sia colmabile e non lo è.
Però poi Rothko ci raggiunge lo stesso (e non solo lui), salta ogni vuoto ed ogni enigma, per programmatico che sia – la sua opera, nel riserbo assoluto della sua solitaria sperimentazione, è programmaticamente misteriosa – ma lo fa senza voler farsi capire e restando, pur nell’assoluta non-comprensibilità, aperto, completamente nudo e disponibile, alla percezione.
Si buttino via le cuffie-guida.


Oggi volevo vedermi Rothko. Volevo proprio andarci. E ci sono andato. Mi sono svegliato alle sette. Ho oziato, cincischiato, mi sono colazionato lentamente, poi ho fatto due caffè, uno per A., uno per me. A. già lavorava, quando mi sono alzato. Non riusciva a dormire, ha detto. Lavora in continuazione. Poi ho letto un articolo sullo scrittore Limonov, che è anche il fondatore del partito nazionalbolscevico, pensa tu. Ma non l’ho finito. Limonov è un tipo che mi sta sulle palle già da subito, cioè già da senza saperne niente. Critica Putin, dice che in Russia non c’è libertà. Il che è probabilmente vicino al vero, però da che pulpito. Il partito nazionalbolscevico ha una bandiera uguale a quella del nazionalsocialisti, solo che al centro non c’è la svastica, ma la falcemartello: questi qui parlano di oppressione, in Russia. Leggevo di Limonov e intanto mi gustavo che saremmo usciti, che saremmo andati a via Nazionale a vederci Rothko.
Alle dieci riusciamo a scollarci di casa, arriviamo metti verso le dieci e venti in una traversa di via Nazionale, con alberi. Parcheggio il motorino, lo chiudo, svoltiamo l’angolo ed eccola là, implacabile. La Fila. Arriva già oltre il marcia-piedi, si protende sul porfido di via Nazionale. C’è anche il sole, fa caldo. Mi prende il nervoso. La tragedia dell’uomo-massa è che, qualsiasi cosa lui pensi di fare in città, ci pensano contemporaneamente altre migliaia di persone. Molta gente oggi voleva vedere Rothko. Ho detto ad A., senti vacci tu, se vuoi, io questa fila non la faccio. Lei dice che magari è veloce. Io dico non mi sembra, non mi va, andiamo via, da qualsiasi parte tu voglia, per me oggi niente Rothko. Siamo andati via, a comprare il suo profumo, a Corso Rinascimento. Abbiamo ri-visto l’interno della chiesa di Sant’Ivo, ne abbiamo parlato. Siamo andati verso Campo de’ Fiori. Al mercato avevano funghi. Ti vanno i funghi? Non so, poi costano 35 euro, è pazzesco. A. aggiunge che le pesche stanno a tre euro al chilo. Ti rendi conto? Si indigna. Ha ragione. Al centro storico non puoi compra’ niente, ormai: ti scorticano. Alla libreria Farenheit avevano però Europeana, di Ourednik, che non trovavo da nessuna parte. Ho pensato, che culo! Poi l’ho detto ad alta voce: che culo! Il libraio mi ha guardato con perplessità, disprezzo. Ho pensato: forse le parolacce non si dicono più, il mondo è cambiato. Poi abbiamo preso la pizza bianca, calda. Il risarcimento per il Rothko mancato era quasi completo.

Venire via dal Norde
Finalmente
Milanomalpensa ch’era notte
Sala d’imbarco intrisa
D’alba, di caffè che fumano
Lontano, e cappuccini
Pinne d’aereo oltre le vetrate
File di bravi soldatini
In grigio/valigetta
Fuori il mondo
Del divino aeronautico
Li ignora, indifferente
Una macchina attende
Complessa più della somma
Di tutte quelle teste
Più bella di quanto mai saranno
In grado di capire.