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Nel corso della mia esistenza, a pensarci, non mi sono mai imbattuto in qualcosa che non fosse parte di un gioco duro.
Certe volte terribilmente duro, anche se tutto sinora si è svolto in tempo di pace.
Era un gioco duro essere bambino, tra stronzi incuranti, supponenti, violenti, quando non melensi, piagnucolosi, falsamente accattivanti, puzzolenti, pericolosi: adulti, in pratica.
Ma era un gioco ancora più duro essere bambino tra bambini, in piena lotta per sopraffarsi, magari giocando, ma anche per dominarsi e possibilmente sfruttarsi.
Per non dire delle violenze. Del tutto istintive, selvagge.
Era un gioco duro sperimentare amicizie senza sapere cosa fossero e quanto potessero far male gli amici bambini che ti tradiscono e ti rinnegano.
Oppure quanto potevi fargli male tu, nello stesso modo e spesso del tutto gratis, senza un vero vantaggio, senza un motivo.
Un gioco duro parlare con le bambine, cercare di capire perché esistessero, cosa volessero e a cosa servivano, perché ti turbavano in quel modo, perché alcune fossero così adorabili-imprendibili-inarrivabili, perché fossero così diverse.
Fu un gioco duro andare a scuola, ma prima lo fu un anno di asilo dalle monache, inutile dilungarsi.
La scuola serviva ad annoiarti a morte, a conferirti quell’inadeguatezza che già in famiglia si provvedeva da tempo a inocularti.
La scuola serviva per farti venire gli spasmi di colite dall’ansia, per farti respirare ogni giorno il fiato e la puzza altrui, per farti apprendere a forza un pacchetto di nozioni pre-digerite, maleodoranti per il troppo uso, incomprensibilmente inutili.
Il gioco durissimo della scuola, la condanna, quasi insostenibile a 13 anni di scuola, serviva a formattarti per bene.
Quelli erano solo picadores, banderilleros seduti su pedane di legno, che ti infiacchivano e dissanguavano per prepararti alla vera mattanza che ti sarebbe toccata dopo, quando ti avrebbero infilzato a fondo, passato da parte a parte, schiacciato, fatto a pezzi, lasciandoti intero fuori.
Fu terribile il successivo gioco sessuale, fare i conti con quel desiderio apparentemente inesauribile, come se fosse toccato a te inseminare l’Universo tutto, popolare di tuoi discendenti intere galassie, mentre eri solo uno tra i tanti segaioli di cui si serve la specie per replicarsi.
Terribile quel gioco di parole continuo, quel sotto-testo da gestire, i no da vagliare, casomai fossero invece dei sì mascherati e che tipo di sì.
La paura di non piacere, di restare senza, di non sapere come fare.
La consapevolezza di essere lì come corpi tra corpi, desiderando spasmodicamente altri corpi in quanto corpi, ma dovendo ricoprire il tutto con una incomprensibile vernice rituale, di interminabili birre e balli e cocacole e verbalizzazioni, travolti da attaccamenti e amori e invidie e gelosie che oggi ti chiedi come hai fatto a sopravvivere.
Dire di quello che arrivò dopo "è stato un gioco duro" è solo un eufemismo.
Disegno di Nicola Pecoraro, 2005, circa.

Nel Duemiladue, al mercato del pesce di Barcelona, fotografai questo desolato esemplare di rombo (Bothus podas).
Sono anni che penso alle sogliole & ai rombi.
Non riesco a capacitarmi di questa cosa della migrazione dell’occhio destro sul lato sinistro.
Per i rombi.
Perché invece nelle sogliole gli occhi migrano sul lato destro (cioè le sogliole hanno preso l’abitudine di adagiarsi sul fianco sinistro).
Difficile trovare una descrizione dettagliata del fenomeno, ma grosso modo si svolge così: i botidi, cioè sogliole, rombi eccetera, nascono come pesci normali, con un occhio per lato, poi a un certo stadio dello sviluppo, mossi da un qualche impulso, adagiano un fianco sulla sabbia, l’occhio di quel lato si sposta sull’altro, il fianco rivolto verso l’alto assume l’aspetto e il colore della sabbia mentre l’altro diventa bianco.
In tutto questo bailamme sia la bocca che gli organi interni, l’ano, eccetera, restano nella posizione originaria, cioè da pesce normale.
Chissà se c’è qualcuno in grado di spiegare perché i botidi, invece di evolvere le caratteristiche usuali dei pesci che vivono la loro vita acquattati sui fondali - metti le rane pescatrici, oppure le razze, o il pesce pietra, lo scorfano, eccetera, che si adagiano sul ventre (come sembra più logico) - devono ripercorrere ogni volta questa tragica deformazione, che li lascia asimmetrici, bizzarri, deformi, non-finiti.
E poi come fa un occhio a migrare da un lato all’altro del corpo?
Fa tutto il giro?
Si immerge e riemerge dall’altra parte?
Qualcuno sta studiando seriamente questi pesci?
Io so che un organismo non è mai “definitivo”.
Cioè so che tutte le forme di vita che abbiamo modo di osservare sono solo l’odierna forma transitoria che assume una specie precedente, a sua volta frutto di un processo evolutivo durato qualche miliardo di anni.
E so anche che molte creature, noi compresi, nel corso dello sviluppo dell’embrione assumono morfologie assai differenti da quello che poi sarà lo stadio adulto.
Ma quando, come in questo caso, lo stadio adulto appare una specie di straziante deformazione di una normale morfologia precedente, che dobbiamo pensare?
Voglio dire: in che modo può essersi innescata questa fisiologia della migrazione oculare?
23 novembre 2007
In un post del 17 novembre Anfiosso - http://anfiosso.wordpress.com/2007/11/17/150-massi/#comments - così commenta quanto da me scritto qui, il 2 novembre, col titolo Sull'espellere i cittadini rumeni. Mi astengo da ulteriori commenti, perché credo che il senso di quanto ho scritto in realtà si colga abbastanza bene, anche se per farlo occorre sbarazzarsi delle pruderie del politicamente corretto. Anfiosso è uno scrittore che ammiro e rispetto (lui non sa che farsene della mia ammirazione e del mio rispetto) la cui esistenza si svolge, come lui spesso racconta, in modo interstiziale. E questa circostanza non marginale è ciò che determina il suo punto di vista, naturalmente.
"Sigh, sob, e io che volevo chiedergli tenisse dieci centesimi. Ma tant’è.
Ma mettiamo in chiaro una cosa:
In questa situazione non so cosa pensare, ma so che non vorrei vedere in continuazione tutto questo, so che la gente sporca che puzza e mi si accosta per strada, pressandomi per ottenere qualche soldo, mi dà fastidio, mi fa schifo, comincio ad odiarla.
Domanda: perché? prima l’amavi? rabbrividivi di piacere quando ti si accostava, riempiendoti il naso di miasmi e le orecchie di richieste lamentose? Ti è mai, ci è mai veramente piaciuta la gente che puzza e che chiede quello a cui, a rigori, non ha diritto?
In realtà non è mai piaciuta a nessuno. La gente che puzza non piace nemmeno a sé stessa. Il fatto è che quando si puzza il proprio odore non lo si sente, tutto qui.
La differenza è questa: che prima si tolleravano il cattivo odore, il brutto aspetto e le richieste pressanti in considerazione delle condizioni che avevano portato il barbone ad essere tale. A un certo punto, però (e qui è cominciato il poi), si è smesso di considerare quelle precondizioni, non sono più bastate, e si è cominciato a considerare con fastidio il barbone beone e puzzone che stende la mano agli angoli delle strade, che chiede i centesimi nelle metropolitane, fuori dal panettiere, vicino alle stazioni, sotto i portici, vicino al giornalajo, che dorme nei fossi e sulle panchine e nelle sale d’aspetto. Da una parte può darsi che i barboni siano aumentati (come per tutte le cose, dipende dai periodi: al momento, per esempio, a Torino non se ne vedono molti, tre anni fa era pieno zeppo, torneranno probabilmente ad aumentare e diminuire un numero indeterminabile di volte), o può darsi semplicemente che Tashtego sia stufo di molte cose, ivi compreso l’accattonaggio.
O forse, secondo me più verosimilmente, come avviene credo con tutti o quasi tutti, per un lungo periodo ha avuto considerazione per le disgrazie che portano i barboni ad essere tali, ma troppo in astratto, senza chiedersi di che cosa si tratti in realtà. In realtà l’accattonaggio e tutto quanto lo implica e ne è implicato è una contraddizione in termini, e come tale presto o tardi esplode: viviamo in una società in cui non c’è posto per tutti, che crea esclusi ma si rifiuta di liquidarli o escluderli completamente; da una parte sbatte fuori, dall’altra fa — con riserve — rientrare. Da una parte toglie la possibilità di sopravvivere, dall’altra continua a garantire la sopravvivenza. Gli stessi soldi che una persona deve senza possibilità di alternativa guadagnare e denunciare al fisco passano agli esclusi, parte sotto forma di servizj sociali, e parte, anche, brevi manu, con le elemosine.
In realtà è la possibilità materiale di sopravvivere senza lavorare che rende possibile il barbone. E questa possibilità precede e trascende la volontà e l’intenzione sia del barbone sia del cittadino integrato: è nel sistema, è un fatto istituzionale, anche culturalmente.
Tash sicuramente (la mia era una boutade, l’avrà capìto, ma questo discorso che faccio, e spero che si sia capìto anche questo, voleva essere un pochino più serio) non ha pensato a questo. Quello che mi chiedo è: c’è, effettivamente, qualcuno che ci ha pensato, che ci pensa? Che si è fatto sfiorare dall’idea?"
Ci ho ripensato ed ho deciso di lasciare un commento nel blog di Anfiosso, ma ho trovato i commenti chiusi. Dunque lo lascio qui.
Mettiamola così, visto che non riesci a cogliere il senso di quello che scrivo – marginalmente riguarda il conflitto tra repulsione fisica da un lato e istanza etico-politica, dall’altro – perché per tua stessa ammissione sei estraneo a tutto ciò che è politico, e se ti conosco un po’, anche a molto di ciò che è etico: io parlo di quelli che sono COSTRETTI a vivere sotto i viadotti, a frugare nelle mondezze, parlo di quelli la cui presenza è diventata fisiologica perché forniscono manodopera a prezzi bassissimi, quelli che sono ricattabili, quelli di cui il sistema si nutre succhiandone le forze vitali, come si fosse ancora ai primordi della rivoluzione industriale.
Il sistema per brevità lo chiamo ancora "capitalismo globalizzato" ed è quello che produce la gente di cui parlo.
Poi c’è altra gente, quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno mollato e che possono seguitare a vivere per i motivi che tu indichi, ma dei quali si sono accorti già in molti, non solo tu.
La puzza del clandestino disperato mi repelle, così come mi repelle la puzza di chiunque, uomo o animale che sia, ma la rispetto.
Tu, mon cher Anfiossò, hai DECISO di puzzare, hai deciso di vivere come vivi.
Di opportunità ne hai avute e seguiti ad averne, ma tu le rifiuti e dunque puzzi e dunque a me puoi fare schifo in quanto persona che puzza, ma la tua puzza non riesco a rispettarla.
Sul resto non ho nulla da dire, sono cose tue.

L’altra sera faceva freddo, venivo via dall’EUR in motorino, ero sul Viadotto, intirizzito, in mezzo a un traffico che a quell’ora è pazzesco, tanto che ogni volta penso: chissà se è stasera che ci lascerò le penne? Alle cinque e mezza del pomeriggio è buio, o quasi, nel senso che un lucore rosso, abbastanza apocalittico, permaneva ad occidente nel punto in cui il sole di solito va giù, portandosi via quel tanto di conforto che ti dà la luce che batte sulla rètina per quel tanto di ore che chiamiamo giorno per quel tanto di giorni che ci tocca di vivere.
Venivo via dalla città morta dell’EUR, anzi della città mai nata dell’EUR, abitata da non-morti, anzi da non-vivi, da non-nati, che camminano per quelle non-strade, tra quei non-edifici, che siedono fino a tardi alle loro scrivanie, facendo il loro non-lavoro, come me.
Tutti i santi giorni, anzi i non-giorni, all’EUR c’è della gente che parla, si nutre nei bar e nei self service, parcheggia in seconda fila, compra il giornale, parla al cellulare, si guarda attorno, conversa, usa parole scritte e dette e tutto questo ha un solo grande argomento condiviso: soldi. Facce da soldi, voci da soldi, giacche cravatte scarpe cappotti borse ventiquattrore, da soldi.
Un unico interminabile inestinguibile discorso sui soldi, per i soldi, con pochissime interruzioni su argomenti qualsiasi, quando a furia di parlare di soldi facendo finta di parlare di lavoro, le lingue si seccano nelle bocche da soldi, contornate di baffetti e pizzetti, sormontate da nasi con occhiali bizzarri, da soldi.
Venivo via dall’EUR sul Viadotto, circondato di macchine piene di questa, ma anche di altra gente, mentre un rosso tragico si spalmava allo sbocco della valle del Fiume, sul mare lontano pochi chilometri, che si intuisce ma non si vede.
Motorini a manetta, motociclette dal serbatoio cicciuto, con pneumatici enormi, perfetti tori di gomma quasi liscia, e sopra il motociclista costretto nella sua posizione quasi sdraiata, come se si stesse ingroppando la sua macchina, senza ritegno né vergogna, il culo all’aria davanti a tutti.
Furgoni assassini con dentro assassini, lavoratori al volante con le facce segnate dalla giornata, dall’età, dal lavoro, dal fatto che sono figli di poveri, anche se quelle facce proletarie di un tempo non le vedi più, sono scomparse con la scomparsa, almeno per noi italici, della fame-fame. A quell’ora sono distrutti al punto che preferiscono schiacciarti piuttosto che dover mettere il piede sopra il freno una volta di più: vanno via a palla, guidando come forsennati, vogliono andarsene a casa, devono fare l’ultima consegna, l’ultimo intervento, l’ultimo trasporto, e poi via, a casa. A casa.
Tutto quel freddo per me fino a casa, prima sul Viadotto, poi su via dei Colli Portuensi, poi un pezzo sull’Olimpica, un salto dal droghiere per comprarmi la cena, dove sempre mi fanno uno scontrino al centesimo, tipo “sono quattro euro e quarantotto”, un salto in Farmacia, uno dal macellaio per tre etti e mezzo (me ne ha fatti quattro) di petto di pollo, affettato lì per lì, sopra il tagliere, mentre parole usuali escono dalle nostre bocche, tipo: fa freddo, eccetera, mentre tutta quella luce al neon speciale batte sui pezzi di carne e li fa troppo rossi per essere veri, mentre fisso le goccioline di sangue, le piccole gore di siero animale che si spargono sopra il pianale del banco, altrimenti bianchissimo, lucido, pulitissimo, come il tavolo di un obitorio dove giace un povero abbacchio spellato, gli occhi opachi sporgenti come quelli di un calamaro di Humboldt.
Lo sguardo a destra oltre la barriera
Attento alla macchina davanti
Un franco di cinquanta metri
Prudenza
Sul greto del fiume vedo solo terra
Terra color terra
Raschiata
Terra messa a nudo, terra
Niente erbacce & sentieri
Niente buste di plastica & rifiuti
Ma solchi di pneumatici profondi
Segni di ruspe, i raschi delle benne
Tagliati via i canneti
Verdi, fitti
Dove vedevi trafficare quella gente
Carichi di cartoni, spingevano carrelli
E dentro cianfrusaglie
Rottami
Il Viadotto mi dà solo un istante
Solo uno sguardo
Lo ripeto ogni giorno
Così capisco alla fine
Che lì adesso non c’è niente
Nessuno la sera accende fuochi
Cessate le fumate puzzolenti
Non vedo cartone ondulato
Via i ciarpami
I mucchi di plastica schiacciata
Niente lamiere, compensati
Via tutti
Fuori dalle palle
Via dal greto
Via da sotto il Viadotto
Dai cespugli
E sopra da tre giorni
Il lezzo di carogna
Ogni giorno più forte.
Andati via, ma dove?
Il piastrellista tirava via
Maioliche dal muro
Botte di malepeggio
Venivano giù a pezzi
Rifare il bagno
Via, da capo a fondo
Niente piastrelle a fiori
Basta coi cessi rosa
Di colpo da sotto una piastrella
Schizzano all’impazzata
Corrono sull’intonaco
Cadono a terra
Scarafaggi stanati
L’uomo dice che schifo
Li schiaccia come può
Bigna ammazzalli tutti
Ché se rifanno er nido.

Si dice che Roma sia il Luogo-del-Ponte.
Di quell’unico mitico ponte di legno, forse il Sublicio, che univa le due sponde di un fiume altrimenti invalicabile, soprattutto d’inverno.
Il luogo della discontinuità annullata, dell’ostacolo temerariamente superato in barba alla sacralità dell’acqua.
Quindi il luogo in cui il Tecnico, il Pontifex, compie la sua inaudita Profanazione del Fiume.
E contemporaneamente provvede e sovraintende nel tempo alla manutenzione dell’Opera.
E anche – compito fondamentale - è preposto a tutte le funzioni religiose propiziatorie presso una deità acquatica dall’orgoglio ferito.
Roma dunque nasce attorno alla bestemmia tecnica del Ponte.
Attraverso il Ponte l’estensione della superficie del Nord è resa un tutt’uno con la superficie del Sud, a beneficio dei traffici e dei viaggiatori, ma anche degli eserciti.
In caso di guerra il Ponte va dunque tagliato.
La città è fin dai primordi il luogo in cui civiltà e culture e mercati e lingue dei due mondi, quello a Nord e quello a Sud del Tevere, si lambiscono e si intersecano e interagiscono proficuamente.
Roma cresce sulla riva sinistra del fiume, quella a Sud, perché lì c’è più spazio e le colline sono più dolci e abitabili di quelle a Nord, scoscese.
Per tutta l’antichità la città capace di imporre forma fisica istituzionale e giuridica ad ampie porzioni del mondo conosciuto, segue un destino singolare: non riesce a dare una forma a se stessa, un ordine complessivo.
L’unico criterio che sembra guidarla è quello riassunto nel motto dell’abate Laugier, trattatista del Settecento: “ordine nel particolare, tumulto nell’insieme”.
Questa città senza forma, col tempo e con le sconfitte, sprofonda pian piano nella terra, si immerge negli strati del tempo, nelle tonnellate di polveri sciroccali che si vanno accumulando, strato su strato, sopra l’abbandono e la fuga degli uomini.
Ciò che resta abitato ed abitabile si contrae e si distacca dalla cinta di Mura, come un mollusco che si dissecchi nel suo guscio.
Roma, da un milione e mezzo di abitanti, è ridotta a poche migliaia di anime.
Le antiche Famiglie si trincerano fortificando le loro dimore mezzo diroccate. Oppure occupano ruderi già allora antichi e vi si rinserrano, costruiscono torri e muraglie di cinta, giardini e orti conclusi.
Gli acquedotti sono tagliati durante gli assedi o rovinano a terra per mancanza di manutenzione.
La città beve l’acqua delle fonti che sgorgano naturalmente all’interno delle mura.
Alcuni ponti si sgretolano e cadono nel fiume.
La città si nutre di sé stessa per secoli, smontando pezzo a pezzo l’immenso lascito monumentale del passato e, ove possibile e opportuno, riutilizzandolo.
Oppure riducendolo a una calce adatta a murare i mattoni che si ricavano dalle argille fuori le mura, lungo l’Aurelia e
La città è un continuo inciampo, quasi una discarica culturale per statue, fastigi, basamenti, cornici, capitelli, colonne, vasche termali, epigrafi e sepolcri, sarcofaghi strigilati, pezzi di muratura giganteschi, marmi di tutti i tipi, e molto altro ancora tra ciò che di intensamente pagano emerge in continuazione dalla terra o viene ritrovato appena sotto la superficie.
Il corpo sterminato della città antica è come un’inesauribile riserva di cibo.
Ma col tempo diviene anche il testo basico, per i pochi che sanno leggerlo, su cui fondare e legittimare nuovi linguaggi per l’architettura e per la pittura e per tutte le arti.
Supporto, immenso deposito di elementi architettonici pronti all’uso, fonte per lo studio dell’antico, ispirazione per le arti e le scienze, museo a cielo aperto, lo spesso strato di città frantumata è anche molto altro, ed è soprattutto il basamento sui cui affonderanno le radici i nuovi strati di Roma, fino ad oggi.
Lentamente la compagine di manufatti, un tempo informe, si dà una figura, un’ordine prospettico, si struttura secondo gerarchie di camere urbane, di assi marcati da obelischi e confluenti in spazi monumentali, o aventi come sfondo e ultima quinta basiliche cristiane.
Alcuni antichi acquedotti vengono riattivati e prosegue ancora e ancora, indefessamente, il lavoro e il pensiero attorno alla grande Basilica, mentre la più alta carica politico-religiosa fa sempre riferimento al Tecnico e Sacerdote del Ponte primordiale: il Sommo Pontifex.
L’icona dell’Urbe si organizza su tre strati di comunicazione: in alto cupole e angeli e statue di santi e croci che si stagliano contro il cielo subtropicale e mutevole del Mediterraneo; subito sotto i simboli del potere civile, quello che conta di più, con i suoi stemmi e i suoi fastigi nobiliari, le logge le cornici e i timpani e le paraste e le colonne e le vaste superfici di intonaco o di cotto e tutto ciò che concerne l’organizzarsi gerarchico delle architetture dei potenti e dei borghesi e del popolo; in basso, nei pressi del suolo, e in qualche caso ancora più giù, le icone pagane degli episodi d’acqua, con conchiglie e tritoni e pesci guizzanti e delfini e gli altri diletti di un mondo privo di colpa e dunque affrancato da ogni afflato di trascendenza, carico di gioioso, energico e terragno peccato.
La città ritorna per più di due secoli ad essere centro imprescindibile da cui emana cultura verso un’Europa politica e militare ormai molto più potente di quanto non sia il vertice ossificato della cristianità.
Benché sopporti ancora, come oggi, il peso intero di Roma, il basamento antico torna ad essere quasi dimenticato, mentre la città, pur seguitando a nutrirsene, si abbandona al lucido delirio barocco.
Anche se sembra il contrario, questa stagione non perde mai il senno, che anzi dominano il docere e il delectare, mentre “l’ornamento tende a farsi struttura”. Le vicende urbane si estendono e si complicano e sembra giungere un periodo di relativa ricchezza. Ma subito la città appare invece ricaduta in una sorta di apatia medievale e, costruite alcune grandi strutture civili e l’ultimo grande irriducibile e temerario teatro d’acqua a Trevi, si adagia in una tranquilla e sorda provincialità, che ancora oggi dura.

Sono nato nel 1945, ho vissuto tutta la vita "in tempo di pace".
Ma è da quando ero bambino che so che la polizia del mio paese può uccidere, più o meno impunemente, uno o più cittadini, a seconda del caso e della bisogna.
So, per averlo sperimentato di persona, quanto facilmente le pistole escono dalle fondine dei custodi dell’ordine costituito.
Quando mi capita di ripassare in quella tranquilla strada di Roma che si chiama via Tacito, davanti al portone di un palazzo pieno di studi di avvocati e notai, non posso non ripensare alla pistola che un poliziotto corpulento, fuori di sé, che per età poteva quasi essermi padre, mi agitava contro a due metri di distanza: “io vi ammazzo tutti... vi ammazzo tutti”, diceva.
Sarebbe bastato un attimo, una mossa sbagliata da parte mia (se mi fossi messo a correre, per esempio) e ci avrei rimesso le penne.
Una macchia di sangue sul marciapiede, i soliti bigliettini e mazzetti di fiori, la solita impunità per il poliziotto.
Insomma la solita roba nostra.
Invece per fortuna trovai il modo di levarmi dalla sua vista, quel portone era solo accostato, vi scivolai dentro e lo chiusi.
In fondo alla strada c’erano già macchine messe di traverso che bruciavano.
Io ero uscito di casa, quella mattina, con l’idea di andare ad una manifestazione pacifica.
Mai uscire di casa con un’idea troppo pre-costituita di come sarà la tua giornata.