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F. P., Uomo che ripensa alle occasioni perdute, 2000, cm.21x29,7, china e pantone su carta lucida
Da buon isolatra vado a stare qualche giorno su un’isola.
Lì potrebbe essere difficile entrare in rete.
Quindi, fin da adesso, buon anno a tutti e grazie per l’attenzione.
Roma, retro del Pantheon, frammento di colonna corinzia
Nessuno è mai stato capace di dare una spiegazione convincente del perché la colonna classica è scanalata.
Nessuno sa con precisione chi e quando per primo si sobbarcò questo lavoro non facile di scanalare una colonna.
Nessuno sa dire per quale motivo questa invenzione sia passata nell’uso comune.
Nessuno sa con precisione chi ha inventato l’ordine dorico.
Vista le difficoltà poste dalla teoria dell’evoluzione “naturale” da una precedente forma lignea, ormai si propende per l’intelligent design.
Il dorico è stato inventato.
Da chi?

Zaha Hadid, Performing arts centre, Abu Dhabi
Sono un adepto di un esprit de géométrie inteso in senso diretto e proprio.
Cioè sono tra i fautori e caldeggiatori della presenza della geometria nel mondo degli oggetti che produciamo, grandi, o piccoli che siano.
Le dimensioni non contano: mi piace avvertire la geometria anche in manufatti o in insiemi di manufatti molto grandi, come le città, e non mi importa se in alcuni casi per percepire regolarità e razionalità di una forma devo stare su un aeroplano.
Quando ero ragazzino su una mappa feci la scoperta che il quartiere dove vivevo era organizzato in modo radio-centrico attorno ad un grande piazza centrale, che pure conoscevo, ma di cui non avevo percepito la forza generatrice di forma che possedeva.
Da quel giorno per quel grande vuoto urbano, certamente in sé non banale, ma privo delle qualità che in genere cerchiamo in una piazza, come per esempio la capacità di accogliere e raccogliere - il centro è occupato da uno specchio d’acqua con giardino circolare di travertini e lecci tagliati quadri, che di notte si faceva assai cupo, carico di vizi misteriosi cui gli adulti facevano spesso cenno - cominciai a provare un rispetto e una considerazione che durano ancora oggi.
In questi ultimi decenni noto con una specie di disperazione la scomparsa della geometria dagli oggetti, dalle architetture, dalle città, come se la contemporaneità volesse (potesse?) esprimersi preferibilmente (solo?) in una sorta di mimesi con il caos della conformazione, invece che nell’ordine della forma.
Noto che la geometria non è più percepita come l’antico e sacrosanto dovere rinascimentale cui attenersi in ogni manifestazione dell’artificio.
Noto che la geometria non è più vista come principio, elementare e primo, di ordine a fronte del disordine naturale e umano, come se non ce ne importasse di contrapporci alla non-forma in cui si manifesta il mondo.
Noto che non sentiamo più la geometria come una rarità naturale da cui siamo stati capaci di generare un infinito e astratto mondo concettuale come strumento sia pure debole, ma infinitamente orgoglioso, di conoscenza e governo delle situazioni fisiche.
Dove per situazione proporrei: luogo, dallo spessore spazio-temporale più o meno esteso, dove concorrono e si manifestano in modo con-comitante e inter-agente vari segni, fattori, soggetti, cause, eventi, eccetera, che possono richiedere un processo di conoscenza e, se del caso, una messa a sistema.
Noto che la volontà di controllo geometrico e di misura prospettica dello spazio sono come venute meno.
Sembra abbiano lasciato il posto ad una sorta di accettazione del mondo così come viene, o meglio di una sorta di indebolimento del principio di organizzazione a favore di quello di accettazione.
È come se ciò che è sporco, peloso, irregolarmente geografico o biomorfo, abbia acquisito valore.
È come se le cose che mi si presentano confuse, irregolari, corrotte, per gli altri stiano per diventare, o siano già diventate, belle.
O almeno accettabili.
È come se si fosse smesso da tempo di lottare contro il disordine fisico e si sia cominciato ad accoglierlo nel mondo dei valori iconici, mettendolo in scena.
Ipotizzo l’esistenza di un sentimento strisciante che sottende questi tempi: “abbiamo costruito un mondo confuso e non governabile che ci è sfuggito di mano, sul quale non abbiamo ormai nessun controllo né possiamo averlo, tanto vale che ce lo facciamo anche piacere, tanto vale mettere in scena il disordine anche là dove l’ordine è ancora possibile, cioè anche nei piccoli manufatti che abbiamo bisogno di realizzare”.
È come se nella forza ordinatrice di cui sono capaci gli umani si sia insediato un tarlo che ci sussurra che non solo non ne vale la pena, perché il disordine e il caos vinceranno comunque, ma anche che nella forma caotica, o comunque non-geometrica e sostanzialmente/apparentemente irrazionale, si annida un potenziale estetico che vale la pena di esplorare.
Nella storia questo indebolimento della forma a favore della conformazione si è già verificato.
Per esempio in epoca barocca, quando il dato strutturale si incrostava di decorazione fino ad esserne quasi cancellato.
Più precisamente, forse, la mente barocca deforma all’origine, cioè già nella concezione iniziale ogni visibile dato di razionalità geometrica e quella che sembra decorazione aggiunta è in realtà struttura, è una delle possibili messe in scena di caos e corruptio.
Col tempo mi sono inspiegabilmente convinto che l’uomo secentesco fosse completamente disincantato, cinico, che non credesse a nulla, ad alcunché di religioso, di etico.
Per l’oggi vorrei introdurre un’altra biforcazione di concomitanze che considero capaci di implementazione reciproca, cioè :
- da un lato esiste un orizzonte concreto di matematizzazione del caos, là dove prima la matematica si occupava principalmente dei casi eccezionali in cui un fenomeno si presenta come ordinato, strutturato, matematicamente leggibile e quindi prevedibile: oggi, tramite il computer, il non-geometrico, che poi significa il “geometricamente complesso”, è possibile comprenderlo e gestirlo molto più efficacemente di ieri;
- dall’altro la volontà di costruzione nella modalità conformativa che chiamerei caotico-gestuale, anche se si tratta di denominazione scrausa, trova una sponda potente in questa nuova capacità matematizzante che rende l’oggetto a geometria complessa, non solo più facilmente immaginabile e rappresentabile, ma anche concretamente progettabile.
Mi confortano gli oggetti, le architetture, le città che sono ancora capaci di esibire un principio di ordine geometrico semplice, frutto di un processo di costruzione logica che, portando a sintesi le varie istanze presenti nel processo di progettazione-produzione, vogliono (riescono a) farlo restando nell’ambito delle forme primarie e di loro combinazioni leggibili.
La complicazione del procedimento di costruzione della città – uso il termine complicazione e non complessità perché, non ostante si affermi spesso il contrario, la città non è (non lo è ancora) particolarmente complessa, ma lo sono i confusi e scoordinati e sovente non del tutto chiari meccanismi tecnico-decisionali che sovra-intendono al suo farsi – non produce niente di chiaro: nell’ambiente in cui viviamo quasi tutto contiene una grossa aliquota di errore e incapacità, di indecisione, di pessimo gusto, di pretenziosità & stupidità, di poca professionalità, di egotismo esibizionistico, d’irrazionalità, di arroganza, di degrado, di sporcizia, di dis-funzionalità, di carenza di manutenzione, di rinuncia all’immagine, di mancanza di ordine e chiarezza e, infine, di geometria.
Esiste una difficoltà, quasi un’incapacità strutturale, della democrazia a produrre bellezza. La gran parte della bellezza che conosciamo, soprattutto la bellezza urbana, è frutto di antichi poteri autocratici, capaci di imporre forma e geometria al fermento delle iniziative e delle razionalità individuali, basate per lo più sull’interesse.
Tanto più la città è democratica, tanto più è brutta, mal fatta, confusa, sostanzialmente idiota.
Manca di principi ordinatori semplici, di regole facili e non derogabili.
La città italiana del secondo Novecento è frutto di un affastellarsi di regole complicate all’interno delle quali, ad averci un po’ di potere e un po’ di soldi, si può tutto lo stesso, si fa agisce lo stesso a proprio piacimento.
Invece la geometria a scacchiera degli insediamenti americani, per esempio, con la sua fiducia egualitaria nel controllo del dato insediativo di base, fu capace di stabilire una regola ordinatrice, semplice ed efficace, all’interno della quale dare il via libera alla lotta per la supremazia, per i soldi, per il potere che da soli non sarebbero stati in grado di costruire le città bellissime che conosciamo.
Alla stupidità della città odierna, si aggiunga la stupidità/incapacità degli architetti e degli urbanisti.
I primi ormai completamente ed egoticamente smarriti appresso alla possibilità/volontà di affermazione a tutti i costi (che sola gli consentirebbe, peraltro, di tener testa all’orrida rozzezza e stupidità quattrinara dei loro committenti: dunque comprensione).
Mentre i secondi - assai più colpevoli dei primi, perché più vicini ai luoghi del potere, perché sempre presenti a fianco di chi decide, nel cui orecchio potrebbero, ogni tanto, sussurrare un suggerimento, un’obiezione, circa la qualità del governo degli spazi e degli oggetti, ma non lo fanno – razzolano nel cortile della politica lambiccando norme e contro-norme, stese a strati una sopra all’altra, fino a confondere completamente le carte, in modo che si possa fare tutto e il contrario di tutto, in modo che la maggioranza che in quel momento governa resti contenta di avere le mani, sempre e comunque, completamente libere.
Si aggiunga il cinismo della politica, a sua volta tutta tesa a far contento "l'operatore economico" - nella fattispecie lo speculatore edilizio, più precisamente l’eterno e trucido palazzaro, da noi uguale a se stesso da almeno mezzo secolo -, e si avrà un cocktail perfettamente in grado di produrre la bruttezza nella quale viviamo e dove ogni giorno ci districhiamo a fatica.
Ma naturalmente, e qui vado completamente off topic, essendo la città il secreto della società che la costruisce e l’abita, essendo la conchiglia prodotta da un mollusco con una sua storia, dotato di una sua cultura, è proprio questa cultura ad esserne responsabile, e non c’è architetto o urbanista che tenga.
p.s. sulle architetture come quella in effige dovrò tornarci, prima o poi, per chiarirmi e chiarire.
Qualche giorno fa è comparsa questa immagine sul sito di La Repubblica.
Il titolare del braccio è un veterinario, un coreano, mi pare .
L’ha lasciato in bocca a un coccodrillo che aveva in cura.
Il braccio è stato recuperato e successivamente riattaccato al busto del dottore.
Dalle foto del rabberciamento dell’arto si vede bene che lui non è per niente contento di quello che gli è successo.
Deve aver sofferto terribilmente, perché il braccio non appare troncato, ma sembra che il coccodrillo glielo abbia strappato via.
Una specie di terrificante macchina corazzata che tiene tra i denti una cosa liscia e vulnerabile, la pelle indifesa, rosa, delicata.
Mi colpisce l’umanità della posa assunta dal braccio, l’atteggiamento rilasciato della mano e la sua apparente incongruità, vista la situazione in cui si trova.
L’indifferenza aliena del coccodrillo emana il fascino profondo dei viventi coi quali non c’è verso di venire a patti, come gli squali bianchi, l’anaconda, i virus, forse i rinoceronti, eccetera.
La vera ostilità, quella che fa più paura, è anche completamente indifferente.
È l’estraneità totale delle menti e dei corpi di queste creature rispetto ai nostri, segno di una divaricazione evolutiva completamente persa nella profondità dei tempi che precedono la comparsa del primate umano.
Come se, abitando lo stesso pianeta, ciascuna specie abitasse il suo, diverso e lontanissimo.
L’esplorazione della mente animale è cominciata da tempo e sono convinto che un giorno sapremo cosa vuol dire essere un coccodrillo, ma per adesso non se ne parla.
Auguri a tutti noi.
Soprattutto al veterinario.
E pure al coccodrillo.

Le demolizioni di baracche in terra di nessuno - voglio dire apparentemente e praticamente di nessuno anche se in realtà niente a questo mondo, a parte l’Antartide, è “di nessuno” – mi creano conflitto etico-politico, confusione tra impulso solidale e ragionamento civile.
Le baracche più o meno consolidate che a decine ho visto abbattere l’altro giorno, erano attestate sul tracciato antico della via Tiburtina che, a partire da Ponte Mammolo, anch’esso risalente ad epoca romana, percorre un tratto di piana alluvionale dell’Aniene per poi ricongiungersi a nord con la consolare che va verso Tivoli: sito storico di baraccamenti periferici e disgraziati che compare spesso nei romanzi di Pasolini.
La sensazione prima è che un gruppo di umani, a seguito di varie vicissitudini che non conosco, ognuno col suo destino, ciascuno con una sua attività più o meno legale, una sua cultura di provenienza, un paese d’origine, abbia esercitato in quel luogo la facoltà primaria di insediarsi ed abitare una porzione della superficie del Pianeta: uomini senza casa che se ne costruiscono una in area libera, oppure se ne procurano una già esistente tramite transazioni.
Il punto cruciale è che, come si è accennato, non esiste sul pianeta un solo metro quadrato di terra che sia “libero”, sul quale qualche persona, reale o giuridica, non abbia imposto un diritto di proprietà, dove per proprietà si intende “ogni bene di cui si goda e si disponga in modo pieno ed esclusivo” (De Mauro).
Quel pezzo di pianura incolta, piena di alberacci striminziti e puzzolenti, cosparsa di cespugli radicati nella putredine del fiume, è, per la città dove sono capitati, un parco pubblico, un’area naturale che deve restare libera, che nessuno dovrebbe abitare.
Fin qui tutto fila liscio, il ragionamento resta in binari consueti e lo stato delle cose rientra nell’ambito del conosciuto e del giuridicamente definito e ri-conosciuto.
Ma qui voglio provare per una volta – non è certo un’operazione nuova, ma sicuramente è desueta - a rovesciare la priorità dei “diritti”, a ri-allinearli per ordine di urgenza & importanza.
Uno dei significati del termine “diritto” viene definito dal De Mauro come “pretesa derivante da norme di carattere morale o consuetudinario: es. il d. del più forte...”.
Nessuno mette in dubbio che esista un diritto del più forte e che questo sia quotidianamente e largamente operante in ogni aspetto della nostra vita, dove ciascuno di noi vive e lavora e acquista beni, direttamente o indirettamente, perché i più forti implementino la loro forza e di conseguenza lascino cadere da loro desco una maggiore quantità di briciole sul livello dove normalmente razzoliamo, impazienti anche noi di salire a quello superiore, eccetera.
(Chiedo scusa per la visione brutale, se qualcuno ne ha una più soft e altrettanto convincente da proporre, la può inviare per posta elettronica a pecoraro@mclink.it: sarà prontamente pubblicata in questo modesto sito).
Questo non mi impedisce di ipotizzare l’esistenza di un diritto del più debole, come diritto dei poveri e dei non garantiti ad un minimo di dotazioni fondamentali che consenta loro l’espletamento di uno stato vitale che non hanno chiesto, non avendo potuto scegliere, al pari della totalità degli umani, se venire al mondo oppure no e a quali condizioni.
Per quale motivo un essere umano cui è toccato in sorte di nascere in povertà, e/o in zone del pianeta disastrate, deve sentirsi colpevole ed essere universalmente considerato tale per questo?
Da molti anni mi sono fatto l’idea che ciascuno di noi possiede una sorta di diritto naturale, in quanto essere vivente, a trovare uno spazio terragno dove insediarsi e fare, se non proprio casa, almeno tana.
E che in conseguenza di ciò delle due l’una: o si costruiscono abitazioni a basso canone di affitto per chi ha pochi soldi, oppure si consente a chi ha bisogno di casa di farsene una dove possibile e opportuno.
La terza via è raschiare il territorio, come si sta facendo.
È un metodo che sicuramente produce effetti di miglioramento “estetico” delle zone urbane “liberate” e che soddisfa gli abitanti degli insediamenti circostanti le aree “infette”, che si sentono, spesso a ragione, minacciati nella sicurezza e lesi nel decoro.
Ma non risolve nulla.
Gli abitanti delle zone raschiate a vergine non si sa bene che fine facciano.
Oppure è chi scrive che non è sufficientemente informato, ma, trattandosi di migliaia di persone, non riesco a immaginare quale soluzione possa essere stata adottata, espulsione dei clandestini a parte.
A parte la pietas – nel senso di spontanea solidarietà umana - che ti invade se ti trovi ad assistere alla distruzione di un insediamento come quello di Ponte Mammolo, a Roma, devo ammettere di avere in materia sentimenti schizofrenici.
Perché da un lato sarei un sostenitore di una visione della città, intesa come sistema di spazi pubblici e privati, basato sul principio di delimitazione e sul rispetto della norma, che è condizione primaria per la convivenza urbana: la norma vieterebbe l’insediamento abusivo.
Quindi una parte di me prova un senso di sollievo nel constatare che un’area destinata ad un certo scopo, metti a parco, si renda disponibile per tutti.
Dall’altro lato non posso fare a meno di riconoscere il diritto primario di ogni umano a farsi una casa, diritto che considero più forte di quello, per esempio, di proprietà privata.
Credo che questa contraddizione sia oggettiva.
Credo cioè che non si presenti solo come un mio dilemma personale, ma che costituisca una di quelle tipiche contraddizioni che solo una gestione della polis chiara e certa dei suoi principi può provare a risolvere.
Non solo, ma si tratta di un problema urbano storico e, per così dire, strutturalmente legato ai vecchi e nuovi urbanesimi, che chiede di volta in volta soluzioni diverse.
Ad averci una sinistra che non si vergogni di esistere, si potrebbero cercare soluzioni civili, non becere, non sbrigativamente xenofobe, non razziste, non sostanzialmente violente, come un tempo è si è pure fatto, a riprova che è possibile farlo.

Roy Lichtenstein, Brushstrokes, 1967, serigrafia.
Mi guardo il catalogo della mostra sulla pop art in corso a Roma.
Lo vendono dal giornalaio.
La mostra non l’ho vista e nemmeno la voglio vedere, perché la pop, che un tempo mi interessava, adesso mi annoia molto.
Rammento il tedio provato di fronte alle infinite serigrafie della retrospettiva di Warhol allestita anni fa al Beaubourg.
Tra tutti i movimenti artistici del Novecento, l’arte pop –ammesso che si possa chiamare “movimento” - è quello che più ha avuto l’immediata attenzione dei collezionisti e soprattutto il più grande e rapido successo popolare.
Quest’ultima cosa mi sorprende perché, benché “pop” stia per “popular” e benché il referente primo del movimento pop sia la cultura visiva cosiddetta “bassa”, l’estetica che propone nasce da una specie di doppio e rimbalzo iconico e non è per niente immediata, né semplice, né consolatoria.
Insomma la pop art è molto concettuale e tuttavia si presta ad una fruizione “facile”, se non addirittura kitsch.
Acrobaticamente proverei ad affermare che forse si tratta del sentimento di appartenenza alla contemporaneità (anche se sono opere di quasi cinquant’anni fa) che si produce in noi nel riconoscere in quei lavori una sorta di critica della contemporaneità stessa.
Tuttavia la pop art non vuole giudicare (quasi mai), propone e basta.
La pop art è tautologica, produce tautologie estetiche.
Ma la convinzione che si tratti di critica alla “società dei consumi” - con una conseguente estetica dell’adesione a questa critica: sentiamoci tutti contro ciò in cui siamo immersi fino al collo e che sotto sotto ci piace un sacco – è molto diffusa.
A mio avviso la maggior parte degli artisti pop aderisce alla cultura della società dei consumi, nel senso che ne è affascinato fino al punto da muoversi costantemente nel suo, per così dire, recinto, fino al punto da rileggere e citare – lo fa insistentemente Roy Lichtenstein che per me è di gran lunga il più lucido e il più poetico dei pop-artisti - l’arte antica, quella moderna, ma anche quella contemporanea, in chiave pop.
Insomma siamo lontani da un vero sguardo critico coscientemente coltivato, ma allo stesso tempo siamo lontani da una vera adesione.
Lo sguardo pop è freddo, indifferente, evita il giudizio negativo perché troppo facile, perché ritiene che non gli competa e soprattutto perché ritiene che sia sbagliato emettere un qualsivoglia giudizio: lo sguardo pop ha una funzione sottilmente e quasi esclusivamente riproduttiva: questo è il nostro mondo, l’abbiamo costruito così, non è né buono né cattivo, né bello né brutto, semplicemente è.
E però non bisogna dimenticare che molti di questi artisti sono pittori & scultori, che si sono formati in accademie d’arte, hanno praticato il disegno, lo sfumato, la coloritura con i mezzi più vari, hanno appreso tecniche e manualità specifiche delle discipline artistiche: tutto questo si vede, si sente e spesso costituisce la polpa buona della loro arte.
Jasper Johns, Rauschenberg, certe prime cose di Warhol, ma anche di Schifano, forse di Pino Pascali, e di molti altri mostrano, spesso esibiscono, un inestinguibile “gusto di pittura”, ciascuno con una sua specifica tecnica & pennellata o colpo di spatola, sbavatura, gocciolamento, eccetera, che trasforma il soggetto più astratto, sdato, popolare, la cosa più vista e rivista, appunto in spessa et corposa pittura.
I pop ri-conducono all’interno delle loro tele (del tutto tradizionali, anche se in quegli anni si affermano i colori acrilici) immagini pre-esistenti nate da altre menti e altre mani, con altri scopi, ed è proprio questa la caratteristica che hanno in comune: usano immagini già presenti nell’ambiente contemporaneo, immagini che devono essere riconoscibili e che facilmente si possono collegare ad un prodotto, ad uno stile, pubblicitario e/o fumettistico che sia, ma anche ad una famosa opera d’arte, per esempio.
Per Warhol, Liz Taylor e la Gioconda sono sostanzialmente la stessa cosa: è soprattutto la riconoscibilità che le rende immagini pop e dunque interessanti.
Eccetera.
Non aggiungo altre inutili e maldestre parole ai milioni che la pop art ha già generato negli ultimi quarant’anni.
Quello che volevo provare a dire è che, riguardando queste opere per l’ennesima volta, mi accorgo della loro sostanziale, collettiva, impoeticità, di una quasi generale mancanza di lirismo, che, quando c’è, emana comunque da una concettosità di fondo che ostacola passione e freschezza, che mette in moto la mente, ma non ti coinvolge e dopo un po’ ti annoia.
È come se l’iconosfera contemporanea non possa costituire il referente autentico e sentito per un’arte che voglia anche essere vera adesione estetica all’universo che ha scelto a soggetto.
Quindi mi correggerei, dicendo che l’arte pop è fredda e acritica, d’accordo, che certamente rifiuta una ripulsa esplicita del mondo che ha adottato a modello (nel senso doppio di soggetto e fonte di linguaggi), ma che nemmeno vi può realmente aderire ed è questa non-adesione che di fatto ostacola il manifestarsi del contenuto poetico, della capacità di avvincerti e trascinarti nella partecipazione e nel consenso.

Oltre il monitor un orlo
Ancora di tavolo
Poi un vetro di finestra
Ampio, che scorre.
Ci cammina un geco
D’estate, a caccia di falene
Piuttosto sfortunato.
Poi una stesa di panni
Ad asciugare
Il trespolo sbilenco
Da aggiustare
Poi un vasone di piante
Ereditato
La ringhiera, di ferro
Verniciato, si scrosta.
Il vuoto ed oltre quello
Monte Ciocci penoso
Obeso montarozzo
Di argilla, sterpi, robinie.
Sarebbe niente
Se non fosse
Per quei manufatti
Atteggiati a moderno
Cui pure sfugge d'essere sinceri
Di dire qualcosa sul futuro.
Mi basta la finestra
Per sapere ogni giorno
Che niente si compie
Per quello che dovrebbe
Essere.
Qui tutto si svela
Come un vorrei
Ma non posso
Vorrei ma non sono
Non riesco.
Ci siamo capitati in mezzo praticamente per caso, nel corso di un sopralluogo con altri scopi, la strada era piena di fango con grosse et profonde pozzanghere, sbarrata da macchine di polizia municipale messe di traverso, abbiamo mostrato i tesserini, ci hanno fatto accedere, era pieno di polizia di stato, c’era la protezione civile, tutti in stivaloni gialli che arrancavano nella fanga, in uno spiazzo parcheggiavano grossi camion di quelli col cassone nerboruto di ferro, più avanti le ruspe raccoglievano macerie e le scaricavano nei cassoni dei camion, una poliziotta bellissima, col suo cappello da poliziotta un po’ sbarazzino, a cloche, anche lei stivalata di giallo, che camminava affondando nella mota, sorrideva chiacchierando fitto al cellulare, tutti con l’aria rilassata, si fumavano la sigaretta al sole, che di gente di lì, voglio dire gli abitanti del luogo, anzi gli ex-abitanti, non se ne vedeva, si vedevano invece grossi mucchi eterogenei di materiale demolito, mescolato a oggetti, elettro-domestici, mobili, un grosso pupazzo verde iper-muscolato di hulk, abbandonato su un mucchio di bombole del gas, una motosega, pezzi di legno, di muratura in foratini, soprattutto lamiera ondulata (la lamiera ondulata come protagonista della storia dell’ultimo secolo) sfranta e piegata, aruzzonita, incarognita nella sporcizia umida, repellente, dei mucchi di stracci, in mezzo all’abbandono assoluto, frammenti di pavimento senza più la casa intorno, recinzioni in rete e palanche, pannellature di plastica, pezzi di controsoffitature in gesso, lamieraccia, ovviamente e paniforte smangiato, pezzi di palanca, tutto demolito, sventrato, tutta quella disperata volontà di delimitare, organizzare e difendere uno spazio, di fare casa, di avere una dimora nell’indeterminatezza ostile di questa città e del mondo, un pezzetto piccolissimo di territorio, un precinto di area esondabile che può andare sott’acqua alla prima vera piena del fiume, è già successo, un posto spesso affittato da un italiano, magari poi aggiustato, mantenuto, migliorato, consolidato e impermeabilizzato alla meglio, ignorando che non solo non è tuo, ma non è nemmeno di chi te lo ha affittato, facendo finta di poterci stare per molto tempo, crescerci le creature, coi proventi di attività varie, come lavorare da muratori, da manovali, da imbianchini, raccogliere ciarpame, rottami, rubacchiare rame e, come dicono quei mucchi di trolley buttati giù sul greto immondo dell’Aniene, rubare proprio, borse e valige e chissà cos’altro: tutta questa vita non esisterà più, non in quel luogo, non in quella forma, qualcuno sull’altra sponda ancora si attarda su questo fiume lercio, attendato proprio sul greto, panni stesi ad asciugare, appesi alle reti precarie degli orti circostanti, anch’essi abusivi, come le loro baracche, mentre in mezzo ai massi di basalto messi lì a consolidare il greto, razzola un grosso ratto biondo: era un pezzo che non ne vedevo.
Chi erano e dove sono andati, abbiamo chiesto.
Romeni, perlopiù. Non sappiamo dove li portino, hanno risposto.
C’era pure qualche italiano, hanno aggiunto, ma pochissimi.

Forse è sempre stato così, ma oggi la disparità e la diacronicità della condizione umana nella città mi colpisce molto.
Inciampo su questa brutta parola, “diacronicità”, perché riassume il dato di partenza di questa nota: la compresenza nella città di condizioni storiche molto diverse tra loro.
Parlo delle diverse condizioni nelle quali l’uomo si è trovato a vivere/sopravvivere/morire sulla crosta solido/liquida di questo pianeta.
Condizioni economiche, ma anche sociali, insediative, produttive, igieniche, eccetera.
Insomma parlo del pacchetto di relazioni tra uomo e uomo, tra umani e animali, tra umani e risorse del territorio che via via costituisce, caratterizzandole, le varie modalità storiche e proto-storiche della nostra esistenza.
Forse non me ne ero mai accorto, mentre magari tutti lo sapevano, ma oggi la società e la città che abbiamo costruito ospita tutte le condizioni umane della storia, dai cacciatori raccoglitori, agli agricoltori, agli allevatori, ai cavernicoli, ai nomadi, fino ai contemporanei annidati in quelle che vorrebbero fossero fortezze imprendibili e molto separate dagli altri, cioè da quelli che, magari a poca o pochissima distanza, vivono in condizioni tipiche di stadi del tempo umano assai precedenti.
Sulla condizione della maggioranza (maggioranza per quanto ancora?) occidentale contemporanea, che si vuole protetta e garantita e sicura, che punta all’esclusione da tutto ciò che non la riguarda e non la rispecchia, occorre tornarci su, per provare a definirla, ma subito mi preme dire degli altri.
Premetto che non ne so molto, perché finora ho sempre vissuto nelle schiere dei garantiti, ma anch’io ho occhi per vedere, per cogliere la realtà e i suoi indizi.
Dunque butto lì degli elementi per un quadro certamente da verificare.
Nell’antica metropoli mediterranea dove vivo, Roma,
In tutte le città ci possiamo muovere, oltre che nello spazio, anche nel tempo: a Roma, se ti metti a camminare dalla periferia verso il centro puoi accorgerti facilmente che stai risalendo nel tempo, che attraversi via via ambienti urbani sempre più antichi, fino alla città del Cinquecento, dove troverai inserti molto più remoti, edifici medievali, frammenti di città romana, persino manufatti preistorici.
Tutto si mescola, ogni cosa accanto, oppure sotto, oppure sopra, o dentro all’altra.
Ogni cosa risente, più o meno direttamente, di ciò che in quel luogo l’ha preceduta.
Tutto questo è noto e fa parte dei motivi per i quali
Ed è il motivo principale per il quale mi è sempre apparsa sporca e poco chiara, ambigua, traditrice.
Ma gli umani, quelli che assieme a me sono vivi qui e adesso, quelli coi quali condivido questi spazi e l’esperienza di esistere nel mondo agli inizi del Secolo Ventunesimo (contato a partire dalla data di nascita di un profeta), gli umani, dicevo, avevo sempre presunto che condividessero più o meno il mio stesso “stadio di civiltà”.
Ma non ci avevo ben riflettuto, perché non è così.
Quella dei manufatti non è la sola rilevante diacronicità di Roma.
Cosa sono quelle persone che emergono dai canneti del greto e si affrettano sui camminamenti oltre il guardrail del Viadotto, spingendo carrelli da super-mercato, trascinandosi trolley stracolmi, se non cacciatori-raccoglitori che accumulano le deiezioni metropolitane e le usano come risorsa?
E le caverne di tufo sull’Aniene, all’altezza di Ponte Mammolo, da chi sono abitate se non da trogloditi?
E i nomadi degli accampamenti?
E gli agricoltori che coltivano ovunque orti più o meno abusivi, che accudiscono serre di plastica, piccole vigne insediate tra i raccordi degli svincoli?
Quelli che abitano lunghe file di baraccacce fatte di materiali residuali, senza luce né acqua, in grandi insediamenti che a sera fumano dei fuochi accesi tra plastiche dismesse e rifiuti, cosa sono se non umani allo stadio iniziale dell’umanità, senza un vero tetto sulla testa, senza nessuno che li protegga, senza mezzi certi di sostentatmento, senza legge né riconoscimento di esistenza?
Cos’altro sarebbero se non uomini che vivono ad uno stadio pressoché selvaggio, senza essere selvaggi, senza possedere cioè la sapienza materiale necessaria per quella vita, senza poterla naturalmente accettare come l’unica possibile?
Spesso, affacciandomi alla finestra vedo - sulla montagnola coperta delle solite sterpaglie e cosparsa dai soliti manufatti incongrui e mal costruiti, oltre il nodo di scambio tra
Fino a qualche anno fa, su quei pratazzi scoscesi, desolati e un po’ sconci, che stanno a meno di cinquecento metri dalle mura vaticane, si pascevano anche misteriosi e bei cavalli.
Allevatori di bestiame in pieno centro, questo propone una delle capitali d’Occidente, gente che evidentemente da quel mestiere ricava reddito e dunque, finché può, non lo abbandona, nonostante ci sembri una stranezza anacronistica, un arcaismo.
I raccoglitori, invece, che rispetto agli allevatori si situerebbero ad un precedente stadio evolutivo dell’umano, usano come risorsa l’immenso surplus prodotto dal territorio metropolitano, radunando, talvolta rubando, enormi quantità di materiali di scarto che avviano al riciclo, come batteri metabolizzatori di rifiuti e organismi morti, con la loro brava funzione di utilità per l’organismo urbano.
Si nutrono dell’urbs cioè della città fisica, tenendosi di solito lontani dalla civitas cioè dalla città sociale, dalla comunità insediata che a malapena li tollera, o meglio che ne consente l’esistenza a patto che si tengano alla larga dalla città consolidata, purché razzolino fuori portata dello sguardo dei garantiti, e di quelli che si credono tali, mentre da quello stato preistorico li separano solo poche, pochissime, migliaia di euro di reddito mensile.
Solo i nomadi puri e duri - quelli che ti guardano negli occhi e ti chiedono se hai soldi per loro, quelli che al mercato, in metropolitana, in autobus, riescono talvolta a rubarti il portafoglio – si alimentano direttamente, quando ci riescono, della civitas, come hanno fatto sempre i nomadi con le società stanziali, che un tempo razziavano e oggi sono costretti a parassitare.
Nelle pieghe e negli interstizi della città dove tendono ad accumularsi sporcizia e un infinito lerciume d’abbandono, si annidano gli organismi preistorici che lo filtrano e se ne nutrono, vagliandolo pezzo a pezzo, rimettendolo così in circolo, cioè nel ciclo che ri-produce l’infinità di oggetti di ogni tipo di cui crediamo di aver bisogno.