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giovedì, 31 gennaio 2008
Le fasi stilistiche di Rambo

Riprendo dal sito di Repubblica questa tabella con i risultati di una ricerca sulla serie di Rambo.

 

Rambo (1982)

Rambo 2 (1985)

Rambo 3 (1988)

Rambo 4 (2008)

Numero di cattivi uccisi da Rambo con la maglietta

1

12

33

83

Numero di cattivi uccisi da Rambo a torso nudo

0

46

45

0

Numero di cattivi uccisi da Rambo indipendentemente da come è vestito

1

58

78

83

Numero di cattivi uccisi dai complici di Rambo in sua assenza

0

10

17

40

Numero di buoni uccisi dai cattivi

0

1

37

113

Totale persone uccise

1

69

132

236

Numero di persone uccise al minuto

0.01

0.72

1.30

2.59

Minuti trascorsi dall'inizio del film prima che sia uccisa una persona

29:31

33:34

41:09

3:22

Numero di persone uccise al minuto dal primo omicidio fino alla fine del film (esclusi i titoli di coda)

0.02

1.18

2.39

3.04

Scene in cui Rambo è colpito senza riportare conseguenze

12

24

38

2

Numero di scene in cui i buoni sono torturati dai cattivi

2

5

7

3

Numero di scene di sesso

0

0

0

0

 

Da qualche anno aderisco alla nota teoria secondo la quale ogni filum di produzione culturale, in qualsivoglia disciplina, attraversa una iniziale fase classica, spesso preceduta da una fase arcaica, per passare ad una fase manierista e poi barocca e infine, in alcuni casi, persino una fase rococò.

A queste denominazioni corrispondono una partenza in cui vengono messi a punto gli elementi costitutivi del filum (nella serie di Rambo non è presente una fase arcaica, in una serie di trasmissioni televisive può corrispondere al n.0, nel western di Sergio Leone la fase arcaica è Per un pugno di dollari, eccetera), seguita subito dopo da un momento di classicità, vale a dire di equilibrio reciproco tra gli elementi, da una solidità e credibilità di struttura, da un’estetica innovativa e convincente.

Successivamente c’è un passaggio manierista, in cui gli elementi della fase classica vengono stirati e deformati per compensarne il consumo estetico e per evitare il ricalco, la ripetizione, cercando tuttavia di mantenerne l’insegnamento, di incassarne ancora i vantaggi.

La successiva fase barocca consiste in un vero e proprio rovesciamento strutturale, in cui gli elementi accessori e per così dire decorativi della fase precedente, quelli che sono stati parzialmente deformati dalla fase di maniera, si sostituiscono alla struttura, diventano struttura essi stessi, svuotando l’opera di ogni altro contenuto (per esempio i lunghissimi primi piani, con zoomate sui pori dilatati de Bronson, nel bruttissimo C'era una volta il west, di Leone).

È una deriva verso l’iperbolico, che nella tabella di Rambo si vede bene.

Una cosa paragonabile che so, a ciò che è successo del linguaggio rinascimentale “puro” (niente è puro), metti l’interno di San Lorenzo del Brunelleschi a Firenze, nel barocco boemo.

Quella che chiamerei la fase rococò, è il momento terminale della serie, in cui tutti gli elementi, sia quelli di struttura che quelli di decorazione si svuotano del tutto, e l’opera nasce morta, una cosa inutile che mette solo tristezza.

Ma può darsi che successivamente si produca una rinascita.

Credo sarebbe interessante studiare a fondo la serie di Bond per vedere se è possibile rintracciarvi il compiersi dell’intero ciclo arcaico-rococò diverse volte.

Scritto da: tashtego a 17:20 | link | |

domenica, 27 gennaio 2008
Ars gratia artis

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A uno può piacere il cinema.

A me piace, ma mi piace soprattutto andare al cinema.

Mi correggo: non è che mi piaccia l’andare al cinema in sé, mi piace guadagnarmi un film.

Andare al cine ormai costa fatica e programmazione, bisogna scegliere il film, spuntarlo dalla lista sul giornale, individuare l’orario, guardare su internet casomai fosse possibile prenotare o fare il biglietto on line – di solito ci sono intoppi – poi la macchina o la moto o la metro o il taxi, fare la fila, magari non c’è posto, ripiegare su un altro film, tornare a casa, eccetera: ma quando tutto va bene e mi siedo in quinta, sesta fila, possibilmente al centro e in sala non c’è troppo caldo, né troppo freddo, quando sto comodo e c’è spazio a sufficienza per le gambe, quando non ho dimenticato gli occhiali giusti, quando non c’è l’audio troppo alto, c’è lo schermo grande, luminoso, allora io sto bene, benissimo.

Amo guadagnarmi l’accesso a queste capsule moquettate, rivestite di materiali morbidi, climatizzate, ovattate, chiuse, isolate da tutto il resto, dove si sta zitti, non si fuma, dove non c’è altro da fare, tutti insieme, che guardare e udire un film, al buio: colori suoni vicende.

È in questo senso che mi piace fare una cosa diventata molto faticosa come l’andare al cinema, raggiungere uno di questi dispositivi di narrazione audio-visiva, luoghi di attivazione dell’immaginario, palestre per stretching emozionale, e così via.

Poi magari il film fa schifo, ma può capitare che non sia così, che ti piaccia, oppure – come nel caso di American gangster di Ridley Scott – che semplicemente funzioni e ti trascini con sé per tutta la durata della tua permanenza lì: alla fine magari non ti resta nulla, ma il viaggio c’è stato.

A quel punto la serata comincia girare per il verso giusto ed è facile che prosegua nella stessa direzione anche dopo, quando trovi posto al ristorante, il cibo è buono, eccetera.

Nella (mia) vita non c’è molto altro.

Credo che uno dei massimi risultati della civiltà e della cultura umane sia la possibilità di passare una serata cinema/pizza in completa tranquillità & noia metropolitane, quando la città ti assorbe senza scampo nella moltitudine che in quel momento sta facendo la stessa cosa che fai tu e lì in mezzo ti nasconde.

Questi non sono più i tempi dell’andare al cinema rapido, nervoso, facile, quando entravi a qualsiasi momento dello spettacolo e si poteva fumare, quando le sale erano la continuazione dello spazio urbano con altri mezzi, quando il bibitaro, cioè il venditore di bibite e schifezze, girava tra le sedie a film cominciato.

In sala ci potevi passare ore ed ore, il film rivederlo due o tre volte.

Passavano a prendermi alle undici meno un quarto di sera, ci infilavamo in tre o quattro in una cinquecento, sceglievamo il film sul giornale stando in macchina, ci buttavamo ventre a terra per le strade di Roma cercando di raggiungere il cinema prima che cominciasse l’ultimo spettacolo, pagavamo i quattro soldi che servivano per entrare, ci mettevamo in seconda, terza fila, a fumare e parlare e anche a guardare il film con i piedi buttati oltre la spalliera davanti.

Questo accadeva quasi tutte le sere: vedevamo tutti i film che uscivano, uno per uno.

Avevamo solo tre categorie critiche, un film poteva essere solo tre cose: una cazzata, una mezza cazzata, una ficata.

Andare al cinema era facile e, benché la cinefilia francese avesse già preso saldamente piede anche da noi, un film non era ancora una cosa culturale ritualizzata alla stregua di una pièce teatrale, non implicava una prenotazione, l’entrata secondo un orario, spettatori silenziosi e completamente passivi, cioè quasi in animazione sospesa, spesso profondamente appallati.

Il cinema a quei tempi era una sorta di continuazione della vita in modalità particolare, vale a dire vita che entrava in contatto con l’immaginario dentro una sala buia che puzzava di fumo e covaticcio umano, munita lungo tutto il perimetro di una serie di porte nascoste da tendaggi pesanti, con sopra una piccola insegna luminosa, rossa: USCITA DI SICUREZZA.

Si parlava, si beveva e mangiava, si fumava soprattutto, talvolta si faceva petting, e si guardava il film.

In certe zone di certi cinema si scopava addirittura, c’erano sale rinomate come ritrovo di omosessuali, da ragazzino ti dicevano lì non andare in galleria, solo in platea.

Tutto veniva gettato in terra, il pavimento era ricoperto di cicche, fazzolettini di carta usati, residui alimentari, cartacce, pop corn, preservativi, c’era di tutto.

Un cinema non era, come oggi, un luogo completamente rispettabile, non poteva e non voleva esserlo.

Tutti sanno che lì dentro gli italiani hanno costruito un immaginario collettivo che ancora agisce e dura, un’idea di sé e del mondo che continua a formarsi e riformarsi - modificandosi in continuazione e tuttavia mantenendo ancora oggi in sé intatte alcune costanti - che influenza pesantemente ogni cosa della vita reale.

Scritto da: tashtego a 14:44 | link | |

mercoledì, 23 gennaio 2008
Caro N.

Caro N.

Devo ricordarti che non facendo di mestiere né il giornalista, né il commentatore politico, posso anche glissare su certi fatti, su certi argomenti, sui quali spesso non ho un’opinione che non sia banale, corrente, facilmente condivisibile e quindi inutile da manifestare.

A questo devi aggiungere la mia scarsa informazione sulla questione dei rifiuti in Campania.

E aggiungi pure una mia difficoltà a comprendere qualcosa della cultura napoletana, che pure mi affascina.

Su Nazione Indiana 2.0 ho lasciato qualche commento di questo tenore: i problemi (meglio chiamarli emergenze) di Napoli e della Campania sono, escluso forse il Terremoto, ma solo come fenomeno tellurico, responsabilità politica, sociale, culturale dei napoletani e dai campani stessi.

Poi tu mi dici che il Terremoto dell’Ottanta fu l’occasione per una sorta di presa del potere del Sistema Camorra e mi piacerebbe che entrassi nello specifico di questo avvenimento.

Posso aggiungere – e forse provocherò la tua irritazione - che la mia sensazione è che tutto ciò che, per caso o per destino, cade su Napoli, diventa per ciò stesso napoletano.

Così anche il Terremoto si è napoletanizzato, allo stesso modo in cui, per fare un altro esempio, pare si siano napoletanizzate le cosiddette primarie del Partito Democratico a Napoli.

Ambedue hanno prodotto una risposta napoletana, una versione napoletana.

Qui, in un altro mondo, a soli duecento chilometri di distanza, a un’ora e un quarto di treno - in una città tutt’altro che perfetta, anzi molto degradata, soddisfatta di sé ma piena di rogne nascoste sotto un uniforme tappeto di consenso mediatico - ci si domanda come sia possibile che un problema tipico dei territori urbani contemporanei, come quello dello smaltimento dei rifiuti, non sia stato affrontato per tempo dalla classe tecnico-politica prodotta da quegli stessi territori, dov’è nata, dov’è cresciuta, dove risiede e dove è stata liberamente eletta.

L’altra cosa che mi domando è come sia possibile che gli esponenti principali del potere politico locale restino, non ostante tutto, al loro posto.

Va bene, lo so che queste semplici domande sono state già poste infinite volte, che hanno avuto molte risposte e che tutto quello che si può dire su Napoli è stato già detto.

So di avere letto poco i giornali, negli ultimi tempi, concentrandomi solo su alcuni accadimenti, e quindi può essermi sfuggito molto della vicenda rifiuti.

Però, come ho già scribacchiato altrove, caro N, se anche avessi letto, se fossi più informato, cosa sarei venuto a sapere di Napoli, che già non so?

Nel caso di Napoli per noi non-napoletani “sapere” non vuol dire “capire”, “sapere” significa incontrare in continuazione la specificità napoletana senza riuscire a spiegarsi in cosa davvero consista, ma dovendone registrare in ogni cosa, bella o brutta, buona o cattiva che sia, la presenza.

Per me, che tardivamente ho capito che la cultura non è sovra-struttura di qualcos’altro, ma è il terreno principale sul quale si giocano le grandi partite storiche, è questa specificità culturale che continuamente, da almeno due secoli, ri-produce, generazione dopo generazione, quella cosa che chiamiamo Napoli, con le sue emergenze e tragedie, diventate, caro N, delle non-notizie.

D’altro canto, se consideri l’esempio Terremoto: chi poteva ragionevolmente aspettarsi da Napoli una gestione post-catastrofica simile a quella friulana del Settantasei?

Tutti “sapevano” da subito ciò che sarebbe successo, la città stessa lo “sapeva” prima ancora che accadesse.

Posso spingermi fino ad affermare che Napoli non pretendesse altro da sé che la riconferma, anche in quell’occasione, della propria specificità culturale.

Lo so che vado a finire nel generico, ma che altro potrei dire sulla monnezza?

Che il Paese deve mobilitarsi per questo?

Che è un problema nazionale?

Posso anche dirlo, ma siamo sicuri che sia davvero così?

Siamo sicuri che vi sia davvero una soluzione fuori della Campania?

Siamo sicuri che Napoli possa essere “salvata” (...la catastroficità luciferina inaugurata dalla visione di Malaparte si è fatta canone per i napoletani stessi, oltre che per noi...) da qualcuno che si trova altrove?

Da un’Italia mobilitata?

Dal Presidente della Repubblica?

Dall’Europa?

 

Ton F.

Scritto da: tashtego a 13:53 | link | |

"L'emergenza" Napoli

Un amico napoletano mi scrive queste note, che pubblico previo suo permesso.

Eppure a tutto ci si abitua.

Voglio dire di Napoli, della sua costante emergenza rifiuti che proprio per la sua costanza non è più emergenza ma fattore endemico, così come il commissario di governo all'uopo previsto non può più qualificarsi come straordinario dopo 14 anni di funzione (per la verità neanche dopo 14 mesi).

Grazie all' Europa (e lo dico con autentico senso di gratitudine) lo scempio morale che è connaturato a questo degrado endemico, d'un botto si è elevato da allarme sociale provinciale, ad allarme addirittura europeo.

Il logico ed intermedio passaggio nazionale è stato così saltato tout court, con la scioltezza d'un fantino che nel concorso ippico si libera d'una croce di S. Andrea.

La cosa, per lo più trascurata nella valanga di commenti giornalistici, a me sembra indicativa nella sua gravità, visto che evidenzia l'indifferenza delle istituzioni al problema della loro stessa rappresentatività politica in un ambito territoriale così rilevante, come è Napoli e buona parte della regione Campania.

Prima dell'intervento della Commissione Europea i telegiornali si limitavano ad accoppiare le immagini di  scogliere di monnezza, che ammorbano il circondario napoletano nella sua interezza, ma anche alcune zone interne alla città, con le scogliere capresi da dove il buon padre di famiglia, Giorgio il Napoletano, ha voluto dimostrare il suo gran rifiuto verso l'establishment locale con profonde parole politiche: Sono amareggiato,(mentre guardava 'a mareggiata), prima, Sono addolorato, poi.

Tutto qui?

E' questo l'unico linguaggio che è consentito alla più alta autorità della Repubblica?

Della serie chi vo' capì, capisce, vale a dire a buon intenditor poche parole.

Ma perchè io, il mio salumiere, l'orrenda popolana che questa volta  sbraita a buon titolo la sua disperazione, dobbiamo capire qualcosa da queste parole che il galateo qualifica come di circostanza, mentre altro e più alto è l'intervento ufficiale che mi sarei aspettato in un momento così grave?

Ed è questo il punto.

La gravità del momento è stata rappresentata dai mass media solo e soltanto per quello che si vede e non si può negare (le scogliere di monnezza per l'appunto) e per gli effetti collaterali (le insurrezioni della gente), ma mai nessuno che abbia fermato la sua attenzione sul fatto che questa è la terza emergenza napoletana nel breve lasso di 35 anni (colera e poi a seguire il terremoto che sancisce l'intervento della camorra come sistema vincente ed essenziale dell' economia napoletana).

Tre crisi di questa portata, con frequenza poco più che decennale, converrai che sono indice di un sistema più consono a paesi latino americani. 

Le scogliere di monnezza altro non sono che l'inevitabile conseguenza di questo sistema cancerogeno, che ha  fatto sversare di tutto e di più nella discariche regionali. Questo spiega perchè all'Italia che produce abbia fatto comodo il sistema Campania, che, con la colpevole adesione di preti, comunisti e pseudo ambientalisti, s'è opposta all'unica tecnologia attualmente praticabile (la costruzione di termovalorizzatori), mentre la politica non s'è mai posta il problema di creare una cultura (perchè di questo si tratta, di cultura) della raccolta differenziata.

Io non so come andrà a finire.

Personalmente da tempo mi sento come un israeliano, meglio un palestinese, che nella guerra continua, giustamente, a vivere, a coltivare i propri sogni, magari pensando ad una donna mentre slalomeggio tra i rifiuti organici e, dopotutto, non andando in una terra di nessuno, ma in tribunale a fare il mio mestiere.

Nelle cene e cenette che mi capita di frequentare (a loro volta fatali  creatrici di munnezza), tra un prosecco e una mozzarella (ormai del Cilento perchè quelle casertane non vanno più di moda) l'argomento è tiranno, ma l'annichilimento di ciascuno, e quindi di una collettività, è tangibile.

Sta di fatto però che l'emergenza (che è ancora gravissima) è degradata nei mass media a problema.

Ieri c'era la Sapienza e Mastella ca mugliera, oggi la crisi di governo ed economica. E domani pure. E pure dopodomani.

Da palestinese che sopravvive sono preoccupato di abituarmi a questo disastro.

Sai, il fatto che sotto casa mia la rimuovono, la spazzatura, mi aiuta a rimuovere il problema.

Il tuo silenzio sull'argomento mi ha stupito ed un po' mi è anche dispiaciuto conoscendo il tuo interesse per Napoli.

Perciò ho pensato che era opportuno parlarti.

 

N

Scritto da: tashtego a 10:58 | link | |

martedì, 22 gennaio 2008
Maestri zen

La Chiesa cattolica ha lo stesso problema dell’Islam e forse di tutte le religioni-sistema, non regge la botta della contemporaneità, non ce la fa, non è abbastanza attrezzata per farcela, rifiuta di ritirarsi nelle “coscienze” (scrivo la parola “coscienza” tra virgolette, perché non riesco a capire cosa cavolo voglia dire, nei fatti), vuole seguitare ad essere sistema di lettura integrale del mondo e quindi arretra, si trincera su posizioni anni Cinquanta e da lì spara bordate sul paese di cui è la cisti storica, la debole incerta smarrita Italia, per indebolirlo ulteriormente ed imporre i suoi diktat.

 

È interessante osservare come questi uomini segnati dal tempo, incarogniti nella vecchiaia ecclesiastica (che dev’essere la più brutta delle vecchiaie) e nel potere vescovile e cardinalizio, osservarne gli occhi freddi vendicativi ipocriti intelligenti, tipici di chi per esperienza e ingegno non può credere più a nulla, tipici probabilmente di chi vive negli spazi dentro le Mura Vaticane, spazi altrettanto freddi e disperati, privi di donne, di bambini, ordinati e lindi, come poteva esserlo un ministero tedesco nei secondi anni Trenta, incapaci da almeno due secoli di produrre bellezza e nemmeno sfarzo, ma solo triste agiatezza per questi vecchi livorosi, vestiti di rosso e di nero, che cercano di dare un senso agli ultimi anni della loro inutile vita esercitandosi nel potere come un maestro zen può fare nel tiro con l’arco.

Scritto da: tashtego a 10:09 | link | |

lunedì, 21 gennaio 2008
Studio di migrazione somatica (1998)

Ormai_1007

Scritto da: tashtego a 23:25 | link | |

Appunto su un pesce spinoso

Pesce spinoso_1005

Scritto da: tashtego a 19:22 | link | |

Appunto su un pesce piatto

Pesce piatto_1003

Scritto da: tashtego a 19:13 | link | |

sabato, 19 gennaio 2008
Occhio di ricciola

occhio-di-ricciola_3Era importante per me fotografare quest'occhio, prima che tutto si disfacesse nel forno, ieri sera.

Scritto da: tashtego a 20:27 | link | |

venerdì, 18 gennaio 2008
Note in morte di due operai, oggi a Marghera

Piccone_1

Osservare un operaio al lavoro in un cantiere, osservarlo bene, cercare di vederlo almeno per un istante per quello che in quell’istante è.

In quell’istante di verità, se riesci ad arrivarci, cioè a costruirtelo nella testa per il tempo sufficiente a formulare un pensiero, puoi capire due cose.

La prima è che quello è un uomo come te, esattamente come te, il suo sangue odora di ferruginoso come il tuo, le sue vene pulsano al collo e ai polsi come le tue, la sua è una struttura in tutto e per tutto simile alla tua, vertebre una sull’altra, midollo spinale, muscoli, ossa, mani, piedi, occhi, mente. Mente. Siete cresciuti entrambi nella stessa lingua, nella stessa cultura. Lui a scuola c’è andato di meno, ma la differenza tra quello che sa lui e quello che sai tu, anche se può determinare la diversa quantità di soldi che vi entrano in tasca, è oggettivamente trascurabile a fronte di ciò che avete in comune.

La seconda cosa che capisci - ovvia anche questa ma ce la dimentichiamo spesso - è che lui è forza-lavoro, mentre tu no, cioè non nel suo stesso modo: la sua persona, la sua mente, il suo corpo, la sua storia, la sua particolarità di uomo, contrariamente alle tue, sono trascurabili, a fronte del modo in cui viene impiegato, cioè come corpo lavorante.

È Gramsci, se non sbaglio, che scrive che l’homo sapiens non è scindibile dall’homo faber e che dunque in ogni lavoro manuale vi è una certa dose, maggiore o minore, di pensiero e di lavoro intellettuale, ma l’operaio al lavoro in un cantiere, quello che scava una trincea per una fogna, non svolge mansioni da faber, non sa nulla – non deve saperlo - dello scopo complessivo di quel cantiere, dell’opera che alla fine ne dovrà uscire.

Lui lavora e basta, lui non è un vero faber, è un uomo-lavoro, anche se in quel lavoro c’è senz’altro un modus, uno strumento, un complesso di strumenti, una tradizione, che sono frutto di lunghe prassi e saperi, spesso antichi.

Un piccone bisogna saperlo usare e tuttavia la parte della tua mente che lavora col piccone alla fine è molto piccola ed è considerata trascurabile.

L’operaio è uomo-lavoro, spesso, ma ovviamente non sempre, al pari delle macchine che vedi nel cantiere. Qui occorre precisare che c’è una categoria di macchine, metti le scavatrici, le gru, eccetera, che devi considerarla mero prolungamento e potenziamento degli arti umani, di quelle macchine devi sapere che sono molto meno intelligenti della lavatrice che hai in casa, devi capire che l’uomo che le manovra è lui che sta lavorando, è lui che sta sollevando una palata di terra per riversarla dentro il cassone di un camion, devi capire che quella macchina è solo un pantografo che moltiplica enormemente le sue forze e niente di più. Quelle macchine non sono robot, sono strumenti.

L’uomo lavoro è carne intelligente mescolata, immersa, coinvolta in modo totale - cioè con tutte le sue funzioni vitali e spesso senza mediazioni di macchine, senza riparo, senz’altro involucro protettivo che non sia il proprio corpo - nella brutalità del processo di produzione dell’opera, del prodotto.

Quel processo di produzione non è stato pensato avendo l’uomo come fine: il fine è l’opera, il prodotto compiuto, mentre l’uomo-lavoro vi è coinvolto unicamente come mezzo per il suo compimento.

L’uomo-lavoro deve svolgervi la sua funzione, possibilmente restando in vita, ma il processo di produzione non è specificamente pensato per mantenerlo in vita, lo scopo è un altro, il mantenimento in vita dell’uomo-lavoro è previsto, ma solo come una sorta di accessorio, logico e tuttavia non indispensabile.

La morte degli operai della Thyssen è avvenuta perché nello scopo principale di una fabbrica non è  ricompresa la vita, anche se vi sono previsti, in quanto obbligatori, norme e dispositivi “di sicurezza”.

Il processo produttivo può prendersi la vita dell’uomo-lavoro quando vuole, perché assieme al suo corpo lavorante è la sua vita che è in gioco ogni giorno, ogni ora, in ogni istante che trascorre lì dentro come uomo-lavoro.

Nessuno, neanche il padrone più cinico, si augura la morte dell’uomo-lavoro, naturalmente.

Ma la lesione e la morte “per lavoro”, cioè a causa del lavoro, sono dentro il processo, ne fanno parte, e non come mere eventualità, fortuite e casuali, ma come componenti naturali della funzione dell’uomo-lavoro.

Cioè dell’uomo costretto, in un feroce e continuo loop vitale, a mettere il gioco il proprio corpo nel processo di sostentamento dello stesso.

Scritto da: tashtego a 12:27 | link | |