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Vado soggetto a ciclici ritorni di fiamma per Giotto e ogni volta rimango stupito.
Per questo non mi spiego la freddezza di una mia recente visita alla Cappella degli Scrovegni (1303-1305), quando rimasi quasi indifferente di fronte ad un artista che ad Assisi, tanti anni fa, era stato per me una rivelazione assoluta…
Ogni volta che ripenso agli Scrovegni mi viene in mente il Mantegna della Cappella Ovetari (1448-’57), distrutto da una bomba sganciata nel ’44 sulla chiesa degli Eremitani, che è lì a pochi metri, e mi viene da incassare la testa nelle spalle, mi viene da pensare che non ostante il mio amore per Giotto e l’importanza del ciclo Scrovegni, non so se non l’avrei scambiato, almeno parzialmente, con il ciclo degli Ovetari indenne...
Bestemmio?
Ciascuno coltiva i propri amori d’arte.
Di Giotto mi affascina la lontananza da noi.
Di Mantegna la vicinanza.
Chissà se era una bomba isolata, oppure era un grappolo, certo è che nelle mani di quel puntatore dentro quel B25 o B29 che fosse, o magari un B17 – può sembrare un vezzo, ma conoscere il tipo di aereo per me sarebbe importante ai fini della precisione del dato – c’era un pezzo grosso e pregiato di storia della civiltà d’Occidente.
Chissà se quel puntatore è ancora vivo, chissà se l’ha mai saputo di aver fatto fuori un intero ciclo di affreschi di Mantegna, di avere avuto Giotto alla propria mercè.
Sarebbe bastata una sola frazione di secondo, una folata di vento, uno scarto dell’aereo, un vuoto d’aria improvviso e al posto degli Ovetari avremmo perso gli Scrovegni, o ambedue, o nessuno dei due.
Mantegna ha questa magnificenza prospettica, la precisione di chi riconosce la piena esistenza di un mondo fuori dal sé, di oggetti autonomi rispetto al dettato dei concetti, di chi sa che esiste una realtà distinta dal modo di rappresentarla, che in fondo è solo un metodo geometrico che ci dice dello spazio dove viviamo agiamo, ci muoviamo, che inscrive le leggi cosiddette della visione in algoritmi matematici...
Così che alla domanda che pure oggi mi è stata posta, a bruciapelo, Cos’è per te il Medioevo?, si potrebbe rispondere È ancora gli Scrovegni, ma non è già più gli Scrovegni è nello scarto tra il quantum di Giotto che risiede in alcune certezze degli Scrovegni e il quantum che si proietta senza saperlo verso la dimensione in cui risiede Mantegna lì a duecento metri di distanza, più un secolo e mezzo dopo...
Giotto lì accanto è magnificamente ed emotivamente lucido, ma ancora non sa, non può sapere, le cose che saprà il Mantegna degli Ovetari, e dipinge le sua scene una per una in tanti riquadri in sequenza, spiega, non si concede ermetismi e se occorre si ripete - come nella sequenza di tre riquadri che narra della consegna, della fioritura delle verghe e del matrimonio della Vergine, episodi contenuti nel Vangelo dello Pseudo-Matteo, dove lo stesso edificio è identicamente raffigurato per tre volte, nella stessa posizione rispetto a tutto il resto composizione, perché non ci sia possibilità di equivoco, perché tutto sia chiaro e leggibile...
Mentre il Mantegna distrutto mi pare estraneo e distante da ogni preoccupazione del docere, del chiaro e corretto comunicare...
Giotto mostra corpi, oggetti, emozioni, enti super umani, toglie le pareti alle case, agli edifici, per mostrare ciò che accade all’interno e così le sue storie si svolgono in un ambiente architettonico fatto di unità incomplete, che paiono tanti cibori, baldacchini aperti a tutti i venti, in un “pelago d’aria” blu che ritorna ovunque, domina e marca di sé l’intero spazio, tanto che all’uscita se ti chiedessero cosa c’è lì dentro potresti rispondere Essenzialmente un cielo di lapislazzuli…
La sua è un’accuratezza diversa, c’è come un dovere divertito, una puntigliosità fantasiosa.
È vero soprattutto per il Giotto di Assisi (e se invece si trattasse di Pietro Cavallini?), da cui ho estrapolato ed isolato le architetture, talvolta bizzarre, postate qui l'altro ieri.
Giotto è architetto, conosce le tecniche del costruire e del comporre edifici, talvolta sembra abbandonarsi all’invenzione.
Soprattutto quando non è preoccupato dal dover fornire un contesto credibile alle vicende che è stato chiamato a narrare, dimostra una sorprendente predisposizione all’esperimento: allora vedi comparire sullo sfondo le architetture più strane, come le due torri gemelle dipinte di blu, come le deserte torrette di guardia in cima alle mura di una città, che sembrano coperte da una soletta di cemento armato, molto sottile...








“La madre di Valerio Verbano che abbraccia Giampaolo Mattei, la famiglia Sandri che ricorda il suo Gabriele, i genitori di Marta Russo, quelli di Benedetta Ciaccia morta sul metrò, i sopravvissuti di Auschwitz.” Su “Una stagione di odio e violenza che vogliamo lasciarci alle spalle”, ha detto con aria accorata Valter Veltroni, artefice di questa assolutamente doverosa et tardiva ri-conciliazione storica. Io avrei invitato a salire sul palco l’assassino di via Poma, incappucciato perché non si potesse riconoscerlo, e farlo abbracciare coi parenti di Simonetta Cesaroni. Bello sarebbe stato - assolutamente toccante - vedere Morucci-Faranda in lacrime tra le braccia dei figli di Moro: mai più, mai più. Urgente & doverosa una ri-conciliazione tra Cossiga e i parenti di Giorgiana Masi. Qualche residuo componente la banda della magliana avrebbe potuto stringere la mano a qualche questurino dell’epoca. Lo stesso, ma magari è morto, si poteva proporre al Nano di termini, al Canaro anch’esso della Magliana, alla banda del Gobbo del Quarticciolo. Il duo Priebke - Kappler li avrei visti bene tra le braccia del Rabbino capo di Roma, oppure a fare un girotondo anche con Pino Rauti, Concutelli, eccetera, ma non senza essersi prima ri-conciliati con gli attentatori di Via Rasella. E poi Pannella che sale sul palco per farsi ri-conciliare da Veltroni con Ratzinger, accompagnato dalla Bonino in velo nero. Laziali e romanisti che promettono di stare ormai assolutamente assieme, con striscioni comuni al prossimo derby, al massimo dare qualche coltellata ad altri tifosi, ma solo se vengono da fuori, meglio se inglesi: se vince Veltroni d’ora in poi saranno consentiti al massimo uno o due assalti a caserme di polizia, ma niente di più: vogliatevi bene. Se potessero essere vivi avrei visto bene su quel palco Mussolini mano nella mano con Gramsci. L’apoteosi di Valter, come in un affresco di Tiepolo: toni caramellati, prospettiva dal basso, contesto sidereo di nuvolaglie, angeli.

Difficile dire qualcosa di sensato, di comunicabile, sullo spirito di questa città.
Innanzi tutto la parola: spirito.
Potevo usare genius loci e avrei avuto le stesse difficoltà.
Potrei usare anima che forse è sinonimo di spirito, forse non lo è.
E in ogni caso allude ad un tipo di mondo non-visibile cui non attribuisco dignità di esistenza, nemmeno mentale.
Sono concetti difficili da maneggiare tra i quali la stupidità si può annidare come un serpente in una ceppaia e morderti appena vi metti mano.
Mi riferisco – vediamo se riesco a dirlo decentemente – al modo in cui una città ci abita e, col tempo, agisce su di noi e ci modifica, ci assimila, ci digerisce, ci annulla per sempre nel suo organismo, riducendoci a carne della sua carne.
Ognuno di noi, secondo questa metafora un po’ orripilante, fornisce un apporto di sostanze nutritive alla città, che se ne giova per durare e crescere.
Roma dura e cresce da quasi tremila anni.
Ha goduto di molto nutrimento, ha assimilato milioni di esistenze, smontandole e succhiandole.
E sputandone in giro le ossa, alla fine.
Il mozzo dell’immensa ruota del Mondo conosciuto, il centro dove si fa la Storia, ove tutto viene condotto, o ricondotto, perché esista e vi si risolva.
Un’enorme quantità di tempo e di fatti, di cui abbiamo perso la prospettiva temporale, e che dunque ci appaiono privi di profondità e tridimensionalità storica, appiattiti gli uni sugli altri, deboli i rapporti causali.
Immaginare un’immensa discarica costituita da tutto ciò che è servito per vivere a milioni di uomini nel corso di duemila e settecento anni, compresi i quadri e le statue e le latrine, i bagni, i bordelli, le case e tutti gli oggetti, anche i più infimi, e immaginare di abitarci dentro, conformandola via via per quanto possibile alle nuove esigenze e allo stesso tempo adattandosi alle sue, alla forma di sé che ci impone, in quanto irriducibile.
Ora questa discarica – dove ciò che è ancora intero e funzionante coesiste con ciò che è diventato rifiuto, che è frammento non più ricomponibile, col lacerto residuale, inutile, che in altri luoghi più sani viene di solito buttato via - è ciò che chiamiamo Roma.
È solo una delle possibili metafore che possono servirci per figurare questo eccesso di durata.
Ne sono state proposte centinaia, nessuna completamente positiva, mai un’immagine chiaramente benigna, sempre invece corruzione e contraddizione, enigma dannazione bellezza indolenza complessità tradimento violenza tenebre luce schiavitù potere sangue volgarità morte potenza arroganza febbre crapula piacere.
Sesso & sesso, ovunque, sempre.
Si può andare avanti così quanto si vuole: assieme a immagini convenzionali se ne troveranno, magari per caso, di esatte, illuminanti, precise.
Strano che questo mostro storico, slombato nello sforzo di durare, abbia sentito, più di altre città e più e più volte, il bisogno forte di darsi forma e senso spaziale.
Quando il potere si consolida, consolida e dà forma ai suoi oggetti.
Vale a dire i manufatti cui affida la propria immagine, che funzionano dunque da mass media per la trasmissione dei valori che gli interessano.
Roma venne aperta e tagliata più volte, da poteri diversi, ma sempre con lo stesso scopo: la comunicazione tra dominanti e dominati.
Al fondo delle nuove prospettive urbane, quasi sempre praticate a forza nel corpo vivo di tessuti precedenti, si vedevano, e ancora si vedono, i principali oggetti significanti della città: Palazzi & Chiese soprattutto, e poi Obelischi e Fontane e monumenti civili e religiosi di ogni tipo, di ogni epoca.
Da molto tempo mi sono convinto che non esistano valori che possiamo davvero chiamare collettivi.
Credo invece nel valore della stratificazione degli scopi individuali che col tempo, molto, finiamo col percepire come una cosa appartiene a tutti noi.
Valore e Storia, a Roma, coincidono.
O, se vogliamo, vengono percepiti come coincidenti dai più.
Roma possiede in grado sommo questa attitudine, propria delle città (civiltà e città sono quasi sinonimi) di lunga durata, di trasformare in “pura” bellezza, la violenza, la forza, la sopraffazione, il delitto, eccetera, con cui si costruisce e si de-costruisce il potere.
Una volta consolidatosi, il potere non diventa buono, e però - come un mollusco, cioè quasi inconsapevolmente - comincia a ricoprirsi di una sorta di guscio, di involucro, ornamentale, dietro al quale nascondere la realtà fetida della sua sostanza.
Quando viene sopraffatto (da un altro potere) e muore, resta però in vita questo involucro, o sistema di involucri, dove il nuovo gruppo di potenti si insedia e si rappresenta a sua volta, ampliando, abbellendo e modificando.
Sto semplificando, naturalmente, perché la città è sempre territorio di conflitto tra poteri diversi, in cui il gioco amico/nemico crea e disfa in continuazione scontri e alleanze che si rifletto nel corpo fisico della città ove resta solida memoria.
Roma in fondo non è che questo, e forse vale per ogni città.
Forse.
Questo appunto è del 2004. Oggi la mia visione di Roma è diversa, forse meno schematica. Lo posso condividere solo se riferito alla città dentro le mura. Forse.

Nella non-qualità si annida volentieri la verità.
Metti il Nodo di scambio “ferro-ferro”, della Metro A con l’FM3 a Valle Aurelia (è questa la definizione tecnica), un insieme di oggetti che puoi ammirare sia percorrendo il tratto finale di Via Baldo degli Ubaldi, che, nella direzione opposta, da Via Anastasio II.
Le due strade si intersecano malamente di sguincio e l’impalcato del ponte, fatto pochi anni fa si è mosso producendo nell’asfalto di Anastasio II faglie pericolose specialmente per chi se ne viene giù in motorino a tutta manetta.
Se invece sali in moto o in automobile e ti distrai coi manufatti del Nodo, fai attenzione a non volare di sotto su Via B.d.U. che il ponte è in curva: qualcuno è già volato, come ti dice il mazzo di fiori legato al guardrail
Qui, forse nelle intenzioni degli enti preposti, sicuramente in quella dei progettisti, avrebbe dovuto manifestarsi in modo lampante la modernità, essenzialmente come sintassi di ferro e vetro: il Nodo avrebbe dovuto porsi come una cosa nuova e piena di progresso, una cosa ricca e complessa e trasparente, da grande metropoli occidentale, una cosa che non abbiamo nulla da invidiare a nessuno.
Ed è proprio in questo voler apparire quello che non si riesce strutturalmente ad essere, che il tutto frana nello scrauso e nel provinciale.
Non so se i progettisti della Stazione Metro e di quella dell’FM3, sopra il ponte, siano gli stessi, perché tradiscono “mani” diverse: mentre la prima sembra proprio fantascienza sovietica anni Trenta o Quaranta, la seconda è soltanto un vorrei-ma-non-ne-sono-capace.
Oppure, più benevolmente, un volevo-ma-non-ho-avuto-tempo.
O ancora: cercavo-un-certo-risultato-ma-poi-è-andata-com’è-andata-e-sia-chiaro-che-non-è-colpa-mia.
Ed ecco allora i grandi corpi vetrati pensili, appesi al ponte, coperti di una specie di carta argentata posticcia, a fermare i raggi del sole.
Sulle banchine le pensiline verdi, tutte atteggiate hi-tec, che invece appena piove fanno acqua.
Le scale mobili all’interno che non funzionano, l’aria condizionata che non c’è, o se c’è è rotta, le tristi sistemazioni a terra, che parlano di insormontabili difficoltà di coordinamento, chissà tra chi e chi altro.
I corpi di ingresso alla stazione FM hanno - certamente qualcuno li ha disegnati così - uno strano sembiante da tomba azteca.
La stazione Valle Aurelia, che appartiene ad un futuro sovietico possibile, mai realizzatosi se non qui, ha pareti inclinate anti-graffito, pesantemente bugnate con blocchi di travertino, coperti lo stesso di vernice spray.
Nelle due ore della grande mobilitazione mattutina, masse di gente si aggirano veloci tra fioriere e aiuolette piene di cartacce, muretti bassi.
Tu con loro vorresti che, nelle ore strazianti di spostamento da un punto all’altro della città, almeno ti desse conforto muoverti nella razionalità logica e lucente e pulita di autentici non luoghi occidentali.
E invece hai questo e sai che l’hanno appena fatto.

È un’orata di allevamento, la tengo in mano nel lavello, la stringo con la sinistra dalla parte del dorso, il ventre rivolto verso l’alto, bianco sodo, intatto: ho dimenticato di dire che me li pulissero, questi due pesci e adesso devo farlo da solo: so farlo non è difficile, l’ho fatto molte volte, occorre fare attenzione a non ferirsi, occorre un atteggiamento da macellaio, anche se la bestia da sventrare pesa solo trecentocinquanta grammi ed è un pesce, vale a dire una creatura che di solito non ci induce pietà, per di più un pesce allevato, dunque destinato sin dalla nascita al macello, con un destino corto, un tempo limitato dalla sua capacità di arrivare al peso-porzione in tot giorni, o tot mesi, non so: eppure in questo animale non c’è niente di diverso da un pesce selvaggio: a tenerlo in mano se ne percepisce la sodezza muscolare, la giovinezza, la perfetta scrittura delle istruzioni contenute nel codice genetico che sta sotto il titolo di “orata”: orata dal profilo camuso, gli occhi limpidi, profondi, estranei, la gobba sul naso leggermente dorata, i denti incisivi quasi umani, le placche sul palato, la lucentezza delle squame, lo sfumare del grigio quasi nero del dorso fino al grigio quasi bianco del ventre: questa organizzazione cromatica l’ha evoluta per compensare l’illuminazione solare e ridurre al minimo l’effetto volumetrico, così che in acqua si ha percezione di una sagoma grigia e piatta e indistinta: molti pesci, forse tutti i pesci, sono colorati con questo criterio differenziale che li aiuta a campare di più: penso queste cose mentre infilo la punta del coltello nell’ano del pesce e subito mi viene in mente che l’atrocità di questo gesto è pari a quella dell’impalamento descritto in un capitolo de Il ponte sulla Drina, di Ivo Andric, che lessi quarant’anni fa e che non riesco a dimenticare: occorre tagliare con calma, usando una lama seghettata, e aprire tutto il ventre del pesce, ad abundantia, cioè fin quasi alla gola, se ne avesse una: poi afferro con le dita le interiora e le strappo fuori dal pesce: lavo con cura la cavità sanguinolenta: l’orata si è di colpo trasformata: adesso non la posso più percepire come una creatura ex vivente, non ci riesco: la vedo solo come cibo: la metto sulla teglia: condisco un poco, poi dentro il forno.

Eravamo andati verso le sette di mattina, sabato scorso, a fare un prelievo al laboratorio di analisi, A. ed io, per il solito sgradevole preoccupante controllo annuale, che si fa analizzando un paio di fluidi del corpo, tipo il nero sangue mattutino e la scura piscia di prima minzione, e la ragazza in guantini di plastica bianchi mi aveva fatto male con l’ago, che disceva che non se trovava la vena, che nun se vedeva e scusi ma certe volte tocca andà più a fondo e aveva riempito un bottiglione si può dire di roba scura e ferruginosa, ci aveva attaccato l’etichetta, mi aveva messo un cerotto sul buco che ancora bruciava e stillava qualche goccia densa, ce tenga sopra l’ovatta per favore e prema forte, ed eravamo usciti con sollievo che ancora mi sentivo un’ostrica sgusciata mentre rabbrividisce e si raggriccia sotto le prime gocce di limone, montavamo sulla micra e subito una colazione da qualche parte, ti va castroni? va bene: faggiani ha cambiato gestione e i cornetti sembrano fatti con lo stucco per i vetri e subito mi era venuto in mente un libro letto nella notte dei tempi in cui qualcuno masticava stucco, come fosse scingomma, mentre arrivati da castroni troviamo il locale vuoto, amichevole e disponibile, facile, e il mio umore si modifica ma di poco, finché non assaggio il cornetto caldo e cremosetto, e il buon cappuccio chiaro con schiuma densa, bollente e tutto comincia ad andare per un verso non dico buono ma decente, quando entrano due o tre uomini sulla quarantina che già parlavano tra loro, vestiti sportivi con giubbotti, e si accostano al bancone vicino a me proseguendo il loro discorso che era una disputa su come affrontare un certo problema tecnico, erano quasi le otto del mattino e loro dicevano di putrelle da trecento ala larga, tranquilli, discorrevano e pensavano e ordinavano caffè lunghi, uno in tazza grande con acqua calda, i loro stomaci ne avevano bisogno, pensavo fossero ingegneri e geometri e direttori di cantiere e subito li ho invidiati intensamente e mi sono tornati alla memoria i colloqui che avevo al mattino col capo di un mio ultimo cantiere, un geometra alto abruzzese con barba, intelligente, esperto, col quale mi intendevo: lui era libero di mente e suggeriva cose su cui di solito valeva la pena riflettere, finché un giorno caldissimo di agosto non ci trovammo sotto il sole a discutere ed è cominciata l’eclissi e siamo rimasti lì in mezzo a piazzale flaminio, tacendo immobili nello sparti-traffico proprio di fronte alla porta del popolo, mentre il sole si oscurava e si percepiva quella folata fredda di vento che in questi casi fa un po’ paura, mentre ogni cosa intorno a noi prendeva un sapore cosmico, assoluto.
Teatro marino, matita litografica su carta, cm. 18x28