
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
visitato *loading* volte

G.B.Piranesi, Paestum, 1770-78 circa
Sono anni che leggo di evoluzionismo ed evoluzione, che osservo figure di organismi estinti, scheletri fossili di dinosauri, pesci, mammiferi, uccelli e proto-uccelli, di teorie in proposito, eccetera, e fra le molte perplessità ce n’è una che ritorna più di frequente: il concetto di forma arcaica e la sua fattualità/praticabilità.
Spesso si legge di un ritrovamento fossile che si tratta di una forma arcaica, metti del cavallo, o del maiale, persino dell’ homo sapiens.
Mi faceva strano osservare le immagini (e poi a New York anche la mummia) del celacanto (Latimeria chalumnae) e percepirvi un’arcaicità effettiva, come se si trattasse della bozza di forme successive, più funzionali e rifinite, più belle, eleganti.
La sensazione è questa: come se l’evoluzione della vita, organismo per organismo, procedesse verso un meglio, cioè verso forme visibilmente più perfezionate delle precedenti.
Questa sensazione contraddice uno degli assunti fondanti della teoria: ogni forma osservabile è divenuta tale seguendo, generazione dopo generazione, il cammino cieco dell’adattamento all’ambiente di appartenenza ed è generalmente mutata secondo un processo di interazione tra mutazione casuale e selezione naturale.
Se la teoria dice questo (semplifico questioni sulle quali si discute da decenni, accanitamente), che c’entra la bellezza?
E cosa c’entra quella sensazione di arcaicità che ci danno le forme antecedenti le attuali, cioè primitive?
Cioè, cosa c’entra il concetto di progresso?
Com’è possibile che un cammino senza scopo dia la sensazione di andare verso il bello passando, più o meno invariabilmente, per una sequenza di tappe progressivamente ed evidentemente migliorative?
Cosa vuol dire migliorativo?
Potrebbe voler dire che l’occhio umano percepisce una forma come migliore quando vi riscontra un maggior equilibrio tra le parti, un maggior tasso di eleganza sintetica nell’insieme, ma l’origine di questa percezione, voglio dire la nostra predisposizione a vedere l’armonia, i nostri recettori del meglio, restano anch’essi una cosa misteriosa, almeno per me...
Ricominciamo dai concetti di arcaico e di primitivo.
Coincidono, ma non del tutto.
Arcaico, tra i molti significati, indica “la fase iniziale di un’era storica o di un ciclo artistico, letterario e sim.” (De Mauro).
Primitivo, sempre per il De Mauro, nella fattispecie si dice “di organo, organismo o carattere comparso prima di altri”.
Se per esempio parlo di forma primitiva del Tempio Dorico, dico certamente di una forma arcaica.
Arcaico è tale solo se conosciamo le forme successive, solo per rapporto al classico.
E allora, considerando il Partenone come la forma pienamente compiuta, e perciò classica, del dorico, non sarà difficile riconoscere i templi metti di Paestum, di Olimpia, eccetera, come forme arcaiche di quella forma classica.
Ma sarà possibile dirlo solo conoscendo la forma di approdo storico di quel phylum stilistico, cioè solo conoscendo la forma successiva più armonica, classica, cioè solo potendo stabilire (arbitrariamente?) il punto di massimo equilibrio raggiunto da quello stile, che marca un prima e un dopo, cioè una fase arcaica e una fase metti manierista.
I costruttori del tempio di Poseidone e della Basilica di Paestum, non sapevano di essere arcaici, anzi, è probabile che si considerassero classici in rapporto a forme precedenti a loro note.
L’arcaicità è un concetto estraneo ad alcunché di assoluto, eppure è percepibile chiaramente.
Lo è anche se non si conosce la successiva forma classica?
Non so.
Certamente l’arcaicità dei templi di Paestum si limita all’adozione di forme nelle quali possiamo percepire un minore equilibrio, una ricerca meno attenta delle proporzioni tra le parti e il tutto e tra elemento ed elemento, perché la tecnologia e l’abilità necessarie si può dire che fossero già compiutamente raggiunte: dunque quella è arcaicità tutta di forma e non di imperizia tecnica.
Se affermo che, date come fisse certe condizioni ambientali, la forma classica è quella che fornisce una risposta migliore, più evoluta perché frutto di una serie più lunga di aggiustamenti lungo un processo adattativo durato più a lungo, subito mi scontro col coccodrillo, specie palesemente arcaica vecchia di milioni di anni.
Il coccodrillo è la forma classica di se stesso, ma non si può dire che lo si percepisca come tale, cioè allo stesso modo degli animali classici per eccellenza, come il cavallo, il delfino, il daino, l’aquila, il capro, eccetera
In biologia si può (si deve) dire che la forma classica è sempre l’attuale, perché se una specie sussiste e prospera vuol dire che mantiene il suo rapporto di equilibrio con l’ambiente.
Ma in arte è vero il contrario: la forma classica è il raggiungimento del massimo equilibrio espressivo in un phylum stilistico che può essere superato e perso, come di fatto è accaduto molte volte.
Categorie percettive non verificabili in senso assoluto: a quasi tutte le specie visibili nell’orizzonte dell’oggi, salvo (e proprio volendo) alcune non numerosissime eccezioni, come il celacanto, può applicarsi la classicità come esito “finale” di fasi antecedenti più o meno arcaiche.
Ciò che è forma umana arcaica lo è in quanto rapportato all’umano attuale, alla forma umana dell’oggi, considerata per ciò stesso come classica.
Tuttavia l’homo sapiens è una specie molto giovane, ha più o meno centocinquantamila anni, mentre le specie “arcaiche”, come homo habilis, oggi estinto, sono durate molto, ma molto, di più, senza sapere di essere arcaiche.
La domanda che mi piacerebbe fare ad un biologo evoluzionista è se in natura sia applicabile lo stesso concetto di progresso (molto controverso) che usiamo per le culture umane.
Mentre so che in arte questo concetto non ha senso, esistendo solo il superamento in assenza però del progredire in senso assoluto.
In arte esiste solo il progredire come spostamento lungo la freccia del divenire, esiste il moderno come “giusto nel tempo”, esiste il contemporaneo come immerso nell’oggi, esiste l’evoluzione come derivazione, come un andare oltre senza scopo né fine lungo il processo cieco del rispecchiamento del presente, istante per istante... eccetera.
(Eppure... c’è qualcosa di evolutivo anche nella forma artistica).

Frank Frazetta, Neanderthal
Passando davanti al cimitero buttavo sempre un occhio oltre il cancello, talvolta entravo attratto dall’odore strano, dal silenzio che si creava dentro quelle quattro muraglie, benché i camion sulla Variante si sentissero ancora.
Erano le vacanze di settembre, in campagna dalla nonna.
Vicino al cimitero ci passavi andando giù lungo via Roma, che subito si buttava in una campagna piena di grilli, con grossi ramarri ultra-verdi nei cespuglioni polverosi, da ammazzare con scrupolo e mazza-fionda.
I grilli catturati, chissà perché, ti sputavano nella mano un loro sugo marrone, credo fosse un sotto prodotto della paura.
I ramarri uccisi si giravano sul ventre biancastro, paccuti come coccodrilli.
Vacanze passate ad uccidere quanti più animali possibile.
Ma poi accadde una cosa impressionante.
Fu l’anno in cui, appena arrivato al villaggio, me ne andavo su via Roma per riprendere possesso dei territori di caccia e varcavo come al solito la soglia del cimitero, per risentirne l’odore strano e il silenzio, quando vidi la catasta di teschi.
Erano ammucchiati uno sull’altro, ordinatamente, lo spazio delle tombe era pieno di buche, c’erano uomini al lavoro che mi dissero: Vattene, maschio.
Quei teschi erano bellissimi e tremendi.
Pensai subito - come faccio ancora oggi, come credo facciano tutti - che erano stati uomini e donne, che avevano vissuto una vita.
Ripuliti alla meglio, avevano ancora le orbite terrose.
Polvere sei... eccetera, dicevano i preti in chiesa, ma una cosa era la polvere che li sporcava e una cosa erano quei crani, così umani e ben fatti, lisci, tondi, regolari, magnificamente artificiali.
Diventeremo polvere, maschio, ma non subito, ci vorrà tempo.
Quella visita durò pochi secondi, un uomo con badile disse: Aò, che t’avemo detto?
Nelle ore, nei giorni seguenti e poi in pratica per tutti gli anni che ho vissuto, mi sono toccato la testa alla ricerca del cranio che doveva esserci sotto pelle.
Cercavo di figurarmelo, il mio teschio, sentivo bene sotto i polpastrelli soprattutto l’orlo delle orbite, l’arco della mandibola, gli zigomi.
Se sono il mio corpo, se tutti noi siamo i nostri corpi, allora avere un cranio è essere un cranio.
È essere mano, piede, osso pelvico, fegato, eccetera.
Da qualche settimana guardo immagini di crani ancestrali, umani, pre-umani, non umani.
Ho capito che rinvenire un cranio fossile non è la stessa cosa che rinvenire un qualsiasi altro osso ominino.
Non so perché, ma nel cranio si accumulano con maggiore evidenza le differenze evolutive tra i vari stadi dell’umano, del pre-umano, del non-umano.
Un femore di neanderthal è più robusto e più arcuato di un femore di sapiens, ma le differenze credo siano tutte qui.
Un cranio di neanderthal è invece ben diverso, prognato e senza mento, con arcate sopraccigliari sporgenti, con una specie di chignon osseo nella zona occipitale, eccetera.
Dunque il neanderthal aveva una faccia diversa.
Forse è solo la nostra speciale sensibilità per i tratti del volto a farci percepire maggiormente le differenze.
Un cranio è per noi una sorta di introduzione al volto, una bozza strutturale che precede le successive finiture muscolari, tendinee, cutanee e le sostiene, marcandone il carattere primario.
In molti hanno provato a immaginare e ricostruire il volto del neanderthal.
Quasi sempre ne è venuta fuori l’immagine di un umano arcaico, con tutto quello che il concetto di arcaico porta con sé, compreso il fondamentale riferimento ad una successiva fase classica, quella del sapiens sapiens, la nostra.
Pre-giudizi antropo-centrici, anzi moderno-centrici.
Quella era un altra specie, aveva già duecentomila anni quando dovette vedersela col sapiens sapiens.
Perse la partita, ma non aveva niente di arcaico, era una cosa a sé.
Pastello ad olio su carta, 24x32, senza data
Ho preso un mobile alto, con tanti cassetti più una saracinesca, perché avevo bisogno di stivare carte e disegni: svuotando altri cassetti mi sono imbattuto in diversi pastelli su carta, oppure disegni al tratto, e anche acquarelli, che avevo completamente dimenticato di aver fatto: alcuni (come questo qui sopra) mi sorprendono per la loro stranezza rispetto a quello che faccio di solito e a come lo faccio: ormai è come se fossero lavori altrui, ma non del tutto, perché li riconosco, cioè sento di aver avuto un lontano rapporto con essi, ma, se non c’è data, non ricordo né come né quando: ritrovamenti e archeologie personali.
Il suo difetto è di essere già troppo umano, regolare, levigato. Belle le arcate sopraccigliari. Enormi le orbite.
Vissuto circa due milioni di anni fa.
Leggendo libri sull'evoluzione dell'umano, mi sono imbattuto più volte nell'immagine del cranio dell'Australopithecus robustus, che mi stupisce per la sua bellezza arcaica, dove per arcaico si intende ciò che precede e anticipa la forma umana e però in un modo che ci appare rozzo.
Il concetto di arcaicità è maneggiabile solo a posteriori, cioè come antecedente di una successiva forma classica, anche se in questo caso, pur trattandosi di un ominino, questa creatura non fa parte della nostra specie, né dei nostri antenati diretti.
Il disegno qui sopra è eseguito a memoria, durante una riunione interminabile e noiosa: quindi è sbagliato di sicuro.
Seguirà probabile post sui crani.

C’è un ragno sui tramezzini!
C’è un ragnetto che cammina sul tovagliolo che copre la catasta di tramezzini: è nero, indeciso, si comporta in modo strano, come fanno gli insetti: si muove apparentemente senza meta, gironzola, sale, scende, cammina sul bordo ripiegato del tovagliolo, che è candido: sembra non avere un solo pensiero in testa, tra tutta questa gente che cerca qualcosa per attutire la botta della giornata, che già alle dieci del mattino si fa sentire sui corpi e sulle menti: tipo un Caffè, un Cornetto, un Cappuccino, una Spremuta che andrà giù per l’esofago come una katana nipponica, fredda e affilata, facendolo sanguinare e dandoti quella scossa di cui credi di aver bisogno – il mito della Spremuta al mattino non si attenua,

Alois Riegl
Cosa si prova mentre si percepisce di avere il futuro chiuso?
La risposta è semplice: si provano le nostre sensazioni di oggi, le sensazioni degli italiani alla fine del primo decennio del Ventunesimo Secolo dopo Cristo.
Non vorrei scrivere la solita lagna sul “declino del Paese”, che tuttavia non è negabile e proprio per questo è diventato una specie di luogo comune, con tutta la verità piatta del luogo comune.
Una verità è piatta quando è talmente condivisa che non è necessario comprovarla, anche se l’essere condivisa non ne costituisce automaticamente la validazione definitiva, anzi.
Il Paese è in declino perché impoverisce a vista d’occhio, questo è il senso comune, oggi, del termine declino applicato alla comunità nazionale.
Impoverisce nel senso che cresce poco, essendo per statuto il “trend positivo” dell’economista un andamento di crescita delle quantità e dunque di produzione di beni, dei consumi, dell’import/export, eccetera.
La cultura economistica (non si tratta di cultura economica, ma di ideologia economistica, o economicista) è l’unica ideologia rimasta in piedi ed è quella che si occupa e sovraintende alla crescita, alla necessità (da tutti vista come tale e forse è davvero una necessità, ma solo in un contesto di crescita internazionale) di un continuo incremento di ciò che si fa, si possiede, si trasforma, si usa, si consuma.
Tutto deve crescere, se non cresce vuol dire che ristagna e se ristagna è male.
Le nostre economie funzionano solo secondo il principio della corsa pazza senza fermarsi mai, verso una meta ignota, ma facilmente intuibile.
Mai prima del Diciannovesimo Secolo
Invece le nostre economie devono correre pazzamente nell’incremento di ogni cosa, fino alla fine, cioè fino all’esaurimento del tutto, anche se i fiduciosi nella scienza affermano che si troverà una soluzione, bastano un po’ di investimenti e di competizione…
Ora io credo che quella scientifica sia la sola verità possibile, ma della verità, anche di quella scientifica, si può fare (si fa sempre?) un uso strumentale…
Ma è della chiusura del futuro come (solo mia?) percezione dominante di questi ultimi anni, che voglio brevemente scrivere.
Cosa vuole percepire attorno a sé un uomo che ha passato i sessant’anni?
Nel 1903, Alois Riegl ha scritto che l’uomo moderno “si rallegra” nella percezione del “divenire”, ma anche del “trascorrere” (A. Riegl, Il culto moderno dei monumenti).
In due parole vuole sentirsi giusto nel tempo, vuole vedere giovani che gestiscono il nuovo, che prendono in mano il proprio paese nella direzione dell’equilibrio e della condivisione, dell’incremento di civitas, del miglioramento dell’urbs.
Vuole vederne la coscienza, ma anche la scienza e l’arte, nel nuovo come nel “trascorso”, vuole vedere nuove generazioni che sappiano distruggere e conservare secondo un disegno.
Vorrebbe vedere una volontà di forma & riforma, piuttosto che un generale cullarsi slombato nei miti più corrivi dell’oggi.
Vorrebbe insomma vedere la messa a frutto e la maturazione del lascito della propria generazione, depurato dal suo marcio.
Invece vede – ma potrebbe trattarsi di allucinazione pre-senile – la maturazione e la continuazione del marcio e solo di quello, vede l’assenza di ogni reale volontà di equilibrio uomo/natura, uomo/città, uomo/risorse, uomo/scienza, uomo/uomo.
L’assenza di ogni riflessione vera sull’oggi e sul destino dell’oggi, di ogni idea di bellezza raggiungibile e condivisibile, vale a dire trasferita nelle cose, negli oggetti, nelle macchine, nell’ambiente, nell’umano.
L’uomo che ha passato i sessant’anni si accorge dell’obliterazione e della morte di ogni utopia novecentesca (chi ha sessant’anni ha vissuto parte della sua vita nelle utopie/ideologie), dell’assenza, nelle nuove generazioni, di ogni possibile progettualità, del cinismo che si cela sotto il sentimentalismo di massa.
Si accorge che il trascinarsi nell’oggi è un fenomeno di massa, come lo stare nelle cose-come-sono.
Vede l’assenza della nozione del come-dovrebbero-essere, che pure implicherebbe l’esercizio di facoltà immaginative, ma non del tipo egotico e piccolo borghese che va sotto il nome di “creatività”.
Finalmente, dicono alcuni, sono morte le utopie e le ideologie.
Ma non è vero del tutto, perché se è morta ogni utopia, c’è invece un’ideologia vincente che ha ucciso tutte le altre, quelle trascorse e quelle possibili: è ideologia liberista della crescita a tutti i costi, della competizione come fonte di ogni bene, del mercato come fonte di ogni prezzo, del va bene così, del noi siamo nella Democrazia, quindi nella Libertà, quindi nel Bene, della verità mediatica come verità fattuale, eccetera.
Questa roba, innestata nella mente italica, già pervasa da ancestrale egoismo familista, (cioè, nei fatti, mafioso) diventa invece che “libertà nella possibilità”, il “facciamo un po’ come cazzo ci pare” di Guzzanti, unico autentico acutissimo analista dell’oggi…
Ma questa è proprio la solita litania.
Afferrare davvero il presente è oltre la mia portata.

Lunedì mattina
Di pioggia & mal di pancia
Orizzonte chiuso
Sopra monte Ciocci
Penso l’acqua che filtra
Lentamente perfida
Nella baracca fatta di recente
Dentro le canne
Sopra il capolinea.
Giorno di pioggia nipponica
Gente affrettata in ombrello
Verso il Nodo di Scambio
Dall’alto sembrano figure
Sul ponte di Hiroshige.
Questa ciminiera in mattoni
Sola da decenni e sbilenca
In mezzo alle ramaglie
Come un cazzo asinino
Inutilmente eretto
Contro il chiommo del cielo.

Chi sono, da dove vengono, quando sono finiti lì sopra e perché?
Cosa fanno per vivere?
In questi giorni di pioggia quasi incessante, difficile che quel ricovero così raffazzonato abbia tenuto all’acqua.
Ieri, col sole, c’erano cose stese ad asciugare sul tetto.
Anche stamani era così: un materassino gonfiabile rosso, un sacco a pelo blu appeso ad un filo, un giaccone beige.
Come tutti i ricoveri dello stesso tipo, anche questo è una specie di tripudio di plastica.
Plastica tutt’intorno, rifiuti, fanga giallastra, sterpi, canneti, scrausume.
Sono ossessionato da questo paesaggio urbano, interstiziale, per derelitti e ne scrivo spesso, qui.
Lo vedi ovunque esista un angolo, un area libera pubblica in abbandono, ovunque ci siano manufatti obsoleti in attesa di trasformazione.
Luoghi in animazione sospesa che si riempiono pian piano di immondizia, la nostra immondizia, che per questi cacciatori-raccoglitori è una risorsa.
Credevo ci fossimo lasciati alle spalle la Roma dei Cinquanta e dei Sessanta e quella periferia di inurbati, la sua miseria, i baraccamenti.
Per un paio di decenni questa città era riuscita a dare casa più o meno a tutti, o a consentire tacitamente che molti se ne costruissero una, alla meglio, abusiva.
Ma ora tutto questo sembra tornare, con altro sembiante, in altri luoghi.
Il Ritorno dei Cinquanta mi ossessiona: abbiamo un papa reazionario, diventiamo sempre più poveri, si vuole mettere fuori legge l’aborto, la città è piena di nuovi inurbati, gente senza casa che campa di stenti e ruba qualsiasi cosa le capiti a tiro, come farei io al loro posto…