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Monadnock Building, Chicago 1893
In ogni stazione della metro vedi appese al muro, bene in alto nell’atrio, queste grosse bandiere americane sotto vetro dentro una grossa cornice di acciaio inox.
I simboli patriottici sono ovunque, bandiere e bandierine pendono dagli edifici.
Aquile con cartiglio, eccetera.
Le immagini della guerra in corso sono invece quasi assenti.
Mentre imperversa il grande match Obama/Clinton, che ha l’unico scopo di consegnare ancora una volta
Anse di oceano e sbocchi di fiumi, baie profondissime, isole, barche a vela nella brezza forte di aprile, ancora abbastanza fredda, non ostanti le magliette e gli infradito ovunque.
Boston invasa da maratoneti, ne sono pieni i marciapiedi, i vagoni della metro, i ristoranti di pesce, dove ti servono lobster paonazze accanto a un filetto di manzo.
I maratoneti li riconosci dalla tenuta, la medaglia al collo con nastro, il berrettino con visiera, il giubbetto blu acceso, con emblema.
Molti hanno un’età, ma sono magrissimi, per niente provati, elastici, in perfetta salute, orgogliosi di sé.
La gente corre. Al mattino, alla sera, rigorosamente con auricolari di I-Pod.
Qui tutti i giovani con l’I-Pod, tutti i ragazzi neri abbigliati come dieci, vent’anni fa, con magliette super over size, berretti a visiera piatta, jeans iper-larghi a bracalisse, scarponcini scamosciati e tutto il resto: li vedi incapsulati pervicacemente dentro le loro sub-culture.
Sembra un imperativo primario, qui, restare dentro la propria sub-cultura di appartenenza, non importa quanto marginale o anacronistica possa apparire.
Niente sembra molto cambiato dal 2003, tutto è sempre un po’ uguale, tranne le danze nelle piazze e in metro, un po’ meno acrobatiche, con battiti di mani.
È come se, tecnologia e scienza a parte, tutto si fosse anche qui come ingorgato in una sorta di strozzatura storica in attesa di sbocco.
Capisci poco, vedi poco, ma sei autorizzato a pensare che gli Usa sono mito a se stessi, in una continua auto ri-produzione, un po’ come facciamo noi con le cose nostre, col nostro modo di essere e di pensarci.
Noi col nostro odio per noi stessi, loro con un’immensa auto-stima.
Sorprendono i molti grattacieli post moderni, qui e a Chicago. Soprattutto a Chicago.
Sorprende anche qui una sorta di arresto della modernità novecentesca, la divaricazione di Forma e Riforma, cioè la fine della Forma intesa come necessaria ed etica.
Occorre prendere atto, qui come altrove, del transito in un’epoca diversa di quella nostra di origine, vale a dire diversa dal cuore del Novecento che ci ha generati, quando la via sembrava tracciata e tutto pareva si tenesse: divago, riduco alle mie categorie una realtà come quella americana, che riesco a malapena a percepire, di cui non so nulla.
Un posto di cui quasi non so la lingua e quando ci vengo è sempre la stessa cosa: niente si lascia davvero capire, quindi è solo un percepire, un intuire, un pre-supporre, una continua deduzione.
Però questi grattacieli altissimi, alcuni filiformi, tutti impennacchiati e allestiti per benino ma senza pensiero & riflessione, senza coscienza della crisi, ma crisi essi stessi, oggetti esteticamente inutili, croste insignificanti per centinaia di migliaia di metri quadrati di superficie utile: basamento, corpo, coronamento: solido investimento, bei soldi e fine: la crisi immobiliare, economica, non hai il tempo e i parametri per vederla e pensi Se questa è crisi, allora la nostra cos’è?
Questi edifici non hanno niente a che fare coi monoliti prometeici dell’età dell’oro, quelli dei tempi del fordismo in piena, non corrispondono a un sentire, sono icone di nulla, non conquistano il cielo, lo occupano e basta, fino al momento di lasciar posto ad un altro edificio, più redditizio, magari ad uno di questi parcheggi, cementizi & multipiano.
Tuttavia mi avvertono che la crisi c’è, eccome, e in alcune zone urbane di Boston è tangibile.
Così com’è tangibile il fatto che le cose, anche quelle di qualità, costano troppo poco.
È un degrado a macchia di leopardo, pare: due o tre strade più in là ed è pieno di negozi chiusi, di sporcizia.
Dal treno vedo quartieri di Chicago che sembrano usciti dalla scenografia di un film sui ghetti anni Sessanta. Edifici in mattoni, fatiscenti, vecchie pubblicità dipinte sui muri, in alto, quasi del tutto sbiadite. Scale anti-incendio arrugginite. Interi isolati che paiono disabitati.
Poi in centro è un brulichio di BMW, Porsche, Maserati. Lamborghini, persino. Orribili e stupide le moltissime limousine, soprattutto la sera.
Vai a vedere il Loop e i primi edifici alti costruiti in America verso la fine dell’Ottocento, quando si sperimentava la struttura in acciaio, l’estensione verticale come massimo sfruttamento di lotti centrali e già di grande redditività. Interessante, ma ormai completamente residuale, nel senso che quella città è ridotta a pochi frammenti, sia pure molto belli, annegati e soffocati da enormi monoliti di vetro e acciaio alti quattro o cinque volte di più, quasi mai eleganti, se si eccettua il Federal Building di Mies Van der Rohe, subito a ridosso del Monadnock, e qualche altro.
Leggo che si è voluta conservare a tutti i costi la metropolitana sopraelevata, che invade alcune strade con le sue strutture arcaiche, qui e là scrostate e coperte di ruzza, che vibrano e risuonano in modo assordante ad ogni passaggio di treno. Stranezze americane: un pezzo di città quasi completamente sostituito nei suoi pezzi originali, dove per puri motivi d’affezione collettiva non si riesce a smantellare un palese e invadente anacronismo. Se ai miei occhi l’America ha un pregio sicuro, questo risiede nella disinvoltura con la quale si percepisce il lacerto storico, difficilmente oggetto di culto e vincolo assoluto come da noi. Tuttavia tutti trasferiamo il bisogno d’identità (uso questa formulazione ben sapendo che non significa quasi nulla) in qualche oggetto o sistema di oggetti, anche insignificanti in sé, ma capaci di funzionare da attrattori e condensatori di memoria, o meglio della sommatoria di memorie individuali. Quindi anche negli USA esistono movimenti di opinione capaci di bloccare il tempo e con esso la trasformazione di ciò che oggettivamente può considerarsi trascorso.
Toglieteci tutto, ma non la vecchia cara rimbombante sopraelevata.
Chicago occupa quello abitabile di due semispazi. L’altro è acqua senza confini. Tutto è piatto e tutto è ridotto ad una griglia quadrata a perdita d’occhio. Città orizzontale con un centro ristretto di grattacieli ammassati, stili diversi che sgomitano, si prevaricano, lottano per farsi notare.
In America ho sempre trovato difficile vedere arte americana contemporanea in luoghi diversi dal MoMa di NY. Insomma devi andartela a cercare, perchè nei musei di solito c’è altro, ci trovi tonnellate di ottimo impressionismo francese, intere sale di meravigliosi Degas e Gauguin e Cezanne, passeggisti ottocenteschi e artisti americani recenti, ma più consolidati approvati e omologati, come i soliti Homer, Hopper, Weyth, O’Keeffe, e qualcun altro, che hanno in comune l’essere scrupolosamente figurativi e quindi più aderenti al sentire concreto di questo paese, così egualitario, pragmatico, semplificatore.
Bisogna fare attenzione a due cose.
La prima è che si tratta di ottimi artisti, la seconda è che il loro perdurante successo è segno di una installazione permanente nella coscienza figurale collettiva come produttori di icone riconosciute e ufficiali, cioè capaci di dire l’America innanzi tutto agli americani.
Qui al Chicago Art Institut (non a caso hanno l’American Gothic di Grant Wood) puoi vedere in sequenza (molto significativa) la mostra di un corpus di acquerelli di Winslow Homer e una bellissima, rivelatrice e molto nutrita, retrospettiva di Edward Hopper.
Se, come me, di Hopper ne avevi un po’ piene le palle - come accade per tutti gli artisti la cui opera è soggetta a un periodo di iper-citazionismo – qui, di fronte a tante opere, ti ricredi in pieno e all’uscita sei pronto ad aderire senza riserve a un giudizio di assoluta e primaria grandezza.
Ossessivo, coerente sino alla demenza e tuttavia lucidissimo nel cogliere e nel perseguire quello che lo interessa, vale a dire il silenzio freddo con cui la luce svela gli oggetti e gli umani come fossero oggetti, pure manifestazioni volumetriche in ambienti e paesaggi che sono a loro volta teatri volumetrici, da cui è praticamente abolita la densità gassosa dell’atmosfera, per far posto alla messa in scena descrittiva, ma precisa, della materia, cioè di uomini e cose.
Hopper non è mai minuzioso e tuttavia è sempre esatto nel trovare il giusto punto di sintesi nella definizione dei dettagli, che coincide col punto di sintesi tra intenzione poetica e referente reale. Eccetera.
Le parole sull’arte, in quanto tutte dicibili, sono tutte necessarie e tutte superflue.
Quadri abbaglianti, desolati, silenziosi, intensamente & liricamente americani.
Sì, c’è una poetica dell’America, una capacità lirica nel prodursi dello spazio e dei manufatti americani, nella vastità del cielo, nell’intensità della luce, nella confusione tra terra e acque, nella semplicità pervicacemente empirica degli oggetti e dei dettagli degli oggetti.
Qui il chiaroscuro e l’ombra portata hanno una funzione speciale di appiglio in uno spazio che è sempre smisurato.
Se c’è una differenza tra il nostro mondo e il loro che, tra le tante, ho sempre colto con precisione è l’arbitrarietà dell’estensione, la mancanza pressoché ovunque, tranne forse nei corridoi che distribuiscono gli appartamenti e le stanze di albergo, di limitazione e costrizione e compressione spaziale, in tutte le direzioni.
Non esiste limite fisico alla dimensione, ma solo limite economico & di risorse.
Sulle pareti della stazione Kendall-MIT della metro, Red Line, c’è una sorta di elencazione celebrativa delle conquiste tecnico-scientifiche prodotte qui, cose che hanno letteralmente cambiato il mondo.
A poca distanza c’è Harvard, che vanta il maggior numero di premi nobel del pianeta.
Eccetera.
Boston vive anche di queste eccellenze, del ruolo storico avuto nel processo di indipendenza degli States, della famiglia Kennedy che si auto-celebra nella John Kennedy Library, un complesso monumentale con annesso museo agiografico della dinastia e del suo esponente più noto, l’inafferrabile John, dallo sguardo vuoto e sognante, il sorriso perenne, un sacco di capelli, le spalle squadrate, il destino atroce, la moglie “elegante & francese” (parecchi gli abiti di Jaqueline esposti), che tra gli altri invitava ai banchetti della Casa Bianca anche gente come Mark Rothko.
Prevalgono i mattoni rossi, sulla sponda nord del fiume, quella dei grandi college.
Poi anche qui sterminate distese di casette con giardino, di legno, tecnologia ballon frame, di una tristezza confortante e old england, con tocchi e citazione marinaresche, baleniere, patriottiche. Territorio vastissimo punteggiato di università e centri commerciali, con negozi per intellettuali, quindi vegetariani e naturali, molte bellissime librerie, palestre, giardini.
Da qui, da questi luoghi dove la mente è più importante del corpo, dove l’orientale che sembra prendere appunti nella hall dell’albergo in realtà compila pagine di formule matematiche all’impronta, è partito il mondo come lo conosciamo oggi: la cosa fa impressione a chi, come me, vive in un posto da dove negli ultimi duecentocinquant’anni non è partito un cazzo, o quasi.

Il rinoceronte bianco stava per estinguersi.
Vuol dire che non sarebbe più nata alcuna creatura con quel codice genetico, quelle fattezze, i due corni sul muso, la pelle rimborsata qui e là, spessa, quell’incedere da locomotiva preistorica.
A nessuno sarebbe più capitato di nascere rinoceronte.
Di vivere una vita da rinoceronte, di doversi accoppiare dopo aver fatto sanguinosamente a cornate nelle palle (letteralmente) con altri maschi per la conquista della femmina, eccetera.
L’estinzione del rinoceronte bianco era una manna per tutti i nascituri destinati dal caso a nascere, vivere e morire essendo rinoceronti.
A me piacciono molto, così come mi piacciono tutti gli animali con pelle spessa, scaglie o corna e un atteggiamento totalmente autistico, crudele e indifferente.
Tuttavia non augurerei a nessuno di nascere rinoceronte, anche se alcuni vantaggi il rinoceronte sicuramente ce l’ha, se no non esisterebbe.
A farla breve mi sembra (come del resto gli elefanti e gli ippopotami) troppo soggetto alla forza di gravità, imploso nel suo pesante, torvo rinocerontismo, oppresso da una pelle eccessiva e pustolosa, le pieghe infestate di parassiti, mezzo cieco, troppo incazzoso.
Estinguersi era un vantaggio innanzi tutto per il rinoceronte bianco.
Ma adesso leggo che no, non si estinguerà, perché certi scienziati inglesi hanno scoperto il modo di conservarne il DNA e quindi di ricostruirlo a nostro piacimento.
La natura costretta a restare naturale è l’ultimo stadio della falsificazione del Pianeta.
Voglio dire che il Pianeta, mano a mano che lo distruggiamo, lo sostituiamo ove opportuno e turisticamente conveniente con una copia il più possibile somigliante al vero, talvolta con una copia vera, come in questo caso.
Stiamo facendo alla Terra quello che abbiamo già fatto ai centri storici, alle opere d’arte, eccetera: museifichiamo e/o falsifichiamo gli originali persi.
Ieri a Roma in un libreria-caffè del centro, (del tipo fighetto che si porta adesso, cioè con scaffali pieni di edizioni che fanno giovane, tipo Minimum fax, e/o, Isbn, Quodlibet, eccetera), si presentava l’ultimo libro (che non ho letto, ma solo sfogliato all’impiedi) di un poeta.
Ero andato con la curiosità di ascoltare la lettura di versi annunciata nella mail che avevo ricevuto, per cercare di mettere a fuoco ed eventualmente correggere un mio precedente giudizio espresso in altra occasione. Sono arrivato tardi, ho chiesto un cappuccino preliminare, che io a quell’ora chiamo “di sostegno”, per prevenire l’immancabile calo di zuccheri. Sulla lista appoggiata al banco c’era scritto
Cappuccino..................................................................1,00 euro
Ma la barista me lo ha fatto pagare 1,10. Ho chiesto il motivo del divario e mi ha indicato un altro cartello sempre sul banco dove c’era scritto
Cappuccino..................................................................1,10 euro
Bene, ho detto, adesso capisco, grazie della spiegazione.
Ma lei non deve aver colto l’ironia.
Non c’era posto a sedere, ma soprattutto, già dopo pochi minuti di ascolto, mi risultava intollerabile la presentazione di uno degli intervenuti.
Costui sembrava interessato non tanto ad un discorso comparativo, esplicativo, micro-storico, capace di inquadrare criticamente l’opera del poeta, di individuarne le tematiche, il nucleo lirico, eccetera, quanto di essere percepito lui stesso come poeta – forse lo era – e quindi di infilare una dietro l’altra oscure metafore che mi suonavano di un’assoluta e vanesia gratuità, come se le parole fossero di sua proprietà, come se ogni parola non andasse rispettata come patrimonio comune, cioè in quanto produttrice di senso e comunicazione, la funzione per cui è nata. Si vedeva benissimo che, così impostata quella presentazione non aveva avuto bisogno di alcun lavoro di approfondimento critico, ma solo ed eventualmente, di una qualche serie di percezioni verbalizzate. Troppo comodo per lui, ho pensato. E poi ho pensato: troppo scomodo per me, che sto in piedi a sentire un discorso che non mi piace. Gli astanti ascoltavano compunti, palesemente annoiandosi a morte, ma senza darlo a vedere. Uno spettacolo – non è il primo di questo tipo cui assisto – penoso, che mi ha fatto andar via dopo dieci minuti.
Mentre camminavo verso la più vicina fermata della metro, mi interrogavo su questo vezzo di molta poesia a farsi oscura, a non accettare quella che chiamo la sfida del senso, pensavo all’abitudine della presentazione oscura, del ragionamento oscuro (“vuol essere francese”, diceva una mia amica tedesca), dove si percepiscono le parole come optional e non come enti necessari a comporre una costruzione che valga la pena di percorrere, che dica, che ci parli, che accetti il rischio della sconfitta, del fallimento. Accade così che molti poeti si leggano solo tra loro, si ascoltino tra loro, si apprezzino tra loro e che poi si lamentino – falsamente - dell’abrogazione della poesia dall’attenzione pubblica. Sospetto che si piacciano così, che si percepiscano e si vogliano come vibratili menti, minoritarie & d’avanguardia (hanno grande nostalgia delle avanguardie storiche, ma oggi, al tempo della molteplicità infinita dei linguaggi, non avrebbero senso e lo sanno anche loro), emarginate & soffocate da una maggioranza di bruti.
Ieri a Roma un gruppo di ragazzotti ha invaso il circolo omosessuale Mario Mieli al grido di “Froci di merda!”. Ho sempre fatto fatica a capire l’omofobia, se non come paura-di-essere-froci. Il gruppo romano di fascistazzi nerboruti è come se ieri avesse gridato ai quattro venti: “Abbiamo paura di essere froci!”. Tutto il fascismo storico (e non solo) vive di questa paura. Immagino che molti degli aggressori di ieri avranno a suo tempo ammirato il film 300, senza accorgersi di quanto fosse frosciastico. Non riescono a capire, tra le molte cose che non capiscono, che le virtù virili di cui praticano il culto, non hanno niente a che vedere con le tendenze sessuali. Pensano che un uomo si giudichi da dove introduce (o si fa introdurre) il membro.
Incessantemente le varie tv trasmettono scrausi programmi che rimestano nell’acqua calda misterica. Graal, Templari, Sindone, Sepolcro di Cristo, UFO, Area 54, eccetera. C’è anche un filone misterico-esoterico-nazista che sta prendendo piede. Se producono in continuazione questa robaccia vuol dire che fa ascolto. C’è un sacco di gente che non sa rassegnarsi all’evidente mancanza di misteri nell’esistente, al di fuori del mistero costituito dall’immensa quantità di cose che scientificamente non sappiamo, cioè che non siamo stati ancora capaci di ridurre alla dimensione della mente umana. Sono convinto che, se è vero che la nostra è una mente formatasi nel tempo profondo, che abbiamo ereditato da altre specie e che recentemente (a partire da tre milioni di anni fa) si è evoluta per far fronte a problemi di sopravvivenza nella savana africana, per poi adattarsi ad altri ambienti naturali, si tratta di uno strumento molto limitato. Il che significa che le cose, l’universo “e tutto quanto” ce lo spiegheranno le macchine, sempre che siano a loro volta in grado di farlo, sempre che, una volta posta la domanda, non se ne escano con un “
Già la mente comune (come la mia) ha enormi difficoltà con
Credo che la responsabilità della sconfitta del PD sia interamente, o quasi, di Veltroni. Ha inseguito l’elettorato degli “indecisi” (io li chiamo opportunisti, qualunquisti, eccetera, ma io sono antico) di centro facendo il verso a Berlusconi senza riuscire a pre-figurare nulla di realmente diverso di quattro cazzatelle fiscali o poco più, senza riuscire a proporre, se non un progetto (che è chiedere troppo a chiunque, di questi tempi), almeno un’immagine di società che ne accendesse l’immaginazione. Invece si è stupidamente appiattito sull’ideologia liberista che domina le menti, senza capire che gran parte degli italiani vi aderisce senza convinzione, solo per spirito gregario, solo perché non si riesce a pensare altro. Veltroni sembra intelligente ma non lo è. In politica, come in quasi tutto il resto, intelligenza è in primis capacità di immaginazione, cioè capacità di incrociare i dati in modo inedito, sorprendente, progettuale. La capacità di comunicatore che tutti gli riconoscono non serve senza una vera convinzione, senza contenuti che siano percepibili come tali. Infatti sono bastate due o tre battutacce di Berlusconi, un paio di promesse palesemente taroccate a fare piazza pulita di Walter. Berlusconi conosce istintivamente la sua gente, è la sua gente. Berlusconi era maggioritario già da tempo, nelle menti dei milioni di albertisordi che popolano il nostro sacro suolo.
Sono pochi i discorsi post elettorali che sento fare in giro e al lavoro. Forse nessuno prova più quella che un tempo si chiamava passione politica. E già al tempo in cui si chiamava così era appannaggio di pochi. Forse nessuno si aspetta più niente dalla politica, tranne diminuzioni di tasse, bonus, eccetera: insomma piccole elargizioni monarchiche, che non spostano granché.
L’instabilità atmosferica si dilunga oltre la soglia di quella che pensavamo fosse una qualsiasi primavera. Una perturbazione dopo l’altra, pioggia, nuvole, freddo e riscaldamenti cessati, depressione, dolori strani alle ossa, blocchi cervicali. Secondo il foglietto informativo, in caso di super-dosaggio di Inverno potranno seguire rush cutaneo, sudori freddi, paralisi degli arti, blocco respiratorio, persino morte.
In giro la gente la vedo principalmente in due formati. Il lato A, prevalente, fatto di poveri, giovani & anziani, tristi, sciupati e mal vestiti: mi destano apprensione, preoccupazione. Oppure il lato B della società, costituito da stronzi in gippone, in motociclettone, brutti, ma pensando di essere belli, mal vestiti, ma in modo costoso.
Nell’Oceano Pacifico c’è un’area, grande migliaia di chilometri quadrati, dove le correnti formano un immenso vortice, al centro del quale si accumulano milioni di tonnellate di immondizia. E restano lì, a formare un’isola galleggiante sempre più grande.
Se si interrompesse
Forse qualcuno sta provvedendo, ma pare che la discarica di Roma - che sta a Malagrotta e quando tira vento di mare ammorba le borgate circostanti, tutte abusive e tutte regolarmente sanate, vale a dire dichiarate regolari per evidenza di fatto compiuto – la discarica dicevo, pare si stia colmando. Non so se la notizia è vera, ma è certamente credibile.
Si accentua e vivifica la sensazione di transito in un’epoca diversa.
La sinistra antagonista scompare dal parlamento. Che significa? Dove sono finiti quei voti? Non ci sono più comunisti?
Occorre abituarsi ad un’Italia senza comunisti & senza fascisti conclamati, ma impregnata di un robusto fascismo di massa, “naturale” e non-ideologico, classista, razzista, egoista.
Abituarsi a Berlusconi per almeno altri dieci, quindici anni. Prima Presidente del Consiglio, poi della Repubblica. È molto probabile l’instaurazione di un vero regime, non solo di tipo mediatico.
La sinistra azzerata dal veltronismo, sia dentro che fuori il PD, dovrà ricominciare da dove è nata, dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dalle periferie, dalla povertà, dal disagio, dai senza casa, dai disoccupati, dagli immigrati, dai pensionati che rubano nei supermercati per sopravvivere, dalle scuole e dai libri, eccetera.
La sinistra dovrebbe ricominciare dai soccombenti.
Ma nessuno lo farà perché a nessuno va di farlo, perché i giovani sono altrove, abbagliati dai vari miti della contemporaneità, degradati nella cultura, nel senso di appartenenza, di condivisione, di solidarietà.
La destra non ha bisogno di progetto politico per vincere, perché è natura.
Al contrario il progetto della sinistra dev’essere ben fatto, convincente, strutturato, articolato, originale, alternativo, antagonista, eccetera. soprattutto non dev’essere costruito a tavolino.
Questo perché la sinistra è cultura e le sue soluzioni devono essere, per statuto, contro-intuitive.
Capire questo, credo sia premessa indispensabile per pensarsi di sinistra. Cedere anche di un millimetro sul piano della lotta della cultura contro la destra naturale, per la sinistra significa fare seppuku.
Ed è ciò che hanno fatto i brandelli di sinistra presenti nel PD e nella Sinistra Arcobaleno.
Adesso sono dolori.

Come serpenti velenosi
Gli oleandri
A via Gianturco
Mosci slombati
Senza etica, fede
Roba non riuscita

Foglie dure
Magnolie ambigue
Si muovono all’aria
Leggermente
Ambigue, ripeto
Non amiche
Alberi porno-grafici
I fiori secchi gialli
I petali per terra
Scrocchiano a cartoccio
Sotto i piedi
Sporcano, sanno di burino