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Come faceva ogni tanto Zeus, che ingravidava a suo capriccio donne mortali, ninfe, eccetera, così l’onnipotente dio cristiano mette incinta Maryam di Nazareth. Il mito antico del dio che si unisce a una mortale, senza un preventivo consenso, si trasferisce anche nel mito cristiano. Come primo atto di discesa sulla terra abbiamo una prevaricazione di donna con relativa immancabile sotto-missione. Maryam rispose una cosa tipo Sia fatta la volontà di dio. Ma cosa sarebbe accaduto se si fosse ribellata? Immagino che se lo avesse fatto di lei non avremmo mai saputo nulla. Quante donne, prima di lei oggetto delle attenzioni riproduttive dell’altissimo, avranno risposto no grazie e perciò stesso rimasero nell’oblio? Grazie dell’attenzione, ma non se ne parla neppure. Soprattutto a cose fatte, poi. Il dio della Bibbia e dei Vangeli è violento, prevaricatore, maschilista: non gli è saltato in testa nemmeno per un momento di chiedere prima il consenso. Di Maryam, voglio dire. Fatta salva la “verginità”, che differenza c’è da uno stupro?

Andavamo al vivaio sulla vecchia honda, ridotta un canestro pieno di terra, col porta-bagagli pieno di cianfrusaglie attrezzi, robe.
Un tratto di vecchia Cassia, prima di prendere
Bellissima questa costruzione, dicevo.
Doveva essere la vecchia stazione di posta di Settevene.
Passavamo qui davanti in automobile circa mezzo milione di anni fa, c’era il cartello Settevene, mancava si e no un quarto d’ora all’arrivo a casa della nonna, all’inizio delle vacanze campagnole di settembre, solitarie, meditative che dedicavo interamente all’uccisione di lucertole, ramarri, grilli.
Ma forse non era Settevene, forse l’altro giorno ricordavo male.
John diceva che quindici anni fa questa era la sola casa che si vedesse passando di qui.
Guarda adesso, diceva.
Sulla collina, proprio sulla cresta, si stagliava una doppia fila di palazze, alcune finite altre no, gialle, coi tetti frastagliati come si usa da queste parti, dove i geometri non riescono a concepire un tetto semplice, a due falde, oppure ad una, ma solo uno sfracello di tetti e tettucci che pendono in tutte le direzioni e danno un’aria “mossa” e “antica” a questa roba.
Niente che corrisponda minimamente ad una semplice idea di casa, ma sempre questo voler apparire ciò che non si è e palesemente non si può essere.
Le palazze lassù godevano del panorama: costano un cazzo e se vede pure er lago.
In basso, tutt’intorno a noi, un mondezzume edilizio sparso, fatto di case e casette, capannoni, serre, pali, mucchi di materiali edilizi, cataste di tubi, persino orti e piccole vigne scrause per fare un vino che piglia di aceto dopo due giorni, ma è genuino.
Toccava passare davanti al centro commerciale LE RUGHE, in stile adobe messicano come un villaggio western di Sergio Leone, però ripulito (il più orrendo reggista di tutti i tempi, le colonne sonore più brutte di tutta la storia dell’umanità), con fila di automobili sulla corsia di accesso, progettata male e troppo corta, così ogni tanto lì si ammazza qualcuno, ma non se ne fa una tragedia. Tanto finché non tocca a noi, checcefrega.
Un territorio preda ormai da sessant’anni di ogni tipo di sotto-cultura, con in testa la feroce ignoranza atteggiata e classista di una borghesiuccia romana e quattrinara, triste e puttanesca, come sono puttanesche le seconde case di questa gente, puttaneschi i SUV coi quali escono da Roma e si buttano sulle consolari intasate, puttanesche le loro menti, le loro idee, i culi delle loro donne che spuntano dai jeans a vita super-bassa, i loro bimbi già pronti a diventare adulti di merda come loro, i mobili da giardino, i cancelli e le recinzioni e i muri de cinta, gli allarmi, gli alberi e i cespugli sempreverdi che piantano attorno alle casone, sempre sur-dimensionate, puttanesche persino le tegole riciclate del tetto, a farlo sembrare vecchio, puttaneschi i lampioncini e i ferri battuti e i cagnacci aggressivi che sbavano e le pavimentazioni e il garage e gli spiazzi desolati, l’erba tagliata corta, “all’inglese”, puttanesco il barbecue, la parabola, puttanesca la piscinetta che vedi brillare azzurra dietro casa nella calura spoglia e accecante del primo pomeriggio (puttaneschi persino quelli che gli rubano in casa quando sono via, quelli dell’indulto che hanno ripreso a fregare come prima, invece di diventare subito chierichetti o capitani d’azienda, onesti salumieri, tranquilli accattoni alcolizzati che non rompono i coglioni a nessuno, e invece girano per fratte sorvegliando le case per rubare quattro cosette, la falciatrisce, per dire), puttanesco il mercato antiquario dell’ultima domenica del mese con mobilacci e cassapanche finto antiche patinate col lucido da scarpe, puttaneschi quelli che passano in moto sulla strada, a gruppi, vestiti da ufo-robot, tute in pelle tutte colorate, stivaletti da Nembo Kid, un motore milledue sotto il culo che urla sulla strada come un tirannosauro ingrifato, per portare un qualsiasi testa di cazzo dal punto A al punto B del territorio senza che abbia un solo vero motivo per farlo, se levi il gusto d'annà in moto a manetta (uno che pensa che l’energia che spreca sia sua, perché se l’è comprata: uno che pensa che le cose o sono tue o di qualcun’altro, mai di tutti), puttanesche le segnalazioni di feste di bimbi, i palloncini legati ai cartelli stradali, l’insegna col nome del festeggiato DOMITILLA, oppure MATTIA, legata con lo spago che resta lì, perchè la mente puttanesca dei loro genitori non riesce a concepire di doverlo togliere a festa finita, così i palloncini rosa si sgonfiano e pendono schifosi su DOMITILLA, su MATTIA, che sbiadiscono progressivamente, settimana dopo settimana.

Da qualche tempo.
Ogni volta che sento dire, metti di un libro, che si tratta di un’operazione commerciale, ogni volta che qualcuno mi dice “ho fatto una marchetta” per indicare che ha lavorato a fini non artistici, ma per denaro.
Tutte le volte che un qualsivoglia artista si giustifica di aver fatto qualcosa di “basso”, qualcosa “su commissione” affermando come si vergognasse che anche lui “deve campare”, che “tiene famiglia”.
Ogni volta che qualcuno mi dice che un libro “non è un prodotto come gli altri”.
Ogni volta che sento dire del sistema dell’arte come di una cosa che “ha più a che fare coi soldi che con l’arte”, di una cosa gestita da “una combriccola di mercanti & critici” che decidono loro cosa vale e cosa no.
Ogni volta che sento contrapporre soldi v/s cultura, per esempio, ogni volta che si afferma l’esistenza di valori estranei al “mero valore economico” e ogni volta che percepisco una sorta di ostentazione di disprezzo verso il denaro.
Ogni volta che vedo un’esibizione di distacco dai soldi come fossero una cosa sporca, quando la gente non ti dice quanto guadagna, ma fa di tutto per fartelo capire mostrandoti la macchina che si è comprata, l’orologio costoso, la casa nuova.
Ogni volta che viene fuori questo rapporto non sano della cultura italica coi soldi, questa ridicola affettazione che deriva da antecedenti e secolari comportamenti aristocratici - quelli sì che potevano non pensarci, al denaro, ed è proprio per questo che nel 1789 si tagliarono molte teste – percolata fin negli strati più infimi di quella che una volta si chiamava borghesia piccola - e che adesso io chiamerei Grande Ripieno sociale – costituente comunque il perno strutturale della cultura medio-liceale diffusasi nel Paese.
Insomma ogni volta che salta fuori il rapporto cultura/denaro, cioè tutte le volte citate più quelle non citate, mi viene da pensare che la più importante invenzione della storia umana non siano il fuoco, o la ruota, ma il denaro.
Certo, la pietra scheggiata di Modo Uno - così si chiama la civiltà di Homo habilis, oppure di Homo ergaster non so, durata qualche milione di anni – e poi le punte di freccia e di lancia, le lame ricavate dall’ossidiana per tagliare, raschiare carni e pelli, la capacità di costruire oggetti appuntiti, recipienti e poi col tempo, molto, moltissimo tempo, più di quanto riusciamo a figurarci e misurare, il costituirsi di una varietà di aggeggi, utensili, macchine, vasellame, armi, edifici: tutto questo fu cosa mirabile.
Ma senza denaro restavano enti fisici staccati gli uni dagli altri, non erano oggettivamente commensurabili e rapportabili.
L’economia del baratto, dello scambio diretto di beni e cose, non poteva funzionare nella crescente complessità dell’umano.
Fu necessario separare il valore delle cose - valutabile fino ad allora solo per rapporto ad un’altra cosa, tipo tot pecore per un cavallo, tot cavalli per una donna, eccetera – dalla loro reciproca scambiabilità ed istituire un’unità di misura di tutto, arbitraria e astratta, matematica, filosofica, umana.
Fu l’invenzione dei soldi che mise tutto a sistema, che consentì di misurare ogni cosa per rapporto a qualsiasi altra cioè al valore nominale e simbolico del denaro.
Non capisco nulla di economia ed è probabile che l’abbia fatta facile, che abbia sbagliato qualche passaggio, che abbia trattato con leggerezza per esempio il concetto di valore, ma credo che la sostanza dell’invenzione denaro sia questa: mettere a sistema il mondo della roba, cioè ogni oggetto fabbricabile o reperibile nell’ambiente, qualsiasi sia lo scopo per cui è stato realizzato, dal più infimo e utilitario, come uno spazzolino da cesso, al più alto, come metti un quadro di Rothko.
Sapendo quanto vale quel tale Rothko e quanto uno spazzolino da cesso, possiamo anche sapere quanti spazzolini da cesso ci servono per comprarlo, ammesso che qualcuno sia disposto ad accettarne.
Se vale ottocento mila euro, il Rothko, e lo spazzolino vale 10 euro, il Rothko teoricamente vale ottantamila spazzolini, vale a dire diversi tir pieni di questo utensile, anch’esso, a suo modo e in certe condizioni, molto utile.
Mentre in un’economia di scambio un singolo spazzolino varrà 0,0000125 Rothko.
Insomma il prezzo di una cosa è un baratto per interposto denaro, con qualsiasi altra cosa sia potenzialmente acquistabile.
Quindi l’invenzione del denaro ha a che fare con la comparabilità dell’eterogeneo, con la sua matematizzazione.
È vero che non è corretto sommare tra loro mele e pere, è la prima cosa che ci insegnano a non fare, a scuola.
E però quando vengo via dal mio ottimo fruttivendolo, nel sacchetto di plastica che tengo in mano dispongo di un pezzo di carta dove è riportata la somma di tutte le cose che contiene, perché il fruttivendolo si è limitato a traslare l’oggetto-pera nell’universo simbolico del tutto, che è il denaro.
Per farlo ha dovuto compiere un’operazione intermedia, definendone una delle possibili oggettività condivisibili, secondo l’unità di misura di massa fisica, in pratica pesandola, cioè individuando quanto è forte l’attrazione di gravità che subisce secondo la nota equazione:
Effe, uguale Gi, moltiplicato Emmeuno per Emmedue, fratto Erre al quadrato.
(La scrivo così perché non so riportarla in termini matematici tramite tastiera)
È questa forza che viene monetizzata, in pratica.
E dato che la gravità secondo la fisica einsteiniana è definita (da qui in poi per me è buio) come curvatura dello spazio, il denaro monetizza l’entità dello scivolamento della pera lungo la curva che porta al centro del pianeta.
Potenza comparativa del denaro, unica forma di definizione universale di cui disponiamo.
La questione del valore – concetto indispensabile che agisce instancabilmente dentro di noi, valutando le cose che ci circondano, istante per istante - è molto complicata.
Prezzo e valore, senza provare nemmeno ad inoltrarmi nella complessità del problema, non dico che coincidano, ma certamente tra i due concetti c’è un rapporto ovvio: più alto è il prezzo e più grande è il valore, qualsiasi valore, si direbbe.
Per questo un quadro di Rothko, un’opera di Bacon, un Burri, di Raffaello, eccetera, costano molti soldi: perché hanno un “alto valore artistico”, definito e certificato dai molti soggetti, a cominciare dai critici, pubblico compreso, collezionisti compresi, che tutti assieme formano il sistema dell’arte.
Se è così, se il valore artistico di un’opera ne determina il costo, perché un libro di poesie di Leopardi non costa di più di una raccolta di versi di Pascarella?
Se è così, perché per andare a vedere un film di Neri Parenti, pago la stessa cifra che mi chiedono per un film di Kubrik?
Perché se una crosta non la vuole nessuno mentre un Picasso vale miliardi, lo stesso non vale per il valore in altri campi dell’arte, come la letteratura e il cinema?
Questo potrebbe essere un punto cruciale per cercare di comprendere il rapporto letteratura/mercato e più in esteso, arti narrativo-sceniche e mercato.
Innanzi tutto l’opera d’arte è di solito un unicum (anche se esistono le opere seriali e riproducibili sotto il controllo dell’artista), mentre un libro è la riproduzione a stampa di un originale che non ha nessun valore, se non di tipo collezionistico, filologico.
Lo stesso si può dire di un film, e, parzialmente, di uno spettacolo teatrale: sono copie riprodotte, non esiste un originale.
Un grande artista visivo, se riconosciuto come tale, non ha il problema della quantità del suo venduto.
Uno scrittore, anche un grande scrittore riconosciuto come tale, invece sì: perché il suo, indipendentemente dalla qualità, è un prodotto seriale, costa pochi euro.
Se la critica lo incensa, ma lo comprano in pochi, è come se il prodotto del suo lavoro non sia stato monetizzato, è come se non riesca ad entrare nella comparabilità di tutte le cose che avviene attraverso il denaro, restando quindi privo di valore oggettivo.
È per questo che in fondo, ma neanche tanto, l’unica cosa importante per uno scrittore, una volta terminata l’opera, è quanta gente ha letto il suo libro.
È naturale, normale, comprensibile e direi assolutamente logico che sia così.
Il problema nasce se lo scrittore il problema di quanta gente leggerà il suo libro se lo pone durante la fase di scrittura, cercando in conseguenza di ciò di indirizzare il proprio lavoro verso un risultato finale capace di attrarre quanti più lettori-compratori possibile.
L’obbiettivo dell’arte visiva – vendere una limitata serie di opere, uniche e originali, di grande valore - in letteratura è, come si vede, completamente rovesciato: vendere una grande quantità di riproduzioni a stampa dello stesso testo, trovando un pubblico ampio, il più ampio possibile.
Solo nella monetizzazione l’opera scrittoria, narrativa, acquista un valore riconducibile a quello di tutte le altre cose che esistono: se produce denaro, vale il denaro che ha prodotto.
So che questo ragionamento lascia fuori il cosiddetto valore artistico.
Il valore artistico non sempre, anzi quasi mai, coincide con esattezza col valore di godimento che quella lettura può produrre nei molti, ma che può essere sprezzato dai pochi valutatori professionali, i critici.
Contrariamente a quanto accade per le arti di figura, dove il critico è arbitro quasi assoluto, il giudizio del critico letterario e cinematografico non sposta le vendite, se non di pochissimo: ad ogni natale la critica stronca spietatamente la mondezza filmica di Neri Parenti e di quel clone sbiadito di Alberto Sordi che è Christian De Sica, ma puntualmente quei film battono ogni record di incassi.
Mentre nelle arti di figura il valore artistico certificato dalla critica e il prezzo certificato dal mercato, si corrispondono, in campo letterario valore artistico ed entità delle vendite sono uno fuori dell’altro.
Il valore di un libro coincide con l’ammontare del totale delle vendite: ciascun lettore tira fuori soldi di persona e li investe in un oggetto che spera sia capace di dargli il godimento di lettura che cerca da sempre e che ogni tanto, ma solo ogni tanto, trova.
Un libro molto acquistato vale molto denaro, ma può valere nulla come prodotto artistico.
Sogno di ogni scrittore è riuscire a scrivere un’opera che chiuda almeno per una volta questa forbice inesorabile, dove cioè valore artistico e valore di godimento coincidano, producendo piacere ai lettori, denaro all’autore e soddisfazione ai critici.
Che è come dire: scrivere un’opera che riesca a superare, nell’esperienza estetica che produce, la divisione orizzontale tra élite culturale e gusto di massa, mettendo tutti d’accordo come fa il fruttivendolo pesando frutti di natura diversa e trasformandoli nella stessa materia venale.
È una cosa che accade molto di rado e per caso: non esiste l’equivalente dell’equazione di Newton che ci consenta di pesare e comparare oggettivamente qualità e densità estetica della scrittura per determinarne parametricamente il valore.
Inutile accanirsi contro la corrività dell’editoria commerciale, contro il best seller scadente che si vende a milioni di copie.
L’unico ponte capace di unificare la contraddizione quantità/qualità è l’autore stesso, se ci riesce.
Se gli scrittori questo se lo dicessero, tutto sarebbe più chiaro.

In campagna, sabato sera, mentre cenavamo all'aperto è arrivato lui.
Garrone fa un film molto diverso dal libro.
Un vero film, non la trasposizione cinematografica di un romanzo.
Opera che risulta più vera del quasi-romanzo di Saviano, nel senso che è narrazione pura, priva di documenti e passaggi informativi.
Le immagini stanno incessantemente addosso ai personaggi, tutti potentemente fisici, ne restituiscono la parlata strettissima, per borborigmi incomprensibili.
La camorra vista dal basso, all’altezza dell’ambiente umano e fisico dove affonda le radici, senza che venga fornita alcuna spiegazione sul funzionamento del Sistema.
Solo l’agire tesissimo, violento, compulsivo, della bassa forza e di qualche capetto.
Se il Sistema non si vede, il film è immerso nelle sue conseguenze, in un mondo chiuso e ineluttabile che ne è secrezione e causa insieme.
Uomini e luoghi fanno parte allo stesso modo di un impasto narrativo privo di spiegazioni, di giudizio morale.
È assente ogni concessione all’idea corrente di napoletanità popolare, ogni possibile caduta nel colore locale: non più “un paradiso abitato da diavoli”, ma un inferno dove si può essere solo diavoli.
Diavoli saldamente racchiusi nella loro capsula culturale, cui va riconosciuta un’innocenza generata dalla non consapevolezza che è possibile un’altra esistenza.
La sensazione che se ne trae è molto lontana dall’indignazione.
È puro sbigottimento, di fronte a una sostanziale verità proposta dal film: la non-recuperabilità di un mondo completamente auto-referenziale.
Film difficilissimo che si poteva affrontare solo con una drastica e netta scelta di stile.
Garrone la compie quasi senza esitazioni, in modo assolutamente lucido, poetico.
Una lezione per tutto il cinema italiano contemporaneo, per i registi e gli sceneggiatori, per gli attori, gli scenografi e i costumisti, per tutti.

Ottenere consenso da tutti.
È facile: basta scovare la parte peggiore della gente.
Titillarla come una mucosa sessuale.
Trovare capri espiatori, immediatamente.
Dare un segnale.
Far vedere che non si scherza, da subito.
Addestrare pian piano il Paese.
Farlo diventare fascista senza che se ne accorga.
Ogni giorno un po’ di più.
Una bastonata e un regalino.
Bastonate alle poche zecche.
Regalino alle famiglie.
Tumescenze & turgori.
Essere più in là della sinistra-ferrovecchio.
Difendere il paese dalle ingerenze.
Dai nemici d’Europa.
Orgoglio contro globalizzazione.
Più Stato per la famiglia.
La famiglia naturale.
Gettare l’amo e guarda come abboccano subito.
I centro-sinistri, voglio dire.
Non aspettavano altro.
Giornalisti democratisci & stimati a dire:
Mannò, che c’entra il fascismo?
Governo razzista?
Maddai, siamo seri.
Meno zingari si vedono in giro
E più la gente sta contenta.
E poi i froci.
Sta merda di centri sociali.
Si cambia musica.
I sindacati si sono auto-affondati, come un U-Boot.
I comunisti marciscono come calamari spiaggiati.
I centro-sinistri ci leccano la mano per un osso.
Glielo abbiamo detto che siamo uguali.
Loro lo sanno, ma fanno finta di no.
E leccano lo stesso.
Se sta bene a loro, figuriamoci a noi.
VIA LE CASE-CAVERNA A UN PASSO DA SAN PIETRO.
Decine di polacchi sgomberati nelle gallerie. Otto arrestati per furto di energia.
Non ho capito bene dov’è.
Si vede una nicchia, sotto un solaione di cemento.
Letti con coperte, sacchi a pelo, cassette della frutta de plastica a fare da mobilio, un tubo che corre in alto funge da mensola per scatole e flaconi di detersivo.
La foto sul giornale di ieri mostra un piccolo brano di poesia dell’abitare improprio, che può prodursi quando un umano si appropria di un luogo protetto e lo abita, magari prendendosene cura per quel che è possibile, utilizzando come suppellettili quello che trova, una nicchia o una rientranza che diventa una mensola, un sedile d’automobile come poltrona. Uno specchio, un bacile per lavarsi, sacchetti di plastica appesi come armadi.
Qualche decennio fa, all’Isola, si potevano fare passeggiate nell’entroterra delle spiagge, nel silenzio di uliveti deserti, dove trovavi minuscole casette, la porta senza chiave e dentro un letto di aghi di pino, un camino con mensola, talvolta un tavolo e una seggiola, qualche attrezzo, una scatola di fiammiferi, una boccetta d’olio d’oliva, una candela, appeso al chiodo un giaccone stinto. Tutto era lasciato lì alla portata di chiunque, ma nessuno toccava niente.
Era pura poesia degli oggetti, come questa.
Forse sono un ingenuo, ma mi viene spontaneo di pensare che se i senza-casa avessero una casa non andrebbero a farsela negli interstizi della città.
Quindi, sempre per via diretta e naturale, se fossi un politico penserei che, almeno a Roma, esiste un problema di carenza di abitazioni che siano accessibili per chi ha pochi o niente soldi.
Io sono tra coloro, pochi, che ancora credono che la casa sia un diritto di tutti, come il lavoro, la salute e lo studio.
Quindi mi porrei l’obbiettivo di alleviare le condizioni di disagio & sofferenza dei senza casa, anche per alleviare il fenomeno del barbonismo, per favorire dignità e radicamento, eccetera.
Sono consapevole delle difficoltà di una simile politica, ma ci proverei lo stesso, perché quello sarebbe uno dei miei compiti di istituto.
Non so dove sia questa “caverna a un passo da San Pietro”, ma dalla foto su
Per fare casa, fisicamente basta poco.
Occorre costruire (o reperire) un dispositivo delimitante, una discontinuità che marchi i due semispazi essenziali all’essere casa, l’esterno e l’interno, e li separi, anche parzialmente.
Casa è innanzi tutto delimitazione.
Secondo il Devoto-Oli, l’etimo di abitare è habere, cioè avere, possedere, disporre di qualcosa.
In questo caso di uno spazio difendibile, che a sua volta mi difenda da ciò che proviene dall’esterno, che sia pioggia, animale o nemico.
Delimitazione come dispositivo primo e separante, senza il quale non è possibile insediarsi in nessun luogo.
Senza nessuna delimitazione dello spazio non c’è quel radicamento primario che ci strappa alla condizione nomadica, itinerante, alla sensazione terribile del non avere nemmeno un centimetro quadrato di superficie terrestre disposto ad accoglierti.
Anche quattro pali e una tettoia sono delimitazione, anche un muretto di sassi.
Basta qualcosa che marchi e sia percepibile come una discontinuità e come un’informazione: qui c’è qualcuno.
Del resto mi sarei convinto che l’architettura è nient’altro che delimitazione, ma con intenzione estetica, significante.
Vale a dire con una funzione simbolica aggiuntiva rispetto alla sua funzione di base: delimitare e coprire.
Questi uomini polacchi insediati “a un passo da San Pietro” avevano trovato una delimitazione incompleta, ma già fatta, una specie di nicchia, di caverna artificiale.
L’abitavano, semplicemente.
Se esiste un diritto naturale, sicuramente vi è incluso l’uso del mondo per viverci.
Avevano bisogno di un posto dove trovare tregua allo sbattimento quotidiano, dove dormire, lavarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace, fare quattro chiacchiere.
Certo, immagino la sporcizia, gli escrementi e tutto il resto, “a un passo da San Pietro”, mica sul greto dell’Aniene, mica nascosti negli anfratti di periferia, luoghi più consoni a stracci e immondizie.
Quanto guadagneranno-racimoleranno al mese questi uomini polacchi?
Meno di setto, ottocento euro?
È solo la metà di quello che guadagna gran parte delle gente-con-casa.
Ma gli uomini polacchi questa poca differenza la pagano cara.
Arrestati per “furto di energia”.

Questa non è una recensione del libro omonimo di Walter Siti (Mondadori, 2008).
Non la voglio fare e soprattutto non la so fare. Quindi non mi inoltro al di là di una dichiarazione di ammirazione per un’opera che ho letto con partecipazione, curiosità, emozione estetica, e come atto di apprendimento.
Questi sono invece appunti para-antropologici, derivati da sollecitazioni di lettura, che butto giù in modo un po’ brutale. Temi attorno al rapporto tra la nostra dislocazione spaziale, quella sociale e quella culturale nell'infame Città di Dio.
Esiste nella città una destra naturale, periferica e vincente, contrapposta ad una sinistra culturale, centrale e storicamente in via di estinzione?
È possibile leggere la geografia della Città di Dio in questo modo?
E poi. Se storicamente, cioè dalla fine degli anni Sessanta a, grosso modo la metà dei Novanta, la dislocazione del censo andava da un massimo riscontrabile in centro verso un minimo in borgata, oggi le cose stanno ancora così?
Il libro di Siti sembra rispondere di sì alle prime due domande e di no alla terza.
È da tempo che provo la sensazione della fine dell’egemonia borghese sulla città (cioè sulla società: oggi città e società coincidono), sostituita da quella di un Grande Ripieno sociale – culturalmente abbastanza omogeneo e amalgamato, al di là di cultura d’origine e entità di reddito – che esprime oggi la classe politica di destra/sinistra e viene da questa massaggiato come un manzo di Kobe, per ottenerne il consenso.
I valori, la progettualità e coscienza del proprio ruolo di classe dirigente, tipici della borghesia cosiddetta colta e ben-pensante, sono da tempo traslati in un’altra dimensione, trasformati in una sorta di marginalità moralistica da sinistra girotondina (disperata) incapace non solo di incidere politicamente, ma anche di avere un qualsivoglia peso culturale nell’immagine che il Paese ha di sé presso la maggioranza.
All’interno di questi brandelli di borghesia sono quasi del tutto assenti le avanguardie colte dell’antagonismo, un tempo comunista, poi ambientalista & no global, oggi completamente smarrito nell’incapacità anche solo di dare un significato alla parola “sinistra”, per non dire della parola “comunismo”.
A fronte di questi residui fossili (di cui faccio pienamente parte) di una classe sociale se non scomparsa, molto marginalizzata, cresce e si consolida il Grande Ripieno, di cui la nuova umanità borgatara descritta (ed amata) da Siti, è solo una componente, vale a dire che ne costituisce lo strato inferiore, border-line con la criminalità vera e propria.
La tesi di Siti, esposta in chiaro alla fine del libro, è che sia in atto un contagio culturale dalla periferia verso il centro (non dico “dal basso verso l’alto”, perché si tratta di flussi che penso come orizzontali), una sorta di processo osmotico di trasferimento della cultura esistenziale di borgata verso ceti di origine e cultura diversa.
Quale sia questa cultura esistenziale (qualora non se ne abbia conoscenza diretta) occorre leggere Siti, per saperlo, qui posso solo buttare giù un elenco delle impressioni lasciatemi dal libro: disinteresse per ogni progettualità, per ogni possibile mestiere, dedizione alla cocaina come consumo e come spaccio, culto del corpo, culto istantaneo dell’oggi, del denaro, consumismo acritico, coatto, valori & desideri in gran parte desunti dalla tv, visione della vita come di un evento da smaltire giornalmente, un muoversi e un sopravvivere dentro un sistema gerarchizzato di rapporti di forza, convivialità, sensibilità all’amicizia, ma grande casino nella famiglia, indeterminazione sessuale, tendenza a sconfinare nel comportamento criminale vero e proprio, maschilismo di facciata & matriarcato di fatto, adesione politica alla destra fascista, eccetera.
Difficile trovare un termine sintetico per questo amalgama culturale così complesso e cangiante, un impasto di residui fossili di culture precedenti e di contemporaneità, ma nel libro ogni tanto si trova qualche definizione fulminante.
Una periferia, borgatara e non, strutturata a macchia di leopardo, sia fisicamente, che per il censo – e di conseguenza la collocazione sociale (basabile oggi solo sul denaro) – degli insediati: i nuovi semi-agiati in villette a schiera, con garage e giardinetto, modello insediativo del telefilm americano, gli insediamenti popolari storici gestiti dall’istituzione con torri e grandi edifici in linea (detti “casermoni”, ma in alcuni casi più che dignitosi), case pubbliche ma di fatto privatizzate, i nuovi centri per uffici, le sedi di grandi società trasferitesi all’esterno, quartierazzi speculativi di ogni stagione, sempre uguali a se stessi, fatti di palazze e palazzine di varie altezze, uno più brutto dell’altro, vero specchio culturale di questa città, borgate abusive più o meno recenti, molte delle quali consolidate, quindi incluse nella città ufficiale, poi i nuovi senza casa, gli agglomerati spontanei e precari (recentemente raschiati dalle ruspe di Veltroni), sotto ponti e viadotti, sul greto del Tevere e dell’Aniene, baracche nei canneti, case in grotta, come le latomie di Pietralata.
Poi i grandi Centri Commerciali, che qualcuno vede come aberranti templi del consumismo (lo sono, ma mi si spieghi se è possibile pensare una società consumistico/liberista senza centri commerciali) e che io vedo come nuovi spazi urbani di relazione capaci di soppiantare il Centro in quanto a egemonia e attrattività, ma nessuno, dico nessuno, si preoccupa di dare norme progettuali per trasformarli in agorà periferiche.
Il tutto servito ancora dalle vecchie consolari, più o meno adeguate ai nuovi carichi, oppure disperatamente irrorato da stradoni, che già appena fatti si rivelano insufficienti, si può dire per default: “urbanistica ingenua” la chiama Bernardo Secchi: se c’è troppo traffico fai un’altra corsia, che chiamerà altro traffico, eccetera: il GRA a Roma ne è la prova lampante.
Una periferia che assedia la città centrale – anzi le numerose e concentriche città centrali – e tendenzialmente ne fa sempre più a meno, costruendosi le proprie polarità secondo sistemi di valori e desideri, andanti ma dominanti, e riducendo progressivamente il Centro Storico in un parco a tema (“Roma Vecchia”) per turisti e borgatari, o per chi deve sedurre qualcuno/qualcuna e parte dalla periferia per la cenetta nel locale “caratteristico” con archetti e mattoncini in vista, per la passeggiata con gelato, lei in difficoltà con tacchi a spillo e sampietrini, eccetera.
L’istanza di controllo formale della città, che nasce e si precisa nel Rinascimento e che negli USA, per esempio, si manifesta in una sorta di principio insediativo democratico (si vedeva così bene dall’alto del John Hancock Center, la scacchiera infinita di Chicago, perdersi nella pianura...) da noi è morta nel primo dopoguerra, con l’applicazioni dei principi urbanistici di disegno della città, e oggi è sepolta col Rinascimento, cioè con l’idea di governo geometrico degli oggetti umani. Le espansioni con le quali Roma è dilagata nell’Agro dal centro verso la periferia e gli insediamenti spontanei procedenti in direzione opposta, appaiono una poltiglia senza forma, che pre-annuncia l’attuale stato di spacchettamento mentale tipico del Grande Ripieno che vi è nato e cresciuto.
Condizione essenziale che fa di una città una metropoli è l’annullamento dell’emarginazione spaziale attraverso una rete di trasporto pubblico che colleghi efficientemente ogni zona con tutte le altre, senza sacche di inaccessibilità troppo estese, in modo che vivere al centro o in periferia siano condizioni quasi equivalenti: l’epica dei viaggi verso il centro città (“dentro Roma”) di Tommaso e i suoi amici, in Una vita violenta, il capitolo Notte nella città di Dio, il capolinea dell’Argentina...
Oggi Roma è piena di micro-città, desolate e forzatamente autonome, baretti, spiazzi, reti, muretti, pratazzi che diventano giocoforza luoghi di ritrovo, polarità di riferimento per comunità insediate fisicamente escluse dal restante territorio-città. Lo diventerebbero lo stesso, perché il processo di identificazione di riferimenti spaziali comuni è del tutto naturale e spontaneo, ma non si tratterebbe di un’identificazione obbligatoria in mancanza di alternative, cioè di collegamenti col resto del mondo.
L’immagine proposta da Siti è complessa e piena di contraddizioni, ma su tutto, come una sorta di amalgama autocritico, si stende un velo di perenne arguzia, di ironia, disincanto, e soprattutto una re-invenzione, giornaliera e popolare, del linguaggio, di cui l’autore palesemente si delizia.
Una sorta di fluidità morale, di indeterminazione sognante degli scopi, ma una precisione in ciò che si desidera: soldi, lusso, automobili, capi firmati, eccetera.
Questa visione del borgataro la vedo saldarsi con quella del “neo-proletario” (ovvero il piccolo-borghese culturalmente proletarizzato) proposta da Tommaso Labranca (Neoproletariato, Castelvecchi 2002) dedito alle “tre effe”: fitness, fiction, fashion, che sono in fondo anche pilastri dell’esistenza del coatto.
Quindi sì, per me si delinea una visione un po’ più articolata di quello che chiamo il Grande Ripieno, ma sempre schematica, disperatamente intuitiva.
Quello che si vedeva dall’elicottero era un fiume di macchine in un magma di case. Lontano
Roma stordisce, confonde.

Questo è il celacanto dell'Harvard Museum of Natural History a Boston, fotografato da Gino Roncaglia. Non so dire perché appare giallo. Da vivo è blu. E puzza molto. Ricordo che il primo fossile di celacanto risale a 350 milioni di anni fa.