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Ieri a Roma in un libreria-caffè del centro, (del tipo fighetto che si porta adesso, cioè con scaffali pieni di edizioni che fanno giovane, tipo Minimum fax, e/o, Isbn, Quodlibet, eccetera), si presentava l’ultimo libro (che non ho letto, ma solo sfogliato all’impiedi) di un poeta.
Ero andato con la curiosità di ascoltare la lettura di versi annunciata nella mail che avevo ricevuto, per cercare di mettere a fuoco ed eventualmente correggere un mio precedente giudizio espresso in altra occasione. Sono arrivato tardi, ho chiesto un cappuccino preliminare, che io a quell’ora chiamo “di sostegno”, per prevenire l’immancabile calo di zuccheri. Sulla lista appoggiata al banco c’era scritto
Cappuccino..................................................................1,00 euro
Ma la barista me lo ha fatto pagare 1,10. Ho chiesto il motivo del divario e mi ha indicato un altro cartello sempre sul banco dove c’era scritto
Cappuccino..................................................................1,10 euro
Bene, ho detto, adesso capisco, grazie della spiegazione.
Ma lei non deve aver colto l’ironia.
Non c’era posto a sedere, ma soprattutto, già dopo pochi minuti di ascolto, mi risultava intollerabile la presentazione di uno degli intervenuti.
Costui sembrava interessato non tanto ad un discorso comparativo, esplicativo, micro-storico, capace di inquadrare criticamente l’opera del poeta, di individuarne le tematiche, il nucleo lirico, eccetera, quanto di essere percepito lui stesso come poeta – forse lo era – e quindi di infilare una dietro l’altra oscure metafore che mi suonavano di un’assoluta e vanesia gratuità, come se le parole fossero di sua proprietà, come se ogni parola non andasse rispettata come patrimonio comune, cioè in quanto produttrice di senso e comunicazione, la funzione per cui è nata. Si vedeva benissimo che, così impostata quella presentazione non aveva avuto bisogno di alcun lavoro di approfondimento critico, ma solo ed eventualmente, di una qualche serie di percezioni verbalizzate. Troppo comodo per lui, ho pensato. E poi ho pensato: troppo scomodo per me, che sto in piedi a sentire un discorso che non mi piace. Gli astanti ascoltavano compunti, palesemente annoiandosi a morte, ma senza darlo a vedere. Uno spettacolo – non è il primo di questo tipo cui assisto – penoso, che mi ha fatto andar via dopo dieci minuti.
Mentre camminavo verso la più vicina fermata della metro, mi interrogavo su questo vezzo di molta poesia a farsi oscura, a non accettare quella che chiamo la sfida del senso, pensavo all’abitudine della presentazione oscura, del ragionamento oscuro (“vuol essere francese”, diceva una mia amica tedesca), dove si percepiscono le parole come optional e non come enti necessari a comporre una costruzione che valga la pena di percorrere, che dica, che ci parli, che accetti il rischio della sconfitta, del fallimento. Accade così che molti poeti si leggano solo tra loro, si ascoltino tra loro, si apprezzino tra loro e che poi si lamentino – falsamente - dell’abrogazione della poesia dall’attenzione pubblica. Sospetto che si piacciano così, che si percepiscano e si vogliano come vibratili menti, minoritarie & d’avanguardia (hanno grande nostalgia delle avanguardie storiche, ma oggi, al tempo della molteplicità infinita dei linguaggi, non avrebbero senso e lo sanno anche loro), emarginate & soffocate da una maggioranza di bruti.