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mercoledì, 30 aprile 2008
USA, aprile 2008

Monadnok_1893

Monadnock Building, Chicago 1893

In ogni stazione della metro vedi appese al muro, bene in alto nell’atrio, queste grosse bandiere americane sotto vetro dentro una grossa cornice di acciaio inox.

I simboli patriottici sono ovunque, bandiere e bandierine pendono dagli edifici.

Aquile con cartiglio, eccetera.

Le immagini della guerra in corso sono invece quasi assenti.

Mentre imperversa il grande match Obama/Clinton, che ha l’unico scopo di consegnare ancora una volta la Casa Bianca ai repubblicani.

Anse di oceano e sbocchi di fiumi, baie profondissime, isole, barche a vela nella brezza forte di aprile, ancora abbastanza fredda, non ostanti le magliette e gli infradito ovunque.

Boston invasa da maratoneti, ne sono pieni i marciapiedi, i vagoni della metro, i ristoranti di pesce, dove ti servono lobster paonazze accanto a un filetto di manzo.

I maratoneti li riconosci dalla tenuta, la medaglia al collo con nastro, il berrettino con visiera, il giubbetto blu acceso, con emblema.

Molti hanno un’età, ma sono magrissimi, per niente provati, elastici, in perfetta salute, orgogliosi di sé.

 

La gente corre. Al mattino, alla sera, rigorosamente con auricolari di I-Pod.

Qui tutti i giovani con l’I-Pod, tutti i ragazzi neri abbigliati come dieci, vent’anni fa, con magliette super over size, berretti a visiera piatta, jeans iper-larghi a bracalisse, scarponcini scamosciati e tutto il resto: li vedi incapsulati pervicacemente dentro le loro sub-culture.

Sembra un imperativo primario, qui, restare dentro la propria sub-cultura di appartenenza, non importa quanto marginale o anacronistica possa apparire.

Niente sembra molto cambiato dal 2003, tutto è sempre un po’ uguale, tranne le danze nelle piazze e in metro, un po’ meno acrobatiche, con battiti di mani.

È come se, tecnologia e scienza a parte, tutto si fosse anche qui come ingorgato in una sorta di strozzatura storica in attesa di sbocco.

 

Capisci poco, vedi poco, ma sei autorizzato a pensare che gli Usa sono mito a se stessi, in una continua auto ri-produzione, un po’ come facciamo noi con le cose nostre, col nostro modo di essere e di pensarci.

Noi col nostro odio per noi stessi, loro con un’immensa auto-stima.

Sorprendono i molti grattacieli post moderni, qui e a Chicago. Soprattutto a Chicago.

Sorprende anche qui una sorta di arresto della modernità novecentesca, la divaricazione di Forma e Riforma, cioè la fine della Forma intesa come necessaria ed etica.

Occorre prendere atto, qui come altrove, del transito in un’epoca diversa di quella nostra di origine, vale a dire diversa dal cuore del Novecento che ci ha generati, quando la via sembrava tracciata e tutto pareva si tenesse: divago, riduco alle mie categorie una realtà come quella americana, che riesco a malapena a percepire, di cui non so nulla.

 

Un posto di cui quasi non so la lingua e quando ci vengo è sempre la stessa cosa: niente si lascia davvero capire, quindi è solo un percepire, un intuire, un pre-supporre, una continua deduzione.

Però questi grattacieli altissimi, alcuni filiformi, tutti impennacchiati e allestiti per benino ma senza pensiero & riflessione, senza coscienza della crisi, ma crisi essi stessi, oggetti esteticamente inutili, croste insignificanti per centinaia di migliaia di metri quadrati di superficie utile: basamento, corpo, coronamento: solido investimento, bei soldi e fine: la crisi immobiliare, economica, non hai il tempo e i parametri per vederla e pensi Se questa è crisi, allora la nostra cos’è?

Questi edifici non hanno niente a che fare coi monoliti prometeici dell’età dell’oro, quelli dei tempi del fordismo in piena, non corrispondono a un sentire, sono icone di nulla, non conquistano il cielo, lo occupano e basta, fino al momento di lasciar posto ad un altro edificio, più redditizio, magari ad uno di questi parcheggi, cementizi & multipiano.

 

Tuttavia mi avvertono che la crisi c’è, eccome, e in alcune zone urbane di Boston è tangibile.

Così com’è tangibile il fatto che le cose, anche quelle di qualità, costano troppo poco.

È un degrado a macchia di leopardo, pare: due o tre strade più in là ed è pieno di negozi chiusi, di sporcizia.

Dal treno vedo quartieri di Chicago che sembrano usciti dalla scenografia di un film sui ghetti anni Sessanta. Edifici in mattoni, fatiscenti, vecchie pubblicità dipinte sui muri, in alto, quasi del tutto sbiadite. Scale anti-incendio arrugginite. Interi isolati che paiono disabitati.

Poi in centro è un brulichio di BMW, Porsche, Maserati. Lamborghini, persino. Orribili e stupide le moltissime limousine, soprattutto la sera.

 

Vai a vedere il Loop e i primi edifici alti costruiti in America verso la fine dell’Ottocento, quando si sperimentava la struttura in acciaio, l’estensione verticale come massimo sfruttamento di lotti centrali e già di grande redditività. Interessante, ma ormai completamente residuale, nel senso che quella città è ridotta a pochi frammenti, sia pure molto belli, annegati e soffocati da enormi monoliti di vetro e acciaio alti quattro o cinque volte di più, quasi mai eleganti, se si eccettua il Federal Building di Mies Van der Rohe, subito a ridosso del Monadnock, e qualche altro.

Leggo che si è voluta conservare a tutti i costi la metropolitana sopraelevata, che invade alcune strade con le sue strutture arcaiche, qui e là scrostate e coperte di ruzza, che vibrano e risuonano in modo assordante ad ogni passaggio di treno. Stranezze americane: un pezzo di città quasi completamente sostituito nei suoi pezzi originali, dove per puri motivi d’affezione collettiva non si riesce a smantellare un palese e invadente anacronismo. Se ai miei occhi l’America ha un pregio sicuro, questo risiede nella disinvoltura con la quale si percepisce il lacerto storico, difficilmente oggetto di culto e vincolo assoluto come da noi. Tuttavia tutti trasferiamo il bisogno d’identità (uso questa formulazione ben sapendo che non significa quasi nulla) in qualche oggetto o sistema di oggetti, anche insignificanti in sé, ma capaci di funzionare da attrattori e condensatori di memoria, o meglio della sommatoria di memorie individuali. Quindi anche negli USA esistono movimenti di opinione capaci di bloccare il tempo e con esso la trasformazione di ciò che oggettivamente può considerarsi trascorso.

Toglieteci tutto, ma non la vecchia cara rimbombante sopraelevata.

 

Chicago occupa quello abitabile di due semispazi. L’altro è acqua senza confini. Tutto è piatto e tutto è ridotto ad una griglia quadrata a perdita d’occhio. Città orizzontale con un centro ristretto di grattacieli ammassati, stili diversi che sgomitano, si prevaricano, lottano per farsi notare.

In America ho sempre trovato difficile vedere arte americana contemporanea in luoghi diversi dal MoMa di NY. Insomma devi andartela a cercare, perchè nei musei di solito c’è altro, ci trovi tonnellate di ottimo impressionismo francese, intere sale di meravigliosi Degas e Gauguin e Cezanne, passeggisti ottocenteschi e artisti americani recenti, ma più consolidati approvati e omologati, come i soliti Homer, Hopper, Weyth, O’Keeffe, e qualcun altro, che hanno in comune l’essere scrupolosamente figurativi e quindi più aderenti al sentire concreto di questo paese, così egualitario, pragmatico, semplificatore.

 

Bisogna fare attenzione a due cose.

La prima è che si tratta di ottimi artisti, la seconda è che il loro perdurante successo è segno di una installazione permanente nella coscienza figurale collettiva come produttori di icone riconosciute e ufficiali, cioè capaci di dire l’America innanzi tutto agli americani.

Qui al Chicago Art Institut (non a caso hanno l’American Gothic di Grant Wood) puoi vedere in sequenza (molto significativa) la mostra di un corpus di acquerelli di Winslow Homer e una bellissima, rivelatrice e molto nutrita, retrospettiva di Edward Hopper.

Se, come me, di Hopper ne avevi un po’ piene le palle - come accade per tutti gli artisti la cui opera è soggetta a un periodo di iper-citazionismo – qui, di fronte a tante opere, ti ricredi in pieno e all’uscita sei pronto ad aderire senza riserve a un giudizio di assoluta e primaria grandezza.

 

Ossessivo, coerente sino alla demenza e tuttavia lucidissimo nel cogliere e nel perseguire quello che lo interessa, vale a dire il silenzio freddo con cui la luce svela gli oggetti e gli umani come fossero oggetti, pure manifestazioni volumetriche in ambienti e paesaggi che sono a loro volta teatri volumetrici, da cui è praticamente abolita la densità gassosa dell’atmosfera, per far posto alla messa in scena descrittiva, ma precisa, della materia, cioè di uomini e cose.

Hopper non è mai minuzioso e tuttavia è sempre esatto nel trovare il giusto punto di sintesi nella definizione dei dettagli, che coincide col punto di sintesi tra intenzione poetica e referente reale. Eccetera.

Le parole sull’arte, in quanto tutte dicibili, sono tutte necessarie e tutte superflue.

Quadri abbaglianti, desolati, silenziosi, intensamente & liricamente americani.

 

Sì, c’è una poetica dell’America, una capacità lirica nel prodursi dello spazio e dei manufatti americani, nella vastità del cielo, nell’intensità della luce, nella confusione tra terra e acque, nella semplicità pervicacemente empirica degli oggetti e dei dettagli degli oggetti.

Qui il chiaroscuro e l’ombra portata hanno una funzione speciale di appiglio in uno spazio che è sempre smisurato.

Se c’è una differenza tra il nostro mondo e il loro che, tra le tante, ho sempre colto con precisione è l’arbitrarietà dell’estensione, la mancanza pressoché ovunque, tranne forse nei corridoi che distribuiscono gli appartamenti e le stanze di albergo, di limitazione e costrizione e compressione spaziale, in tutte le direzioni.

Non esiste limite fisico alla dimensione, ma solo limite economico & di risorse.

 

Sulle pareti della stazione Kendall-MIT della metro, Red Line, c’è una sorta di elencazione celebrativa delle conquiste tecnico-scientifiche prodotte qui, cose che hanno letteralmente cambiato il mondo.

A poca distanza c’è Harvard, che vanta il maggior numero di premi nobel del pianeta.

Eccetera.

Boston vive anche di queste eccellenze, del ruolo storico avuto nel processo di indipendenza degli States, della famiglia Kennedy che si auto-celebra nella John Kennedy Library, un complesso monumentale con annesso museo agiografico della dinastia e del suo esponente più noto, l’inafferrabile John, dallo sguardo vuoto e sognante, il sorriso perenne, un sacco di capelli, le spalle squadrate, il destino atroce, la moglie “elegante & francese” (parecchi gli abiti di Jaqueline esposti), che tra gli altri invitava ai banchetti della Casa Bianca anche gente come Mark Rothko.

Prevalgono i mattoni rossi, sulla sponda nord del fiume, quella dei grandi college.

Poi anche qui sterminate distese di casette con giardino, di legno, tecnologia ballon frame, di una tristezza confortante e old england, con tocchi e citazione marinaresche, baleniere, patriottiche. Territorio vastissimo punteggiato di università e centri commerciali, con negozi per intellettuali, quindi vegetariani e naturali, molte bellissime librerie, palestre, giardini.

Da qui, da questi luoghi dove la mente è più importante del corpo, dove l’orientale che sembra prendere appunti nella hall dell’albergo in realtà compila pagine di formule matematiche all’impronta, è partito il mondo come lo conosciamo oggi: la cosa fa impressione a chi, come me, vive in un posto da dove negli ultimi duecentocinquant’anni non è partito un cazzo, o quasi.

 

     

 

 

Scritto da: tashtego a 09:47 | link | |


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