
Prefazione di Silvia Bortoli
Postfazione di Gabriele PedullĂ
Edizioni Le Lettere
Firenze 2008
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La sinistra come la conoscevamo non esiste più.
Almeno in Italia.
Non esiste nella versione moderata, come non esiste nella versione antagonista.
Non c’è più, semplicemente.
Occorre ammetterlo.
Non è che siano spariti solo i comunisti.
È sparito un intero corpus culturale, storico, ideologico, una tradizione politica, una prassi contemporanea, l’attitudine a risolvere i problemi con proposte politiche “di sinistra”.
È scomparso il significato politico della stessa parola sinistra, è scomparso il suo referente sociale, è scomparsa la classe di riferimento, restano solo venature di marxismo, spesso fossilizzato, annidate qui e là nella cultura del Grande Ripieno che satura il corpo sociale dell’oggi.
Forse è giusto così, forse dobbiamo cominciare davvero a pensare in modo diverso, cioè ad un modo diverso di opporsi alla destra naturale che è in noi.
L’abbandono della sinistra di classe, o dei suoi residui, non l’invento io, è conseguenza della realtà delle cose e viene da tempo teorizzato.
Sentivo obbiettare che praticamente in tutta Europa esiste ancora, viva e vegeta, una sinistra di tradizione socia-comunista che non ha rinnegato nulla del proprio passato, che non è andata a caccia di voti a destra, ma è cresciuta su se stessa, cioè sulla propria tradizione e in qualche caso governa.
Non sono in grado di dire se questa analisi corrisponda al vero, ma in ogni caso da noi non è stato così. Perché?
Do per scontata la marginalizzazione, questa sì verificatasi ovunque, di una sinistra antagonista con caratteristiche di classe (ma senza la classe di riferimento), che da noi è stata spazzata via di colpo, come se fosse ormai solo una superfetazione politico-ideologica e non più una forza vitale con radici e consenso.
Torno da un viaggio di una settimana, faccio appena in tempo a votare e già nel tardo pomeriggio vedo il saluto romano a piazza del Campidoglio.
Anno Domini 2008: il saluto romano a piazza del Campidoglio.
E tutti dicono Ma no, ma quale fascismo, sono ragazzate.
Certo, ma di ragazzi fascisti.
Guardavo in televisione Fassino, l’altra sera, e ancora una volta mi dicevo: ecco l’epitome della sconfitta e dello sperdimento, ecco l’uomo simbolo (più ancora di Veltroni, che pure ne è il principale responsabile) della stupidizzazione della tradizione social-comunista, del suo vergognarsi di essere tale senza riuscire a diventare altro che una buffa e non-credibile caricatura della destra, ecco un uomo che politicamente è nulla, che rappresenta ormai solo uno spazio vuoto, o forse una porzioncina di potere residuo, in una sorta di ansia imbarazzata di omologarsi, di approvazione da parte di una destra brutale che pure nella società – e non solo al nord - si manifesta in questi giorni con chiarezza. Ma lui è lì, che ancora implora consenso, che non percepisce, per esempio, sentore di fascismo autentico nelle prime dichiarazioni di Alemanno, da sindaco di Roma.
Ma questa forse è solo politica spicciola che galleggia sopra un fenomeno storico più vasto e di lunga durata, che mi permetto di sintetizzare alla grossa così: il futuro non è arrivato e per adesso non arriverà, esiste solo un presente brutale, regno dell’insicurezza e della sfiducia, dove ciascuno deve difendere quello che ha, possibilmente accrescendolo, dove non esiste nient’altro da condividere che la sofferenza e l’ansia della “liquidità” del presente, dove ogni progetto è stato abrogato, eccetera.
Forse occorre ripartire da ciò che probabilmente solo i sociologi oggi sanno vedere, studiare, descrivere. E cioè una nuova condizione umana che è già realtà e che consiste nel totale asservimento & consenso di massa alle nuove logiche del capitale. Vale a dire la vita al tempo dell’atomizzazione e della dis-appartenenza, la vita senza sogni di sorta, marcata solo da uno strano cinismo che nasce dal senso di inadeguatezza, dalla mancanza di ogni possibile condivisione diversa dalle ricorrenti ondate emozionali, tutte rigorosamente di destra, che sono diventate l’unica risposta possibile ai problemi dell’oggi.
L’homo sapiens de-ideologizzato, privo cioè di strumenti di antagonismo razionale e politico, si fa puro strumento consenziente: nelle democrazie mediatiche la cultura non è sovra-struttura, è tutto quello che serve: non più agire sui fatti, ma sulla percezione dei fatti
L’umanità come massa di manovra, l’uomo ritornato esclusivamente mezzo di accumulazione di denaro, non più capace di riconoscersi in una classe, ma solo eventualmente in uno stato di minore o maggiore sottomissione, precarietà...
Purché non si parli di sfruttamento, perché va da sé che lo sfruttamento di uomini da parte di altri uomini non solo è ri-diventato legittimo, ma è assolutamente necessario per sopravvivere, per reggere la botta di chi, sfruttando meglio e di più, produce meglio e a meno.
Naturalmente tutto questo si svolge nel selvaggio sfruttamento delle residue risorse disponibili, con lo spostamento sempre più rapido di interi settori produttivi mondiali da un mercato all’altro e conseguenti oscillazioni dei prezzi.
Com’è possibile restare politicamente muti di fronte a tutto questo?
Eppure è ciò che è effettivamente successo nell’ultima campagna elettorale del centro sinistra, che in sostanza ci diceva di accettare il mondo com’è, con qualche riduzione fiscale, qualche asilo nido in più, proponendo quella che un tempo sarebbe stata definita come un'uscita dalla crisi "da destra".
Meglio il centro destra per questo, avrà (più che pensato) percepito più di qualcuno.
Che ci dobbiamo fare con questi pseudo compagnucci, se non sono capaci di pre-figurare, di proporre alcunché?
Magari il centro-sinistra avrebbe perso lo stesso, ma solo le elezioni, non anche e completamente, l’identità, la faccia, la credibilità, la necessità di esistere.
Ma Er discorzo è complesso, come si usava dire un tempo nelle sezioni del PCI.