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Maschio di Gorilla gorilla
Gli occhi hanno bisogno di cavità ossee, dagli orli pronunciati, spessi.
Frontali come fari di automobile, due alveoli profondi, che per esempio in alcuni felini restano col perimetro parzialmente aperto, proprio nella stessa zona dove io toccandomi sento come un assottigliamento.
La mandibola, per muoversi ha bisogno di due cose, un cardine e una leva cui aderiscono i muscoli.
Poi denti e relativi alveoli, sotto e sopra.
Poi l’osso nasale che non mi ha mai convinto, mi sembra incompleto.
Poi il mento, inutile spreco di materia, visto che nessun primate ce l’ha.
Ho letto che il mento umano sarebbe un effetto collaterale della verticalizzazione del volto, ma non ho capito come e perché: nessuno sa con certezza qual è il rapporto di causa effetto tra perdita del prognatismo e aumento della massa cerebrale.
Lo sferoide cranico di homo sapiens è pieno di suture, incertezze, geroglifici, protuberanze, una struttura palesemente recente, imprecisa.
Ovunque strane esitazioni, forse residui di stati specifici precedenti, niente a che fare col cranio della iena, meraviglia di robustezza, essenzialità, forza.
Osservo queste teste scarnificate e fotografate così bene, su un fondo di nero assoluto.
Questo libro bellissimo (Evolution, testi di Jean-Baptiste De Panafieu, foto di Patrick Gries, Seven Stories Press, 2007) mi è costato 65 dollari, ma non ci ho pensato su un momento.
Il cranio di ogni specie di mammifero è una versione, una modificazione di crani appartenuti ad altre specie: gli elementi sono più o meno gli stessi.
È esistito un per ora non-identificabile modello base da cui sono derivati tutti i mammiferi?
Senza antenati comuni tutto l’edificio teorico darwiniano crolla.
Quella evoluzionista credo sia l’unica teoria scientifica che non contempla, per adesso, una falsificazione diversa dal dettato teologico, cioè che possa fare a meno di un agente creatore.
Bellissimi i crani dei felini, del gorilla, con la sua cresta ossea alla sommità di una struttura molto più equilibrata della nostra, quanto a rapporto tra le parti.
Supremo ed essenziale quello della iena – e terrificante -, come dico più sopra.
Quando una o più specie di pesci e di crostacei lasciarono il mare, questi ultimi rimpicciolirono, mentre gli organismi dotati di endoscheletro sono diventati grossi, a volte grossissimi. Forse nel libro c’è la spiegazione di ciò, ma ancora non la trovo. Anzi non la cerco: più che leggere guardo le immagini.
Avrei francamente preferito avere un esoscheletro, invece di questa pelle glabra, qui e là pelosetta, da umano, esposta alle intemperie, unta, delicata, sudaticcia, orribilmente e inutilmente sensibile.
Un bel guscio asciutto e solido, otto zampe unghiute, due chele: niente di molle verso l’esterno, nessuna sensibilità al tatto, nessun prurito, arti come armi: questo sarebbe stato un modo forse più decente di affrontare mondo ed esistenza.
La concentrazione nel cranio dei più importanti organi di senso, dall’apparato buccale e fonale e masticativo, a quelli olfattivo e visivo, la presenza di una massa cerebrale dove convergono tutte le linee nervose dell’intero organismo, dal punto di vista della strategia di sopravvivenza di una creatura non pare poi una gran trovata: è tutto lì, basta colpire lì e ciao.
Insomma, anche ad essere indulgenti verso l’idea di un design, il suo autore non doveva essere poi così intelligent. A giudicare dalla qualità del creato, l’ipotesi di un dio cretino e irresponsabile è sembrata ad alcuni la più logica.
La questione la risolverei così, possibilmente una volta per tutte: dio è un idiota.
Tuttavia questi crani sono molto belli e intensamente plastici.
Cosa vuol dire “intensamente plastici” in realtà non lo so con precisione.
Potrei dire che provocano in me un godimento percettivo di materia formata, strutturatasi per funzionare ma anche, misteriosamente, per piacermi.
Sono solo ossa, dunque non è previsto che si vedano, non sono fattezze esterne, sono forma interna, invisibile, forma tecnica, ai miei occhi bellissima.
Mentre la bellezza della carne, cioè della forma del sacco cutaneo che ci avvolge e ci definisce nei contorni, è sempre eros (e, in un certo senso, è prodotto evolutivo dell’eros, cioè della selezione sessuale), la bellezza delle ossa e in particolare del cranio è quella, molto più astratta, ma molto più sostanziale, della pura conformazione biologica.
Le nostre fattezze da vivi, sono un inganno. La pelle nasconde un tremendo disordine interno, asimmetrie, organi e organelli, tubi, sostanze escrementizie a vari stadi di lavorazione.
Le ossa sono molto più sincere, non nascondono nulla di ulteriore, sono struttura, coincidono con l’idea stessa di struttura, seguono scrupolosamente il principio di simmetria bilaterale.
Quello delle ossa è modernismo, anzi razionalismo, in senso proprio e compiuto, è forma-che-segue-la-funzione.
Meglio forse dire che è forma determinata dalla funzione, ma nemmeno così è esatto, perché non restituisce la dinamica adattativa per selezione naturale, che è senza scopo (ma non casuale) e procede per mutazioni (queste sì casuali) che fungono da tentativi. Se una modifica funziona, la specie l’assume, se no la scarta, eccetera: occorre rimettere sempre in fila la sequenza concettuale darwiniana, così contro-intuitiva, così lontana dal rapporto causa-effetto cui siamo abituati e su cui abbiamo ingenuamente costruito l’idea di dio...
La bellezza di questi crani nessuno l’ha voluta, nessuno l’ha cercata o costruita, nessuno l’ha concepita.
Esistono facendo a meno di ogni intenzione estetica, di ogni esibizione.
Se ne stanno nascosti, celati allo sguardo sotto strati di pelle, grasso, muscoli, cartilagini, tendini, come conchiglie nella sabbia...
Eccetera.