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A Roma finisce un sistema di potere durato più di Margaret Tatcher, cioè quindici anni, che non sono pochi.
Com’è fatto un sistema di potere?
Cioè, quando si dice “sistema di potere” a cosa ci si riferisce?
Azzardo una definizione macchinosa.
Gruppo di persone, organizzate gerarchicamente e posizionate strategicamente, che hanno facoltà decisionali capaci di influenzare/determinare fenomeni economico-politico-culturali in parti più o meno grandi di società insediata e agiscono in modo da procurarsi reciproco vantaggio a scapito di singoli, di altri gruppi e alla fine, in genere, dell’intera comunità.
Un sistema di potere si completa quando riesce a dislocare suoi uomini nel maggior numero di luoghi decisionali di ogni tipo e ad appostarli sui punti principali di ramificazione dei flussi di determinazione, modificazione e informazione.
Per la formazione di un sistema di questo tipo, il tempo di permanenza al potere è cruciale.
C’è un tempo minimo di costruzione e consolidamento, che chiamerei la testa del procedimento di presa del potere.
Poi c’è un periodo intermedio in cui prevalgono le forze migliori del corpus del sistema, che è anche il periodo di maggior successo e di maggior beneficio per tutti.
Poi c’è la coda, in cui le istanze iniziali invariabilmente vanno perse, quando i migliori peggiorano e i peggiori prendono il sopravvento.
Il sistema diventa auto-referenziale, cioè perde quasi completamente di reale progettualità politica e si preoccupa di consolidare e rafforzare il legame coi forti, dimenticando che anche i deboli votano.
Una durata troppo lunga fa perdere di vista la realtà e con essa il consenso, fino alla sconfitta.
Per sconfitta è da intendersi l’instaurarsi di un altro sistema di potere.
Questo è successo a Roma, dove la falsa certezza di avere ormai in mano la città e gran parte dei suoi affari, ha fatto perdere di vista la città stessa, quello che vi stava accadendo e quello che stava diventando.
Ma direi che si tratta di un processo fisiologico legato alla gestione del potere in regime democratico, cioè dove è concesso alla maggioranza dei cittadini di cambiare il gruppo politico di governo.
Un processo di sostituzione democratica porta sempre con sé una cosa che si chiama “speranza del cambiamento”, anche se non si sa sempre bene cosa si deve cambiare e come.
Dopo quindici anni a Roma c’è stato un fenomeno di saturazione da eccesso di permanenza, si è generata un’insofferenza, a volte un odio, non del tutto giustificato dalla qualità dell’operato, che non è stata così cattiva.
Errori e manchevolezze e omissioni ci sono stati eccome, ma non sono stati certo peggiori di quelli cui la pubblica amministrazione ci aveva in precedenza abituati.
Anzi, complessivamente il bilancio è di gran lunga il migliore dal dopoguerra ad oggi.
È strano come, non ostante sia del tutto evidente il riprodursi del ciclo del potere - dal quale come si fa con la grappa e con i pesci, bisognerebbe poter tagliare la testa e la coda – nasca, altrettanto ciclicamente, questa insensata fiducia nel cambiamento.
Un cambiamento a Roma probabilmente ci sarà (se in meglio non sappiamo), ma il gruppo che va al potere sarà soggetto alla medesima fatale logica di degradazione del proprio operato.
Una testa di consolidamento, una parte buona (quando c’è), una coda più o meno lunga di appannamento e fine.
L’unico interesse sta nella qualità e nella durata della parte buona (se ci sarà).
Però facce nuove, certo.