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mercoledì, 14 maggio 2008
Il contagio

FIDENE_2

Questa non è una recensione del libro omonimo di Walter Siti (Mondadori, 2008).

Non la voglio fare e soprattutto non la so fare. Quindi non mi inoltro al di là di una dichiarazione di ammirazione per un’opera che ho letto con partecipazione, curiosità, emozione estetica, e come atto di apprendimento.

Questi sono invece appunti para-antropologici, derivati da sollecitazioni di lettura, che butto giù in modo un po’ brutale. Temi attorno al rapporto tra la nostra dislocazione spaziale, quella sociale e quella culturale nell'infame Città di Dio.

Esiste nella città una destra naturale, periferica e vincente, contrapposta ad una sinistra culturale, centrale e storicamente in via di estinzione?

È possibile leggere la geografia della Città di Dio in questo modo?

E poi. Se storicamente, cioè dalla fine degli anni Sessanta a, grosso modo la metà dei Novanta, la dislocazione del censo andava da un massimo riscontrabile in centro verso un minimo in borgata, oggi le cose stanno ancora così?

Il libro di Siti sembra rispondere di sì alle prime due domande e di no alla terza.

È da tempo che provo la sensazione della fine dell’egemonia borghese sulla città (cioè sulla società: oggi città e società coincidono), sostituita da quella di un Grande Ripieno sociale – culturalmente abbastanza omogeneo e amalgamato, al di là di cultura d’origine e entità di reddito – che esprime oggi la classe politica di destra/sinistra e viene da questa massaggiato come un manzo di Kobe, per ottenerne il consenso.

I valori, la progettualità e coscienza del proprio ruolo di classe dirigente, tipici della borghesia cosiddetta colta e ben-pensante, sono da tempo traslati in un’altra dimensione, trasformati in una sorta di marginalità moralistica da sinistra girotondina (disperata) incapace non solo di incidere politicamente, ma anche di avere un qualsivoglia peso culturale nell’immagine che il Paese ha di sé presso la maggioranza.

All’interno di questi brandelli di borghesia sono quasi del tutto assenti le avanguardie colte dell’antagonismo, un tempo comunista, poi ambientalista & no global, oggi completamente smarrito nell’incapacità anche solo di dare un significato alla parola “sinistra”, per non dire della parola “comunismo”.

A fronte di questi residui fossili (di cui faccio pienamente parte) di una classe sociale se non scomparsa, molto marginalizzata, cresce e si consolida il Grande Ripieno, di cui la nuova umanità borgatara descritta (ed amata) da Siti, è solo una componente, vale a dire che ne costituisce lo strato inferiore, border-line con la criminalità vera e propria.

La tesi di Siti, esposta in chiaro alla fine del libro, è che sia in atto un contagio culturale dalla periferia verso il centro (non dico “dal basso verso l’alto”, perché si tratta di flussi che penso come orizzontali), una sorta di processo osmotico di trasferimento della cultura esistenziale di borgata verso ceti di origine e cultura diversa.

Quale sia questa cultura esistenziale (qualora non se ne abbia conoscenza diretta) occorre leggere Siti, per saperlo, qui posso solo buttare giù un elenco delle impressioni lasciatemi dal libro: disinteresse per ogni progettualità, per ogni possibile mestiere, dedizione alla cocaina come consumo e come spaccio, culto del corpo, culto istantaneo dell’oggi, del denaro, consumismo acritico, coatto, valori & desideri in gran parte desunti dalla tv, visione della vita come di un evento da smaltire giornalmente, un muoversi e un sopravvivere dentro un sistema gerarchizzato di rapporti di forza, convivialità, sensibilità all’amicizia, ma grande casino nella famiglia, indeterminazione sessuale, tendenza a sconfinare nel comportamento criminale vero e proprio, maschilismo di facciata & matriarcato di fatto, adesione politica alla destra fascista, eccetera.

Difficile trovare un termine sintetico per questo amalgama culturale così complesso e cangiante, un impasto di residui fossili di culture precedenti e di contemporaneità, ma nel libro ogni tanto si trova qualche definizione fulminante.

Una periferia, borgatara e non, strutturata a macchia di leopardo, sia fisicamente, che per il censo – e di conseguenza la collocazione sociale (basabile oggi solo sul denaro) – degli insediati: i nuovi semi-agiati in villette a schiera, con garage e giardinetto, modello insediativo del telefilm americano, gli insediamenti popolari storici gestiti dall’istituzione con torri e grandi edifici in linea (detti “casermoni”, ma in alcuni casi più che dignitosi), case pubbliche ma di fatto privatizzate, i nuovi centri per uffici, le sedi di grandi società trasferitesi all’esterno, quartierazzi speculativi di ogni stagione, sempre uguali a se stessi, fatti di palazze e palazzine di varie altezze, uno più brutto dell’altro, vero specchio culturale di questa città, borgate abusive più o meno recenti, molte delle quali consolidate, quindi incluse nella città ufficiale, poi i nuovi senza casa, gli agglomerati spontanei e precari (recentemente raschiati dalle ruspe di Veltroni), sotto ponti e viadotti, sul greto del Tevere e dell’Aniene, baracche nei canneti, case in grotta, come le latomie di Pietralata.

Poi i grandi Centri Commerciali, che qualcuno vede come aberranti templi del consumismo (lo sono, ma mi si spieghi se è possibile pensare una società consumistico/liberista senza centri commerciali) e che io vedo come nuovi spazi urbani di relazione capaci di soppiantare il Centro in quanto a egemonia e attrattività, ma nessuno, dico nessuno, si preoccupa di dare norme progettuali per trasformarli in agorà periferiche.

Il tutto servito ancora dalle vecchie consolari, più o meno adeguate ai nuovi carichi, oppure disperatamente irrorato da stradoni, che già appena fatti si rivelano insufficienti, si può dire per default: “urbanistica ingenua” la chiama Bernardo Secchi: se c’è troppo traffico fai un’altra corsia, che chiamerà altro traffico, eccetera: il GRA a Roma ne è la prova lampante.

Una periferia che assedia la città centrale – anzi le numerose e concentriche città centrali – e tendenzialmente ne fa sempre più a meno, costruendosi le proprie polarità secondo sistemi di valori e desideri, andanti ma dominanti, e riducendo progressivamente il Centro Storico in un parco a tema (“Roma Vecchia”) per turisti e borgatari, o per chi deve sedurre qualcuno/qualcuna e parte dalla periferia per la cenetta nel locale “caratteristico” con archetti e mattoncini in vista, per la passeggiata con gelato, lei in difficoltà con tacchi a spillo e sampietrini, eccetera.

La Città di Dio è ormai solo un accadimento, un evento, refrattario a qualsiasi reale tentativo di indirizzo e governo, un fenomeno naturale che si produce come conformazione spontanea, quasi geografica, e fa a meno della forma, di ogni intenzionalità estetica, di ogni principio ordinativo e controllo dello spazio, che non sente alcun bisogno di bellezza, sia pure urbana, ma solo eventualmente di luoghi ove addensarsi a massa critica, come appunto i nuovi centri commerciali che hanno ciascuno una superficie di vendita superiore a quella dell’intero Tridente di via del Corso, inteso un tempo come centro città, non solo fisico, ma mentale, come luogo di riferimento e bellezza “identitaria”: ruolo che sta sempre più perdendo.

L’istanza di controllo formale della città, che nasce e si precisa nel Rinascimento e che negli USA, per esempio, si manifesta in una sorta di principio insediativo democratico (si vedeva così bene dall’alto del John Hancock Center, la scacchiera infinita di Chicago, perdersi nella pianura...) da noi è morta nel primo dopoguerra, con l’applicazioni dei principi urbanistici di disegno della città, e oggi è sepolta col Rinascimento, cioè con l’idea di governo geometrico degli oggetti umani. Le espansioni con le quali Roma è dilagata nell’Agro dal centro verso la periferia e gli insediamenti spontanei procedenti in direzione opposta, appaiono una poltiglia senza forma, che pre-annuncia l’attuale stato di spacchettamento mentale tipico del Grande Ripieno che vi è nato e cresciuto.

Condizione essenziale che fa di una città una metropoli è l’annullamento dell’emarginazione spaziale attraverso una rete di trasporto pubblico che colleghi efficientemente ogni zona con tutte le altre, senza sacche di inaccessibilità troppo estese, in modo che vivere al centro o in periferia siano condizioni quasi equivalenti: l’epica dei viaggi verso il centro città (“dentro Roma”) di Tommaso e i suoi amici, in Una vita violenta, il capitolo Notte nella città di Dio, il capolinea dell’Argentina...

Oggi Roma è piena di micro-città, desolate e forzatamente autonome, baretti, spiazzi, reti, muretti, pratazzi che diventano giocoforza luoghi di ritrovo, polarità di riferimento per comunità insediate fisicamente escluse dal restante territorio-città. Lo diventerebbero lo stesso, perché il processo di identificazione di riferimenti spaziali comuni è del tutto naturale e spontaneo, ma non si tratterebbe di un’identificazione obbligatoria in mancanza di alternative, cioè di collegamenti col resto del mondo.       

L’immagine proposta da Siti è complessa e piena di contraddizioni, ma su tutto, come una sorta di amalgama autocritico, si stende un velo di perenne arguzia, di ironia, disincanto, e soprattutto una re-invenzione, giornaliera e popolare, del linguaggio, di cui l’autore palesemente si delizia.

Una sorta di fluidità morale, di indeterminazione sognante degli scopi, ma una precisione in ciò che si desidera: soldi, lusso, automobili, capi firmati, eccetera.

Questa visione del borgataro la vedo saldarsi con quella del “neo-proletario” (ovvero il piccolo-borghese culturalmente proletarizzato) proposta da Tommaso Labranca (Neoproletariato, Castelvecchi 2002) dedito alle “tre effe”: fitness, fiction, fashion, che sono in fondo anche pilastri dell’esistenza del coatto.

Quindi sì, per me si delinea una visione un po’ più articolata di quello che chiamo il Grande Ripieno, ma sempre schematica, disperatamente intuitiva.

Quello che si vedeva dall’elicottero era un fiume di macchine in un magma di case. Lontano la Cupola, l’Eur, i Castelli, Monte Mario, il Mare. Vicino osservavi la città già fatta e quella che si sta facendo, tranquillamente, senza che cambi nulla, o quasi.

Roma stordisce, confonde.

Scritto da: tashtego a 12:49 | link | |


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