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Garrone fa un film molto diverso dal libro.
Un vero film, non la trasposizione cinematografica di un romanzo.
Opera che risulta più vera del quasi-romanzo di Saviano, nel senso che è narrazione pura, priva di documenti e passaggi informativi.
Le immagini stanno incessantemente addosso ai personaggi, tutti potentemente fisici, ne restituiscono la parlata strettissima, per borborigmi incomprensibili.
La camorra vista dal basso, all’altezza dell’ambiente umano e fisico dove affonda le radici, senza che venga fornita alcuna spiegazione sul funzionamento del Sistema.
Solo l’agire tesissimo, violento, compulsivo, della bassa forza e di qualche capetto.
Se il Sistema non si vede, il film è immerso nelle sue conseguenze, in un mondo chiuso e ineluttabile che ne è secrezione e causa insieme.
Uomini e luoghi fanno parte allo stesso modo di un impasto narrativo privo di spiegazioni, di giudizio morale.
È assente ogni concessione all’idea corrente di napoletanità popolare, ogni possibile caduta nel colore locale: non più “un paradiso abitato da diavoli”, ma un inferno dove si può essere solo diavoli.
Diavoli saldamente racchiusi nella loro capsula culturale, cui va riconosciuta un’innocenza generata dalla non consapevolezza che è possibile un’altra esistenza.
La sensazione che se ne trae è molto lontana dall’indignazione.
È puro sbigottimento, di fronte a una sostanziale verità proposta dal film: la non-recuperabilità di un mondo completamente auto-referenziale.
Film difficilissimo che si poteva affrontare solo con una drastica e netta scelta di stile.
Garrone la compie quasi senza esitazioni, in modo assolutamente lucido, poetico.
Una lezione per tutto il cinema italiano contemporaneo, per i registi e gli sceneggiatori, per gli attori, gli scenografi e i costumisti, per tutti.