Joe Sacco, Autoritratto
Sto leggendo, con crescente stupefazione e molto disagio, Gorazde, (Mondadori 2006) di Joe Sacco, del quale avevo già apprezzato altri réportage dall’Irak e soprattutto Palestina (sempre Mondadori).
Gorazde, che in America è uscito nel ’96, è un réportage dall’omonima énclave bosniaca, che narra gli anni di guerra civile tra il 1992 e il ’95.
Sacco è straordinario.
Per chi non lo conosce dirò che fa giornalismo disegnato, parzialmente a fumetti, molto analitico, documentato, originale, coinvolgente.
Tutto quello che non dice con le parole, Sacco lo dice col disegno: ne risultano ritratti d’ambiente, molto curati in ogni minimo dettaglio, tanto da far pensare che tra l’esperienza diretta e la stesura del disegno ci sia un passaggio analitico fatto con la fotocamera.
Ha un tratto minuzioso, un po’ pesante, che non indugia in inquadrature ricercate, in fichetterie grafiche, ma punta al sodo.
Sacco non cerca il giudizio estetico, quanto piuttosto la completezza, l’esattezza, il dato significativo.
Leggendolo sembra di esserci, a Gorazde.
L’efficacia della sua opera – Palestina non è da meno - fa riflettere ancora una volta sul disegno come strumento di comunicazione (prima che artistico) fortemente impressivo: più delle parole, delle foto, del cinema, persino.
Magari ci torno su.
Poi c’è il contenuto di Gorazde: chiunque pensi che la coltivazione e il rafforzamento delle identità etniche, che gli ancoraggi religiosi siano un bene per i popoli, se lo vada a comprare di corsa.
Lì c’è la risposta a molte domande: Sacco non ci risparmia nulla.
Scritto da: tashtego a
14:55 | link |
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I dentisti sono lì per i soldi.
È ovvio.
I dentisti si sono installati in una piega cruciale della nostra dolorosa realtà biologica, in corrispondenza di un passaggio obbligato, di una contraddizione strutturale di “madre natura”, per me non spiegabile, se non in un contesto concettuale totalmente ateo & darwiniano: la nocività del cibo per i denti, o, se si vuole, “quello che mangi ti mangia i denti”.
I dentisti esistono e prosperano per due motivi, anzi per uno solo: l’insufficienza strutturale, basica, della bocca umana e la deteriorabilità dei denti.
Dopo qualche milione di anni di evoluzione come primati e chissà per quante centinaia di milioni di anni come mammiferi e prima ancora come pesci, eccetera, ancora stiamo messi così: è sconcertante e ripeto, inspiegabile.
Se la funzione della vista, o quella dell’udito, soffrissero di difetti analoghi a quelli della bocca, la specie umana si sarebbe estinta da subito.
I rapporti causali tra le cose sono imprevedibili: al momento del Big Bang, cioè allo start della catena causale secondo la quale si è determinato il Tutto in ogni più piccolo particolare, chi l’avrebbe detto che certi composti chimici classificabili come zuccheri ( tra i quali, si badi bene, c’è anche il pane), avrebbero dopo molto tempo prodotto la professione del dentista.
Eppure i dentisti erano già lì, annidati nel Big Bang.
In conseguenza dei dentisti si determinò il dualismo ricchezza/povertà, il concetto di evasione fiscale, quello di paura & dolore, la nozione di assegno intestato a me medesimo, e la frase ricorrente: bisogna che si decida a mettersi un definitivo al posto di questo provvisorio.
Il mio dentista vota Forzitalia e ieri mi ha trapanato la lingua per errore: non doveva deglutire, mi ha detto. Poteva dirmelo, ho risposto.
Stamattina al lavoro facevo discorsi telegrafici: il dolore linguale rendeva più efficiente ed essenziale la comunicazione.
Il mio dentista è alto, forte, corpulento: forse è bravo, forse no, non lo so: fatica e sbuffa fiatate di tabacco fumato che, se non fosse per la mascherina, renderebbero ancora più sgradevoli queste sedute.
Voglio dire che il mio dentista lavora con una certa energia, che sconfina a tratti nella violenza: prima o poi ti danneggia per errore, magari solo perché è stanco.
Il mio dentista ha attrezzature sofisticate, ha comprato di recente nuove poltrone iper-tecniche foderate di pelle di rinoceronte bianco in estinzione, ma non aggiusta l’attacca-panni de plastica bianca che pende di sbieco dietro la porta del suo studio.
Ho detto: glielo compro io, vuole? Glielo regalo per Natale.
Ha sorriso divertito, ma l’attacca-panni è ancora lì.
Raramente nel bagno trovi le salviette asciuga-mani.
Il mio dentista ti fa radiografie in continuazione, che alla fine converrebbe andarsi a curare i denti a Cernobyl, dove si piglierebbero meno radiazioni e si spenderebbero meno euri.
Voglio dire: se c’è un attacco atomico (proveniente da un qual si voglia paese dell’Impero del Male), io non mi scompongo più di tanto: se sono ancora vivo nonostante il mio dentista, una cosa così non può farmi paura.
Il mio dentista ha un’assistente che sopra la mascherina ha occhi belli, limpidi, colore acqua marina: l’unica cosa alla quale posso aggrapparmi quando sono steso lì sono quegli occhi.
Lei non vota Forzitalia, ma di recente si è tinta i capelli di un rosso selvaggio, insostenibile.
Non avrebbe dovuto: perché ora non l’amo più.
Ri-pensandoci il mio dentista è bravo, voglio dire: ci sa fare.
Tempo fa stava cincischiando col trapano sopra la parziale ricostruzione di un mio incisivo.
La cosa andava per le lunghe, mi dava molto fastidio, e ho chiesto: cosa sta facendo?
Lui risponde: sto rendendo l’otturazione più naturale.
Mi porge lo specchio: vede? l’altro incisivo ha quella specie di fessura, è leggermente macchiato. vede? sto cercando di fare lo stesso sull’altro. Adesso è più naturale, più vecchio, più giallino.
Fanculo.
Scritto da: tashtego a
17:51 | link |
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Gian Lorenzo Bernini
Busto di Luigi XIV
Marmo, 1665
Musée National de Versailles
Scritto da: tashtego a
10:05 | link |
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Scritto da: tashtego a
23:17 | link |
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Gian Lorenzo Bernini
Monsignor Pedro de Foix Montoya, c. 1621
marmo a grandezza naturale
Santa Maria di Monserrato, Roma
Ancora più impressionante per violenza vitale è questo busto funebre, Mario.
Scritto da: tashtego a
12:13 | link |
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La settimana scorsa, al primo piano del Palazzo dei Conservatori, osservavo quella gigantesca scultura in marmo di Bernini, un papone assiso in trono (Urbano VIII), che fa pendant con un altro papone seduto(Innocenzo X), quasi uguale ma in bronzo, scolpito dall’Algardi e collocato sul lato opposto della grande sala degli Orazi e Curiazi.
aperta parentesi
Alessandro Algardi (Bologna 1598, Roma 1654) è un grande scultore, ma la sua figura è totalmente schiacciata da quella di Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598, Roma 1680) con il quale ebbe la sventura di co-esistere nello stesso spazio tempo, salvo campare 26 anni di meno. La storia dell’arte è piena di episodi di trascinamento – che chiamo Effetto Ringo Starr – dei mediocri da parte dei dotati (il quarto beatle era uno insignificante), ma anche di situazioni opposte, che chiamo Effetto Soccombente (dal libro di Thomas Bernhard) in cui gente molto brava non riesce ad avere lo spazio (professionale, ma anche critico) che avrebbe meritato, a causa della presenza nel loro stesso mondo di personaggi geniali, enormi, unici, che li sorverchiano. Insomma, come afferma G. Kubler (La forma del tempo. Considerazioni sulla storia delle cose, Torino, Einaudi, 1998) anche per rimanere nella storia dell’arte avere culo non guasta. Clamoroso l’effetto ringo starr nel gruppo degli impressionisti francesi, dove due mediocroni come Pissarro e Sisley ebbero fama soverchia dall’esser stati compagni di strada dei Monet e dei Degas. Ma lì gioca una parte non secondaria la volontà dei francesi di disporre di un folto gruppo di impressionisti per rafforzare l’immagine (esatta) di egemonia artistica della propria scuola su tutto l’Ottocento. Qui il discorso si fa molto interessante, quindi mi fermo.
chiusa parentesi
Quello che volevo dire è che, osservando quell’enorme pezzo di marmo in forma di papa, mi è sembrato di capire che all’arte del Bernini può applicarsi la definizione di estetica del caos.
Da un certo momento in poi nei lavori architettonici e scultorei di Gian Lorenzo compaiono e acquistano un ruolo sempre più importante le conformazioni caotiche: rocce, panneggi, capelli, forme vegetali. Nella scultura soprattutto i panneggi, che acquistano via via una plastica sempre più delirante e anti-naturalistica. Nell’architettura compaiono le rocaille, che Bernini sembra divertirsi ad inserire nelle facciate degli edifici (vedi Palazzo di Monte Citorio) in una specie di citazione del non finito, come se paraste, timpani e davanzali, fossero tratti dalla roccia, direttamente scolpiti lì per lì, dopo la posa in opera del materiale grezzo.
aperta parentesi
Da notare in proposito che questo è proprio il procedimento tecnico realmente adottato dal maestro, sia in Piazza Monte Citorio che, sopratutto, nella fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona: i blocchi di travertino furono sovrapposti e murati allo stato grezzo, per essere poi scolpiti in opera da un gruppo di scalpellini scelti e, qui e là, direttamente dalla mano di Gian Lorenzo. Scolpire il travertino è lavoro tosto e rischioso. È una pietra durissima e piena di cavità. Un blocco già messo in opera non si poteva sostituire, doveva per forza andare bene la prima. La limitata facoltà di errore della scultura, rispetto alla pittura, mi ha sempre stupefatto.
chiusa parentesi
Voglio farla breve. Parlando di barocco occorre riferirsi alla sensibilità e al pensiero del Seicento romano. Quindi quando dico caos mi riferisco alla forma naturale, cioè alla conformazione sempre diversa nella quale si manifesta ciò che non è opera dell’Uomo, nè tanto meno di Dio, ma risulta da fattori altri, secondari e non intenzionali, come appunto un panneggio, oppure una montagna, un ramo d’albero, una roccia. Dio ha creato i capelli, ma la forma di una ciocca di capelli non dipende da lui. Al massimo può risultare atteggiata dall’intervento umano, ma mai precisamente determinata. La forma umana, invece, in quanto opera diretta di Dio è appunto forma, e non conformazione. Lo stesso si può dire della forma geometrica, di quella animale, della forma architettonica, eccetera. Riassumendo: una mano è forma, una pietra è conformazione, un capitello è forma, un cespuglio è conformazione, così come lo sono le pieghe che assume un panno.
Bernini gioca costantemente con l’opposizione dialettica tra queste due fondamentali famiglie di forme: il corpo di Santa Teresa/la stoffa che lo ricopre (come impazzita), il cavallo danubiano/la roccia dei Quattro Fiumi, la mano di Dafne/le sue dita, mentre diventano rami, eccetera.
Si possono fare molti esempi: il busto di Luigi Quattordici è un delirio di boccoli e pieghe di panneggio, oltre che atteggiato ad una superbia inaudita. Bernini, già vecchio, vi coglie con precisione l’essenza dell’essere, o meglio del sentirsi, francesi.
A Palazzo dei Conservatori papa Urbano VIII è ritratto come un unico, gigantesco, greve panneggio, dal quale spuntano un volto, due mani, due piedi calzati di pantofole.
Non è uno dei suoi lavori migliori.
Scritto da: tashtego a
15:32 | link |
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Scritto da: tashtego a
14:14 | link |
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Roma, Aurelio, febbraio 2006.
Scritto da: tashtego a
15:50 | link |
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Per rb che a commento del post Le solite domande chiede, a chi c’era, qualcosa sulla quotidianità del Sessantotto.
Nel Sessantotto si era diversi da come poi si pensò che fossimo: quello che successe dopo ha fatto velo a ciò che accadde prima.
All’inizio dell’anno avevamo giacche e cravatte, alla fine no: molti di noi non le hanno più rimesse.
Tutto fu molto veloce, travolgente.
La quotidianità della rivolta, delle occupazioni e delle manifestazioni continue, me la ricordo eccome: l’odore di polvere, sopratutto, mescolato a quello di cristiano, il rumore di fondo, continuo: il rimbombo delle voci nei corridoi, nelle aule: i mobili accatastati ovunque ma soprattutto all’ingresso delle facoltà: il va e vieni continuo di gente, i levi’s a costine fine, i giacconi, la concitazione e la sporcizia, la carta per terra, i ciclostilati, eccetera.
Poi le assemblee, tutti i giorni, a ripetizione, le notti a picchettare le facoltà, il formarsi spontaneo di gerarchie all’interno del movimento, un sistema naturale che esprimeva leader emergenti quasi quotidianamente, l’astrattezza del linguaggio, le parolacce e le bestemmie continue, esasperate, esibite, le pecore messe a brucare dentro le sedi degli istituti, il tu a tutti, i frammenti di utopia realizzata, gli elementi di collettivismo, di leninismo, di stalinismo perfino, la violenza verbale e la stronzaggine degli stronzi - sempre presente, anche allora come ovunque - la spinta anti-autoritaria sino a quel tempo non-pensabile e non concepita, le leggende del movimento, le persone-leggenda.
L’interruzione di ogni attività didattica per mesi, l’esame politico, i comitati e le commissioni ovunque e su tutto, i gruppi che si formavano dentro-fuori le università, quelli che più tardi sparirono e dei quali si disse che erano andati “a Torino”, “a Milano”, “al Nord”, perché lì c’era la classe operaia.
Il Sessantotto, voglio dire proprio quell’anno, anzi la prima metà di quell’anno, fu sopratutto rivolgimento del linguaggio, fu una festa del dire cose non dette e soprattutto cose mai dette, di urlare l’inaudito, di bestemmiare al microfono davanti a cinquecento, mille persone, di usare il turpiloquio più spinto per dire la cosa più innocua.
Fu la difficoltà di espressione di quanto di nuovo stava emergendo, che non trovava subito posto nel linguaggio.
Ma fu anche l’uso intimidatorio - repressivo, autoritario - del dire senza farsi capire, senza voler intenzionalmente comunicare nulla di preciso: fu la furbizia e la doppiezza nelle parole di chi cercava di guidare il movimento, che spariva di colpo a fronte delle circostanze più drammatiche, ridiventando all’improvviso linguaggio naturale, in collegamento con cervello ed emozioni.
Il Sessantotto fu la festa dell’approssimazione, dell’imprecisione, della contraddizione e tutto questo si rovesciò sulla lingua che usavamo, deformandola per sempre.
La lingua che parliamo oggi, per chi non lo sa, porta ancora con sé parole fossili di quegli anni.
Alcune di queste parole, ma sarebbe meglio dire “concetti”, le vedemmo nascere.
Coloro che dicono che nel Sessantotto non successe nulla, non sanno nulla di com’erano le cose prima.
Scritto da: tashtego a
10:32 | link |
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Roma EUR - Gennaio 2006
Scritto da: tashtego a
08:04 | link |
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